



Al MAN di Nuoro una mostra racconta come il Novecento abbia immaginato il domani, dalle utopie tecnologiche della corsa allo spazio fino alle inquietudini dell’ipermodernità
Per gran parte del Novecento il futuro non era un’incognita, ma una destinazione. La mostra “FUTURAMA. Nostalgia di futuro”, ospitata dal MAN di Nuoro, ripercorre quella stagione di fiducia nel progresso, interrogandosi su ciò che oggi resta di quell’immaginario e sul bisogno di tornare a progettare il domani con consapevolezza.
Ci sono epoche in cui il futuro sembra arrivare con naturalezza, quasi fosse la conseguenza inevitabile del presente. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta questa convinzione attraversò l’arte, il design, l’architettura, la moda e perfino i giocattoli, trasformando la tecnologia in un simbolo di emancipazione e benessere. È proprio da questa stagione di entusiasmo che prende avvio FUTURAMA. Nostalgia di futuro, la mostra che il MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro presenta dal 4 luglio al 15 novembre 2026, a cura di Chiara Gatti ed Elisabetta Masala in collaborazione con Storyville. L’esposizione conclude un percorso iniziato con SENSORAMA e proseguito con DIORAMA, dedicato alle modalità attraverso cui l’essere umano interpreta il rapporto con la realtà, l’ambiente e il tempo.
Il titolo richiama volutamente uno degli eventi più celebri della cultura americana del Novecento: Futurama, la spettacolare installazione realizzata dalla General Motors per la New York World’s Fair del 1939. Ideata dal designer industriale Norman Bel Geddes, offriva ai visitatori un volo immaginario sopra le metropoli del futuro, attraversate da autostrade sopraelevate, quartieri ordinati e città costruite attorno all’automobile. Oltre cinque milioni di persone visitarono quell’allestimento, che trasformò il progresso tecnologico in un’esperienza immersiva e contribuì a consolidare l’idea che il domani sarebbe stato inevitabilmente migliore del presente. La mostra nuorese utilizza quella visione come punto di partenza per interrogarsi su come il futuro sia stato immaginato, rappresentato e, infine, rimesso in discussione.
Il secondo dopoguerra alimentò infatti una fiducia senza precedenti nella scienza e nella tecnica. La ricostruzione economica, l’espansione industriale, l’energia nucleare, la diffusione dell’elettronica e i primi passi dell’informatica sembravano destinati ad aprire una nuova fase della storia umana. A rafforzare questa percezione contribuì la corsa allo spazio, divenuta il simbolo stesso della modernità.
In questo clima nacquero alcune delle esperienze artistiche più innovative del Novecento italiano. Lucio Fontana fu tra i primi a comprendere che la conquista del cosmo non avrebbe modificato soltanto la tecnologia, ma anche il modo di pensare l’arte. Già nel secondo Manifesto dello Spazialismo del 1948 il gruppo immaginava artisti capaci di osservare la Terra “dall’alto”, ispirandosi alle prime fotografie realizzate nel 1946 dai razzi V2 utilizzati dagli Stati Uniti per la ricerca scientifica. Quelle immagini, pubblicate nel 1947, cambiarono radicalmente la percezione dello spazio e alimentarono una nuova sensibilità estetica.
Da questa intuizione nacquero i celebri Concetti spaziali, le superfici perforate che aprivano letteralmente la pittura verso una dimensione infinita. Fontana immaginava un’arte fatta di luce, energia e ambiente, anticipando molti linguaggi dell’arte contemporanea. Attorno a lui si sviluppò un’intera stagione di sperimentazioni che coinvolse artisti come Giulio Turcato, Gino Marotta, Gianni Colombo, Agostino Bonalumi, Getulio Alviani, Paolo Scheggi e Piero Gilardi, molti dei quali presenti nell’esposizione del MAN.
La mostra racconta come quella fiducia nel progresso abbia investito ogni ambito della cultura materiale. I nuovi polimeri, il metacrilato e le materie plastiche entrarono nelle opere d’arte così come negli oggetti di design. Gli interni domestici si trasformarono in ambienti modulari, leggeri e flessibili, mentre la moda adottava geometrie essenziali e materiali sintetici, immaginando un’eleganza quasi astronautica. Non è un caso che il percorso espositivo comprenda anche una sezione dedicata al design degli anni Sessanta e una selezione di abiti curata da Michela Gattermayer, a testimonianza del dialogo continuo tra ricerca artistica, progetto industriale e cultura del consumo.
Parallelamente, la fantascienza usciva dai romanzi per diventare un fenomeno di massa. Le collane editoriali come Urania, rappresentate in mostra attraverso materiali provenienti dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, contribuirono a diffondere l’idea di un futuro abitato da robot, città automatizzate e viaggi interplanetari. Anche i primi robot giocattolo giapponesi degli anni Cinquanta traducevano in forma ludica questa fiducia nella macchina, anticipando l’immaginario dei grandi protagonisti dell’animazione nipponica degli anni successivi.
La corsa allo spazio costituì naturalmente uno dei motori principali di questa trasformazione culturale. Il lancio dello Sputnik nel 1957, il volo di Jurij Gagarin nel 1961 e l’intera competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica modificarono profondamente l’immaginario collettivo. Le fotografie della Terra osservata dall’orbita e i racconti dei primi astronauti offrirono agli artisti una prospettiva completamente nuova. Fontana tradusse quella percezione in ambienti di luce e installazioni al neon; Giulio Turcato sviluppò le celebri Superfici lunari; Enrico Baj reagì con ironia attraverso il Manifesto dell’arte interplanetaria, opponendo la fantasia dell’arte al tecnicismo della conquista spaziale. Anche Mario Schifano, Fabio Mauri, Sergio Lombardo e Franco Angeli elaborarono linguaggi differenti per riflettere sulle implicazioni politiche e simboliche della nuova era cosmica.
Accanto all’entusiasmo, tuttavia, cominciavano ad affiorare le prime inquietudini. Se inizialmente la tecnologia appariva come uno strumento di liberazione dal lavoro, dalla fatica e persino dai limiti biologici dell’uomo, con il passare dei decenni emersero anche i costi ambientali e sociali dello sviluppo industriale. La crescita urbana incontrollata, il consumo delle risorse, le nuove forme di alienazione e le disuguaglianze produssero una revisione critica delle grandi narrazioni del progresso. Artisti come Piero Gilardi intercettarono precocemente queste contraddizioni, aprendo la strada a una riflessione ecologica che oggi appare sorprendentemente attuale.
La mostra individua proprio in questo passaggio il momento in cui il futuro smette di essere una certezza condivisa per trasformarsi in un territorio ambiguo. Alla fiducia modernista subentrano le distopie, mentre il presente è segnato da crisi economiche, guerre, pandemie, cambiamenti climatici e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide. È il contesto che i curatori definiscono “ipermodernità”: una condizione nella quale l’accelerazione continua produce contemporaneamente entusiasmo e spaesamento, innovazione e perdita di punti di riferimento.
Da qui nasce il concetto di “nostalgia di futuro”, che dà il titolo all’esposizione. Non si tratta della nostalgia del passato, ma del rimpianto per un’epoca nella quale esisteva ancora la convinzione che il domani potesse essere costruito collettivamente. Il futuro non era percepito come una minaccia, bensì come un progetto comune.
Attraverso oltre venti protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento – da Lucio Fontana a Mario Schifano, da Gino Marotta a Gianni Colombo, da Pino Pascali a Giulio Turcato, fino ai fratelli Castiglioni e a Grazia Varisco – FUTURAMA propone così una riflessione che supera la semplice ricostruzione storica. L’obiettivo non è celebrare un’età dell’oro della modernità, ma comprendere come l’immaginario del futuro abbia influenzato il modo di progettare, abitare e interpretare il mondo. In un presente dominato dall’incertezza, la mostra invita a recuperare quella capacità di immaginazione critica che, più della tecnologia stessa, rappresenta forse il lascito più prezioso del Novecento.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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