Un romanzo celebrato dalla critica, premiato e tradotto all’estero viene sottoposto a un software che sentenzia: testo generato dall’intelligenza artificiale. L’editore respinge l’accusa, l’autore difende la propria lingua, il mondo letterario discute. E improvvisamente il giudice del romanzo non è più il critico, ma un altro algoritmo.
di Carlo Venturi
Era partito bene, forse persino troppo bene. C’était ça ou mourir, primo romanzo dello scrittore canadese di origine haitiana Thélyson Orélien, era diventato uno dei casi della rentrée littéraire francese. Pubblicato in Francia da Grasset il 19 agosto 2026, aveva già conquistato il Québec, era avviato alla traduzione in più di venti lingue e il 21 settembre ha ricevuto il Prix du Roman Fnac 2026, assegnato da una giuria composta da 400 librai e 400 lettori. Il libro figura inoltre nelle selezioni di alcuni dei principali premi francesi, fra cui il Goncourt. Poi è arrivato un account su X e la festa si è guastata.
L’account si chiama «Balance ton Claude», evidente parodia di «Balance ton porc», lo slogan della campagna francese contro le molestie sessuali nata negli anni del #MeToo. Solo che qui il bersaglio non sono i molestatori, ma gli autori sospettati di avere affidato la penna a Claude o ad altri sistemi di intelligenza artificiale. Nel mirino è finito Orélien. L’accusa è semplice e, proprio per questo, micidiale: diversi passaggi del romanzo sarebbero stati analizzati con Pangram, un rilevatore di testi generati dall’AI, ottenendo ripetutamente risultati prossimi o pari al 100 per cento.
Il problema è che tra un responso software e una prova corre una distanza considerevole. Ed è precisamente in quella distanza che si è infilata la polemica.
Il romanzo racconta la fuga di Jonas Dorléon, giovane insegnante haitiano costretto dalla violenza e dall’insicurezza ad abbandonare il proprio Paese. Il viaggio attraversa le Americhe, dalla Repubblica Dominicana al Brasile, dal Messico agli Stati Uniti, in una successione di frontiere, pericoli, umiliazioni e incontri. È un racconto di migrazione e sopravvivenza costruito attraverso una lingua che la critica ha definito poetica, attraversata dall’oralità e contaminata da registri diversi. Prima di questo esordio narrativo Orélien aveva pubblicato soprattutto poesia. Il successo è stato rapido: secondo Euronews il libro aveva già superato le 35 mila copie mentre esplodeva la controversia.
Ed è proprio la lingua a essere diventata il corpo del reato. Pangram, come gli altri strumenti di questo genere, non scopre in qualche anfratto del documento una firma segreta di ChatGPT o Claude. Analizza caratteristiche statistiche del testo: regolarità lessicali, prevedibilità, costruzioni sintattiche, distribuzione delle parole, ritmo delle frasi. In sostanza cerca indizi compatibili con la scrittura generata da un modello linguistico. È un procedimento sofisticato, ma rimane probabilistico. Non è la macchina della verità, anche se la percentuale stampata sullo schermo possiede quella rassicurante aria notarile che piace molto al nostro tempo.
Da qui la domanda decisiva: Pangram ha riconosciuto una macchina oppure ha scambiato per artificiale una scrittura umana che non corrisponde abbastanza bene ai modelli sui quali è stato addestrato?
Orélien ha respinto le accuse e ha ricondotto alcune caratteristiche contestate – comprese le ripetizioni – alla tradizione letteraria haitiana e caraibica e alla propria ricerca stilistica. La sua lingua mescola francese, inflessioni creole, oralità e contaminazioni provenienti anche dallo spagnolo e dal portoghese. Trasformare automaticamente queste particolarità in indizi di produzione artificiale, sostiene lo scrittore, significa confondere l’analisi statistica con la critica letteraria.
Grasset è stata ancora più drastica. La casa editrice ha parlato di «fake news» e «teoria del complotto», mettendo in dubbio l’attendibilità dei rilevatori automatici e osservando, con una certa efficacia polemica, che strumenti del genere riescono talvolta ad attribuire all’intelligenza artificiale anche testi scritti molti secoli prima che qualcuno inventasse il computer. L’editore ha poi ribadito la propria piena fiducia nell’autore.
La vicenda, però, non si liquida con una battuta. I detector esistono perché esiste un problema reale: i modelli generativi sono ormai capaci di produrre in pochi secondi pagine grammaticalmente corrette, imitare registri, riscrivere testi, proporre varianti e intervenire nell’editing. Stabilire dove finisca l’assistenza e dove cominci l’autorialità non è sempre semplice. Tra lo scrittore che usa un correttore automatico e quello che ordina a un chatbot «scrivimi un romanzo di trecento pagine» c’è un territorio enorme, e ormai parecchio affollato.
Nel caso Orélien, tuttavia, l’accusa pubblica nasce dal responso di un software utilizzato da un account anonimo, non dalla dimostrazione documentale del processo di scrittura. Anche il presidente dell’Académie Goncourt, Philippe Claudel, ha invitato alla prudenza di fronte alla controversia.
È un dettaglio tutt’altro che secondario. Un rilevatore può fornire un indizio da approfondire; più difficile è trasformarlo in una sentenza. Tanto più quando si giudica la letteratura, terreno nel quale deviazione, anomalia, ripetizione, contaminazione linguistica e imprevedibilità non sono necessariamente difetti: qualche volta sono esattamente ciò che chiamiamo stile.
La faccenda presenta così un paradosso piuttosto gustoso. Abbiamo costruito intelligenze artificiali capaci di imitare la scrittura degli uomini. Adesso costruiamo altre intelligenze artificiali per scoprire se gli uomini scrivono come le intelligenze artificiali. E quando il secondo algoritmo accusa il primo, noi osserviamo una percentuale sullo schermo e ci domandiamo a chi credere.
Nel frattempo C’était ça ou mourir resta un romanzo pubblicato, premiato, letto e discusso. Che sia stato scritto interamente da Orélien, assistito in qualche misura da strumenti digitali oppure – come sostiene l’accusa – prodotto in misura sostanziale dall’AI è precisamente ciò che, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non risulta dimostrato in modo conclusivo. La distinzione è importante: il sospetto fa una buona polemica, la prova richiede qualcosa di più.
Forse il caso Orélien anticipa soprattutto questo: la critica letteraria dovrà imparare a convivere con l’intelligenza artificiale senza delegarle il proprio mestiere. Un algoritmo può contare ricorrenze, calcolare probabilità e riconoscere schemi. Può persino insospettirci. Ma se per stabilire chi ha scritto un romanzo chiediamo semplicemente a un’altra macchina, non abbiamo risolto il problema dell’autore.
Abbiamo soltanto aggiunto un altro autore alla discussione.

