Nelle sue storie si mescolano incantesimi pagani e giaculatorie cristiane 

Addio al padre della microstoria: un intellettuale che ha insegnato a leggere il passato attraverso gli indizi e a restituire voce ai vinti della Storia

Con la scomparsa di Carlo Ginzburg, all’età di 87 anni, la cultura europea perde uno degli studiosi più originali del Novecento. Storico dell’età moderna, saggista e intellettuale di respiro internazionale, ha trasformato i dettagli marginali in strumenti di conoscenza e le vite minori in una chiave per comprendere il mondo.


Chiara Vassallo

Ci sono studiosi che edificano cattedrali teoriche e altri, come Carlo Ginzburg, che preferiscono scavare nelle fondamenta. La sua morte, a 87 anni, priva la cultura italiana di uno dei suoi interpreti più acuti, capace di fare della curiosità un metodo e del dubbio una disciplina. Era nato a Torino nel 1939 in una famiglia che della cultura aveva fatto una forma di resistenza civile. Il padre, Leone Ginzburg, fu uno dei maggiori intellettuali antifascisti italiani e morì nel carcere romano di Regina Coeli nel 1944 in seguito alle torture subite. La madre era Natalia Ginzburg, una delle grandi voci della letteratura italiana del Novecento. In un ambiente simile era difficile crescere nell’indifferenza verso la storia e verso i suoi drammi.

Formatosi alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Ginzburg intraprese un percorso di ricerca che lo avrebbe portato a insegnare in importanti università italiane e americane, tra cui la University of California di Los Angeles. Il suo campo privilegiato fu la storia moderna, ma ben presto il suo metodo lo spinse oltre i confini disciplinari tradizionali, attraversando l’antropologia, la storia delle religioni, la letteratura e perfino la storia dell’arte.

La sua notorietà internazionale è legata soprattutto all’elaborazione della cosiddetta microstoria. In un’epoca nella quale la ricerca storica privilegiava i grandi processi economici e le strutture sociali di lunga durata, Ginzburg scelse invece di restringere il campo visivo. Non guardò le masse, ma i singoli individui; non le grandi sintesi, ma i frammenti apparentemente insignificanti. La convinzione era semplice e rivoluzionaria insieme: una vicenda minima può illuminare un intero sistema culturale.

A orientarlo furono letture decisive. Più volte ricordò l’importanza dei “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci, di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi e de “Il mondo magico” di Ernesto de Martino. Da quei libri trasse un’idea che non lo avrebbe più abbandonato: la storia deve sforzarsi di restituire il punto di vista dei subalterni, di coloro che normalmente non lasciano testimonianze dirette e che rischiano di scomparire nel silenzio delle fonti.

Il problema era metodologico prima ancora che politico. Le fonti storiche sono quasi sempre prodotte dalle istituzioni e dai gruppi dominanti. Come ricostruire allora la vita interiore dei vinti? La risposta di Ginzburg fu un invito a leggere i documenti “contropelo”, cercando nei dettagli, nelle contraddizioni e nelle incongruenze le tracce di mondi sommersi.

Nacque così quello che egli stesso definì “paradigma indiziario”. Lo storico, secondo questa prospettiva, assomiglia a un detective, a un medico o a un cacciatore: osserva segni minimi e, attraverso di essi, tenta di ricostruire una realtà più vasta. Un metodo che ha influenzato generazioni di studiosi e che ancora oggi rappresenta uno degli apporti più originali della storiografia contemporanea.

La prima grande dimostrazione di questo approccio arrivò con “I benandanti”, pubblicato nel 1966. Attraverso i verbali dell’Inquisizione, Ginzburg ricostruì l’esistenza di un antico culto agrario friulano del Cinquecento. Gli inquisitori avevano interpretato quelle pratiche secondo gli schemi della stregoneria diabolica. Lo storico, invece, cercò di intravedere dietro le accuse e le condanne i residui di una cultura popolare autonoma, dotata di una propria logica e di propri simboli.

Ancora più celebre divenne dieci anni dopo “Il formaggio e i vermi”. Al centro del libro c’è la figura di Domenico Scandella, detto Menocchio, un mugnaio friulano del XVI secolo processato per eresia. Dai verbali dell’interrogatorio emerge una cosmologia sorprendente, nella quale il mondo nasce come un formaggio dal quale prendono vita i vermi. Non è soltanto la storia di un individuo eccentrico. È la dimostrazione che anche un uomo privo di potere e di istruzione accademica può elaborare una personale interpretazione dell’universo.

Ginzburg era affascinato soprattutto da ciò che sfugge alle classificazioni. Nei fenomeni religiosi marginali, nei riti agrari, nelle credenze magiche e nelle narrazioni popolari egli intravedeva la sopravvivenza di strati profondi dell’esperienza umana. Tale interesse trovò la sua espressione più ambiziosa in “Storia notturna”, pubblicato nel 1989. In quel libro inseguì le tracce di antichissimi riti sciamanici e del tema della discesa agli inferi, ipotizzando una continuità sotterranea tra miti, racconti e rappresentazioni della stregoneria.

Le sue tesi suscitarono discussioni e obiezioni. Alcuni studiosi gli rimproverarono interpretazioni troppo ardite o collegamenti eccessivamente estesi. Ma il dibattito non fece che confermare la forza del suo pensiero. Ginzburg aveva il raro talento di porre domande che costringevano gli altri a ripensare le proprie certezze.

Non fu però un teorico del relativismo. Negli anni in cui il postmodernismo metteva in discussione la possibilità stessa di una verità storica, egli difese con decisione il valore delle prove e dei documenti. Libri come “Il giudice e lo storico”, “Rapporti di forza” e “Il filo e le tracce” testimoniano questa convinzione: il passato non è una costruzione arbitraria, ma una realtà da indagare criticamente attraverso le fonti.

Anche i suoi interventi sul tema della Shoah e contro i revisionismi nascevano da questa fiducia nella testimonianza e nella responsabilità del lavoro storico. Distinguere tra fatti e manipolazioni, tra documenti e costruzioni retoriche, gli sembrava un dovere civile prima ancora che accademico.

Resta, al termine della sua lunga avventura intellettuale, l’immagine di uno studioso di vecchio stampo, capace di muoversi con disinvoltura tra discipline diverse senza rinunciare al rigore. Carlo Ginzburg ha insegnato che la storia non vive soltanto nei palazzi del potere o nei grandi eventi, ma anche nei margini, nei dettagli e nelle esistenze dimenticate. È lì, nelle pieghe più nascoste del passato, che si trovano spesso le chiavi per comprendere il presente.


Articolo a cura della Redazione Experiences

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