Dal 2 al 12 settembre Venezia torna a misurare lo stato di salute del cinema mondiale. Questa volta, però, accanto ai film arrivano algoritmi, ambienti immersivi e nuove forme di esperienza, mentre il passato restaurato continua ostinatamente a ricordare da dove tutto è cominciato.
di Serena Galimberti
Al Lido, nei giorni della Mostra, accade sempre qualcosa di curioso. Il cinema sembra occupare ogni spazio disponibile: alberghi, pontili, terrazze, automobili ferme davanti agli ingressi, conversazioni frettolose nei bar. Poi si spengono le luci e tutto torna a dipendere da un rettangolo luminoso. È forse questo il piccolo paradosso con cui si apre oggi, 2 settembre, l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, diretta da Alberto Barbera e in programma fino al 12 settembre.
Mai come quest’anno il cinema sembra deciso a uscire dallo schermo. E mai come quest’anno appare necessario chiedersi che cosa rimarrà dello schermo stesso.
La Biennale ha inserito nella propria definizione della Mostra un dettaglio che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato quasi provocatorio: tra le forme del cinema internazionale che Venezia intende conoscere e promuovere sono comprese anche quelle realizzate con il contributo dell’intelligenza artificiale.
Non è un inciso burocratico. È il riconoscimento che qualcosa si è già mosso. Per alcuni anni l’IA è apparsa soprattutto come una minaccia che bussava alla porta degli studi cinematografici. Sceneggiatori, attori, tecnici e produttori hanno discusso di diritti, sostituzione del lavoro umano, proprietà delle immagini e identità degli interpreti. Quelle questioni rimangono tutte sul tavolo. Ma a Venezia il problema comincia a spostarsi anche altrove: dall’economia alla forma, dal timore dello strumento alla possibilità di usarlo.
Un algoritmo generativo può intervenire nella costruzione di un’immagine, nella trasformazione di un ambiente, nella produzione di effetti che fino a ieri avrebbero richiesto strutture costose e squadre specializzate. Può dunque allargare le possibilità espressive anche di produzioni piccole. Ma proprio mentre rende accessibile ciò che prima era difficile, introduce una domanda meno facile da risolvere: chi sta guardando davvero il mondo attraverso quell’immagine? L’autore, la macchina, oppure la sterminata memoria visiva sulla quale la macchina è stata addestrata?
Venezia 83 non offre una risposta, e forse è meglio così. Registra piuttosto il momento in cui il confine è diventato mobile. Il cinema ha già attraversato passaggi che sembravano irreversibili: dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, dalla pellicola al digitale. Ogni volta qualcuno annunciò una perdita. Ogni volta qualcosa, effettivamente, andò perduto. Ma nacque anche un linguaggio che prima non esisteva.
Poco lontano dalle sale tradizionali, sull’Isola del Lazzaretto Vecchio, questa trasformazione diventa quasi fisica. Venice Immersive, la sezione dedicata alla Extended Reality, compie dieci anni e presenta 68 progetti provenienti da 26 Paesi: 30 in concorso, 35 raccolti in Best of Immersive e tre sviluppati nell’ambito di Biennale College Cinema – Immersive. Ci sono video immersivi, realtà virtuale e mista, mondi digitali, installazioni XR. Non sono più curiosità tecnologiche collocate ai margini del festival. Hanno una propria selezione, una propria giuria, un proprio pubblico.
Qui il vecchio rettangolo comincia davvero a dissolversi. Lo spettatore può voltarsi, avanzare, scegliere una direzione, entrare nello spazio dell’opera. La storia non necessariamente gli scorre davanti: talvolta gli accade intorno. È una trasformazione apparentemente tecnica che tocca invece uno dei principi fondamentali del cinema. Per più di un secolo il regista ha deciso dove dovessimo guardare. L’inquadratura era precisamente questo: una scelta e, insieme, un limite. Negli ambienti immersivi quel limite può scomparire.
La libertà, naturalmente, ha un prezzo. Se lo spettatore può guardare ovunque, l’autore deve trovare nuovi modi per condurlo senza costringerlo. Il montaggio non basta più. Entrano in gioco lo spazio, il suono, il movimento, la posizione del corpo. La narrazione diventa architettura. Non si tratta soltanto di aggiungere una dimensione al cinema conosciuto, ma di capire se stia nascendo qualcosa che continueremo ancora a chiamare cinema.
E tuttavia, proprio mentre il futuro sembra premere alle porte, Venezia si volta indietro.
Venezia Classici presenta restauri realizzati nell’ultimo anno da cineteche, istituzioni culturali e produzioni internazionali. La sezione nasce per conservare e riportare nelle migliori condizioni possibili di immagine e suono opere appartenenti alla storia del cinema. Nell’edizione 2026 compaiono, tra gli altri, English, August di Dev Benegal, Col cuore in gola di Tinto Brass e La ilusión viaja en tranvía di Luis Buñuel. Film che ritornano non come reliquie, ma come presenze.
È un movimento contrario solo in apparenza. Da una parte si costruiscono mondi nei quali lo spettatore entra con un visore; dall’altra si recuperano immagini girate decenni fa, fotogramma dopo fotogramma. In entrambi i casi si cerca di salvare qualcosa dall’invisibilità. Nel primo caso qualcosa che ancora non conosciamo, nel secondo qualcosa che rischiavamo di non vedere più.
Tra questi due estremi rimane il cinema indipendente, con la sua capacità di lavorare ai margini delle grandi macchine produttive. Se gli strumenti digitali e algoritmici riducono determinate barriere tecniche, anche una produzione flessibile può tentare immagini che un tempo appartenevano quasi esclusivamente ai grandi budget. Il pericolo opposto è evidente: che strumenti simili producano immagini simili, che l’abbondanza tecnica finisca per generare uniformità.
È qui che torna indispensabile l’autore, non come firma prestigiosa ma come sguardo capace di scegliere. Forse il punto è proprio questo. Venezia 83 mette uno accanto all’altro tre tempi diversi: ciò che il cinema è stato, ciò che è diventato e qualcosa di cui non conosciamo ancora il nome. Pellicole restaurate, film tradizionali, intelligenza artificiale, realtà virtuale, installazioni e mondi digitali convivono per undici giorni nello stesso festival.
Poi, la sera, al Lido continua ad accadere una cosa sorprendentemente semplice. Le persone fanno la fila. Entrano in una sala. Cercano il proprio posto. Parlano piano mentre aspettano. Infine le luci si abbassano. Per il momento, almeno, nessun algoritmo ha reso inutile quel buio condiviso.

