
A Spoleto una mostra racconta il laboratorio creativo del Nobel attraverso fondali, bozzetti e macchine sceniche che trasformano la pittura in azione teatrale
Non tutte le idee prendono forma con le parole. Alcune nascono da un segno, da un colore, da una superficie dipinta che anticipa il movimento degli attori. È questo il punto di vista scelto dalla mostra dedicata a Dario Fo, che restituisce al pubblico una delle dimensioni meno note, ma più decisive, della sua attività artistica.
Esiste un momento, prima ancora che il sipario si apra, in cui il teatro prende forma sulla carta. È il territorio del disegno, della pittura, della costruzione dello spazio scenico. Proprio da questa prospettiva prende avvio “Dario Fo pittore: le macchine teatrali”, allestita alla Rocca Albornoz – Museo Nazionale del Ducato di Spoleto, dove resterà aperta fino al 25 aprile 2027. Curata da Stefano Bertea e Mattea Fo, l’esposizione inaugura il programma umbro delle celebrazioni dedicate al centenario della nascita del Premio Nobel per la Letteratura del 1997, riportando l’attenzione su un aspetto fondamentale della sua ricerca creativa: la pittura come motore dell’invenzione teatrale.

L’iniziativa è promossa dalla Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali e dalla Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, insieme ai Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali dell’Umbria, alla Regione Umbria, al Festival dei Due Mondi di Spoleto e alla Fondazione Dario Fo e Franca Rame ETS, con la collaborazione della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Veneto e del Trentino-Alto Adige e dell’Archivio di Stato di Verona. L’appuntamento si inserisce inoltre nel cartellone del Festival dei Due Mondi, luogo particolarmente significativo nella biografia artistica di Fo: proprio a Spoleto, nel 1999, debuttò infatti Lu Santo Jullare Francesco, il cui grande fondale scenico viene ora nuovamente esposto dopo ventisette anni.
La mostra propone una lettura del lavoro di Fo che supera la tradizionale distinzione tra arti visive e teatro. Per il drammaturgo lombardo, infatti, la pittura non costituiva un’attività parallela alla scrittura o alla regia, ma ne rappresentava una componente essenziale. Disegnare significava progettare lo spettacolo, definire i ritmi della narrazione, costruire lo spazio nel quale gli attori avrebbero agito. Fondali, bozzetti, arazzi scenografici e sagome mobili non erano semplici elementi decorativi, bensì strumenti drammaturgici destinati a partecipare attivamente alla costruzione della scena.



Il percorso espositivo attraversa oltre mezzo secolo di produzione artistica e teatrale, riunendo materiali provenienti da quattro spettacoli emblematici: Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), Mamma! I Sanculotti! (1993), Lu Santo Jullare Francesco (1999) e La figlia del Papa (2014). L’evoluzione delle cosiddette “macchine teatrali” emerge con particolare chiarezza: dagli arazzi scenografici degli anni Sessanta ai grandi fondali ispirati ai canovacci illustrati dei cantastorie medievali, fino alle sagome carrellate degli ultimi allestimenti, che trasformano la scenografia in un organismo dinamico capace di dialogare con gli interpreti.
Questa attenzione al valore narrativo dell’immagine affonda le radici nella formazione stessa di Dario Fo. Prima ancora di essere universalmente riconosciuto come autore, attore e regista, Fo studiò pittura e arti figurative all’Accademia di Brera e sviluppò un linguaggio visivo fortemente influenzato dall’arte popolare, dall’affresco medievale, dalla satira illustrata e dalla tradizione dei giullari. Nel suo teatro convivono riferimenti alla cultura figurativa europea, alla pittura murale, ai cartelloni narrativi e alle tecniche della comunicazione popolare, in una sintesi che rende inseparabili parola, gesto e immagine.
Il concetto di “macchina teatrale”, al centro della mostra, richiama anche una lunga tradizione della storia dello spettacolo. Dal teatro rinascimentale alle scenografie barocche, il termine indicava i dispositivi capaci di produrre illusioni prospettiche, cambi di scena ed effetti spettacolari. Fo ne offre una reinterpretazione personale: la macchina non è più soltanto un meccanismo tecnico, ma un sistema creativo nel quale pittura, narrazione e regia si fondono in un unico progetto. Il fondale diventa protagonista dell’azione, mentre le figure dipinte contribuiscono a definire il ritmo e il significato della rappresentazione.
A cento anni dalla nascita di Dario Fo (1926-2016), questa esposizione restituisce così un’immagine più completa di uno dei maggiori protagonisti della cultura italiana del Novecento. Premio Nobel, autore, attore, regista, scenografo e pittore, Fo ha costruito un linguaggio artistico capace di attraversare discipline differenti senza mai separarle realmente. La mostra di Spoleto invita a osservare proprio questo laboratorio creativo, dove ogni spettacolo nasce prima sulla superficie di un foglio e soltanto dopo raggiunge il palcoscenico. Un percorso che permette di comprendere come, nel suo lavoro, la pittura non illustrasse il teatro, ma ne costituisse l’origine stessa, continuando ancora oggi a suggerire nuove chiavi di lettura della sua eredità culturale.
| Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali Umbria https://www.musei.umbria.beniculturali.it drm-umb.muducatospoleto@cultura.gov.it |
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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