Venticinque minuti di applausi a Venezia, poi le accuse di tradimento in Israele. Il caso NAZA mostra quanto profonda sia ormai la frattura tra la percezione internazionale della guerra di Gaza e il dibattito politico israeliano, mentre il cinema diventa terreno di uno scontro sulla legittimità stessa della critica.
di Luca Ferraris
Un premio cinematografico può trasformarsi in un caso politico internazionale nel giro di poche ore. È quanto accaduto a NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che il 12 settembre ha ricevuto il Premio speciale della giuria all’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il giorno successivo il ministro israeliano della Cultura Miki Zohar ha annunciato l’intenzione di agire per revocare la cittadinanza ai due registi, accusandoli di tradimento e di avere danneggiato Israele per ottenere il consenso degli «antisemiti di tutto il mondo». La vittoria veneziana del film è confermata anche dall’elenco ufficiale dei premi e dalle cronache internazionali.
La vicenda ha rapidamente superato i confini della critica cinematografica. NAZA affronta uno dei temi più controversi della guerra nella Striscia di Gaza: i criteri attraverso i quali l’apparato militare israeliano individua i bersagli e stabilisce quale numero di vittime civili possa essere considerato accettabile per colpire un determinato obiettivo. La Biennale descrive il film come un’indagine sui sistemi che stanno dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza. È la prospettiva dichiarata dagli autori, non una conclusione neutrale o condivisa da tutte le parti coinvolte. Le forze armate israeliane contestano infatti la rappresentazione fornita dal documentario.
Il titolo contiene già la chiave dell’inchiesta. NAZA è un acronimo utilizzato nell’ambito dell’intelligence israeliana per indicare il numero di civili che si prevede possano essere uccisi in un attacco aereo diretto contro un determinato obiettivo. Il documentario, girato nell’arco di tre anni e in gran parte di notte sui tetti di Tel Aviv, raccoglie le testimonianze di 24 persone tra militari e appartenenti ai servizi d’intelligence. Una scelta dettata anche dalla necessità di proteggere fonti che parlano sotto anonimato. Il lavoro prosegue e approfondisce in forma cinematografica inchieste pubblicate dal Guardian, da +972 Magazine e da Local Call tra il 2023 e il 2025.
Al centro ci sono anche i sistemi di selezione dei bersagli basati sull’intelligenza artificiale, diventati una questione cruciale non soltanto per Israele ma per il futuro stesso della guerra tecnologica. Nel film vengono descritte procedure attraverso le quali grandi quantità di informazioni sono elaborate per individuare potenziali obiettivi. Una delle testimonianze riportate sostiene che sarebbe stata concessa l’autorizzazione a provocare fino a cinquecento vittime civili per eliminare un singolo esponente di Hamas.
È una delle affermazioni più gravi contenute nel documentario e, proprio per questo, va attribuita alla fonte che la formula: non può essere presentata come un fatto autonomamente accertato.
La risposta dell’esercito israeliano costituisce l’altra parte indispensabile del quadro. Inizialmente le accuse sono state respinte in modo categorico, contestando soprattutto l’utilizzo di testimonianze anonime e quindi l’impossibilità, per il pubblico, di verificarne direttamente l’identità.
Successivamente, secondo quanto riportato nel materiale alla base dell’articolo, l’esercito ha riconosciuto la necessità di una risposta più dettagliata e fondata su elementi probatori. Le ricostruzioni dell’Associated Press rilevano inoltre che diversi aspetti affrontati dal film erano già emersi in precedenti inchieste giornalistiche, pur restando contestati dalle autorità israeliane.
Abraham e Szor arrivano a NAZA con una storia professionale che rende ancora più significativo lo scontro. Sono stati due dei quattro autori di No Other Land, documentario realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal e premiato con l’Oscar nel 2025. La nuova opera è prodotta dal Guardian e da James Wilson per JW Films, con Jonathan Glazer tra i produttori esecutivi. Alla Mostra di Venezia era l’unico documentario selezionato nel concorso principale.
La reazione politica israeliana è stata durissima. Zohar non è rimasto isolato. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha invitato i registi a lasciare il Paese, sostenendo provocatoriamente che sarebbero stati accolti da Hamas. Avigdor Lieberman, già ministro della Difesa, li ha definiti nemici di Israele, mentre l’ex primo ministro Naftali Bennett ha accusato il film di formulare una moderna “accusa del sangue” contro gli israeliani.
Le polemiche hanno così spostato la discussione dal contenuto dell’inchiesta a una questione più radicale: fino a quale punto la denuncia dell’operato del proprio Stato possa essere considerata dissenso legittimo e quando, invece, venga interpretata come slealtà nazionale.
La minaccia di Zohar, tuttavia, non equivale alla revoca della cittadinanza. Il ministro della Cultura non dispone del potere di cancellarla con una propria decisione. La legislazione israeliana consente in circostanze eccezionali la privazione della cittadinanza per violazioni molto gravi della lealtà verso lo Stato, ma la procedura coinvolge altre autorità e il controllo giudiziario.
Nel 2022 la Corte Suprema israeliana ha confermato la costituzionalità della possibilità di revoca per gravi atti di slealtà, mentre nel 2023 la normativa è stata ampliata nei confronti di persone condannate per terrorismo in determinate condizioni. Si tratta comunque di uno strumento eccezionale, non di una sanzione amministrativa che un ministro possa applicare direttamente a due cineasti perché considera ostile la loro opera.
È qui che il caso NAZA acquista una dimensione internazionale. Israele combatte una guerra che, dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, ha progressivamente modificato la posizione del Paese nell’opinione pubblica mondiale. All’interno di Israele la guerra continua a essere letta da ampi settori della società attraverso il trauma del 7 ottobre, la questione degli ostaggi e la sicurezza nazionale.
All’estero, il crescente numero delle vittime palestinesi, la devastazione della Striscia e le controversie sul rispetto del diritto internazionale hanno prodotto una pressione politica e culturale sempre maggiore. NAZA entra precisamente dentro questa frattura.
Il successo ottenuto a Venezia ne è una dimostrazione. L’accoglienza è stata eccezionale, con una standing ovation durata circa 25 minuti, seguita dal Premio speciale della giuria. (
Ma ciò che a Venezia è stato interpretato come un’opera di denuncia e di giornalismo investigativo, da una parte rilevante dell’establishment politico israeliano è stato percepito come un attacco proveniente dall’interno. Le due letture non potrebbero essere più distanti.
La pressione sui registi, peraltro, non nasce oggi. Dopo No Other Land, la casa della famiglia di Abraham era stata presa di mira da estremisti di destra. Il regista aveva allora sottolineato una contraddizione che rimane centrale anche nel nuovo film: gli autori israeliani corrono rischi per il loro lavoro, ma operano comunque all’interno di un sistema che garantisce loro tutele incomparabilmente maggiori rispetto a quelle di cui dispongono molti giornalisti e operatori palestinesi.
In Israele esistono però anche voci di segno opposto. Yousef Jabareen, già parlamentare e presidente di Hadash, si è congratulato con i registi. Haaretz, secondo il documento di partenza, ha interpretato il film come un tentativo di costringere la società israeliana a confrontarsi con una realtà che tende a non guardare. Nel frattempo la controversia ha prodotto una reazione anche fuori dal Paese: esponenti del cinema internazionale e festival hanno espresso solidarietà agli autori, mentre più di 1.500 cineasti israeliani hanno sottoscritto una petizione in loro difesa.
La posta in gioco, dunque, è più ampia di un film. Riguarda il rapporto tra sicurezza e libertà d’espressione in una democrazia impegnata in una guerra lunga e traumatica. Riguarda il ruolo delle tecnologie algoritmiche nelle decisioni militari e il problema della responsabilità umana quando l’intelligenza artificiale entra nella catena che conduce all’individuazione e all’attacco di un bersaglio. Riguarda infine il peso assunto dai festival, dai media e dall’industria culturale nella costruzione internazionale dell’immagine di un conflitto.
Abraham e Szor sostengono di avere realizzato NAZA proprio perché israeliani. Nella dichiarazione pubblicata dalla Biennale spiegano di avere sentito il dovere di utilizzare la propria posizione per interrogare dall’interno i meccanismi che denunciano. Il loro obiettivo dichiarato è rompere il silenzio.
La reazione politica dimostra quanto quel silenzio sia diventato terreno di scontro. Venezia ha premiato un documentario. In Israele, invece, la discussione è arrivata fino alla cittadinanza dei suoi autori. È in questa distanza, culturale prima ancora che geografica, che NAZA assume il significato più difficile da ignorare: non racconta soltanto Gaza. Racconta anche la battaglia, interna a Israele e ormai globale, su chi abbia il diritto di raccontarla.

