Roland Dufau, lo stampatore che trasformava la fotografia in materia viva

Alla Fondation Bru di Venezia una mostra racconta il maestro francese del Cibachrome attraverso oltre tre decenni di ricerca tecnica, rigore artigianale e dialogo con i grandi fotografi internazionali

Dal 23 maggio al 12 settembre 2026 il Palazzetto Bru Zane ospita “Roland Dufau, scultore di luce”, esposizione dedicata a uno dei più importanti maestri della stampa fotografica a colori. Curata dal fotografo Reza, la mostra ripercorre la vicenda di un artigiano capace di trasformare il procedimento Cibachrome in una forma autonoma di espressione artistica.


Nel lessico della fotografia contemporanea il nome dei grandi stampatori resta spesso ai margini del racconto pubblico, nonostante il loro ruolo sia stato decisivo nella definizione dell’immagine finale. La mostra “Roland Dufau, scultore di luce”, presentata dalla Fondation Bru al Palazzetto Bru Zane di Venezia durante la Biennale d’arte 2026, riporta invece al centro proprio questa figura: quella dell’artigiano specializzato che, lavorando nell’ombra della camera oscura, contribuisce in modo sostanziale alla qualità estetica e materiale della fotografia.

L’esposizione raccoglie una selezione di stampe provenienti dalla collezione privata costruita da Roland Dufau nel corso di trentasette anni di attività. Più di mille opere, realizzate per fotografi professionisti e appassionati, testimoniano la storia di una tecnica oggi quasi scomparsa: il Cibachrome, procedimento di stampa a colori sviluppato in Svizzera da Ciba-Geigy e successivamente prodotto da Ilford. La particolarità di questo metodo consisteva nella stampa diretta da diapositiva positiva, senza passaggio da negativo intermedio, attraverso un sistema di coloranti incorporati nella carta che garantiva una saturazione cromatica eccezionale e una straordinaria stabilità nel tempo. Se conservate in condizioni ottimali, le stampe potevano mantenersi integre per secoli.

Negli anni Settanta e Ottanta il Cibachrome divenne il supporto privilegiato di numerosi fotografi interessati alla massima qualità cromatica. Autori come Ernst Haas, Franco Fontana, Sarah Moon e molti protagonisti della fotografia pubblicitaria e di paesaggio ne apprezzavano la brillantezza, la profondità dei neri e la definizione quasi tridimensionale dell’immagine. A differenza delle tradizionali stampe cromogeniche, il Cibachrome richiedeva però una precisione estrema: minime variazioni nei tempi di esposizione o nel trattamento chimico modificavano radicalmente il risultato finale. In questo contesto la competenza dello stampatore diventava determinante.

Roland Dufau appartiene precisamente a questa genealogia di specialisti. Dopo il diploma professionale in fotografia, iniziò lavorando nel settore pubblicitario, dove affinò una sensibilità particolare per la resa cromatica. Fu proprio una commissione apparentemente marginale – la fotografia di hamburger surgelati destinati alla comunicazione commerciale – a convincerlo delle potenzialità del nuovo procedimento Ilford. Il rosso ottenuto con il Cibachrome, racconta il comunicato della Fondation Bru, appariva “semplicemente incomparabile”.

Da quel momento Dufau trasformò il proprio laboratorio nel Quartiere Latino di Parigi in un luogo di riferimento per chi cercava una qualità di stampa fuori standard. Il suo metodo combinava rigore tecnico e intervento manuale: mascherature, controllo dei contrasti, fotoincisioni, gestione millimetrica delle esposizioni. Alcune aree dell’immagine richiedevano pochi secondi di trattamento, altre fino a quindici minuti. Tutto avveniva in oscurità totale, in un processo lento e fisicamente impegnativo che comportava anche lunghe operazioni di pulizia dalla polvere.

Uno degli episodi decisivi della sua carriera riguarda il ritratto ufficiale di François Mitterrand realizzato da Gisèle Freund. Dufau ricevette dalla Documentation française l’incarico di produrre una stampa campione senza sapere di essere in competizione con altri cinque laboratori. Fu il presidente stesso a scegliere la versione realizzata nel suo atelier, dando così avvio a una prestigiosa commissione di trecento copie identiche. Per lui e la moglie Christiane iniziò un lavoro incessante di settimane, destinato a consolidare la reputazione del laboratorio.

La mostra veneziana insiste proprio su questa dimensione materiale della fotografia, spesso oscurata dall’attenzione riservata agli autori delle immagini. Non è casuale che la curatela sia stata affidata a Reza, fotografo franco-iraniano noto per il suo lavoro nei territori di conflitto e per la lunga collaborazione con Dufau. Il legame tra i due nacque dalla stampa in Cibachrome di alcune delle immagini più celebri del reporter, tra cui il ritratto del comandante Ahmad Shah Massoud, figura simbolica della resistenza afghana.

Nel testo che accompagna l’esposizione, Reza descrive la collezione di Dufau come “un autentico tesoro visivo del nostro tempo”, sottolineando come il criterio di selezione delle opere sia stato guidato prima di tutto dalla qualità della stampa e non dalla notorietà dei fotografi coinvolti. La scelta evidenzia un aspetto fondamentale della cultura fotografica analogica: la stampa non era una semplice riproduzione dell’immagine, ma un oggetto autonomo, dotato di presenza fisica e di un valore estetico irriducibile alla ripresa originaria.

In questo senso Dufau rappresenta una figura quasi anacronistica nell’epoca della produzione digitale. La sua pratica appartiene a una stagione in cui il laboratorio fotografico costituiva uno spazio di sperimentazione sofisticata e in cui il rapporto tra fotografo e stampatore poteva assumere la forma di una vera collaborazione creativa. Non a caso molti storici della fotografia hanno paragonato il ruolo degli stampatori analogici a quello degli stampatori calcografici nella tradizione dell’incisione: interpreti tecnici capaci di incidere profondamente sull’esito visivo dell’opera.

La Fondation Bru conosce Dufau nel 2014 grazie alla Fondation Gilles Caron. Dopo il fallimento di Ilford nel 2013 e l’interruzione definitiva della produzione della carta Cibachrome, il fotografo aveva conservato una preziosa riserva di materiali. Grazie al sostegno della fondazione veneziana poté realizzare sessanta stampe dalle diapositive di Gilles Caron, poi esposte durante la Biennale del 2015 e successivamente a Ginevra. Quella collaborazione segnò anche l’inizio di un più ampio percorso della Fondation Bru dedicato alla fotografia, accanto alla sua attività principale legata alla musica romantica francese.

Negli anni il Palazzetto Bru Zane ha ospitato progetti espositivi che mettono in dialogo memoria visiva, storia culturale e patrimonio artistico: dalle fotografie di Gilles Caron alla ricerca americana di Rhona Bitner, fino alle immagini veneziane legate a Marcel Proust e Reynaldo Hahn. La mostra dedicata a Dufau si inserisce dunque in una linea curatoriale coerente, interessata alla fotografia non soltanto come documento ma come forma complessa di cultura materiale.

Anche il luogo contribuisce al significato dell’iniziativa. Il Palazzetto Bru Zane, elegante edificio veneziano del XVII secolo originariamente destinato all’intrattenimento musicale, è oggi sede del Centre de musique romantique française, istituzione impegnata nella riscoperta del repertorio francese dell’Ottocento. In questo contesto la mostra su Dufau assume quasi il carattere di un omaggio alla persistenza delle tecniche e dei saperi specialistici, in un’epoca dominata dalla smaterializzazione delle immagini.

Il percorso espositivo restituisce infine una riflessione più ampia sulla durata della fotografia. La promessa tecnica del Cibachrome – immagini capaci di resistere fino a trecento anni – appare oggi quasi paradossale, in un presente in cui miliardi di fotografie digitali rischiano di diventare rapidamente illeggibili per obsolescenza tecnologica. Le stampe di Dufau, invece, riaffermano il valore dell’oggetto fotografico come presenza fisica, stabile, tangibile. Non semplici immagini, ma superfici di luce destinate a sopravvivere al tempo.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo redazionale

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