Chagall e Maria Lai, il dialogo dei villaggi dell’anima a Ulassai

Per i vent’anni della Fondazione Stazione dell’Arte, una grande mostra mette in relazione l’universo visionario di Marc Chagall e la poetica narrativa di Maria Lai, attraverso oltre settanta opere distribuite tra il CaMuC e il museo dedicato all’artista sarda.

Dal 13 giugno al 27 settembre 2026 Ulassai ospita un progetto espositivo inedito che accosta due figure fondamentali dell’arte del Novecento. Il confronto tra Marc Chagall e Maria Lai non cerca analogie stilistiche, ma indaga il ruolo della memoria, della narrazione e delle radici culturali come fonti di immaginazione universale.


A vent’anni dall’apertura della Fondazione Stazione dell’Arte, il paese ogliastrino di Ulassai celebra la propria istituzione culturale più rappresentativa con una mostra destinata a segnare la stagione espositiva sarda. Intitolata “Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore”, l’esposizione propone un incontro inedito tra due artisti che appartengono a mondi geografici, linguistici e culturali molto diversi, ma accomunati da una profonda capacità di trasformare l’esperienza personale in racconto universale. La rassegna, curata da Paul Schneiter e Marco Peri, è promossa dal Comune di Ulassai e prodotta dalla Fondazione Stazione dell’Arte con il supporto organizzativo di Arthemisia.

Il progetto si sviluppa attraverso oltre settanta opere tra dipinti, incisioni, libri d’artista, tessiture e lavori su carta, distribuite tra la Stazione dell’Arte e il CaMuC, la Casa Museo Cannas recentemente restaurata e trasformata in polo culturale del centro storico. L’obiettivo non è mettere a confronto due linguaggi formali, ma esplorare un territorio più profondo: quello della memoria, delle storie tramandate e dei luoghi interiori che continuano ad alimentare la creazione artistica.

Nel caso di Marc Chagall, nato a Vitebsk nel 1887 nell’allora Impero russo, il villaggio natale rappresenta una fonte inesauribile di immagini. Le sue celebri composizioni popolate da animali simbolici, sposi sospesi nel cielo, musicisti erranti e paesaggi trasfigurati hanno sempre mantenuto un legame profondo con i ricordi dell’infanzia e con la cultura ebraica dell’Europa orientale. Anche dopo il trasferimento a San Pietroburgo e successivamente a Parigi, città nella quale trovò l’ambiente artistico più fertile per la propria ricerca, Chagall continuò a reinterpretare il mondo originario attraverso una dimensione visionaria che sfugge al tempo storico.

Un percorso diverso ma non meno intenso caratterizza la vicenda di Maria Lai. Nata a Ulassai nel 1919, l’artista lasciò la Sardegna per formarsi a Roma e Venezia, costruendo nel corso dei decenni una delle esperienze più originali dell’arte italiana contemporanea. Attraverso il ricamo, la tessitura, il libro cucito e la rilettura delle tradizioni popolari, Lai sviluppò un linguaggio poetico capace di unire arte, letteratura e partecipazione collettiva. La sua opera più celebre, Legarsi alla montagna del 1981, è considerata uno dei primi esempi internazionali di arte relazionale e testimonia il ruolo centrale che il rapporto con la comunità ha avuto nella sua ricerca.

La mostra individua proprio in questa fedeltà alle origini uno dei punti di contatto più significativi tra i due artisti. Vitebsk e Ulassai diventano infatti luoghi simbolici, più mentali che geografici, dai quali prendono forma racconti, immagini e visioni. Entrambi hanno lasciato la propria terra per completare la formazione artistica, ma nessuno dei due ha mai reciso il legame con il paesaggio culturale da cui proveniva. Al contrario, quel patrimonio di ricordi e tradizioni è diventato la materia stessa della loro opera.

L’esposizione evidenzia anche alcune affinità biografiche meno note. Sia Chagall sia Maria Lai dovettero confrontarsi con ostacoli e discriminazioni. Il pittore bielorusso subì le conseguenze dell’antisemitismo e della condizione di emigrato, attraversando inoltre i drammi delle guerre del Novecento. Lai, dal canto suo, dovette conquistare uno spazio autonomo in un sistema artistico ancora fortemente segnato da dinamiche maschili. Esperienze differenti che contribuirono tuttavia a rafforzare in entrambi una visione dell’arte come strumento di resistenza culturale e di costruzione dell’identità.

Secondo Marco Peri, direttore della Stazione dell’Arte e co-curatore del progetto, l’incontro tra i due autori permette di leggere sotto una luce nuova l’eredità di Maria Lai. Il confronto non si fonda su analogie estetiche, ma sulla capacità condivisa di trasformare il racconto in immagine e di abitare uno spazio sospeso tra esperienza vissuta e immaginazione poetica. Un approccio che restituisce pienamente il senso della Fondazione nata nel 2006 per volontà dell’artista e dell’amministrazione comunale di Ulassai, come luogo dedicato all’incontro, alla crescita culturale e al dialogo con l’arte contemporanea.

La mostra inaugura dunque le celebrazioni per il ventesimo anniversario della Fondazione Stazione dell’Arte, un museo nato dalla donazione di circa centocinquanta opere effettuata da Maria Lai al proprio paese. Ospitata negli spazi di un’antica stazione ferroviaria, l’istituzione è oggi uno dei principali centri culturali della Sardegna e rappresenta un punto di riferimento per la valorizzazione dell’opera dell’artista.

Finanziata dall’Unione Europea attraverso il programma NextGenerationEU nell’ambito del PNRR dedicato alla rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi, la rassegna conferma inoltre il ruolo che i piccoli centri possono assumere nella costruzione di una proposta culturale di respiro internazionale. In questo dialogo tra un maestro assoluto dell’arte del Novecento e una delle figure più significative della ricerca italiana contemporanea, Ulassai si propone come laboratorio di memoria, immaginazione e racconto, dimostrando come i luoghi periferici possano diventare centri vitali di produzione culturale.


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

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