
Dopo oltre cinque anni di studi, analisi scientifiche e interventi conservativi, uno dei dipinti più celebri di Piet Mondrian torna a mostrarsi sotto una luce nuova. La Collezione Peggy Guggenheim di Venezia conclude un complesso progetto interdisciplinare che ha permesso di recuperare aspetti fondamentali della concezione spaziale e percettiva dell’opera, alterati da un restauro eseguito negli anni Sessanta.
Un dipinto apparentemente essenziale, costruito con pochi colori e rigorose geometrie, si rivela oggi molto più complesso di quanto apparisse. Il restauro di Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938 / Composizione con rosso 1939 ha riportato alla luce la raffinata ricerca sulla luce, sulle superfici e sullo spazio elaborata da Piet Mondrian negli ultimi anni della sua carriera.
Tra le opere simbolo della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938 / Composizione con rosso 1939 occupa un posto particolare. Realizzata tra il 1938 e il 1940, in un periodo cruciale della storia europea segnato dall’avvicinarsi della Seconda guerra mondiale, l’opera appartiene alla fase finale della ricerca artistica di Piet Mondrian, quando il maestro olandese stava sviluppando una sintesi sempre più raffinata dei principi del Neoplasticismo. Oggi il dipinto torna visibile al pubblico dopo un articolato progetto di studio e conservazione avviato nel 2021 dalla Collezione Peggy Guggenheim e concluso nel 2026.
L’opera è nuovamente esposta nell’ambito della mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, visitabile fino al 19 ottobre 2026. Il completamento del progetto rappresenta non soltanto un importante intervento conservativo, ma anche un contributo significativo alla conoscenza dell’opera tarda di Mondrian.
Per comprendere il valore di questa ricerca occorre ricordare che Mondrian fu una delle figure centrali dell’avanguardia europea del Novecento. Cofondatore del movimento De Stijl insieme a Theo van Doesburg, l’artista elaborò una visione estetica basata sulla riduzione della realtà a forme geometriche essenziali, linee ortogonali e colori primari. Dietro questa apparente semplicità si nascondeva però una complessa riflessione filosofica influenzata dalla teosofia e dalla ricerca di un ordine universale capace di trascendere il mondo visibile.

Il progetto veneziano è nato dalla necessità di riesaminare le conseguenze del restauro eseguito a New York nel 1968. In quell’occasione il dipinto venne sottoposto a pulitura, verniciatura, rintelatura e montaggio su un supporto a nido d’ape, oltre a ricevere una nuova cornice. Interventi realizzati secondo le pratiche conservative dell’epoca, ma che nel tempo avevano modificato sensibilmente l’aspetto dell’opera, attenuando le differenze tra superfici opache e lucide e compromettendo parte della sofisticata costruzione percettiva ideata dall’artista.
La ricerca è stata coordinata da Luciano Pensabene Buemi, Head of Conservation and Technical Research della Collezione Peggy Guggenheim, in collaborazione con i dipartimenti di conservazione del Solomon R. Guggenheim Museum di New York e con numerosi istituti scientifici, musei e specialisti internazionali. Il progetto ha assunto rapidamente una dimensione interdisciplinare, integrando conservazione, indagini diagnostiche avanzate, studi archivistici e ricerca storico-artistica.
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dallo studio riguarda le celebri linee nere che strutturano la composizione. L’immagine tradizionale di Mondrian come artista della pura astrazione geometrica rischia infatti di nascondere la complessità materiale del suo lavoro. Le analisi hanno dimostrato che le linee nere non erano semplici tratti grafici, ma superfici costruite attraverso molteplici strati di pittura e vernici. Mondrian interveniva ripetutamente sulle sue opere, modificando rapporti dimensionali, proporzioni e qualità superficiali per ottenere un equilibrio estremamente calibrato.
Particolarmente significativo è risultato il diverso trattamento delle superfici. I campi bianchi e colorati conservano tracce evidenti delle pennellate e una finitura opaca, mentre le linee nere erano concepite come elementi lucidi, capaci di riflettere la luce e di attivare otticamente lo spazio del dipinto. Non si trattava di una scelta marginale. Già nel 1920 Mondrian sottolineava l’importanza di questa caratteristica affermando che le linee dovevano essere lucide, altrimenti sarebbero risultate “morte”. Lo studio veneziano ha confermato quanto questo equilibrio tra opacità e riflessione fosse fondamentale per la percezione dell’opera.
L’intervento di pulitura ha utilizzato sistemi gelificati sviluppati nell’ambito del progetto europeo GREENART, iniziativa dedicata alla messa a punto di materiali sostenibili per la conservazione del patrimonio culturale. L’applicazione di queste tecnologie ha consentito di rimuovere alterazioni superficiali e recuperare la complessa articolazione luminosa originariamente prevista dall’artista.
Fondamentale è stato anche il contributo delle analisi scientifiche condotte nell’ambito dell’infrastruttura europea IPERION HS, grazie alla collaborazione con i laboratori del Consiglio Nazionale delle Ricerche e alla piattaforma MOLAB dell’infrastruttura europea E-RIHS dedicata all’Heritage Science. Attraverso tecniche diagnostiche non invasive, gli studiosi hanno individuato modifiche compositive, pentimenti e tracce di versioni precedenti dell’opera, rivelando il carattere dinamico del processo creativo di Mondrian.

La ricerca non si è limitata al singolo dipinto. Gli studiosi hanno confrontato oltre venti opere realizzate durante il periodo londinese e quello successivo trascorso tra Europa e Stati Uniti, conservate in importanti istituzioni internazionali come il Museum of Modern Art di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, la Fondation Beyeler di Basilea e il Kunstmuseum Den Haag, che custodisce il più importante nucleo di opere dell’artista. Questo confronto ha permesso di ricostruire con maggiore precisione le pratiche operative adottate da Mondrian negli ultimi anni della sua attività.
Tra i risultati più rilevanti emerge anche la ricostruzione del sistema di incorniciatura originale. Dalla fine degli anni Trenta Mondrian aveva iniziato a considerare la cornice come parte integrante della composizione. L’artista utilizzava sottocornici arretrate e nastri telati dipinti per attenuare il confine tra quadro e ambiente circostante, trasformando l’opera in un dispositivo spaziale capace di dialogare con la parete e con lo spazio architettonico. La cornice applicata nel 1968 è stata quindi rimossa e sostituita con una ricostruzione filologicamente fondata della struttura originaria, realizzata in collaborazione con specialisti dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
Il risultato finale restituisce oggi un’opera più vicina alla visione concepita da Mondrian. Non si tratta semplicemente di un recupero estetico, ma della riscoperta di una concezione dello spazio che anticipa molte ricerche artistiche e architettoniche della seconda metà del Novecento. La superficie del dipinto torna a essere un luogo di tensioni percettive, dove luce, riflessi, profondità e geometria dialogano in un equilibrio sofisticato.
Il progetto veneziano dimostra come la conservazione contemporanea non sia soltanto una pratica tecnica, ma uno strumento di conoscenza. Attraverso la collaborazione tra restauratori, storici dell’arte, scienziati e istituzioni internazionali, un’opera apparentemente familiare è stata riletta e compresa in modo nuovo. Nel caso di Mondrian, artista che ha fatto della precisione e dell’equilibrio la propria cifra espressiva, recuperare le condizioni percettive originarie significa restituire al pubblico una parte essenziale del suo pensiero e della sua straordinaria modernità.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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