
Da Paolo Scheggi a Vincenzo Agnetti, dalle sperimentazioni digitali di Giovanni Ferrario alle pratiche partecipative del Premio Gallarate, fino al dialogo tra Brunetta e Missoni: il museo di Gallarate propone un itinerario che racconta oltre mezzo secolo di ricerca artistica e si completa con una rassegna dedicata ai grandi maestri del cinema.
L’estate del Museo MAGA si trasforma in un percorso attraverso alcuni dei temi centrali dell’arte contemporanea: la relazione tra opera e spazio, il valore della memoria, il rapporto con la tecnologia, la partecipazione del pubblico e l’incontro tra arti visive e moda. Un programma che rimane aperto fino all’11 ottobre 2026 e che invita a leggere il presente attraverso linguaggi differenti.*
Il Museo MA*GA di Gallarate affronta la stagione estiva con un progetto espositivo unitario, costruito attorno a cinque mostre che, pur diverse per epoca, linguaggi e protagonisti, condividono una medesima tensione: interrogare il modo in cui l’arte continua a ridefinire il rapporto tra esperienza, conoscenza e società. Dalla ricerca ambientale degli anni Sessanta fino alle più recenti sperimentazioni legate all’intelligenza artificiale, il percorso proposto dal museo lombardo mette in dialogo alcuni protagonisti del secondo Novecento con le pratiche artistiche contemporanee, estendendo lo sguardo anche alla moda e al cinema.

Il nucleo centrale della programmazione è rappresentato dalla grande mostra dedicata a Paolo Scheggi (1940-1971), figura tra le più originali della ricerca artistica italiana del dopoguerra. L’esposizione Qui e altrove. Gli ambienti di Paolo Scheggi 1964-1971, curata da Ilaria Bignotti ed Emma Zanella, concentra l’attenzione sulla fase in cui l’artista supera definitivamente la dimensione della superficie pittorica per trasformare lo spazio in esperienza fisica. Attraverso circa sessanta opere tra fotografie, documenti e maquette vengono ricostruiti alcuni ambienti storici oggi perduti, come Tomba della geometria e Piramide. Della Metafisica, consentendo di comprendere come Scheggi abbia interpretato l’arte come luogo da attraversare e non soltanto da osservare. La sua ricerca, sviluppata nel clima dello Spazialismo milanese e alimentata dalle celebri Intersuperfici, anticipa molte riflessioni che diventeranno centrali nell’arte ambientale e installativa degli anni successivi.

Accanto a Scheggi trova spazio un’altra figura decisiva dell’arte concettuale italiana, Vincenzo Agnetti (1926-1981), cui è dedicata la mostra Le strade terminano prima di cominciare. Curata da Alessandro Castiglioni, la rassegna indaga il ruolo della fotografia all’interno della sua ricerca, non come semplice documento ma come dispositivo capace di trasformare l’immagine in memoria, traccia e riflessione filosofica. Il percorso riunisce una trentina di opere nelle quali parola, fotografia e tecnologia dialogano costantemente: dall’installazione Il Trono, realizzata insieme allo stesso Scheggi, fino al celebre Libro dimenticato a memoria, passando per la Macchina Drogata, sorprendente calcolatrice linguistica che sostituisce i numeri con lettere per generare combinazioni casuali di parole. L’esposizione ricorda come Agnetti sia stato uno degli interpreti più raffinati dell’arte concettuale internazionale, protagonista di Documenta 5 a Kassel e presente nelle principali collezioni museali europee.

Il dialogo con il presente prosegue attraverso Giovanni Ferrario, artista e teorico che affronta il tema dell’immagine nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Stato di quiete presenta il progetto Atlante del verosimile (2025), composto da diciassette nature morte generate mediante sistemi di IA. L’apparente immobilità delle composizioni nasconde in realtà la continua instabilità dei processi algoritmici che le producono. Le immagini non rappresentano oggetti realmente esistiti, ma simulazioni plausibili costruite da reti neurali e modelli probabilistici, aprendo una riflessione sul concetto stesso di creatività e sul ruolo dell’autore nell’era digitale. In un momento storico in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo profondamente il rapporto tra produzione artistica e strumenti tecnologici, il progetto di Ferrario si colloca nel dibattito internazionale sulle pratiche post-fotografiche e sulla nuova estetica delle immagini sintetiche.

Un diverso modo di intendere l’opera emerge invece in Arte Viva. Processi performativi e partecipativi come pratica, esposizione collegata alla ventottesima edizione del Premio Gallarate e curata da Lorenzo Balbi, Eva Fabbris e Caterina Riva. I cinque artisti coinvolti – Allison Grimaldi Donahue, Francesco Fonassi, Francesca Grilli, Beatrice Marchi e Martina Rota – condividono una concezione dell’arte come esperienza collettiva piuttosto che come oggetto concluso. Installazioni sonore, interventi performativi, pratiche partecipative e dispositivi relazionali invitano il pubblico a diventare parte attiva dell’opera, affrontando temi che spaziano dalla memoria delle migrazioni ai traumi ambientali, fino ai processi di cura e di ricostruzione emotiva. Il progetto testimonia una delle tendenze più significative della ricerca contemporanea, orientata a valorizzare l’interazione sociale e il coinvolgimento diretto dello spettatore.

La stagione espositiva si completa con Il vizio del vestire. Le illustrazioni di Brunetta per Missoni, curata dall’Archivio Missoni. La mostra rende omaggio a Bruna Moretti Mateldi, conosciuta come Brunetta, illustratrice che ha contribuito in maniera determinante all’immaginario della moda italiana del Novecento. Attraverso bozzetti, tavole originali e materiali editoriali viene ricostruito il lungo sodalizio con Ottavio e Rosita Missoni, iniziato alla fine degli anni Cinquanta e culminato nel volume Il Vizio del Vestire del 1981. Il tratto essenziale e ironico di Brunetta seppe raccontare non soltanto gli abiti, ma anche l’evoluzione del costume femminile e della società italiana, traducendo in segni grafici la rivoluzione cromatica e materica introdotta dalla maison Missoni, protagonista del design tessile internazionale.
Ad accompagnare il programma espositivo torna anche Le Stanze del Cinema, rassegna curata da Alessandro Castiglioni che conclude il proprio percorso con due classici della cinematografia italiana del Novecento: Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni, in programma il 25 luglio, e La terrazza (1980) di Ettore Scola il 1° agosto. Due opere profondamente diverse ma accomunate dalla capacità di raccontare le trasformazioni culturali dell’Italia contemporanea: il primo, liberamente ispirato a un racconto di Julio Cortázar, è diventato uno dei film simbolo della modernità cinematografica europea; il secondo offre invece uno sguardo corale e disincantato sulla crisi della borghesia intellettuale italiana. Le proiezioni si svolgono nell’arena esterna dell’HIC MA*GA MAJNO, con ingresso libero, confermando la volontà del museo di estendere la propria proposta culturale oltre le arti visive.
Accanto alle mostre, il museo rinnova anche la collaborazione con Ricola, che nei primi venerdì di agosto, settembre e ottobre offre l’ingresso gratuito ai primi cinquanta visitatori a partire dalle ore 15, accompagnando l’iniziativa con degustazioni delle proprie tisane presso l’ArtCafé. Un’attenzione alla fruizione pubblica che si inserisce nella più ampia missione del MA*GA: essere non soltanto uno spazio espositivo, ma un luogo di incontro, ricerca e partecipazione culturale, capace di mettere in relazione patrimonio storico, sperimentazione artistica e comunità.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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