

Paladino: un ritorno a Milano che trasforma il museo in un luogo di silenzio e visione.
Dal 16 maggio al 26 luglio 2026 Palazzo Citterio ospita una grande personale di Mimmo Paladino, protagonista storico della Transavanguardia italiana. Tra sculture in terracotta, suoni di Brian Eno e disegni inediti del 1973, la nuova Sala Stirling apre con una mostra che sembra più un attraversamento che un’esposizione.
di Andrea Valenti
Ci sono luoghi che attendono a lungo prima di trovare la propria voce. E poi, improvvisamente, accade. Una porta si apre, il pubblico entra, e lo spazio comincia a respirare. È successo il 16 maggio a Milano, quando la nuova Sala Stirling di Palazzo Citterio ha accolto i visitatori con le figure immobili di Mimmo Paladino, adagiate nel ventre ipogeo del museo come presenze antiche tornate a galla dopo secoli di silenzio. Non una semplice mostra inaugurale, ma una specie di prova generale del sogno che da anni accompagna la Grande Brera: un museo capace di mettere in comunicazione epoche, linguaggi e densità emotive differenti. Paladino, del resto, è artista che non occupa mai uno spazio: lo modifica. Lo piega a una temperatura mentale. Lo costringe a diventare scena.
I Dormienti, il celebre ciclo nato alla fine degli anni Novanta, tornano così in una forma nuova, pensata appositamente per gli ambienti progettati da James Stirling. Trentadue figure in terracotta, tutte originate dalla stessa matrice eppure mai davvero identiche, si distendono nello spazio come corpi colti in un tempo remoto. Sembrano uomini e donne sorpresi da una catastrofe, oppure creature raccolte in una tregua misteriosa. Il riferimento inevitabile corre ai calchi di Pompei ed Ercolano, ma la memoria dell’opera affonda anche altrove: nei disegni che Henry Moore realizzò durante la Seconda guerra mondiale osservando i londinesi rifugiati nella metropolitana sotto i bombardamenti. Anche lì i corpi dormivano, rannicchiati, sospesi fra paura e abbandono.

Paladino ha sempre lavorato così: non spiegando il mistero, ma lasciandolo filtrare lentamente dalle immagini. Nato a Paduli, nel Beneventano, nel 1948, è stato una delle figure centrali della Transavanguardia, il movimento teorizzato da Achille Bonito Oliva alla fine degli anni Settanta insieme a Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi e Nicola De Maria. Dopo gli anni dominati dal minimalismo e dall’arte concettuale, quei pittori riportarono al centro la figura, il simbolo, il mito, la materia. Non per nostalgia, ma per necessità. Come se l’arte, a un certo punto, avesse bisogno di tornare a raccontare enigmi.
Nella Sala Stirling questa dimensione appare con evidenza quasi fisica. I Dormienti non stanno fermi: abitano. Il visitatore si muove tra loro senza un percorso obbligato, entrando in una geografia di pause e silenzi. A tratti sembra di attraversare un accampamento arcaico, a tratti un relitto contemporaneo. Il pavimento, le ombre, il soffitto basso degli ambienti ipogei contribuiscono a creare una sensazione insolita, quasi teatrale. È una mostra che si ascolta oltre che guardare.

Non a caso ritorna anche la collaborazione con Brian Eno. Quando l’installazione venne presentata nel 1999 alla Roundhouse di Londra, il musicista inglese compose una traccia sonora destinata ad accompagnare il cammino del pubblico. La stessa partitura è stata riproposta oggi a Milano, trasformando l’esperienza in qualcosa di lento e ipnotico, dove il tempo pare dilatarsi. Eno e Paladino, pur diversissimi, condividono da sempre una stessa attenzione per gli spazi intermedi, per ciò che vibra ai margini della percezione.
Prima ancora di arrivare ai Dormienti, però, il percorso passa attraverso una stanza raccolta, quasi nascosta. Vi sono esposti quindici grandi lavori su carta del 1973, mai mostrati prima in modo organico. Sono opere giovanili, eseguite quando Paladino aveva venticinque anni e cercava una strada lontana dalle rigidità linguistiche allora dominanti. In quei fogli si intravedono già figure totemiche, segni primordiali, animali, maschere, frammenti di racconto. È come osservare il laboratorio segreto di un artista che sta imparando a dare forma alle proprie ossessioni.

Il disegno, del resto, è sempre stato il punto di origine della sua ricerca. Anche nelle grandi sculture o nelle installazioni monumentali permane qualcosa del gesto rapido e visionario del segno tracciato sulla carta. Lo si vede nella continua apparizione di simboli ancestrali: cavalli, mani, lune, croci, volti senza nome. Paladino non appartiene alla tradizione dell’astrazione pura. Le sue immagini sembrano provenire da un tempo remoto e collettivo, come se riaffiorassero da una memoria che precede la storia.
Negli ultimi decenni il suo lavoro ha attraversato pittura, scultura, incisione, cinema, scenografia e arte ambientale. Nel 1992 realizzò per Piazza del Plebiscito a Napoli la celebre Montagna di sale, una gigantesca installazione destinata a diventare una delle immagini simbolo dell’arte italiana contemporanea. Ha lavorato con musicisti, scrittori, registi, costruendo sempre opere capaci di dialogare con il contesto senza perdere la propria autonomia visionaria.
La scelta di inaugurare la Sala Stirling con lui non appare casuale. Palazzo Citterio rappresenta infatti uno dei tasselli più attesi del progetto Grande Brera, pensato per ampliare la storica Pinacoteca milanese e aprirla al contemporaneo. Dopo decenni di rinvii e trasformazioni, il palazzo settecentesco di via Brera sta finalmente trovando una nuova identità culturale. Gli ambienti progettati dall’architetto britannico James Stirling negli anni Ottanta – rimasti a lungo quasi leggendari per gli addetti ai lavori – diventano ora uno spazio destinato alle grandi mostre e alle collezioni del Novecento.
In questo scenario Paladino sembra muoversi con naturalezza. Le sue figure addormentate dialogano con il cemento, con la pietra, con la luce trattenuta degli ambienti sotterranei. Non impongono un significato univoco. Restano lì, silenziose, mentre il pubblico passa. Ed è forse proprio questa la forza dell’intera esposizione: la capacità di sottrarsi alla spiegazione immediata.
Alla fine della visita si esce in superficie con una sensazione difficile da definire. Come dopo certi sogni molto nitidi, dei quali non si ricorda la trama ma soltanto l’atmosfera. Milano, fuori, continua nel suo rumore di tram, cantieri e vetrine. Sotto terra, invece, i Dormienti restano immobili. Aspettano altri passi, altri sguardi. E forse, semplicemente, continuano a sognare.
| Articolo redazionale |
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