Dopo le sette, l’aperitivo. Experiences racconta così anche se stessa

Quando la rivista del giorno dopo è ormai pronta, arriva il momento di lasciare per qualche ora articoli, immagini e correzioni. Alle 19 si aprono idealmente le porte di Entasis caffè: un aperitivo, qualche discussione e il piacere molto concreto di confrontare differenti visioni del mondo.


di Marta Bellomi

Alle sette di sera il lavoro dovrebbe essere finito. Dovrebbe, perché chi ha avuto a che fare con una redazione sa che esiste sempre un titolo da cambiare, una fotografia che improvvisamente non convince, una frase riletta per la quinta volta che alla sesta sembra sbagliata. Ma la rivista di domani è ormai disponibile e, almeno per quella giornata, si può smettere di inseguirla.

È a quell’ora che immaginiamo di ritrovarci all’Entasis caffè, al piano terreno di un grande edificio contemporaneo di vetro, acciaio e terrazze verdi. Sopra, distribuite nei volumi trasparenti che sembrano sovrapporsi l’uno all’altro, ci sono le direzioni e le redazioni di Experiences, Channels ed Entasis. Dentro si intravedono tavoli, luci, persone ancora al lavoro. Fuori gli alberi accompagnano il marciapiede e il tramonto si riflette sulle facciate, moltiplicando per qualche minuto la città.

È una sede bellissima. Peccato che non esista. O meglio, esiste come dovrebbero esistere certi luoghi: prima nella testa. La redazione reale di Experiences non occupa un palazzo e non ha bisogno di ascensori per passare da un piano all’altro. È sparsa in tutta Italia. Ognuno lavora dal proprio luogo, con le proprie abitudini, i propri orari, magari con una finestra davanti, una libreria alle spalle o semplicemente un computer sul tavolo.

Quello che l’immagine riunisce nello spazio, la realtà tiene insieme a distanza. Eppure proprio per questo l’Entasis caffè ha una sua ragione. Non rappresenta tanto un locale quanto il momento che spesso manca nel lavoro contemporaneo: quello in cui le persone smettono di produrre qualcosa e cominciano semplicemente a parlarsi. Un aperitivo dopo le 19, quando il numero successivo è già uscito, significa poter discutere senza che ogni parola debba necessariamente trasformarsi in un articolo.

Arte, architettura, mostre, libri, cinema, città, viaggi: ciascuno porta con sé ciò che ha visto durante il giorno e, inevitabilmente, anche il proprio modo di stare al mondo. Le opinioni non devono coincidere. Anzi, sarebbe piuttosto noioso. Una rivista culturale vive proprio della possibilità che davanti alla stessa opera qualcuno si entusiasmi e qualcun altro rimanga perplesso, che un libro accenda una discussione, che un film divida il tavolo in due.

Confrontarsi non significa arrivare alla medesima conclusione.

Il palazzo immaginario, allora, diventa quasi il ritratto di questo modo di lavorare. È trasparente perché le idee hanno bisogno di circolare, pieno di verde perché persino una redazione virtuale può desiderare alberi e terrazze, grande abbastanza da accogliere persone che nella vita quotidiana si trovano a centinaia di chilometri di distanza.

Poi ci sono i tavolini dell’Entasis caffè. È lì che ogni sera, almeno nella nostra geografia fantastica, finalmente ci incontriamo.

Non sappiamo bene chi ordini uno spritz, chi preferisca un bicchiere di vino o chi continui ostinatamente con l’acqua minerale. Sappiamo però che ci sarebbe molto da raccontarsi.

Perché una redazione può essere fatta di muri, scrivanie e porte con un nome sopra. Oppure di persone lontane che continuano a lavorare insieme perché condividono una cosa assai meno visibile di un edificio, ma probabilmente più necessaria: l’entusiasmo per ciò che fanno.


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