Dalla Nouvelle Vague alla critica contemporanea

Dalla Nouvelle Vague alla critica contemporanea, la rivista francese continua a interrogare il rapporto tra immagini, politica e società.

Fondata a Parigi nel 1951, «Cahiers du Cinéma» non è stata soltanto una rivista di cinema. È stata un laboratorio culturale, una palestra intellettuale e, per molti registi, il luogo dove imparare a guardare il mondo prima ancora di raccontarlo sullo schermo. A settantacinque anni dalla nascita, la sua storia coincide ancora con quella del cinema moderno.


di Carlo Venturi

«Cahiers du Cinéma» ha costruito un’epoca. Quando apparve per la prima volta nelle edicole francesi, nell’aprile del 1951, il cinema europeo usciva lentamente dalle macerie della guerra e Hollywood sembrava aver riconquistato il monopolio dell’immaginario occidentale. In quel clima nacque una pubblicazione destinata a cambiare non solo il modo di parlare di film, ma anche il modo di farli. I fondatori furono André Bazin, Jacques Doniol-Valcroze e Joseph-Marie Lo Duca. Bazin, soprattutto, rappresentò la coscienza teorica della rivista. Critico raffinato, cattolico inquieto, osservatore attentissimo della realtà, considerava il cinema un’arte capace di cogliere la verità del mondo attraverso il tempo e lo spazio. Per lui la macchina da presa non doveva deformare la realtà, ma rispettarla. Era una posizione lontana tanto dall’accademismo francese del tempo quanto dagli artifici spettacolari di certo cinema americano.

Attorno ai «Cahiers» si raccolse presto una generazione di giovani appassionati che passava più tempo nelle cineteche che nelle università. François Truffaut, Jean-Luc Godard, Éric Rohmer, Claude Chabrol e Jacques Rivette cominciarono lì la loro avventura. Prima ancora di diventare registi, furono critici severi e spesso polemici. Scrivevano con l’urgenza di chi sente che il cinema ufficiale non basta più a raccontare il presente.

Nel 1954 Truffaut pubblicò un articolo destinato a lasciare un segno profondo: “Une certaine tendance du cinéma français”. Era un attacco diretto al cosiddetto “cinéma de qualité”, il cinema letterario e ben confezionato che dominava allora in Francia. Truffaut accusava molti registi di limitarsi a illustrare romanzi celebri senza trovare un linguaggio autenticamente cinematografico. Dietro quella polemica c’era già l’idea che avrebbe definito l’identità dei «Cahiers»: la politique des auteurs, la teoria secondo cui il regista è il vero autore del film.

Questa concezione cambiò la storia della critica. Registi fino ad allora considerati semplici artigiani – come Alfred Hitchcock o Howard Hawks – vennero riletti come autori completi, capaci di imprimere nei propri film una visione coerente del mondo. I giovani critici francesi guardavano il cinema americano con meno pregiudizi della cultura europea del tempo. Nei western di John Ford o nei noir di Nicholas Ray vedevano temi morali, tensioni politiche e invenzioni stilistiche che molti intellettuali avevano ignorato.

Ma la vera rivoluzione arrivò quando quei critici decisero di passare dietro la macchina da presa. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta nacque la Nouvelle Vague. «I 400 colpi» di Truffaut, «Fino all’ultimo respiro» di Godard, «Il segno del leone» di Rohmer e i film di Chabrol portarono sullo schermo una libertà nuova. Le troupe erano leggere, le riprese si facevano in strada, la narrazione diventava frammentata, i dialoghi più vicini alla vita reale.

I «Cahiers» non furono soltanto il luogo teorico di quella trasformazione: ne furono il motore culturale. La rivista insegnava a leggere il cinema come un linguaggio autonomo, con proprie regole e proprie possibilità espressive. In quegli anni la critica cinematografica smise di essere semplice recensione e diventò interpretazione del mondo contemporaneo.

Naturalmente non mancarono le contraddizioni. Negli anni Sessanta la rivista attraversò una fase sempre più politicizzata. Dopo il Sessantotto, sotto l’influenza del marxismo e del maoismo, molti articoli assunsero un tono teorico e militante. Alcuni lettori si allontanarono. Il cinema veniva analizzato soprattutto come strumento ideologico, e talvolta l’attenzione estetica sembrava passare in secondo piano.

Fu un periodo complesso anche per la cultura europea. Molti intellettuali sentivano che il cinema commerciale fosse diventato parte di un sistema economico dominante e che la critica dovesse opporsi. «Cahiers du Cinéma» seguì quella corrente con radicalità. La rivista arrivò perfino a ridurre l’uso delle fotografie, considerate elementi spettacolari borghesi. Alcuni numeri di quegli anni assomigliano più a trattati filosofici che a riviste di cinema.

Eppure proprio questa capacità di cambiare, anche rischiando di sbagliare, ha permesso ai «Cahiers» di sopravvivere. Nel corso dei decenni la rivista ha attraversato crisi economiche, cambi di proprietà e trasformazioni editoriali senza perdere del tutto la propria identità. Negli anni Ottanta tornò gradualmente a una critica più aperta e meno ideologica, recuperando il dialogo con il grande cinema internazionale.

Intanto il mondo audiovisivo cambiava velocemente. L’arrivo delle televisioni private, poi del digitale e delle piattaforme, modificò il rapporto del pubblico con le immagini. Molte riviste storiche scomparvero. «Cahiers du Cinéma» invece continuò a interrogarsi sul presente. Ha dedicato attenzione al cinema asiatico, ai nuovi autori iraniani, al documentario contemporaneo, ai cambiamenti del linguaggio seriale.

Negli ultimi anni non sono mancati nuovi momenti difficili. Nel 2020 parte della redazione si dimise dopo l’acquisizione della rivista da parte di un gruppo di imprenditori francesi legati anche al mondo cinematografico. Il timore era che l’indipendenza critica potesse essere compromessa. La vicenda mostrò quanto il tema dell’autonomia culturale resti centrale, soprattutto in un’epoca in cui l’informazione dipende sempre più da grandi gruppi economici.

Eppure i «Cahiers» continuano a esercitare un fascino particolare. Non solo per il prestigio accumulato, ma perché rappresentano un’idea precisa della critica: non consumo rapido di opinioni, ma esercizio di comprensione. In un tempo dominato dalla velocità e dagli algoritmi, la rivista francese conserva il gusto dell’analisi lenta, della discussione approfondita, perfino del dissenso.

Per celebrare i settantacinque anni, molte testate internazionali hanno ripercorso gli articoli più influenti pubblicati nel corso della sua storia. Alcuni restano ancora oggi sorprendenti per lucidità e modernità. Le pagine dedicate a Hitchcock, Rossellini, Fritz Lang o Roberto Rossellini mostrano una scrittura critica capace di unire passione e rigore, senza mai trasformarsi in accademia.

Forse è questo il lascito più importante dei «Cahiers du Cinéma». Aver insegnato che il cinema non è soltanto intrattenimento o industria, ma anche memoria collettiva, linguaggio politico, esperienza morale. Ogni generazione ha bisogno di qualcuno che aiuti a guardare le immagini con maggiore consapevolezza. Per decenni quella funzione è stata svolta da una rivista nata quasi artigianalmente in una Parigi ancora ferita dalla guerra.

Oggi il panorama culturale è molto diverso. La critica cinematografica vive spesso compressa nei tempi rapidi dei social network, mentre il pubblico consuma immagini in quantità senza precedenti. Eppure la domanda che animava Bazin e i suoi collaboratori resta la stessa: che cosa raccontano davvero i film sul nostro tempo e su noi stessi?

A settantacinque anni dalla fondazione, «Cahiers du Cinéma» continua a cercare una risposta. Non è poco, in un’epoca che cambia così in fretta da dimenticare facilmente anche ciò che sembrava essenziale.


Articolo redazionale

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