Si scopre che l’itinerario omerico fa acqua da tutte le parti, e non per colpa di Poseidone

Dalle incongruenze dell’Odissea alle più recenti tesi archeologiche, il mito della patria perduta si sposta nella vicina Cefalonia, lasciando l’isola odierna orfana del suo re più celebre.

Un’accurata revisione dei testi omerici e della geomorfologia ionica suggerisce che il leggendario regno di Ulisse non coincida affatto con l’attuale isola di Itaca. La metafora universale del ritorno a casa sembra aver trovato una nuova, sorprendente collocazione geografica nella penisola di Paliki, svelando i paradossi di un’archeologia da sempre in bilico tra poesia e realtà.


Paolo Ferranti

C’è un sottile piacere intellettuale nel veder crollare le certezze geografiche su cui intere generazioni di liceali hanno versato lacrime di finta commozione. Per secoli l’umanità ha identificato la brulla e rocciosa Itaca dello Ionio centrale come la patria legittima del re più astuto e bugiardo del mito. Eppure, grattando appena sotto la vernice della retorica scolastica, si scopre che l’itinerario omerico fa acqua da tutte le parti, e non per colpa di Poseidone. Da Strabone fino ai moderni cacciatori di rovine, l’identificazione dell’Itaca moderna con il regno cantato nell’Odissea è sempre stata un dogma accettato per pura pigrizia culturale. Peccato che l’isola attuale non assomigli neanche da lontano alla descrizione dettagliata che Omero ci ha lasciato in eredità, costringendo i geografi a funambolismi interpretativi pur di salvare il mito.

La prima, vistosa crepa nell’idillio itacese la firma lo stesso Odisseo quando, ospite alla corte del re Alcinoo, si lancia in una presentazione della propria terra che suona come una vera e propria sfida per qualsiasi navigatore. L’eroe dichiara che Itaca giace sul mare in basso, distesa verso occidente, mentre le altre isole dell’arcipelago, come Dulichio, Same e la boscosa Zante, sorgono separate, rivolte verso l’oriente e il sole. Ora, basta aprire un comune atlante per rendersi conto che l’Itaca odierna si trova esattamente a est rispetto alla grande e vicina isola di Cefalonia. È a dir poco bizzarro che il navigatore più esperto dell’antichità abbia confuso i punti cardinali a tal punto da scambiare l’oriente con l’occidente proprio sulla soglia di casa sua. A meno di non voler accusare il poeta di un catastrofico disorientamento spaziale, la conclusione è inevitabile: l’Itaca cantata nei versi antichi deve essere cercata altrove.

La soluzione del millenario enigma è emersa con forza grazie alle ricerche dell’archeologo dilettante Robert Bittlestone, supportato dalle rigorose competenze del grecista James Diggle dell’Università di Cambridge e del geologo John Underhill dell’Università di Edimburgo. Gli studiosi, nel saggio Odysseus Unbound, hanno formulato una tesi tanto affascinante quanto geometricamente spietata: la vera Itaca di Omero coincide in realtà con la penisola di Paliki, l’appendice più occidentale dell’odierna isola di Cefalonia. Questa porzione di terra soddisfa pienamente l’identikit omerico, protendendosi verso il tramonto e offrendo quei panorami bassi e aperti descritti nell’epopea del ritorno. Ma come è possibile che un’isola sia diventata una penisola nel corso dei millenni? La risposta risiede nella cronica instabilità geologica dell’area ionica. Underhill ha dimostrato che la penisola di Paliki un tempo era separata dal resto di Cefalonia da uno stretto canale marino, successivamente colmato e cancellato da una successione catastrofica di frane, smottamenti e violenti terremoti causati dallo scontro delle placche tettoniche. Un ponte di detriti ha unito le due terre, seppellendo per sempre il canale e, con esso, la vera identità geografica del regno di Ulisse.

Questa clamorosa rilocazione non è un’esclusiva della ricerca britannica. Anche lo studioso greco Nikolaos G. Livadas, nel suo illuminante lavoro intitolato Cefalonia l’Itaca di Omero: l’enigma risolto, è giunto alle medesime conclusioni partendo da considerazioni squisitamente filologiche e testuali. Livadas fa notare che nell’Iliade Ulisse non viene mai definito “re degli Itacesi”, bensì “capo dei fieri Cefalleni”, un dettaglio politico di non poco conto che lega indissolubilmente il suo casato all’isola maggiore. Cercare un regno autonomo e sfarzoso sulla minuscola ed arida Itaca odierna significa ignorare deliberatamente la logica del potere miceneo. Gli scavi archeologici condotti finora sull’attuale Itaca hanno restituito soltanto frammenti modesti e qualche grotta votiva, ma nessuna traccia di un palazzo reale paragonabile alle maestose fortezze di Micene o di Tirinto, un’assenza imperdonabile per la dimora di un re che pretendeva di guidare una flotta imponente nella guerra di Troia.

I sedici argomenti incontestabili estratti direttamente dal testo dell’Odissea sostengono con precisione matematica la candidatura di Paliki. Omero descrive un’isola ricca di corsi d’acqua perenni e grandi falde acquifere, un profilo idrografico che calza a pennello con la generosa natura di Cefalonia, mentre l’arida Itaca soffre storicamente la sete. C’è poi la celebre questione della fauna. Quando il vecchio cane Argo veniva portato a caccia dai giovani corteggiatori, la narrazione specifica che la muta inseguiva non solo le lepri, ma anche caprioli e capre selvatiche, animali che richiedono ampi spazi boschivi e territori vasti per prosperare, del tutto incompatibili con i confini angusti e i dirupi della piccola Itaca moderna. Persino i dettagli logistici del poema confermano l’ipotesi: la distanza tra il recinto del fedele porcaro Eumeo e il palazzo reale viene quantificata in alcune ore di cammino lungo un sentiero impervio, una sfacchinata geograficamente assurda se applicata alle microscopiche distanze dell’isola tradizionale, ma perfettamente coerente con le ampie distese di Paliki.

L’industria del turismo culturale di Itaca non ha accolto queste rivelazioni con particolare entusiasmo, preferendo logicamente difendere il brand letterario che garantisce il flusso di viaggiatori romantici alla ricerca del souvenir della nostalgia. Eppure, per il lettore critico e disincantato, scoprire che l’Itaca omerica è un luogo-metafora che ha cambiato pelle e coordinate geografiche non fa che accrescere il fascino dell’opera. Il viaggio di Ulisse si spoglia della rigidità del resoconto di viaggio per riappropriarsi della sua natura più autentica: quella di una mappa dell’anima, dove la meta finale non è un punto fisso sulle carte sismiche dello Ionio, ma un’illusione ottica creata dalla poesia. La geopolitica del mito si dimostra, ancora una volta, assai più duttile della sorda materia rocciosa, e Paliki si prende la sua rivincita storica, lasciando l’Itaca ufficiale al suo ruolo di splendido equivoco della letteratura occidentale.


Articolo a cura della Redazione Experiences

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