
Al Parco Archeologico del Colosseo una grande mostra riunisce trecento opere provenienti dall’Italia e dalla Turchia e ricostruisce il lungo viaggio che dal racconto omerico conduce alle radici simboliche di Roma
Ci sono storie che sembrano non finire mai. Cambiano lingua, attraversano i secoli, passano da un popolo all’altro e continuano a parlarci. La guerra di Troia è una di queste. La mostra allestita al Parco Archeologico del Colosseo ne ripercorre la memoria, tra archeologia, mito e identità mediterranea.
Marta Bellomi
Ogni civiltà possiede un luogo dell’immaginazione nel quale continua a tornare. Per i Greci e per i Romani quel luogo si chiama Troia. Una città perduta e ritrovata, reale e fantastica insieme, capace da quasi tremila anni di esercitare un fascino che non sembra conoscere declino. È intorno a questa forza narrativa che il Parco Archeologico del Colosseo ha costruito la mostra “Troia e Roma”, probabilmente la più importante esposizione archeologica della stagione romana.
L’iniziativa, promossa dal Ministero della Cultura attraverso il Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, l’Istituto Centrale per la valorizzazione economica e la promozione del patrimonio culturale e il Parco Archeologico del Colosseo, si inserisce nelle attività del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo allargato e nasce anche con un preciso obiettivo diplomatico e culturale: consolidare il dialogo tra Italia e Turchia, due Paesi uniti da un patrimonio storico di straordinaria importanza. Circa duecento delle trecento opere esposte provengono infatti da musei e istituzioni turche.
La mostra si apre là dove tutto comincia, in quella vicenda che l’Occidente continua a rileggere e reinterpretare. Durante il banchetto per le nozze di Peleo e Teti, il giovane Paride è chiamato a decidere quale sia la più bella tra Era, Atena e Afrodite. La scelta ricade su Afrodite, che gli promette l’amore di Elena, moglie del re di Sparta Menelao. Da quel gesto, apparentemente privato, nasce una guerra destinata a entrare nell’immaginario universale.
La spedizione degli Achei guidata da Agamennone, l’assedio durato dieci anni, il cavallo di legno escogitato da Ulisse e la distruzione della città costituiscono uno dei grandi racconti fondativi dell’umanità. Eppure la mostra invita a porsi una domanda che gli studiosi si sono fatti per secoli: quanto c’è di storico in questa vicenda?
Le indagini archeologiche condotte a partire dall’Ottocento hanno progressivamente dimostrato che Troia non appartiene soltanto al territorio del mito. La città è realmente esistita e occupava una posizione strategica straordinaria, nei pressi dello stretto dei Dardanelli, tra il Mar Egeo e il Mar Nero, al centro delle rotte commerciali che collegavano Anatolia, mondo egeo e Mediterraneo.
L’esposizione accompagna il visitatore dentro questa scoperta attraverso reperti, ricostruzioni, immagini storiche e documenti degli scavi. Le fotografie della collina di Hisarlik, le vedute della pianura attraversata dal fiume Scamandro e le immagini delle campagne archeologiche ottocentesche raccontano quanto sia stato lungo il percorso che ha riportato alla luce la città cantata da Omero.
Naturalmente sono soprattutto gli oggetti a colpire. Sigilli, armi, ceramiche, gioielli, corredi funerari, vasi da offerta, statuette antropomorfe e preziosi unguentari restituiscono l’immagine di una comunità complessa e prospera. Troia appare come un importante centro politico ed economico, dove agricoltura, artigianato e commerci convivevano in un equilibrio raffinato. Ogni oggetto esposto sembra ricordare che la vita quotidiana è spesso il modo più diretto per comprendere le grandi vicende della storia.
Tra i reperti più affascinanti vi sono le celebri oreficerie in filigrana riportate alla luce da Heinrich Schliemann. Orecchini, pendenti, collane e sottilissimi grani d’oro testimoniano un livello tecnico che ancora oggi suscita meraviglia. Sono manufatti minuscoli e preziosi che parlano di gusto, ricchezza e abilità artigianale. Visti da vicino, sembrano quasi smentire l’idea di un mondo antico lontano e incomprensibile.
L’archeologia, del resto, vive di questo paradosso. Più scava nel tempo e più avvicina le persone. Un bruciaprofumi, una collana, un vaso decorato raccontano desideri e abitudini che non sono poi così diversi dai nostri: il bisogno di bellezza, la cura dei riti, il rapporto con la morte e con la memoria.
Per secoli Troia è rimasta confinata nel regno della leggenda. Furono le prime intuizioni dell’inglese Frank Calvert a individuare nella collina di Hisarlik il possibile sito dell’antica Ilio. Dal 1871 Heinrich Schliemann avviò le celebri campagne di scavo che portarono alla scoperta del cosiddetto Tesoro di Priamo. Successivamente gli studi di Carl Blegen negli anni Trenta del Novecento identificarono nelle fasi archeologiche denominate Troia VI e VII le testimonianze più plausibili di una città che potrebbe aver ispirato il racconto epico.
Ma il senso più profondo della mostra sta forse altrove. Troia non rappresenta soltanto il passato. È il luogo in cui il Mediterraneo riconosce una parte della propria origine culturale. I poemi omerici hanno alimentato per secoli la letteratura, l’arte e il pensiero europeo. E Roma stessa, attraverso il mito di Enea narrato da Virgilio nell’Eneide, ha voluto riconoscere nella città distrutta la propria remota ascendenza.
Il percorso espositivo suggerisce così che le civiltà non nascono mai da sole. Sono il risultato di incontri, eredità, contaminazioni e memorie condivise. Forse è proprio questa la lezione più attuale di una mostra dedicata a una guerra antichissima: ricordarci che le storie più grandi non appartengono mai a un solo popolo, ma diventano, con il passare del tempo, patrimonio di tutti.
La mostra “Troia e Roma” è visitabile al Parco Archeologico del Colosseo fino al 18 ottobre 2026, tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.15.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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