Milena Milani violò tutte le regole con una naturalezza quasi irritante

Pittrice, narratrice, giornalista, compagna di artisti e provocatrice involontaria: Milena Milani attraversò il Novecento italiano senza chiedere permesso a nessuno

Ci sono scrittrici che il proprio tempo preferisce ignorare subito, per non correre rischi. L’esempio è Milena Milani. Troppo libera per l’Italia del dopoguerra, troppo intelligente per accontentarsi del ruolo assegnato alle donne, troppo moderna per essere addomesticata.


di Paolo Ferranti

La letteratura italiana ha sempre avuto un problema con le donne intelligenti. Se poi erano anche indipendenti, sensuali e incapaci di recitare la parte della musa silenziosa, il problema diventava quasi un’emergenza nazionale. Milena Milani, nata a Savona nel 1917 e morta nel 2013, trascorse gran parte della sua vita dentro questa incomprensione. Non ne fece un dramma. Ne fece uno stile.
Scrittrice, pittrice, giornalista, critica d’arte, compagna dello scultore Carlo Cardazzo e presenza abituale nei circoli culturali più vivaci del secondo Novecento, Milani fu una donna multipla in un Paese che preferiva le donne semplici. O almeno semplificate. L’Italia del dopoguerra tollerava la brillantezza femminile solo a patto che restasse decorativa. Una donna poteva essere elegante, colta, perfino spiritosa. Ma fino a un certo punto. Mai troppo autonoma. Mai troppo desiderante. Mai troppo libera.

Milena Milani violò tutte queste regole con una naturalezza quasi irritante. Scriveva racconti e romanzi che parlavano apertamente di eros, relazioni, desiderio femminile, ipocrisie borghesi. Oggi sembrerebbe normale. Negli anni Cinquanta e Sessanta non lo era affatto. La morale italiana del tempo aveva due colonne portanti: il cattolicesimo e la doppia morale maschile. Entrambe rigidissime con le donne e straordinariamente elastiche con gli uomini.

Nel 1964 Milani pubblicò “La ragazza di nome Giulio”, il suo romanzo più noto. Un libro che provocò scandalo immediato. Raccontava la scoperta del desiderio sessuale femminile con una libertà narrativa che allora venne giudicata intollerabile. Il romanzo fu sequestrato per oscenità. Accusa tipicamente italiana. In questo Paese l’oscenità non consiste mai nell’ignoranza o nella violenza. Consiste quasi sempre nel dire la verità troppo chiaramente.

Eppure il libro, col tempo, si impose come una delle opere più coraggiose della narrativa italiana del dopoguerra. La protagonista viveva la propria sessualità senza chiedere assoluzioni morali. Era questo a scandalizzare davvero. Non il sesso. L’autonomia.

D’altronde l’Italia di quegli anni aveva un rapporto tragicomico con il desiderio. Era un Paese che consumava commedie sexy e poi processava i romanzi. Che tollerava il maschilismo come folklore nazionale e considerava pericolosa una donna che parlasse del proprio corpo senza vergogna. Milena Milani si trovò così nel ruolo involontario di guastatrice culturale.

Non era una femminista militante nel senso politico del termine. E forse proprio questo la rende interessante oggi. La sua libertà non nasceva da un manifesto ideologico. Nasceva da una pratica quotidiana di indipendenza intellettuale. Faceva ciò che voleva fare. Frequentava artisti, scriveva, dipingeva, viaggiava, amava. Una forma di anarchia elegante che l’Italia, si sa, perdona solo agli uomini geniali.

Attorno a lei ruotava un ambiente culturale straordinario. Negli anni milanesi frequentò Lucio Fontana, Emilio Vedova, Salvatore Quasimodo, artisti e scrittori che stavano trasformando il linguaggio dell’arte italiana. Il legame con Carlo Cardazzo – gallerista fondamentale per l’arte del Novecento e fondatore della Galleria del Naviglio – la collocò al centro delle avanguardie artistiche del tempo.

Ma anche qui c’è una curiosa costante italiana: quando una donna vive accanto a uomini celebri, la critica tende a trasformarla automaticamente in figura secondaria. Compagna, musa, amante, presenza ornamentale. Milena Milani invece produceva opere proprie. E questo complicava il racconto. Le donne autonome creano sempre problemi narrativi. Costringono a riconoscerle come soggetti.

La sua scrittura aveva una qualità rara: sembrava leggera senza esserlo affatto. Dietro l’apparente semplicità dello stile si nascondeva un’osservazione lucidissima delle dinamiche sociali. Milani conosceva perfettamente il teatro delle convenzioni italiane. Sapeva quanto moralismo si annidasse dietro certe rispettabilità impeccabili. E lo raccontava senza proclami ideologici, ma con ironia, precisione, qualche volta perfino con divertimento.

In questo ricordava certe scrittrici francesi del Novecento più che molte autrici italiane sue contemporanee. Françoise Sagan, ad esempio, possedeva la stessa capacità di trattare temi scandalosi con una naturalezza disarmante. Lo scandalo, in fondo, nasce quasi sempre dalla serenità con cui qualcuno dice ciò che gli altri fingono di non sapere.

Milena Milani pagò un prezzo per questa libertà. La critica italiana la trattò spesso con sufficienza. Troppo mondana per gli intellettuali austeri. Troppo colta per essere liquidata come semplice provocatrice. Troppo difficile da incasellare. E la cultura italiana ama le etichette come certi burocrati amano i timbri.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. La ristampa delle sue opere e il rinnovato interesse per molte scrittrici dimenticate del Novecento hanno riportato attenzione sul suo lavoro. Non per spirito riparatorio – la letteratura non è un tribunale morale – ma perché alcuni libri sopravvivono alle epoche proprio grazie alla loro capacità di disturbare.

“La ragazza di nome Giulio”, letto oggi, conserva una modernità sorprendente. Non tanto per i contenuti erotici, che ormai non scandalizzano più nessuno, quanto per il modo in cui mette a nudo il controllo sociale esercitato sul corpo femminile. Cambiano i linguaggi, cambiano le epoche, ma certi meccanismi di giudizio resistono con ostinazione quasi burocratica.

Ed è forse questo il punto più interessante della vicenda di Milena Milani. La sua storia non racconta soltanto una scrittrice dimenticata. Racconta il rapporto irrisolto dell’Italia con la libertà femminile. Un Paese capace di adorare le donne purché restino dentro il quadro. Mai troppo fuori cornice. Lei invece ci stava benissimo, fuori cornice. Anzi, sembrava l’unico posto dove potesse respirare davvero. E forse il destino di alcune intelligenze è proprio questo: arrivare troppo presto in società che hanno ancora paura di guardarle negli occhi.


Articolo redazionale

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