
Alla Fondazione Magnani-Rocca la più ampia retrospettiva italiana dedicata all’artista che ha trasformato fotografia, oggetto e immaginario del Novecento
Oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, film, ready-made e progetti grafici raccontano alla Fondazione Magnani-Rocca la traiettoria di Man Ray, figura centrale delle avanguardie del XX secolo. La mostra ripercorre un percorso creativo che ha attraversato Dada, Surrealismo, moda, cinema e design, restituendo l’attualità di un artista capace di abolire ogni distinzione tra linguaggi e discipline.
A cinquant’anni dalla morte di Man Ray, avvenuta a Parigi nel novembre del 1976, la Fondazione Magnani-Rocca dedica all’artista americano la più vasta retrospettiva mai realizzata in Italia. “Man Ray: tutto”, in programma dal 12 settembre al 13 dicembre 2026 nella Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo, presso Parma, riunisce oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, sculture, oggetti, film, libri, edizioni grafiche e materiali d’archivio, con l’obiettivo di restituire la natura radicalmente interdisciplinare della sua ricerca. Il titolo della mostra sintetizza efficacemente la prospettiva curatoriale scelta da Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi: raccontare Man Ray nella sua interezza, senza privilegiare un solo linguaggio espressivo. Una scelta non scontata, considerando che gran parte della fortuna critica dell’artista si è concentrata soprattutto sulla fotografia, spesso isolata dal resto della sua produzione. In realtà Emmanuel Radnitzky – questo il suo nome all’anagrafe, nato a Philadelphia nel 1890 da una famiglia di immigrati ebrei russi – fu uno degli interpreti più completi dell’idea moderna di artista totale.
La mostra emiliana segue il suo percorso a partire dagli anni newyorkesi, segnati dall’incontro con Alfred Stieglitz e Marcel Duchamp e dall’adesione al Dada americano. È in questo contesto che Man Ray inizia a mettere in discussione l’idea tradizionale di opera d’arte, sviluppando una pratica fondata sull’ibridazione dei media, sull’ironia e sul riuso degli oggetti quotidiani. Opere come By Itself del 1918 o la celebre Obstruction del 1920 – installazione composta da decine di grucce sospese – testimoniano la precoce attenzione verso l’assemblaggio e la serialità, elementi che avrebbero influenzato larga parte dell’arte contemporanea del secondo dopoguerra.

© Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE
L’arrivo a Parigi nel 1921 rappresenta però il vero punto di svolta. Accolto da Duchamp nel cuore delle avanguardie europee, Man Ray entra rapidamente nel circuito surrealista e diventa il fotografo più richiesto dell’ambiente artistico e letterario della capitale francese. Nei suoi ritratti passano Pablo Picasso, Jean Cocteau, André Breton, Salvador Dalí, Max Ernst, Gertrude Stein, Luis Buñuel e molte altre figure decisive della cultura del Novecento. Parallelamente, sviluppa una ricerca tecnica che cambia radicalmente la storia della fotografia.
Sono gli anni dei rayographs, immagini ottenute senza macchina fotografica attraverso l’impressione diretta di oggetti sulla carta fotosensibile. La tecnica, già intuita da Christian Schad e riconducibile alle sperimentazioni ottocentesche dei fotogrammi, viene trasformata da Man Ray in un linguaggio autonomo, capace di produrre immagini sospese tra astrazione e apparizione. Lo stesso accade con la solarizzazione, procedimento realizzato insieme a Lee Miller, che altera i contorni dell’immagine creando un effetto metallico e straniante destinato a diventare una delle firme visive del Surrealismo.
Tra le opere più celebri esposte alla Fondazione Magnani-Rocca figura Le Violon d’Ingres del 1924, fotografia ormai entrata nell’immaginario collettivo del XX secolo. Il corpo nudo di Kiki de Montparnasse, trasformato in uno strumento musicale attraverso l’applicazione delle “effe” di un violino, diventa un gioco concettuale sulla rappresentazione femminile, sulla metamorfosi dell’oggetto e sulla tradizione artistica europea. Nel 2022 una stampa originale dell’opera è stata battuta all’asta da Christie’s per oltre 12 milioni di dollari, diventando la fotografia più costosa mai venduta fino a quel momento. Accanto a questo capolavoro compaiono immagini fondamentali come Noire et Blanche, Lacrime, Anatomies e i ritratti di Lee Miller e Nusch Éluard.
Il rapporto con Lee Miller occupa una posizione centrale anche nella dimensione biografica e creativa dell’artista. Arrivata a Parigi nel 1929 come modella e apprendista, Miller divenne collaboratrice, musa e compagna di Man Ray, contribuendo direttamente allo sviluppo delle sue sperimentazioni fotografiche. La loro relazione influenzò profondamente entrambi, fino alla separazione nei primi anni Trenta. È proprio dalla fine di quel legame che nasce Object to Be Destroyed, il celebre metronomo con l’occhio fotografico applicato sulla lancetta, opera destinata a diventare una delle icone del Surrealismo.

Collection Clo et Marcel Fleiss, Paris
© Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE
La retrospettiva dedica ampio spazio anche alla pittura, spesso rimasta in ombra rispetto alla produzione fotografica. Dipinti come À l’Heure de l’Observatoire – Les Amoureux, realizzato tra il 1932 e il 1934, mostrano quanto il lessico surrealista di Man Ray fosse debitore tanto alla cultura metafisica quanto al cinema e alla pubblicità moderna. Le enormi labbra sospese sopra Parigi anticipano infatti molte soluzioni visive della Pop Art e della grafica contemporanea.
Accanto alle opere pittoriche emergono gli oggetti d’affezione, ready-made modificati che reinterpretano la lezione duchampiana in chiave più narrativa e ironica. Cadeau, il ferro da stiro coperto di chiodi presentato nel 1921 alla Librairie Six di Philippe Soupault, resta uno degli esempi più noti di trasformazione perturbante dell’oggetto quotidiano. L’opera originale venne rubata il giorno stesso dell’inaugurazione, ma Man Ray ne autorizzò numerose repliche nel corso della vita, mettendo implicitamente in discussione il concetto di autenticità artistica molto prima della diffusione dell’arte seriale contemporanea.
Un aspetto particolarmente interessante del percorso espositivo riguarda il rapporto tra arte e design. Opere come Palettable, tavolo a forma di tavolozza progettato nel 1941, mostrano come Man Ray abbia attraversato con naturalezza il territorio del progetto d’arredo, anticipando la dissoluzione delle barriere tra arti applicate e arti maggiori. La sua influenza sul design radicale degli anni Sessanta e Settanta è oggi ampiamente riconosciuta da storici e istituzioni museali, dal Centre Pompidou al MoMA di New York.
La mostra include inoltre documenti e immagini legati all’Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938, tra cui Résurrection des Mannequins, testimonianza di uno degli allestimenti più visionari del Novecento. In quella celebre esposizione parigina Duchamp trasformò gli spazi della Galerie Beaux-Arts in un ambiente immersivo e destabilizzante, anticipando molte pratiche installative contemporanee. Man Ray partecipò decorando manichini e contribuendo all’atmosfera teatrale dell’evento, confermando il suo ruolo centrale nella costruzione dell’estetica surrealista.
Non mancano infine i film sperimentali, dai cortometraggi astratti come Le Retour à la Raison fino a L’Étoile de mer, opere che dialogano con il cinema d’avanguardia europeo degli anni Venti e con la ricerca visiva di Buñuel, Clair e Cocteau. Anche nel cinema Man Ray rifiuta la narrazione convenzionale, preferendo frammenti, sovrimpressioni, ritmi visivi e associazioni libere.

Fondazione Museo d’Arte Contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo
© Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE
Il percorso trova una collocazione significativa nella Villa dei Capolavori della Fondazione Magnani-Rocca, istituzione che negli ultimi anni ha costruito un programma espositivo dedicato ai grandi protagonisti delle avanguardie storiche europee. Inserire Man Ray accanto alle collezioni permanenti di Tiziano, Monet, Morandi, Renoir, Goya o de Chirico significa evidenziare il dialogo continuo tra tradizione e modernità che attraversa tutta la storia dell’arte occidentale.
A rendere ancora più attuale la figura di Man Ray è la sua capacità di anticipare molte dinamiche dell’arte contemporanea: la contaminazione tra media, la serialità, l’uso dell’immagine come dispositivo concettuale, il rapporto con la moda e con la cultura di massa, la costruzione dell’identità attraverso la fotografia. Non è un caso che Andy Warhol lo abbia considerato uno dei propri riferimenti principali. Entrambi hanno compreso, in epoche diverse, che l’arte del Novecento non poteva più limitarsi a un solo linguaggio.
“Man Ray: tutto” non si limita così a celebrare un protagonista delle avanguardie storiche, ma restituisce il ritratto di un autore che continua a parlare al presente. In un’epoca dominata dalla circolazione incessante delle immagini e dalla contaminazione tra discipline, la sua opera appare meno come una testimonianza storica e più come una chiave per comprendere la cultura visiva contemporanea.
| Articolo redazionale |
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