Riccardo Muti ha scelto la musica per riportare Villa Verdi al centro dell’attenzione nazionale. Nel luogo in cui il compositore visse per mezzo secolo, il degrado della dimora racconta una vicenda italiana fatta di eredità contese, fondi difficili da reperire, interventi urgenti e lentezze amministrative. Ora il governo assicura che il recupero può finalmente partire.
di Serena Galimberti
Non un concerto, ha precisato Riccardo Muti. Una «riunione di musicisti». La distinzione non è formale. Perché il 12 settembre, nel giardino di Villa Verdi a Sant’Agata di Villanova sull’Arda, la musica aveva soprattutto il compito di richiamare l’attenzione su ciò che la circondava: una delle dimore più importanti della storia culturale italiana, chiusa al pubblico dal 2022 e ancora in condizioni che ne impediscono la piena fruizione.
Muti ha accompagnato al pianoforte un gruppo di interpreti riuniti per il “Notturno”, un incontro voluto per riportare l’attenzione sulla casa nella quale Giuseppe Verdi trascorse circa mezzo secolo della propria vita. Il tono scelto dal direttore d’orchestra prima della serata era stato tutt’altro che diplomatico. Sull’abbandono della villa, ha accusato, i governi «di destra, di centro e di sinistra» hanno fatto «schifo». Un giudizio che non lasciava molto spazio alle sfumature e che aveva un destinatario preciso: una politica che, secondo Muti, ha impiegato troppo tempo per assumersi la responsabilità di un luogo appartenente ormai non soltanto alla memoria verdiana, ma al patrimonio culturale del Paese.
Il direttore conosce Verdi come pochi. Lo ha definito il «Michelangelo della musica» e durante gli anni trascorsi alla guida musicale del Teatro alla Scala ha contribuito in modo decisivo alla rilettura del suo repertorio, riportando l’attenzione sulla partitura e sulle indicazioni originali del compositore. Per Muti, dunque, Sant’Agata non è semplicemente una casa-museo. È il luogo fisico nel quale biografia, musica, paesaggio e carattere di Verdi finiscono per coincidere.
La storia della villa spiega perché. Verdi acquistò la proprietà nel 1848 e vi si stabilì stabilmente nel 1851 insieme a Giuseppina Strepponi, celebre soprano che sarebbe diventata la sua seconda moglie nel 1859. La loro convivenza precedente al matrimonio suscitò non poco scandalo nell’ambiente provinciale dell’epoca. Verdi, però, fece di Sant’Agata il centro della propria vita privata e professionale.
Qui lavorò negli anni di alcuni dei suoi maggiori capolavori, da Il trovatore e La traviata fino alla stagione di Aida, Otello e Falstaff. E qui coltivò anche l’altra sua identità, quella di proprietario terriero attentissimo ai campi, alle coltivazioni, agli alberi e all’organizzazione della tenuta.
Muti lo ha ricordato descrivendo un Verdi che si alzava alle cinque del mattino per controllare personalmente il lavoro nei campi. La stessa meticolosità, ha osservato, apparteneva all’agricoltore e all’autore delle partiture. Separare la villa, il parco e il paesaggio dalla musica significa quindi perdere una parte essenziale della comprensione dell’uomo Verdi.
Dopo la morte del compositore, avvenuta a Milano nel 1901, la proprietà passò a Maria Filomena Verdi, figlia di un cugino che Verdi aveva accolto come una figlia. La villa rimase successivamente ai discendenti. Al piano superiore continuò a essere utilizzata come abitazione privata, mentre alcune stanze del piano inferiore furono trasformate in museo. Vi erano conservati mobili, documenti e oggetti appartenuti al compositore, compresi gli arredi provenienti dalla camera del Grand Hotel et de Milan nella quale Verdi trascorse gli ultimi giorni.
Con il passare del tempo, però, conservare un complesso di queste dimensioni è diventato sempre più difficile. Negli ultimi anni della gestione privata gli eredi non disponevano delle risorse necessarie per affrontare restauri e manutenzioni ormai non rinviabili. Nel 2022 la villa fu chiusa al pubblico. La situazione proprietaria, divisa fra quattro eredi, complicò ulteriormente il quadro e, dopo un lungo contenzioso, si arrivò alla decisione di mettere il bene all’asta.
Da quel momento il destino di Sant’Agata è diventato un caso nazionale. Nel 2023 il ministero della Cultura promosse la costituzione di una fondazione con l’obiettivo di favorire l’acquisizione e il recupero del complesso. Il mondo musicale partecipò alla mobilitazione attraverso concerti e iniziative destinate alla raccolta di fondi. Alla fine del 2024 lo Stato avviò l’acquisizione mediante esproprio, con l’obiettivo dichiarato di trasformare Villa Verdi in un museo pubblico e inserirla stabilmente nel sistema dei luoghi verdiani.
Nel frattempo, però, gli edifici continuavano ad avere bisogno di interventi. Una prima somma di 375 mila euro è stata destinata alle opere più urgenti contro le infiltrazioni provenienti dalle coperture, completate nel 2025. Non bastava. Le cronache locali hanno documentato recinzioni danneggiate, vegetazione fuori controllo, alberi abbattuti, intonaci deteriorati e soprattutto la necessità di consolidare strutturalmente l’edificio.
Il programma di recupero prevede interventi molto più estesi: consolidamento edilizio e strutturale, adeguamento degli impianti, climatizzazione degli ambienti necessaria anche alla corretta conservazione dei materiali storici, restauro degli arredi e degli oggetti, sistemazione del parco e del giardino. Una prima dotazione di 6,5 milioni di euro è stata inserita nel quadro del “Programma Grandi Progetti Beni Culturali 2025-2027”.
È su questo punto che l’intervento di Muti ha avuto un effetto immediato. Alla serata di Sant’Agata erano presenti tre esponenti del governo: Alessandro Giuli, Tommaso Foti e Gianmarco Mazzi. Il ministro della Cultura ha risposto alle critiche ricordando gli investimenti effettuati dallo Stato e annunciando che, dopo il completamento delle procedure amministrative, i cantieri potranno finalmente diventare visibili. Giuli ha parlato complessivamente di circa 20 milioni di euro impegnati tra acquisizione, esproprio, restauri e rigenerazione dell’edificio e del giardino. Ha inoltre precisato che, una volta eseguiti i primi interventi di consolidamento e messa in sicurezza, la villa potrà tornare visitabile.
È un aggiornamento decisivo rispetto alla situazione precedente, quando mancavano ancora passaggi amministrativi e non esistevano indicazioni certe sull’avvio effettivo del cantiere. Il confronto tra Muti e Giuli ha così assunto quasi la forma di un contrappunto. Prima l’accusa del direttore d’orchestra contro anni di inerzia. Poi la replica del ministro, che ha rivendicato l’azione dell’attuale governo. Infine Muti ha riconosciuto come un segnale positivo la presenza a Sant’Agata di tre rappresentanti dell’esecutivo e ha preso atto dell’avvio del percorso operativo.
Resta il dato essenziale: Villa Verdi è chiusa da quattro anni. E una dimora di questa importanza non può essere giudicata soltanto sulla base delle somme stanziate o delle procedure completate. La misura concreta del successo sarà la restituzione al pubblico della casa, dei suoi ambienti, degli oggetti e del paesaggio che Verdi costruì intorno a sé.
La questione riguarda anche la capacità italiana di trasformare un patrimonio eccezionale in un sistema culturale coerente. Intorno a Busseto e alle terre verdiane esiste una costellazione di luoghi legati al compositore: la casa natale alle Roncole, il Teatro Verdi, gli edifici e gli spazi della sua vita pubblica e privata, fino a Sant’Agata. Il ministero della Cultura ha indicato proprio nella creazione di un itinerario verdiano uno degli obiettivi del recupero della villa.
Per una sera, intanto, la musica è tornata davanti a quelle finestre. Le arie verdiane hanno risuonato nel giardino mentre sulla facciata rimanevano visibili crepe, macchie e intonaci deteriorati. L’immagine contiene da sola il senso dell’iniziativa di Muti: da una parte un patrimonio riconosciuto in tutto il mondo, dall’altra la difficoltà tutta italiana di custodirne materialmente i luoghi.
Adesso la questione è meno complicata da raccontare. La proprietà è pubblica, le risorse sono state individuate e il governo annuncia l’arrivo dei cantieri. Rimane soltanto la parte che conta davvero: fare i lavori. E riaprire Villa Verdi.
Ho corretto anche un punto che nel testo di partenza risultava ormai superato: non ho lasciato la conclusione sull’assenza dell’ultimo via libera amministrativo, perché le dichiarazioni di Giuli del 13 settembre indicano che le controfirme sono state ottenute e che gara e progetto esecutivo possono procedere.

