Una piscina, una finestra, una tavola apparecchiata, un corpo colto in un momento qualsiasi. Bernardo Siciliano parte da ciò che sembra riconoscibile per raccontare quanto sia fragile la nostra capacità di ricordare. Dal 30 settembre al 30 ottobre 2026, Roma accoglie il ritorno di un pittore che ha trascorso quasi trent’anni a New York.
di Chiara Vassallo
Tornare nella città in cui si è nati significa misurarsi con una strana forma di distanza. Le strade possono essere ancora lì, gli edifici al loro posto, perfino certe luci sembrano identiche. Eppure chi torna non è più la persona che era partita. Nel frattempo il tempo ha lavorato sulle cose e soprattutto su di noi, modificando il modo in cui ricordiamo ciò che credevamo di conoscere.
Per Bernardo Siciliano questo ritorno ha una misura precisa: quasi trent’anni. Nato a Roma nel 1969, nel 1996 si trasferì a New York, che sarebbe diventata la sua città d’adozione e uno dei grandi serbatoi visivi della sua pittura. Ora Roma torna ad accoglierlo con Funny Games, la personale curata da Giuseppe Armogida, in programma allo Spazio Arte Treccani dal 30 settembre al 30 ottobre 2026.
È difficile non leggere questa mostra anche attraverso la biografia dell’artista. Siciliano cominciò a dipingere molto presto. La sua prima personale risale al 1986, quando aveva appena diciassette anni, alla Galleria Carlo Virgilio di Roma. Negli anni successivi la pittura divenne progressivamente il centro della sua ricerca, fino alla decisione di trasferirsi oltreoceano. A New York trovò qualcosa che evidentemente corrispondeva al suo sguardo: edifici industriali, parcheggi, strade, scorci urbani lontani dall’immagine monumentale della metropoli. Una città osservata nella sua dimensione quotidiana, talvolta quasi spoglia, dove luce e spazio potevano diventare materia del quadro.
Il titolo scelto per la mostra romana introduce però subito una lieve inquietudine. Funny Games rimanda al film realizzato da Michael Haneke nel 1997, un’opera nella quale ciò che inizialmente appare ordinario e perfino rassicurante precipita progressivamente in una condizione di violenza e instabilità. Nei quadri di Siciliano non ritroviamo quella violenza nella sua forma esplicita. Ne rimane piuttosto la tensione, una specie di incrinatura silenziosa dentro immagini che, a prima vista, sembrerebbero appartenere alla normalità.
Ci sono corpi, interni, piscine, finestre, tavole apparecchiate. Ci sono momenti di gioco e di festa. Sono immagini nelle quali potremmo quasi riconoscere qualcosa di nostro: un’estate trascorsa con amici, una stanza attraversata molte volte, qualcuno seduto accanto a noi, un pomeriggio del quale credevamo di avere conservato ogni dettaglio. Ma basta fermarsi davanti a quei dipinti perché la certezza cominci a indebolirsi.
È qui che la pittura di Siciliano diventa più interessante: quando ciò che vediamo smette di coincidere perfettamente con ciò che crediamo di vedere.
La memoria, del resto, funziona proprio così. Non conserva il passato come una fotografia depositata in un archivio. Seleziona, sposta, cancella, ricompone. Un volto può restare nitidissimo mentre scompare il luogo in cui lo abbiamo incontrato; una stanza può riaffiorare con precisione e perdere invece le persone che la abitavano. Talvolta siamo persino convinti di ricordare qualcosa che, negli anni, abbiamo lentamente reinventato.
In Funny Games questa instabilità diventa materia pittorica. Siciliano costruisce le immagini con grande attenzione alla composizione e allo spazio, ma dentro quella struttura rigorosa lascia affiorare qualcosa che non si lascia ordinare completamente. Presenza e assenza finiscono per convivere. La felicità porta con sé la possibilità della perdita. Ciò che appare può già contenere la propria scomparsa. Nessun gesto possiede un significato definitivo e allo spettatore non viene consegnata una spiegazione rassicurante.
Forse è proprio questo il gioco annunciato dal titolo: non tanto capire che cosa stia realmente accadendo nel quadro, quanto accettare che una risposta univoca non esista.
Nella storia di Siciliano, d’altra parte, l’osservazione è sempre stata fondamentale. Da ragazzo disegnava i paesaggi della campagna umbra che vedeva dalla casa di famiglia; più tardi avrebbe rivolto lo stesso sguardo verso Roma e poi verso New York. Anche quando il soggetto cambia, rimane l’abitudine di partire dalla realtà visibile. La sua formazione da autodidatta si è nutrita del confronto con pittori come Cézanne, Hopper, Bacon, Piero Guccione e Lucian Freud, mentre il trasferimento negli Stati Uniti ha portato la città americana al centro di molta parte della sua produzione.
La sua carriera si è sviluppata tra Italia e Stati Uniti. Ha esposto, fra gli altri luoghi, al MACRO e al Chiostro del Bramante di Roma, a Palazzo della Ragione a Milano e al Liu Hai Su Art Museum di Shanghai; nel 2001 ha vinto la seconda edizione del Premio Cairo con Blue Room. Le esposizioni newyorkesi e il lungo rapporto con la scena artistica americana hanno accompagnato una ricerca rimasta saldamente figurativa, concentrata soprattutto sul paesaggio urbano e sulla figura umana.
Ma davanti ai quadri di Funny Games la biografia finisce per arretrare. Rimane quella sensazione molto più universale che accompagna ogni tentativo di trattenere qualcosa destinato a passare. Dipingerlo significa forse opporre una piccola resistenza.
Un istante viene fermato sulla tela, ma non per questo diventa immobile. Continua a cambiare sotto lo sguardo di chi osserva, perché ognuno porta dentro l’immagine la propria esperienza. Una piscina non è più soltanto una piscina. Una tavola apparecchiata può evocare persone che non vi siedono più. Una finestra separa un interno da un esterno, ma anche un presente da qualcosa che abbiamo lasciato alle nostre spalle.
È in questo spazio sottile che il ritorno romano di Bernardo Siciliano acquista un significato particolare. Dopo tanti anni trascorsi altrove, l’artista torna nel luogo da cui era partito portando con sé immagini costruite attraverso altre città, altre stanze, altri corpi e un’altra vita. Roma non è semplicemente il punto di arrivo di un itinerario geografico. Diventa inevitabilmente il luogo nel quale passato e presente tornano a guardarsi.
E forse ogni ritorno contiene la stessa scoperta: possiamo ritrovare i luoghi, ma non possiamo ritrovare esattamente il tempo che vi abbiamo vissuto.
La pittura, invece, può tentare qualcosa di diverso. Può fermare un’immagine proprio mentre sta per sfuggire, sapendo che non riuscirà davvero a salvarla. Può mostrarci ciò che resta e, nello stesso momento, farci percepire ciò che è già scomparso.
È un gioco serio, quello di Funny Games. E riguarda molto meno i ricordi di Bernardo Siciliano di quanto, alla fine, riguardi i nostri.

