Quando l’allestimento considera l’informazione un disturbo estetico, la visita si trasforma in un esercizio per iniziati

Una fotografia rilancia un problema antico e tutt’altro che marginale: come conciliare la qualità dell’allestimento con il diritto del visitatore a capire ciò che vede. Perché anche pochi centimetri di testo possono stabilire chi viene accolto e chi resta fuori.


di Marco Bellini

La scena avrebbe qualcosa di comico, se non raccontasse un problema piuttosto serio. Due visitatori non più giovani sono piegati quasi fino a terra nel tentativo di leggere una didascalia. Il cartellino è sul pavimento, i caratteri sono piccoli, l’opera presumibilmente davanti a loro. Accade alla Biennale, ma potrebbe accadere in molti musei e mostre contemporanee.

A pubblicare la fotografia su Instagram è Luigi Prestinenza Puglisi, storico e critico dell’architettura, docente universitario e polemista abituato a mettere il dito nelle contraddizioni della professione. Se la prende con gli architetti. Forse il bersaglio è troppo circoscritto, perché la responsabilità investe un sistema più ampio: progettisti, curatori, direttori di museo, grafici e responsabili degli allestimenti. Ma la domanda resta intatta. Una didascalia deve essere vista oppure deve quasi chiedere scusa per la propria presenza?

Negli ultimi anni sembra essersi diffusa una curiosa diffidenza nei confronti delle parole dentro gli spazi espositivi. L’opera deve respirare, la parete rimanere pulita, l’allestimento conservare la propria armonia. Tutto comprensibile, finché l’eleganza non diventa reticenza. Le didascalie allora si rimpiccioliscono, vengono raggruppate lontano dalle opere, finiscono quasi a terra oppure scompaiono dietro un QR code. Il visitatore estrae il telefono, inquadra, attende, legge su uno schermo. Sempre che voglia farlo, che possa farlo e che il dispositivo collabori.

In questa concezione c’è un equivoco: considerare l’apparato informativo un elemento estraneo all’esperienza estetica anziché una componente del progetto. Una buona didascalia non dovrebbe interferire con un’opera, ma neppure costringere il pubblico a una piccola prova di abilità per sapere chi l’ha realizzata, quando, con quale tecnica e in quale contesto.

La questione diventa ancora più evidente pensando a chi frequenta davvero le mostre. Non soltanto studiosi, critici e collezionisti, ma persone che entrano in un museo precisamente perché non sanno già tutto. Vogliono scoprire, riconoscere, collegare ciò che vedono alle proprie conoscenze. Sono gli stessi visitatori che, alla fine, vengono conteggiati nelle statistiche con cui istituzioni e amministrazioni celebrano il successo di un’esposizione.

Persino la parola “mostra” contiene una promessa elementare. Viene dal latino monstrare: mostrare, indicare, rendere visibile. L’esposizione nasce dunque da un gesto rivolto verso qualcuno. Non basta collocare un oggetto nello spazio: occorre costruire le condizioni perché possa essere incontrato e compreso.

Qui la didascalia smette di essere un dettaglio grafico e diventa una questione culturale. Se è troppo piccola penalizza chi vede meno bene; se è troppo bassa mette in difficoltà chi non può chinarsi; se è lontana dall’opera interrompe il rapporto fra informazione e sguardo; se esiste soltanto sul telefono introduce una barriera tecnologica. L’eleganza dell’allestimento non dovrebbe richiedere nessuno di questi sacrifici.

Il paradosso è che una mostra può essere progettata magnificamente e comunicare male. Può avere luci perfette, distanze calibrate, pareti impeccabili e tuttavia lasciare il visitatore solo davanti a ciò che non conosce. A quel punto l’armonia visiva è salva, ma qualcosa di più importante è andato perduto.

Quella fotografia dei due visitatori piegati verso il pavimento finisce così per essere una didascalia essa stessa. Spiega con immediatezza ciò che molti progetti espositivi dimenticano: un museo non diventa meno bello quando si lascia capire. Diventa semplicemente più pubblico.


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