





Nell’Oratorio di Santa Barbara Andrea Tagliapietra e Mariarosa Vio costruiscono un percorso espositivo che nasce dall’assenza della reliquia della santa e si trasforma in una riflessione sulla fragilità umana. Un progetto che mette in dialogo spazio sacro, cronaca contemporanea e responsabilità dello sguardo.
L’arte contemporanea raramente trova un interlocutore più eloquente del vuoto. Quando un luogo perde temporaneamente la propria funzione rituale, può acquistare una nuova capacità di interrogare il presente. È da questa inattesa condizione che prende forma Miserere, progetto espositivo concepito per l’Oratorio di Santa Barbara a Burano, dove l’assenza della reliquia della santa non viene nascosta né compensata, ma assunta come principio generatore di una riflessione sulla vulnerabilità dell’essere umano.
Ci sono luoghi che raccontano una storia attraverso ciò che custodiscono e altri che, per un breve intervallo di tempo, parlano soprattutto attraverso ciò che manca. Ogni estate l’Oratorio di Santa Barbara a Burano vive una condizione insolita: le reliquie della santa vengono trasferite a Roma e l’altare rimane privo della presenza che per secoli ne ha definito la funzione devozionale. Quello che potrebbe apparire come un semplice spostamento liturgico diventa invece il fondamento concettuale di Miserere, mostra di Andrea Tagliapietra e Mariarosa Vio, promossa da BAC – Burano Arte Contemporanea e visitabile dal 1° agosto al 6 settembre 2026.
L’intuizione del progetto risiede proprio nella scelta di non colmare quel vuoto con una nuova icona. Al contrario, gli artisti decidono di abitarlo. L’assenza della reliquia diventa una metafora della condizione umana contemporanea, segnata da precarietà, conflitti, migrazioni, emarginazione e fragilità sociale. Il titolo della mostra richiama l’antica invocazione latina Miserere fragilitatis nostrae – “abbi pietà della nostra fragilità” – ma ne modifica radicalmente il destinatario. La supplica non sale più dall’uomo verso Dio: si rivolge orizzontalmente agli altri esseri umani, chiamando ciascun visitatore a esercitare empatia, responsabilità e prossimità. È uno spostamento semantico che trasforma un’espressione liturgica in una domanda etica rivolta alla società contemporanea.

Questa prospettiva si inserisce in una riflessione più ampia sul concetto di pietas, termine che nella cultura classica non indicava soltanto la devozione religiosa, ma anche il senso del dovere verso gli altri, la comunità e la memoria. La tradizione artistica occidentale ha attraversato i secoli rappresentando la misericordia e la compassione, dalle opere di Giotto alle grandi interpretazioni di Caravaggio, fino alle numerose declinazioni della Pietà, nelle quali il dolore individuale assume una dimensione universale. Miserere raccoglie questa eredità, ma la trasporta nel presente, sostituendo i protagonisti della storia sacra con le figure anonime che popolano quotidianamente la cronaca.
Il punto di partenza, infatti, è il flusso continuo di immagini che attraversa giornali, televisioni e social network. Guerre, naufragi, catastrofi ambientali, povertà, violenza e migrazioni finiscono spesso per essere assimilati come un consumo visivo, perdendo progressivamente la capacità di suscitare indignazione. La mostra prova a interrompere questo processo di assuefazione, restituendo individualità e presenza a chi rischia di trasformarsi in una statistica o in un’immagine destinata a scorrere rapidamente sullo schermo.
Le tre sculture costituiscono il nucleo emotivo del percorso espositivo e affrontano il tema dell’infanzia violata. Un bambino, ancora avvolto nel proprio giubbotto di salvataggio, stringe il corpo del furetto morto durante un’alluvione, trasformando una tragedia collettiva in un gesto di intima disperazione. Un piccolo migrante indossa guantoni da pugilato decorati con i colori della bandiera statunitense: non sono il simbolo dell’aggressività, ma della lotta necessaria per conquistare diritti elementari come una casa e una scuola. Una bambina salta una corda che termina in un cappio mentre il volto è nascosto da un sacco, evocando la pena capitale attraverso il linguaggio apparentemente innocente del gioco. Sono immagini che rifiutano ogni estetizzazione del dolore e pongono lo spettatore davanti a una fragilità impossibile da osservare con distacco.
Accanto alle sculture, la pittura amplia il discorso interrogando le contraddizioni dell’Occidente. In L’ingordo, una figura umana si aggrappa al ventre di una mucca, allegoria di un consumismo che continua a divorare risorse e desideri senza mai trovare sazietà. Ancora più esplicita è La zattera, che rilegge provocatoriamente La zattera della Medusa di Théodore Géricault. Il celebre naufragio romantico viene trasportato nel comfort domestico: i corpi non cercano più disperatamente la salvezza in mare aperto, ma si ammassano sopra una poltrona, simbolo di una società che assiste alle tragedie del mondo mantenendo la distanza rassicurante dello spettatore. Il riferimento all’opera di Géricault non è soltanto iconografico. Come il dipinto del 1819 denunciava l’incompetenza politica e morale della Francia della Restaurazione, così questa reinterpretazione riflette sull’anestesia etica prodotta dall’eccesso di immagini nel presente.
Altre opere affrontano invece il tema della violenza e della disumanizzazione. The Rabbit prende spunto da un episodio realmente accaduto durante una manifestazione pubblica, mentre il dipinto dedicato a una bambina che ruba un gelato sposta il giudizio morale dalla colpa al bisogno, interrogando il confine sottile tra legalità, necessità e dignità. In tutti questi lavori non esiste una narrazione consolatoria: l’artista preferisce lasciare aperte le contraddizioni, chiedendo allo spettatore di assumersi la responsabilità dell’interpretazione.
Eppure Miserere non è una mostra disperata. All’interno del percorso compare anche My Love, opera dedicata a un tossicodipendente che si china per raccogliere un fiore. È un gesto minimo, quasi invisibile, ma sufficiente a suggerire che persino nelle condizioni di maggiore marginalità sopravvive la possibilità di riconoscere la bellezza. Il riferimento implicito al celebre pensiero di Fëdor Dostoevskij non assume qui il valore di una citazione letteraria, quanto quello di una domanda aperta: può ancora la bellezza generare un cambiamento etico?
A unire idealmente l’intero itinerario interviene il video performativo Miserere Domini di Mariarosa Vio. L’artista, vestita di nero sulla soglia del cimitero monumentale di San Michele a Venezia, è accompagnata da un violino volutamente imperfetto, quasi ferito. Il suono si diffonde nella cappella come un lamento che non pretende di offrire conforto, ma invita a non lasciare invisibile il dolore dell’altro. L’opera dialoga con l’architettura trasformando il silenzio stesso dello spazio in parte integrante dell’esperienza.
Anche l’allestimento contribuisce in modo decisivo alla costruzione del significato. Un ponteggio edile attraversa l’interno dell’oratorio diventando il supporto fisico delle opere. È un elemento volutamente estraneo al contesto storico, ma non per questo invasivo. Piuttosto, suggerisce che la misericordia non sia una qualità acquisita una volta per tutte, bensì un cantiere permanente, un esercizio quotidiano fatto di manutenzione delle relazioni, tentativi, errori e ricostruzioni. Lo spazio espositivo non contiene semplicemente la mostra: ne diventa parte integrante, trasformandosi esso stesso in dispositivo narrativo.
Il progetto nasce all’interno di BAC – Burano Arte Contemporanea, realtà fondata da Silvia Rossi e Mauro Nardin insieme agli artisti Andrea Tagliapietra e Mariarosa Vio. In un’isola conosciuta in tutto il mondo e inevitabilmente attraversata dal turismo di massa, BAC propone un modello differente: utilizzare l’arte contemporanea come occasione di confronto con il territorio, con la comunità locale e con le grandi questioni del presente, restituendo tempo all’osservazione e profondità all’esperienza culturale.
In definitiva, Miserere non chiede allo spettatore di condividere una fede, né propone una risposta definitiva alle tragedie del nostro tempo. Domanda qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile: fermarsi davanti all’altro, riconoscerne l’umanità e accettare che la fragilità non sia un’eccezione, ma la condizione che accomuna tutti. Nell’epoca della velocità e dell’indifferenza, questo gesto elementare finisce per assumere il valore di un autentico atto di misericordia.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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