È l’unico monumento funebre ispirato alla moda egizia giunto fino ai nostri giorni

Un po’ mausoleo, un po’ capriccio d’epoca: l’unico monumento egizio di Roma ritrova luce e verde grazie ai fondi del PNRR. Storia di un magistrato fissato con le scadenze e di una città che impara a riscoprire i suoi tesori.


di Davide Rinaldi

Se pensate che la passione degli italiani per le mode esotiche sia un’invenzione recente, la storia di Caio Cestio vi farà ricredere. Siamo tra il 18 e il 12 a.C. La vittoria di Ottaviano a Azio e la conseguente caduta dell’Egitto di Cleopatra hanno scatenato a Roma una vera e propria “Egitto-mania”. C’era chi collezionava obelischi e chi, come il nostro Caio – di professione pretore, tribuno della plebe e pure membro del prestigioso collegio dei Septemviri Epulones (gli organizzatori dei banchetti sacri) – decideva di esagerare, facendosi costruire un mausoleo a forma di piramide lungo la via Ostiense.

Non una piramide qualunque, sia chiaro: 36 metri e mezzo d’altezza rivestiti in candidissimo marmo di Carrara (allora noto come marmo lunense), costruiti con un’efficienza burocratica che oggi farebbe impazzire qualsiasi cantierista. I testamenti romani non scherzavano e un’iscrizione sulla facciata ce lo ricorda con precisione chirurgica: i lavori dovevano durare al massimo 330 giorni, pena la perdita dell’eredità per i familiari. Risultato? Cantiere chiuso nei tempi e patrimonio salvo.

Oggi la Piramide Cestia è l’unica superstite della sua categoria. Un tempo a Roma ne esistevano altre: due sorgevano dove oggi ammiriamo le chiese gemelle di Piazza del Popolo, un’altra – la celebre Meta Romuli nei pressi del Vaticano – resistette fino al 1499, quando papa Alessandro VI Borgia la fece spianare per far spazio ai pellegrini del Giubileo. Fu proprio nel Rinascimento che nacque l’equivoco: dimenticata l’identità del proprietario, la struttura di Ostiense venne ribattezzata Meta Remi, la presunta tomba dell’altro gemello fondatore. Ci volle la lettura attenta dell’iscrizione dedicata al buon Caio per restituire il monumento al suo legittimo e vanitoso titolare.

Inglobata nel III secolo d.C. nelle mura Aureliane e saccheggiata già nel Medioevo da tombaroli che aprirono un cunicolo facendo sparire l’urna cineraria, la Piramide ha attraversato i secoli rimanendo un punto fermo della topografia romana: un oggetto strano che tutti incrociano dal finestrino dell’auto o della metro, ma che pochissimi hanno davvero visitato all’interno. La camera sepolcrale, un piccolo ambiente a volta dipinto di bianco e decorato con raffinati affreschi di ninfe e Vittorie alate, è rimasta per secoli un segreto per pochi.

Ora le cose cambiano. Grazie a un recente intervento di restauro e valorizzazione promosso dalla Soprintendenza Speciale di Roma e finanziato con i fondi del PNRR (Caput Mundi), il monumento si rifà il look senza perdere la sua anima. Niente stravolgimenti da parco a tema, ma un’opera di manutenzione intelligente: messa in sicurezza della scalinata d’accesso, riordino e monitoraggio botanico del giardino circostante, nuova pannellistica per rendere la visita fruibile a tutti e, soprattutto, un impianto di illuminazione artistica studiato per valorizzare i volumi esterni e la delicatezza degli affreschi interni.

Per celebrare il nuovo corso, dal 4 settembre al 31 ottobre la Soprintendenza ha promosso un ciclo di aperture straordinarie gratuite (previa prenotazione obbligatoria): otto giornate per visite libere diurne, cinque serate accompagnate da visite guidate e due appuntamenti speciali nel fine settimana del 26 e 27 settembre in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio.

Un’occasione perfetta per smettere di guardarla solo dal traffico di Piazzale Ostiense e scoprire cosa si nasconde dentro l’irresistibile capriccio di un magistrato romano di duemila anni fa.


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