L’estetica dell’invisibile: la materia aumentata di Giuliana Cunéaz al Rifugio Digitale

Fondendo antichi sciamanesimi e codici algoritmici, a Firenze la videoarte sperimenta nuove geografie antropologiche

Le pareti dell’ex tunnel antiaereo fiorentino accolgono una personale che scardina la bidimensionalità dello schermo. Attraverso una complessa architettura di presenze virtuali e rimandi alla tradizione mesoamericana, la mostra ridefinisce i confini della New Media Art e della percezione tecnologica.


Il Rifugio Digitale di Firenze, uno spazio espositivo ipogeo ricavato dal restauro di un antico tunnel antiaereo della Seconda guerra mondiale, si conferma tra i presidi più interessanti per la sperimentazione visiva contemporanea. La personale dell’artista multimediale Giuliana Cunéaz, intitolata “Invisible Matter. Nahuales, Spirits and Augmented Presences”, segna una tappa significativa nell’evoluzione della videoarte e delle tecnologie digitali applicate allo spazio pubblico e performativo. L’artista, la cui ricerca da decenni si muove sul confine sottile tra indagine scientifica, nanotecnologie e mito, sfrutta la particolare conformazione geometrica e le pareti digitali del tunnel per dare vita a una vera e propria epifania della materia invisibile, proponendo un’esperienza estetica immersiva in cui il dato tecnologico non è mai puro esercizio formale, ma strumento di indagine antropologica.

Il perno concettuale della mostra si sviluppa attorno alla figura del nahuale, l’alter ego animale o lo spirito guardiano che, secondo la complessa cosmogonia precolombiana e mesoamericana, accompagna l’essere umano fin dalla nascita. Questa radice mitologica antica, ampiamente documentata negli studi etnografici del Novecento e nelle testimonianze storiche delle culture maya e azteca, viene risemantizzata da Cunéaz attraverso l’uso di software grafici avanzati, rendering tridimensionali e algoritmi generativi. I nahuales non sono rappresentati come figure statiche della tradizione folclorica, ma come perturbanti “presenze aumentate” che fluttuano nell’ambiente ipogeo, mutando forma e consistenza visiva in base alle dinamiche della luce digitale e delle interazioni spaziali, evocando una profonda riflessione sulla persistenza dell’animismo in piena era ipertecnologica.

L’operazione culturale del progetto fiorentino si inserisce in un dibattito critico di portata globale che riguarda l’evoluzione dei linguaggi dei nuovi media, richiamando le storiche teorizzazioni sul cinema espanso di Gene Youngblood e le più recenti analisi di studiosi come Lev Manovich sulla fusione tra spazio fisico e flussi di dati informativi. La scelta del Rifugio Digitale come sede espositiva esalta la natura metamorfica delle opere: il cemento della struttura bellica sotterranea diventa una tabula su cui la luce immateriale proietta mondi microscopici, tessuti cellulari e costellazioni di pixel. Cunéaz impone un ritmo serrato alla narrazione visiva, dove la fluidità dei passaggi cromatici si sposa con una partitura sonora altrettanto stratificata, traducendo l’antico concetto di energia vitale invisibile nella moderna nozione di codice computazionale.

Il notevole interesse suscitato dall’inaugurazione della mostra conferma una tendenza sempre più evidente nel sistema dell’arte contemporanea: il superamento della freddezza algoritmica a favore di un recupero del sacro, della narrazione e della memoria culturale. Attraverso questa ricognizione visiva, la rassegna fiorentina non si limita a mostrare le potenzialità tecniche della New Media Art, ma ne rivendica una precisa funzione filosofica. L’invisibile di Giuliana Cunéaz diventa così una densa materia digitale capace di connettere il passato ancestrale dell’umanità con le frontiere del nostro futuro tecnologico, ridefinendo il ruolo dello spettatore da semplice osservatore a testimone attivo di una transizione estetica in continuo divenire.


Articolo a cura della Redazione Experiences

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