Ci ha lasciati a soli 76 anni il visionario fondatore di Slow Food

Da Bra alle tavole del mondo, aveva trasformato il cibo in una questione culturale, politica e umana, cambiando il modo di guardare alla terra, al gusto e al tempo.

Carlo Petrini si è spento nella notte tra il 21 e il 22 maggio 2026. Con Slow Food aveva costruito un movimento internazionale capace di opporsi alla standardizzazione alimentare e di restituire dignità ai produttori, ai territori e alla convivialità. La sua scomparsa chiude una stagione culturale che ha segnato profondamente l’Italia e non solo.


di Chiara Vassallo

Ci sono persone che, quando muoiono, lasciano una sensazione strana, quasi fisica. Come se improvvisamente mancasse una voce che avevamo dato per scontata. Non una voce continua, invadente, ma una presenza stabile, familiare. Carlo Petrini era una di quelle persone. Anche chi non aveva mai letto un suo libro, anche chi non era mai stato a Terra Madre o non aveva mai pronunciato seriamente le parole “filiera corta”, sapeva in fondo chi fosse. Perché per quasi quarant’anni Petrini è stato molto più del fondatore di Slow Food. È stato un modo di guardare il mondo.

È morto questa notte. Nella notte tra giovedì 21 e venerdì 22 maggio 2026, a 76 anni. E la notizia ha avuto subito qualcosa di irreale. Forse perché Carlo Petrini sembrava appartenere a quella categoria di uomini destinati a restare sempre in movimento, sempre seduti a un tavolo con qualcuno, sempre nel mezzo di una conversazione infinita sul vino, sui contadini, sulle stagioni, sulla politica, sulla memoria. Era difficile immaginarlo fermo.

Nato a Bra, nelle Langhe piemontesi, nel 1949, Petrini aveva attraversato decenni diversissimi tra loro senza perdere una qualità rara: la capacità di cambiare restando fedele a un’intuizione originaria. Negli anni Settanta era stato militante politico, animatore culturale, organizzatore. Ma fu nel 1986, davanti all’apertura del primo McDonald’s in Piazza di Spagna a Roma, che qualcosa prese davvero forma. L’idea che il cibo non fosse soltanto consumo, ma identità. Che mangiare avesse a che fare con il paesaggio, con la storia, con il rispetto del tempo umano. Da lì nacque Slow Food.

Oggi è difficile ricordare quanto quella visione apparisse minoritaria allora. L’Italia usciva dagli anni del boom economico e guardava con entusiasmo a tutto ciò che prometteva velocità, semplificazione, modernità. Petrini invece parlava di lentezza. E non nel senso banale o estetico che la parola ha assunto dopo. Parlava della lentezza come forma di attenzione. Come resistenza all’omologazione. Come diritto alla qualità della vita.

A guardarlo, con quel corpo grande, il viso aperto, gli occhiali tondi e l’aria da oste sapiente, sembrava spesso incarnare uno stereotipo italiano rassicurante. Ma bastava ascoltarlo qualche minuto per capire che dietro il tono bonario c’era una lucidità politica notevole. Petrini aveva capito molto presto che il cibo sarebbe diventato uno dei grandi temi del futuro. Non solo per ragioni gastronomiche, ma ambientali, economiche e persino geopolitiche.

Quando parlava di biodiversità, negli anni Novanta, molti lo consideravano un idealista folkloristico. Oggi quelle parole sono diventate centrali nel dibattito internazionale. Il suo lavoro sui Presìdi Slow Food, nato per salvaguardare produzioni locali destinate a scomparire, ha contribuito a salvare centinaia di varietà agricole, formaggi, salumi, razze animali e tecniche tradizionali. Ma soprattutto ha rimesso al centro i produttori. I piccoli. Quelli invisibili.

Forse è stata questa la sua vera rivoluzione: aver restituito dignità culturale a figure che il progresso sembrava voler cancellare. Contadini, allevatori, pescatori artigianali. Petrini li ascoltava davvero. Non parlava “su” di loro, parlava “con” loro. E questa differenza, nel tempo delle narrazioni facili, si sentiva.

Nel 2004 fondò l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, un progetto che all’inizio sembrò quasi eccentrico. Un’università dedicata al cibo? Oggi quel modello viene studiato in tutto il mondo. Perché Petrini aveva intuito che il cibo non appartiene a una sola disciplina. Dentro un piatto ci sono agronomia, antropologia, economia, clima, storia, migrazioni, potere.

Negli ultimi anni era diventato una figura internazionale, invitato da governi, istituzioni e università. Papa Francesco lo stimava apertamente. Condividevano l’idea che l’ambiente e la giustizia sociale fossero inseparabili. Petrini parlava spesso dell’enciclica Laudato si’ come di uno dei testi politici più importanti del nostro tempo. E in effetti la sua riflessione si era progressivamente allargata: dal cibo alla terra, dalla convivialità al destino del pianeta.

Ma ciò che colpiva davvero, incontrandolo, era altro. Una forma di autenticità sempre più rara. Carlo Petrini non dava l’impressione di recitare un personaggio. Anche quando era diventato celebre, anche quando parlava davanti ai potenti del mondo, conservava qualcosa di profondamente provinciale nel senso migliore del termine: radicato. Non aveva mai smesso di appartenere ai luoghi da cui proveniva.

Bra, le Langhe, il Piemonte restavano il suo centro emotivo. E forse proprio da lì veniva la sua idea del tempo. In campagna il tempo non è astratto. Si misura con le stagioni, con l’attesa, con il raccolto. Petrini ha passato la vita a ricordarci che esistono processi che non possono essere accelerati senza perdere qualcosa di essenziale. Vale per il vino, certo. Ma anche per le relazioni, per la politica, persino per la felicità.

Negli ultimi tempi appariva più fragile, anche se continuava a partecipare a incontri e iniziative pubbliche. Chi lo conosceva racconta che parlasse spesso del futuro con una preoccupazione nuova. Il cambiamento climatico, la desertificazione agricola, la crisi dei piccoli produttori lo angosciavano profondamente. Ma non aveva perso la fiducia nelle comunità. Credeva ancora che le persone, se messe nelle condizioni di capire, potessero scegliere diversamente.

Ed è forse questo che resta oggi, mentre arrivano i messaggi di cordoglio da tutto il mondo. Non soltanto un movimento internazionale o un marchio culturale riconoscibile. Ma un’idea semplice e radicale: che il cibo non sia merce qualsiasi. Che scegliere cosa mangiare significhi scegliere che tipo di società vogliamo costruire.

In un tempo ossessionato dalla velocità, Carlo Petrini aveva avuto il coraggio di difendere la lentezza senza trasformarla in nostalgia. È una differenza importante. Non voleva tornare indietro. Voleva impedire che il futuro diventasse disumano.

E forse, alla fine, è questo che mancherà di più. Non soltanto l’intellettuale, il gastronomo, l’organizzatore geniale. Ma quell’ostinata fiducia nella possibilità di vivere con maggiore attenzione. Come se ogni tavola apparecchiata, ogni pane condiviso, ogni bicchiere versato lentamente potesse ancora insegnarci qualcosa su chi siamo diventati.


Articolo redazionale

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