Produttori, professionisti e giovani talenti italiani e coreani potranno lavorare più facilmente a progetti comuni. Un accordo industriale, certamente, ma anche culturale: perché coprodurre un film significa imparare a raccontare una storia guardandola, almeno per un momento, con gli occhi dell’altro.
di Lorenzo Bianchi
Quando due Paesi firmano un accordo cinematografico, il linguaggio ufficiale parla inevitabilmente di imprese, produzioni, cooperazione e opportunità professionali. Tutto vero. Ma il cinema aggiunge qualcosa che le formule diplomatiche faticano a contenere: mette in circolazione immaginari. Un film attraversa le frontiere portandosi dietro città, volti, abitudini, paure, modi di stare a tavola e di guardare il mondo.
È in questa prospettiva che acquista interesse l’accordo bilaterale di coproduzione cinematografica firmato a Saint-Paul-de-Vence, a margine del Sommet Lumière, dal ministro italiano della Cultura Alessandro Giuli e dal ministro della Cultura, Sport e Turismo della Repubblica di Corea Chae Hwi-young, alla presenza della sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni. L’intesa definisce il quadro giuridico entro il quale imprese italiane e sud-coreane potranno realizzare produzioni comuni.
L’incontro fra queste due cinematografie non è scontato, ed è proprio questo a renderlo interessante. Quella italiana porta con sé una storia che ha attraversato il neorealismo, la commedia, il cinema d’autore e una tradizione artigianale riconosciuta internazionalmente.
Quella sud-coreana è diventata negli ultimi decenni una delle presenze più vitali del panorama mondiale, capace di muoversi fra cinema d’autore e produzione popolare e di raggiungere pubblici lontanissimi dalla propria lingua e cultura. Non si tratta quindi soltanto di condividere risorse, ma di mettere a confronto differenti modi di costruire un racconto.
Giuli ha collocato l’accordo nella nuova fase dei rapporti culturali fra i due Paesi e nel Partenariato Strategico Speciale avviato lo scorso giugno a Roma dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal presidente sud-coreano Lee Jae Myung. L’obiettivo dichiarato è mettere in comune competenze, creatività e capacità produttive, creando nuove occasioni per imprese, professionisti e giovani talenti italiani.
Il percorso, del resto, era cominciato prima. Lucia Borgonzoni ha ricordato il protocollo d’intesa siglato a Venezia nel 2025 con la Korea Creative Content Agency e il successivo incontro con Kim Jae-hyun, sottosegretario coreano con delega al cinema, durante la visita italiana in Corea del dicembre scorso. A ottobre l’Italia sarà inoltre presente con un Italian Pavilion al Festival di Busan, accompagnato da una delegazione di produttori. Il passo successivo, nelle intenzioni del Ministero, sarà estendere la cooperazione anche al più vasto settore audiovisivo.
Dietro questi passaggi istituzionali si intravede una questione più concreta. Una coproduzione obbliga a uscire dal proprio territorio abituale: significa trovare finanziamenti insieme, certo, ma anche scegliere attori e maestranze, confrontare sistemi produttivi, immaginare quali storie possano parlare a pubblici diversi senza perdere la propria origine. È uno dei modi attraverso cui il cinema può evitare di diventare soltanto un prodotto nazionale destinato al proprio mercato.
La relazione fra Italia e Corea del Sud, inoltre, sta allargandosi oltre lo schermo. Dopo l’esposizione di opere del Museo di Capodimonte organizzata a Seoul nel 2025, nel 2027 gli Uffizi saranno protagonisti al Museo Nazionale Coreano con una mostra dedicata a Botticelli e il Rinascimento. Durante l’incontro, Giuli e Chae hanno discusso anche di ulteriori collaborazioni fra istituzioni cinematografiche e occasioni d’incontro tra le imprese dei due Paesi.
È forse questo il punto più interessante dell’accordo. La cultura viaggia bene quando non viene semplicemente esportata, ma incontra qualcosa durante il percorso. Italia e Corea sono lontane geograficamente e profondamente differenti nella loro esperienza storica. Proprio per questo hanno molto da raccontarsi. Se dalle firme di Saint-Paul-de-Vence nasceranno film capaci di trasformare quella distanza in curiosità reciproca, il risultato più importante non comparirà nei protocolli: sarà nelle storie che qualcuno, a Roma o a Seoul, deciderà finalmente di raccontare insieme.

