
Fra riqualificazioni urbane e mode del paesaggio, molti waterfront stanno cambiando volto. Il problema non è il rinnovamento in sé, ma la progressiva scomparsa delle caratteristiche ambientali e botaniche che per secoli hanno definito il rapporto tra città e mare.
La trasformazione dei lungomari è uno dei grandi temi dell’urbanistica contemporanea. Dietro interventi spesso apprezzati dal pubblico si nasconde però una questione più profonda: come conciliare qualità estetica, adattamento climatico e tutela dell’identità paesaggistica? La risposta passa anche attraverso la scelta delle piante.
Sergio Bertolami
Quando una città decide di intervenire sul proprio lungomare, il risultato viene quasi sempre presentato come un simbolo di rinascita. Nuove pavimentazioni, arredi contemporanei, percorsi pedonali, aree per il tempo libero e una vegetazione accuratamente selezionata promettono di restituire vitalità a spazi spesso degradati. Il termine inglese waterfront è ormai entrato stabilmente nel lessico dell’urbanistica italiana, evocando immagini di città moderne e aperte al turismo internazionale. Eppure, dietro questa parola apparentemente neutra, si cela un interrogativo che riguarda il futuro delle nostre coste: quanto delle identità locali sopravvive dopo questi interventi?
Il problema non riguarda naturalmente i grandi progetti di rigenerazione urbana che hanno restituito alla collettività aree industriali o portuali ormai inutilizzate. Un esempio frequentemente citato è quello del nuovo waterfront di Genova, firmato da Renzo Piano, dove l’obiettivo principale è stato ricucire il rapporto tra la città e il mare dopo decenni di separazione dovuta alle infrastrutture portuali. Interventi di questa scala rispondono a esigenze urbanistiche complesse e rappresentano spesso una necessità.
Diverso è il caso dei numerosi rifacimenti di minore dimensione che interessano piccoli porti turistici, passeggiate a mare e piazze costiere disseminate lungo tutta la penisola. Qui la logica progettuale sembra talvolta seguire modelli replicabili ovunque, quasi che ogni città dovesse assomigliare a un’altra. L’obiettivo dichiarato è rendere gli spazi più ordinati, più funzionali e più attrattivi, ma il risultato rischia di produrre una crescente uniformità paesaggistica.
La questione non riguarda soltanto l’architettura o i materiali utilizzati. È la vegetazione a rivelare con maggiore evidenza questo processo di omologazione. Nei nuovi interventi il verde viene spesso concepito come elemento decorativo, selezionato in funzione dell’impatto visivo immediato più che della relazione con l’ambiente circostante. Le piante finiscono così per trasformarsi in semplici oggetti d’arredo, isolate all’interno di vaste superfici minerali dominate da pietra, cemento e pavimentazioni continue.
È una tendenza che appare in contrasto con il modo in cui la vegetazione si è evoluta spontaneamente lungo le coste mediterranee. Il paesaggio naturale è infatti il risultato di un equilibrio costruito nel corso dei secoli tra clima, vento, salsedine, disponibilità idrica e suolo. Le specie che oggi consideriamo “tradizionali” sono sopravvissute proprio perché hanno dimostrato una straordinaria capacità di adattamento a condizioni ambientali spesso severe.
Le tamerici rappresentano uno degli esempi più significativi. Con la loro resistenza agli aerosol salini e ai venti marini hanno accompagnato per generazioni le coste italiane, creando quinte vegetali leggere ma efficaci. Analogamente i platani orientali (Platanus orientalis), quando trovano disponibilità d’acqua, offrono ombra e una qualità paesaggistica difficilmente sostituibile, mentre pini domestici, pini d’Aleppo, carrubi, sughere e lecci costituiscono da secoli elementi caratterizzanti del Mediterraneo.
Eppure molte di queste specie sembrano oggi penalizzate da una sorta di pregiudizio estetico. Vengono considerate troppo comuni, troppo rustiche o semplicemente fuori moda. Al loro posto compaiono essenze esotiche, alberature di tendenza o composizioni vegetali pensate soprattutto per stupire nei primi anni dopo la realizzazione dell’opera. È una scelta che risponde spesso ai linguaggi contemporanei del paesaggismo, ma che non sempre tiene conto della manutenzione futura e della resilienza climatica.
Il cambiamento climatico rende questa riflessione ancora più urgente. L’aumento delle temperature, la crescente frequenza delle ondate di calore e la maggiore intensità degli eventi meteorologici estremi impongono infatti una diversa concezione del verde urbano. Oggi sappiamo che alberature mature e adattate al territorio svolgono un ruolo fondamentale nella mitigazione dell’isola di calore, nella riduzione dell’evaporazione dei suoli, nell’assorbimento dell’anidride carbonica e nel miglioramento della qualità dell’aria. Secondo la FAO e numerosi studi pubblicati dall’European Environment Agency, la biodiversità urbana rappresenta ormai una componente essenziale delle strategie di adattamento climatico delle città europee.
In questo scenario, la scelta delle specie vegetali non dovrebbe essere guidata esclusivamente dall’effetto scenografico. Un albero non è una scultura vivente destinata ad arredare una piazza. È un organismo complesso che vive in relazione con altre piante, con il terreno, con gli insetti impollinatori, con gli uccelli e con il microclima locale. La botanica insegna che molte specie esprimono il massimo delle proprie funzioni ecologiche quando crescono in comunità vegetali e non come esemplari isolati circondati dal cemento.
Anche la macchia mediterranea offre una lezione preziosa. Fillirea, lentisco, mirto, viburno tino, corbezzolo, cisto e numerosi altri arbusti hanno costruito nei secoli ecosistemi estremamente stabili, capaci di resistere alla siccità e agli incendi grazie alla loro evoluzione comune. Eppure queste presenze vengono frequentemente considerate troppo spontanee o poco spettacolari rispetto a soluzioni paesaggistiche più appariscenti.
Non mancano, tuttavia, esempi che dimostrano la validità di un approccio diverso. In alcuni giardini della costa toscana e tirrenica sono stati recuperati impianti vegetali capaci di valorizzare proprio le specie autoctone, limitando gli interventi alle essenze già presenti sul territorio. In contesti come l’Argentario o Porto Santo Stefano, ad esempio, il rosmarino, i fichi, gli olivastri e gli arbusti della macchia contribuiscono a mantenere una continuità tra il paesaggio naturale e quello progettato. Anche lungo la Costiera Amalfitana la vite continua a rappresentare non solo una coltura produttiva, ma un elemento identitario del paesaggio storico.
L’impressione è che, negli ultimi decenni, il progetto del verde abbia progressivamente privilegiato l’innovazione formale rispetto alla memoria dei luoghi. Si cerca spesso l’effetto immediato, quello che funziona nelle fotografie di inaugurazione o nei rendering digitali, trascurando il modo in cui quello spazio evolverà dopo dieci, venti o trent’anni. Eppure il paesaggio è una costruzione lenta, fatta di crescita biologica, adattamenti successivi e stratificazioni culturali.
Le città costiere italiane possiedono una straordinaria varietà di ambienti, frutto di condizioni geografiche molto differenti. La Riviera ligure, l’alto Adriatico, il Tirreno, la Sardegna e la Sicilia raccontano storie climatiche, botaniche e culturali che difficilmente possono essere ricondotte a un unico modello progettuale. Conservare questa diversità significa preservare un patrimonio che appartiene tanto all’ecologia quanto alla cultura.
La vera modernità, probabilmente, non consiste nel rendere tutti i lungomari simili fra loro, ma nel valorizzarne le differenze. Recuperare la conoscenza delle specie autoctone, rispettare gli equilibri ecologici e progettare con maggiore attenzione ai caratteri del territorio non significa rinunciare alla qualità estetica. Al contrario, significa costruire spazi pubblici più durevoli, più sostenibili e più autentici. In un’epoca in cui molte città del mondo tendono ad assomigliarsi, il paesaggio costiero italiano può continuare a distinguersi proprio grazie a ciò che lo ha reso unico: la capacità di far dialogare natura, storia e cultura senza sacrificare l’una all’altra.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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