Geotermia, la grande occasione dimenticata del Mezzogiorno

Nel Sud Italia si concentra una parte significativa delle risorse geotermiche nazionali, ma questa fonte rinnovabile continua a rimanere ai margini delle strategie energetiche. Secondo la Svimez, potrebbe diventare un pilastro della transizione ecologica e dello sviluppo territoriale.

L’analisi è contenuta nel Rapporto Svimez 2025 dedicato all’economia e alla società del Mezzogiorno. Nel focus firmato dal presidente Adriano Giannola e rilanciato da Paolo Pantani da Napoli emerge il paradosso di una risorsa abbondante e strategica che l’Italia continua a utilizzare solo in minima parte, nonostante il crescente bisogno di autonomia energetica e decarbonizzazione.


di Giulio Rinaldi
Commentatore di Experiences

L’Italia discute da anni di transizione energetica, di indipendenza dalle fonti fossili e di riduzione delle emissioni climalteranti. Nel dibattito pubblico dominano il fotovoltaico, l’eolico e, più recentemente, il possibile ritorno del nucleare. Eppure esiste una fonte rinnovabile che possiede caratteristiche difficilmente riscontrabili nelle altre tecnologie energetiche e che continua a essere sorprendentemente trascurata: la geotermia. A richiamare l’attenzione su questo tema è Adriano Giannola, presidente della Svimez, nel Rapporto 2025 sull’economia e la società del Mezzogiorno, in un contributo raccolto da Paolo Pantani da Napoli.

Il punto di partenza dell’analisi è un’apparente contraddizione. Il Mezzogiorno rappresenta ormai la principale piattaforma italiana delle energie rinnovabili. Le regioni meridionali contribuiscono in modo decisivo alla produzione di energia solare ed eolica e il loro ruolo è destinato a crescere ulteriormente nei prossimi anni. Tuttavia, proprio nel territorio che dispone di alcune delle maggiori risorse geotermiche nazionali, questa fonte resta sostanzialmente inutilizzata.

La geotermia sfrutta il calore naturale presente nel sottosuolo terrestre. È una tecnologia che accompagna la storia energetica italiana da oltre un secolo. A Larderello, in Toscana, nel 1904 fu infatti realizzato il primo esperimento al mondo di produzione di elettricità mediante vapore geotermico, mentre nel 1913 entrò in funzione la prima centrale geotermoelettrica commerciale della storia. Da allora il distretto toscano è diventato un riferimento internazionale, tanto da essere considerato la culla mondiale della geotermia industriale.

Secondo quanto evidenzia Giannola, oggi il maggiore potenziale geotermico italiano non si concentra soltanto in Toscana. Le aree più promettenti si trovano infatti in Campania, Lazio e Sicilia, seguite da Sardegna e Puglia. Nonostante questa disponibilità, nessuna di queste regioni ospita impianti geotermoelettrici comparabili a quelli presenti nel distretto toscano. È una situazione che appare ancora più sorprendente se si considera che il Paese continua a dipendere in misura elevata dalle importazioni energetiche.

I dati dell’Ispra indicano infatti che l’Italia mantiene uno dei più alti livelli di dipendenza energetica dell’Unione Europea. Una quota consistente dell’energia consumata proviene ancora dall’estero, rendendo il sistema nazionale vulnerabile alle oscillazioni dei mercati internazionali e alle crisi geopolitiche. In questo contesto, una fonte disponibile sul territorio e capace di garantire una produzione continua potrebbe assumere un’importanza strategica.

La geotermia possiede infatti una caratteristica che la distingue dalla maggior parte delle altre fonti rinnovabili. Mentre il fotovoltaico dipende dall’irraggiamento solare e l’eolico dalla presenza del vento, il calore del sottosuolo è disponibile in modo costante. Per questo motivo gli impianti geotermici possono produrre energia ventiquattro ore al giorno, senza le intermittenze che caratterizzano altre tecnologie verdi. Si tratta di un vantaggio significativo in un sistema elettrico sempre più orientato verso le rinnovabili.

Nel suo intervento, Giannola richiama una valutazione formulata anni fa dal premio Nobel Carlo Rubbia. Alla vigilia del referendum sul nucleare, il fisico sosteneva che la geotermia avrebbe potuto offrire all’Italia un contributo energetico paragonabile a quello di diverse grandi centrali nucleari, senza i rischi associati alla gestione del combustibile radioattivo e delle scorie. Una posizione che si collegava alle riflessioni di Felice Ippolito, figura centrale della politica energetica italiana del secondo dopoguerra, convinto che il futuro energetico del Paese dovesse essere costruito valorizzando le risorse naturali disponibili, in particolare il sole e la geotermia.

Eppure, nonostante queste autorevoli indicazioni, la geotermia continua a occupare uno spazio marginale. La capacità installata nazionale si aggira attorno a un gigawatt e nel 2024 ha contribuito a circa il 2 per cento della produzione elettrica italiana. Una quota modesta rispetto alle potenzialità individuate dagli studiosi e dalle associazioni di settore.

La questione non riguarda soltanto la produzione di energia elettrica. Esiste infatti un secondo ambito applicativo, meno visibile ma altrettanto importante: lo scambio di calore geotermico. Attraverso sonde installate nel sottosuolo e pompe di calore ad alta efficienza, è possibile utilizzare la temperatura costante della terra per riscaldare e raffrescare edifici pubblici, abitazioni private, scuole, ospedali e strutture produttive. In molti Paesi del Nord Europa questa tecnologia è ormai diffusa su larga scala. In Italia, invece, il suo sviluppo resta ancora limitato.

Secondo la Svimez, questa sottoutilizzazione rappresenta un errore strategico. Le stime richiamate nel rapporto indicano infatti che il potenziale della geotermia potrebbe risultare molto superiore a quello oggi sfruttato e contribuire in modo significativo agli obiettivi di decarbonizzazione fissati dall’Unione Europea. Alcune valutazioni attribuiscono a questa fonte la capacità di coprire fino al 10 per cento della produzione elettrica nazionale, a condizione che vengano realizzati gli investimenti necessari.

L’Unione Geotermica Italiana sostiene da tempo la necessità di ampliare la capacità installata e di accelerare la ricerca. Secondo gli operatori del settore, il ritardo accumulato non dipende da limiti tecnologici, ma soprattutto dall’assenza di una chiara strategia industriale e da procedure autorizzative spesso lunghe e complesse. Anche i grandi gruppi energetici italiani, pur essendo protagonisti a livello internazionale nello sviluppo delle tecnologie geotermiche, hanno concentrato gran parte delle proprie attenzioni su altri comparti energetici.

Il dibattito si intreccia inevitabilmente con quello sul possibile ritorno del nucleare. Mentre il governo continua a valutare scenari legati alle future tecnologie nucleari avanzate, la geotermia rappresenta una risorsa già disponibile e immediatamente utilizzabile. È questa la considerazione che emerge con forza dal documento Svimez: prima di inseguire soluzioni che richiederanno tempi lunghi e investimenti ingenti, potrebbe essere opportuno valorizzare risorse presenti sul territorio e già tecnologicamente mature.

Accanto ai benefici energetici esistono poi quelli economici e sociali. Lo sviluppo di una filiera geotermica richiede infatti geologi, ingegneri, tecnici specializzati, operatori industriali, ricercatori e professionisti altamente qualificati. Per molte regioni meridionali questo significherebbe creare nuove opportunità occupazionali e trattenere competenze che spesso emigrano verso altre aree del Paese o all’estero. Il contrasto ai fenomeni di brain drain e brain waste rappresenta uno degli aspetti più interessanti sottolineati da Giannola.

Particolarmente significativo è il caso della Campania, indicata come l’esempio più evidente di questa occasione mancata. La presenza dei Campi Flegrei, del Vesuvio e di altre aree vulcaniche rende la regione uno dei territori geologicamente più interessanti d’Europa. Analogamente, la Sicilia dispone di risorse connesse al sistema vulcanico etneo e alle aree termali diffuse nell’isola. In entrambi i casi il potenziale esiste, ma non si è ancora tradotto in una politica energetica strutturata.

Per la Svimez la geotermia dovrebbe essere considerata un’infrastruttura strategica e un bene comune, al pari dell’acqua. Un modello fondato su partnership pubblico-private, adeguatamente regolamentate, potrebbe consentire di attrarre investimenti, generare entrate per gli enti locali e favorire una crescita sostenibile radicata nei territori. In un’epoca segnata dalla crisi climatica e dalla ricerca di nuove forme di autonomia energetica, il calore custodito nel sottosuolo meridionale appare così non soltanto una risorsa naturale, ma una concreta opportunità di sviluppo ancora tutta da costruire.


Paolopantani44 paolopantani44@gmail.com
Articolo a cura della Redazione Experiences

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