Il furto impossibile di Antonello: qualcuno sapeva come smontarlo?

Più si ricostruisce il furto delle opere di Antonello da Messina, meno la faccenda assomiglia a un’incursione improvvisata. Il punto decisivo potrebbe non essere come i ladri siano entrati al museo, ma come abbiano saputo mettere le mani su un complesso sistema di vincolo concepito proprio per non essere smontato in fretta.


di Salvatore Greco

A volte i dettagli tecnici hanno il brutto vizio di rovinare le storie troppo semplici. Nel caso del furto compiuto la sera di Ferragosto al Museo Regionale Accascina di Messina, uno di questi dettagli riguarda il Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina. Perché entrare in un museo approfittando della città distratta dalla Vara, forzare una recinzione e un accesso secondario, puntare direttamente alle opere prescelte e fuggire in pochi minuti è già un programma impegnativo. Ma smontare in quello stesso tempo tavole assicurate alla parete con un sistema studiato appositamente è un’altra faccenda.

«È impossibile», sostiene Gianfranco Anastasio, l’architetto che completò l’allestimento del museo nella nuova sede inaugurata nel 2017. E la sua non è un’esclamazione da spettatore incredulo. Anastasio conosce quel sistema perché fu lui a progettare la soluzione espositiva del Polittico, inserito nella saletta lignea ideata dal suo predecessore Antonio Virgilio.

Il complesso realizzato da Antonello nel 1473 era originariamente racchiuso in una monumentale cornice lignea oggi perduta. Nel museo le cinque tavole erano state ricomposte visivamente cercando di restituire l’unità originaria: in basso San Gregorio Magno, la Madonna col Bambino in trono e San Benedetto; sopra, l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Non cinque quadri appesi uno accanto all’altro, dunque, ma cinque elementi di un unico organismo. E gli organismi delicati, come sanno restauratori e conservatori, non amano essere immobilizzati.

Il legno reagisce continuamente alle variazioni di temperatura e umidità. Si dilata, si contrae, compie movimenti minuscoli che possono però produrre deformazioni o danneggiare la pellicola pittorica. Per questo un dipinto su tavola non può essere semplicemente inchiodato alla parete con entusiasmo definitivo. Roberto Ciabattoni, responsabile del Laboratorio di Diagnostica e Controlli Ambientali dell’Istituto Centrale per il Restauro, riassume il principio con chiarezza: le opere devono essere trattenute, non bloccate. I collegamenti devono consentire i micromovimenti del supporto evitando vincoli troppo rigidi.

A Messina c’era però un secondo problema: la sicurezza. Il Polittico non era protetto da una barriera che tenesse fisicamente lontani i visitatori. Il sistema doveva quindi permettere al legno di respirare e contemporaneamente impedire che una tavola potesse staccarsi dalla parete per un urto accidentale. Conservazione e protezione, insomma, dovevano convivere senza litigare.

Ed eccoci al punto. Secondo Anastasio, le tavole non potevano essere rimosse liberamente una per una. Il dispositivo prevedeva uno smontaggio sequenziale, secondo un ordine prestabilito. Se questa ricostruzione è corretta, diventa difficile immaginare che tre o quattro persone entrino al museo, arrivino davanti al Polittico e, confidando nell’ispirazione del momento, capiscano in pochi secondi da dove cominciare.

E invece cinque tavole sarebbero state rimosse nell’arco di due o tre minuti. Nello stesso intervallo sarebbe stata infranta anche la teca contenente la preziosa tavoletta dipinta sui due lati, con la Madonna col Bambino e un devoto francescano sul recto e l’Ecce Homo sul verso. Durante la fuga due elementi del Polittico, San Gregorio e San Benedetto, sono stati abbandonati e recuperati. Gli altri pezzi sottratti sono diventati oggetto di una vasta indagine.

A questo punto la domanda cambia. Non è più soltanto: chi è entrato? Diventa: chi sapeva?

Le possibilità, almeno sul piano logico, sono due. Qualcuno conosceva in anticipo il funzionamento dei vincoli oppure, prima del furto, era stata effettuata un’operazione capace di rendere più rapido lo smontaggio. Sono ipotesi, non conclusioni investigative, ma spiegano perché l’attenzione degli inquirenti si sia concentrata anche sull’eventualità di un appoggio interno. Uno dei quattro custodi in servizio quella notte dovrebbe essere nuovamente ascoltato. E un eventuale basista, se davvero esiste, potrebbe non coincidere necessariamente con una sola persona né possedere soltanto le conoscenze di un addetto alla sorveglianza.

Poi c’è il capitolo degli impianti. Nicola La Fauci, tecnico messinese specializzato in sistemi antifurto, ricorda di avere osservato anni fa telecamere esterne ormai datate, sensori interni inadeguati e l’assenza di un allarme perimetrale. L’impianto di videosorveglianza, per quanto obsoleto, avrebbe comunque registrato immagini utili alle indagini. Ma proprio la sua manutenzione era già stata indicata come necessaria dalla direzione del museo.

Il 2 febbraio la direttrice Marisa Mercurio aveva chiesto al Dipartimento regionale dei Beni culturali la prenotazione di 48.312 euro per la manutenzione ordinaria degli impianti antintrusione e di videosorveglianza nel triennio 2026-2028: 18.117 euro per il periodo aprile-dicembre 2026, 24.156 per il 2027 e 6.039 per il 2028. Gli uffici regionali avevano dato seguito alla richiesta definendo quella manutenzione «indispensabile».

Una parola che, letta dopo Ferragosto, acquista inevitabilmente un suono meno burocratico. Il paradosso è che il museo negli ultimi anni non era rimasto fermo. Dal 2023 sono stati condotti due importanti cantieri. Il primo, finanziato con 752.087 euro di fondi Po Fesr 2014-2020 e concluso nel 2024, ha interessato prospetti, superfici espositive e conservazione, consentendo anche di portare fuori dai depositi una cinquantina di opere. Sono state realizzate sedici nuove edicole espositive e chiusi grandi lucernari verticali che avevano causato infiltrazioni e problemi termoigrometrici.

Un secondo intervento PNRR da 1,19 milioni di euro ha riguardato l’eliminazione delle barriere fisiche e cognitive. Il museo dispone oggi di circa tremila metri quadrati di percorso ed espone oltre 350 opere. Sempre nel 2024 è stata inaugurata la sezione permanente “1908 CittàMuseoCittà”, dedicata al rapporto fra il museo e la città distrutta dal terremoto.

Altri lavori erano però ancora previsti, compreso il rinnovamento del percorso da Antonello a Caravaggio. E qui la coincidenza assume quasi il gusto di una beffa: il furto è avvenuto proprio prima dell’intervento sulla sala di Antonello.

Per questo la vicenda non può essere liquidata soltanto come l’ennesima storia di telecamere vecchie, porte vulnerabili e ladri molto veloci. Il punto più delicato resta quel dispositivo nascosto dietro le tavole, invisibile al visitatore e progettato perché l’opera potesse essere smontata soltanto seguendo una precisa sequenza.

I ladri, invece, sembrano avere avuto una gran fretta, tanto da abbandonare sul marciapiede che costeggia il museo due grandi tavole del polittico. Una gran fretta, ma non abbastanza da sbagliare l’ordine.


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