A Villena e a Vienna spariscono due dei maggiori tesori europei

Cinquantanove oggetti dell’Età del Bronzo, dieci chili fra oro, argento e altri materiali. Poi 673 diamanti e oltre duecento carati. Due furti diversi, avvenuti quasi contemporaneamente alla fine di agosto, accomunati da un dettaglio inquietante: la rapidità.


di Andrea Valenti

Ci sono notti in cui un museo sembra il posto più sicuro del mondo. Porte chiuse, vetri speciali, telecamere, allarmi. Le opere restano immobili nell’oscurità e tutto appare sotto controllo. Nella notte tra il 26 e il 27 agosto, a Villena, nella provincia spagnola di Alicante, qualcuno ha dimostrato che l’impressione può essere sbagliata.

Dal Museo Archeologico di Villena, il Muvi, sono spariti i 59 oggetti del celebre Tesoro de Villena: coppe, bracciali, recipienti e altri manufatti d’oro, argento, ferro e ambra, per un peso complessivo vicino ai dieci chilogrammi. Uno dei complessi più importanti della preistoria europea era custodito dietro una teca antiproiettile. Ma la teca, come spesso succede agli aggettivi rassicuranti, protegge soltanto nella direzione prevista.

Secondo le prime ricostruzioni della polizia locale e della Guardia Civil, i ladri avrebbero rimosso una finestra laterale dell’edificio e agito rapidamente. Il Tesoro era esposto permanentemente al pubblico soltanto da due anni: in precedenza nel museo venivano mostrate soprattutto riproduzioni.

La storia di quegli oggetti era cominciata sessantatré anni prima con qualcosa di assai meno spettacolare di un furto. Nell’ottobre del 1963, durante alcuni lavori nella zona della Rambla del Panadero e di via Ferriz, venne trovato casualmente un braccialetto d’oro. Il gioielliere Carlos Miguel Esquembre comprese che non si trattava di un oggetto qualsiasi e avvertì José María Soler, archeologo e allora direttore del museo comunale. Le ricerche portarono il primo dicembre alla scoperta dell’intero complesso, nascosto dentro un vaso.

Dentro c’erano undici coppe, ventotto bracciali, tre bottiglie d’oro e tre d’argento, insieme ad altri manufatti. L’oro costituisce il 91 per cento dei pezzi e il 93 per cento del peso complessivo; l’argento rappresenta una parte molto minore, mentre ferro e ambra compaiono in quantità ridotte.

È un tesoro anche per quello che ancora non sappiamo. La sua datazione è stata a lungo discussa. Gli studi più recenti citati nel documento, condotti da Salvador Rovira-Llorens, Martina Renzi e Ignacio Montero-Ruiz, collocano i manufatti nella tarda Età del Bronzo, fra il 1400 e il 1200 a.C. Una delle conclusioni più affascinanti riguarda alcuni elementi di ferro: il metallo avrebbe origine meteoritica. Prima che l’uomo imparasse a estrarlo sistematicamente dai minerali, dunque, qualcuno avrebbe lavorato materiale arrivato letteralmente dal cielo. Per tremila anni è sopravvissuto sottoterra. Poi è arrivata una finestra.

Ventiquattr’ore dopo, a circa 1.600 chilometri di distanza, la scena cambia completamente. Non più notte, né archeologia, né ingresso laterale. Siamo a Vienna, poco dopo le due del pomeriggio del 27 agosto, al MAK, il Museo di arti applicate. Due uomini acquistano regolarmente il biglietto, entrano a volto scoperto e si comportano da visitatori finché decidono di smettere.

La loro meta è un collier di diamanti appartenuto alla regina Nazli d’Egitto, esposto nella mostra “Glanzstücke”, dedicata alla maison francese Van Cleef & Arpels. Uno dei due uomini infrange con un martello la teca davanti ad alcuni testimoni. Prendono il gioiello e fuggono.

Questa volta non c’è neppure il conforto del buio. Il collier era stato realizzato nel 1939. Montato su platino, comprende 673 diamanti per oltre duecento carati, disposti secondo un motivo a raggiera di gusto Art déco. Nazli Sabri, regina consorte d’Egitto, lo aveva commissionato insieme a una tiara per un avvenimento che sembrava destinato ai libri di storia: il matrimonio della figlia Fawzia con il principe ereditario iraniano Mohammad Reza Pahlavi, futuro scià di Persia. Nel 2015 il gioiello era stato venduto da Sotheby’s a New York per 4,3 milioni di dollari.

Le telecamere del MAK hanno ripreso i due sospettati a volto scoperto. La polizia austriaca ha avviato le ricerche, mentre vengono analizzate le registrazioni e gli elementi raccolti dalla scientifica. Tra le piste prese in considerazione figura quella di un furto su commissione collegato a una banda attiva nei Balcani. È, allo stato delle informazioni disponibili, un’ipotesi investigativa e come tale va considerata.

La mostra, prevista fino al 27 settembre e chiusa dopo il furto fino a nuovo avviso, riunisce circa cinquecento opere: più di trecento provenienti dall’archivio Van Cleef & Arpels e oltre duecento dalle raccolte del museo viennese. Un patrimonio enorme raccolto sotto lo stesso tetto. E tuttavia, nel pomeriggio del 27 agosto, sono bastati due uomini e un martello.

Villena e Vienna raccontano due storie quasi opposte. Nel primo caso un’incursione notturna contro uno dei tesori archeologici più preziosi della Spagna. Nel secondo un gesto sfacciato, consumato durante l’orario di apertura, davanti alle persone e alle telecamere. In comune hanno la brevità dell’azione e la vulnerabilità improvvisamente rivelata di oggetti che, fino a un istante prima, sembravano irraggiungibili.

Ed è forse questo il particolare che rimane dopo la cronaca. Nei musei siamo abituati a vedere il vetro e a pensare che il vetro significhi sicurezza. Una linea trasparente separa noi dall’oggetto e sembra separare anche l’oggetto dal pericolo. Poi arriva qualcuno con una finestra da smontare o un martello in mano. E quella linea, per qualche minuto, non esiste più.


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