
Alla Cavallerizza di Brescia ventotto opere raccontano il lungo confronto dell’artista ligure con l’ultima scultura di Michelangelo. Un percorso che trasforma l’immagine fotografica in uno spazio di riflessione sulla memoria, sul dolore e sulla condizione umana, all’interno delle celebrazioni per il Bicentenario della Vittoria Alata.
La fotografia non si limita a documentare un capolavoro della storia dell’arte, ma ne esplora le possibilità interpretative. È questo il cuore della mostra che la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana dedica a Mario Cresci, protagonista della ricerca visiva italiana contemporanea, attraverso un progetto nato dall’incontro con la Pietà Rondanini di Michelangelo.
Dal 19 luglio al 30 agosto 2026 la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana di Brescia ospita Mario Cresci. In aliam figuram mutare. Interazioni con la Pietà Rondanini di Michelangelo, mostra curata da Roberto Mutti che propone un intenso itinerario all’interno della ricerca di uno dei più autorevoli protagonisti della fotografia italiana contemporanea. L’iniziativa rientra nel programma di eventi promosso dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei in occasione del Bicentenario del ritrovamento della Vittoria Alata, creando un ideale dialogo tra due capolavori della scultura e due differenti modi di interrogare il patrimonio artistico.
L’esposizione riunisce ventotto opere nate da un approfondito percorso di studio che Mario Cresci ha dedicato alla Pietà Rondanini, l’ultima e incompiuta scultura di Michelangelo Buonarroti, universalmente considerata una delle testimonianze più alte della sua ricerca spirituale. Conservata oggi nel Museo della Pietà Rondanini, all’interno dell’antico Ospedale Spagnolo del Castello Sforzesco di Milano, l’opera rappresenta una delle espressioni più radicali della fase estrema dell’artista fiorentino. La figura allungata del Cristo sorretto dalla Vergine rompe infatti gli equilibri plastici delle precedenti Pietà, trasformando il marmo in una materia quasi ascetica, essenziale, capace di suggerire più che descrivere.
È proprio questa tensione irrisolta ad aver attratto Cresci, che tra il 2013 e il 2016 ha costruito un dialogo silenzioso e continuo con la scultura michelangiolesca. Il suo lavoro prende avvio dall’osservazione della Pietà nel precedente allestimento nella Sala degli Scarlioni del Castello Sforzesco e prosegue dopo il trasferimento nell’attuale sede museale, dove la nuova collocazione offre differenti prospettive di lettura. Il cambiamento dello spazio espositivo diventa così parte integrante della ricerca, suggerendo nuovi punti di vista e nuove possibilità interpretative.
Il titolo latino della mostra, In aliam figuram mutare, richiama l’idea della trasformazione e sintetizza efficacemente il senso dell’intero progetto. Le fotografie non intendono riprodurre fedelmente il capolavoro di Michelangelo, ma accompagnarne una continua metamorfosi percettiva. Attraverso inquadrature, dettagli, rapporti di luce e variazioni dello sguardo, Cresci costruisce immagini autonome che conservano il riferimento alla scultura senza mai ridursi a semplice documentazione.


A sinistra: Mario Cresci, “Nella luce #04”, dalla serie “In aliam figuram mutare”, Milano 2013-Bergamo 2016, Courtesy Archivio Mario Cresci, Galleria Matèria, Civico Archivio Fotografico
A destra: Mario Cresci, “Nella luce #06”, dalla serie “In aliam figuram mutare”, Milano 2013-Bergamo 2016, Courtesy Archivio Mario Cresci, Galleria Matèria, Civico Archivio Fotografico
Da oltre mezzo secolo Mario Cresci sviluppa infatti una ricerca che supera i confini tradizionali della fotografia. Formatosi negli anni Sessanta, ha intrecciato linguaggi differenti – fotografia, grafica, antropologia visiva, design e comunicazione – elaborando un metodo di lavoro fondato sull’osservazione critica della realtà e sulla capacità dell’immagine di produrre conoscenza. Le sue opere si collocano in un territorio in cui la fotografia diventa insieme documento, interpretazione e riflessione teorica.
Questa impostazione emerge con particolare evidenza nelle immagini dedicate alla Pietà Rondanini. La superficie del marmo, le torsioni delle figure, le ombre e le imperfezioni della materia vengono isolate e ricomposte fino a trasformarsi in segni visivi che evocano temi universali. Il dolore, la memoria, la fragilità dell’esistenza e il trascorrere del tempo non sono illustrati, ma suggeriti attraverso un linguaggio essenziale, privo di effetti spettacolari, nel quale il silenzio diventa parte integrante della narrazione.
L’interesse di Cresci per il rapporto tra immagine e pensiero attraversa tutta la sua carriera. Nato a Chiavari nel 1942 e da tempo residente a Bergamo, ha partecipato più volte alla Biennale di Venezia e le sue fotografie sono presenti, fin dagli anni Settanta, nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York e di numerose istituzioni dedicate all’arte contemporanea. Parallelamente all’attività artistica ha svolto un intenso lavoro nell’ambito della didattica, dirigendo l’Accademia Carrara di Bergamo e insegnando in importanti università e scuole di alta formazione, nella convinzione che l’arte possa rappresentare anche uno strumento di crescita culturale e sociale. Negli ultimi anni la sua ricerca è stata oggetto di importanti riletture museali, dal MAXXI di Roma fino alla costituzione, nel 2023, dell’Archivio d’artista Mario Cresci, nato per tutelare e valorizzare un patrimonio creativo tra i più significativi della cultura visiva italiana.
La mostra bresciana assume così un significato che va oltre la presentazione di un ciclo fotografico. L’incontro tra la ricerca contemporanea di Cresci e la forza spirituale della Pietà Rondanini dimostra come i grandi capolavori continuino a generare nuove letture e nuovi linguaggi, confermando la capacità dell’arte di attraversare i secoli senza perdere la propria attualità. In questo confronto tra fotografia e scultura, tra immagine e memoria, il visitatore è invitato non tanto a osservare un’opera già conosciuta, quanto a riscoprirla attraverso uno sguardo diverso, capace di restituire alla contemplazione una dimensione profondamente umana.
| Ufficio stampa CLP Relazioni Pubbliche Clara Cervia | clara.cervia@clp1968.it Ufficio stampa Fondazione Brescia Musei Francesca Raimondi | raimondi@bresciamusei.com Ufficio stampa Comune di Brescia Rossella Prestini | rprestini@comune.brescia.it |
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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