Il processo prenderà il via il 21 gennaio. Sullo sfondo, dieci anni di battaglie giudiziarie, lo sfratto, il sequestro degli arredi e il futuro di uno dei luoghi simbolo di Roma. Una storia che costringe a chiedersi cosa rimanga di un luogo storico quando gli si sottrae ciò che lo ha reso tale.
di Andrea Montesi
Per trasformare un monumento in un locale qualsiasi può bastare poco. Si tolgono i quadri, si portano via gli arredi, si svuotano le stanze. I muri rimangono al loro posto, naturalmente. Ed è proprio questo il problema: i muri, qualche volta, non bastano.
L’Antico Caffè Greco di via dei Condotti, uno dei luoghi più celebri della storia culturale romana, è finito al centro di una vicenda giudiziaria che adesso approda al processo. Carlo Pellegrini, allora amministratore della società Antico Caffè Greco S.r.l., è stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Roma per la rimozione e il trasferimento, senza la preventiva autorizzazione del Ministero della Cultura, di beni mobili sottoposti a tutela. Il dibattimento è fissato per il 21 gennaio.
L’accusa formulata dal pubblico ministero Claudio Santangelo riguarda l’articolo 169 del decreto legislativo 42 del 2004, il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Al centro non c’è dunque una disputa estetica su dove sia più opportuno appendere un quadro, ma il regime giuridico di beni dichiarati di interesse culturale particolarmente importante e considerati inscindibilmente legati agli ambienti nei quali erano conservati. È qui che la storia del Caffè Greco diventa interessante anche per chi non frequenta tribunali, soprintendenze o antiquari.
Lo storico locale non era tutelato soltanto come contenitore. Il vincolo della Soprintendenza riguardava il complesso formato dagli ambienti e dai beni mobili custoditi al loro interno. Quadri, arredi e suppellettili non costituivano quindi una decorazione intercambiabile, buona per rendere più pittoresca una sala da caffè. Partecipavano all’identità stessa del luogo. Spostarli significava, secondo l’impostazione dell’accusa, alterare quell’unità.
La vicenda esplose nell’estate del 2025, nelle giornate che precedettero l’esecuzione dello sfratto dell’immobile tra via dei Condotti 85-86 e via delle Carrozze 55, di proprietà dell’Ospedale Israelitico. Era l’ultimo atto di una battaglia immobiliare e giudiziaria trascinatasi per circa un decennio. Alla vigilia dell’arrivo degli ufficiali giudiziari e delle forze dell’ordine, le sale apparvero private dei celebri arredi che ne avevano costruito nel tempo la fisionomia. Difficile trovare un’immagine più efficace: il Caffè Greco c’era ancora e contemporaneamente non c’era più.
A seguito delle denunce presentate dall’Ospedale Israelitico, la Procura affidò gli accertamenti ai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Roma. Le indagini consentirono di rintracciare i beni in locali nella disponibilità di Pellegrini, in via della Mercede 12/A e in via Otranto 40. Il 17 settembre 2025 il giudice per le indagini preliminari dispose il sequestro preventivo degli arredi, dei dipinti e delle suppellettili trasferiti.
Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, la rimozione, avvenuta poco prima del 23 luglio 2025, avrebbe violato le disposizioni del Codice dei beni culturali che richiedono l’autorizzazione preventiva per lo spostamento dei beni sottoposti a vincolo. La conseguenza, nella prospettiva accusatoria, sarebbe stata la rottura dell’integrità del complesso monumentale e il concreto pericolo di dispersione del patrimonio. Nel procedimento risultano parti offese la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma e l’Ospedale Israelitico. Ma esiste naturalmente l’altra versione, e non è un dettaglio da relegare in fondo alla pagina.
Pellegrini, assistito dagli avvocati Fabio Viglione e Alfredo Frateschi, respinge gli addebiti penali. La difesa sostiene che la rimozione non fosse finalizzata a disperdere il patrimonio, bensì esattamente al contrario: a proteggerlo. Nella memoria del 27 luglio vengono descritte condizioni ambientali ritenute incompatibili con la conservazione delle opere – muffe, umidità, pareti deteriorate e un impianto elettrico giudicato pericolante. È stato inoltre depositato un elaborato tecnico per documentare la necessità di interventi urgenti sugli impianti.
Due ricostruzioni che si guardano da lati opposti della stessa porta. Per l’accusa, spostare quei beni senza preventiva autorizzazione significava violarne la tutela e mettere a rischio l’unità del complesso. Per la difesa, lasciarli dov’erano avrebbe significato esporli a rischi materiali.
Pellegrini sostiene inoltre di avere inviato una PEC alla Soprintendenza il 23 luglio 2025 e richiama modifiche normative intervenute nell’aprile 2026. Sarà il processo a valutare la rilevanza giuridica degli elementi prodotti e la fondatezza delle contestazioni. Il rinvio a giudizio, va ricordato, non stabilisce la colpevolezza dell’imputato: determina che l’accusa sarà esaminata nel dibattimento. Ma ridurre tutto alla domanda «chi ha ragione?» significherebbe perdere la parte culturalmente più significativa della vicenda.
Il Caffè Greco è diventato nei secoli qualcosa di diverso da un esercizio commerciale particolarmente antico. Fondato nel Settecento, è stato frequentato da artisti, scrittori, musicisti e viaggiatori europei, accumulando nelle sue sale non soltanto oggetti, ma relazioni fra oggetti, ambienti e memoria. È precisamente questo intreccio che la tutela culturale tenta di preservare.
La questione sembra astratta finché non si immagina il contrario. Prendiamo una stanza storica, togliamo progressivamente i dipinti, le sedute, i tavoli, le suppellettili. Lasciamo pareti, pavimento e soffitto. L’indirizzo è identico. I metri quadrati pure. Possiamo ancora dire che sia lo stesso luogo? È una domanda meno innocente di quanto sembri.
La cultura contemporanea ha una singolare predilezione per i contenitori. Restauriamo facciate, celebriamo indirizzi storici, trasformiamo edifici in marchi. Poi rischiamo di dimenticare che il valore di certi luoghi nasce proprio dall’accumulo irripetibile di cose, persone, usi e tempo. Una sala perfettamente restaurata ma privata della propria stratificazione può essere impeccabile e, nello stesso momento, culturalmente muta.
Intanto sul futuro del Caffè Greco continua a giocarsi un’altra partita. L’immobile è interessato da una procedura per l’individuazione di un nuovo gestore, con il forte interesse, secondo quanto riportato, di una griffe dell’alta moda. Anche questo passaggio merita attenzione. Via dei Condotti è uno degli indirizzi più costosi e commercialmente appetibili del mondo, e sarebbe ingenuo fingere che il destino di un locale storico possa essere separato dalle enormi pressioni economiche che gravitano intorno a quei metri quadrati.
Il punto, però, non è stabilire se tradizione e attività economica siano incompatibili. Sarebbe una posizione piuttosto comoda, oltre che storicamente insensata: il Caffè Greco è sempre stato anche un esercizio commerciale. La questione è un’altra: capire fino a quale punto un luogo possa cambiare gestione, funzione e immagine senza perdere ciò che giustifica la sua tutela.
Il processo a Pellegrini dovrà occuparsi di fatti precisi, autorizzazioni, condotte e responsabilità individuali. Saranno i giudici a decidere sulla contestazione penale.
A noi resta una domanda più scomoda. Se proteggiamo un luogo storico soltanto quando ormai dobbiamo discutere in tribunale dove siano finiti i suoi quadri e i suoi mobili, forse siamo arrivati un po’ tardi. Perché un luogo della memoria non muore necessariamente quando viene demolito. Può restare perfettamente in piedi e diventare irriconoscibile.

