La questione decisiva è impedire che edifici recuperati restino l’eredità provvisoria di un finanziamento straordinario

Tre giornate di confronto a Roma hanno tracciato il bilancio del PNRR dedicato ai piccoli centri storici italiani. I numeri raccontano un programma arrivato al traguardo. Sindaci e amministratori, però, guardano già oltre: senza servizi, lavoro, capacità gestionale e comunità residenti, restaurare un borgo non basta a restituirgli un futuro.


di Marco Bellini

I numeri, questa volta, hanno il pregio di essere molto chiari. Circa un miliardo di euro investito, 315 borghi coinvolti in tutte le regioni italiane, 232 progetti di rigenerazione finanziati, 3.349 interventi portati a compimento e 2.657 iniziative imprenditoriali sostenute. Il Programma Borghi del PNRR arriva alla conclusione avendo superato il target europeo, fissato a 3.250 interventi.

È il bilancio presentato a Roma durante le tre giornate di “PNRR Piccoli Borghi”, promosse dal Ministero della Cultura per mettere intorno allo stesso tavolo sindaci, Regioni e Province autonome, amministrazioni centrali, imprese, operatori culturali ed esperti. Una verifica dei risultati, certamente, ma anche qualcosa di meno celebrativo e più necessario: capire che cosa resterà quando la stagione eccezionale del Piano nazionale di ripresa e resilienza sarà terminata.

Il Programma Borghi nasceva da una constatazione antica quanto evidente. Una parte considerevole del patrimonio culturale italiano non è concentrata nelle grandi città d’arte, ma disseminata in centinaia di piccoli centri, spesso magnifici e altrettanto spesso fragili. Conservano architetture, paesaggi, tradizioni, artigianato, memorie locali. Conservano anche, però, gli effetti dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione, della rarefazione dei servizi e della debolezza economica.

Il PNRR ha tentato di intervenire su questa Italia meno visibile con una massa di risorse difficilmente immaginabile fino a pochi anni fa.

Dei 232 progetti di rigenerazione finanziati, 21 sono progetti pilota individuati dalle Regioni e dalle Province autonome, mentre 211 sono progetti locali promossi direttamente dai Comuni. Nei soli progetti pilota sono stati completati 410 interventi. Nel complesso, le opere hanno riguardato il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale, la riqualificazione degli spazi pubblici, il rafforzamento dell’offerta culturale e turistica, il miglioramento dei servizi e la valorizzazione delle identità e delle vocazioni locali.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, aprendo i lavori insieme ai rappresentanti delle istituzioni coinvolte, ha indicato nel rapporto tra cultura e borghi uno degli elementi centrali dell’azione del Ministero. La scelta, ha spiegato, è stata quella di affiancare all’Italia delle grandi città l’Italia dei territori e delle comunità. Una geografia culturale diffusa nella quale il patrimonio non coincide soltanto con il grande museo o il monumento universalmente conosciuto, ma entra nella vita quotidiana di centri talvolta lontani dai grandi flussi.

È però sul versante economico che il programma mostra uno dei suoi aspetti più interessanti. Con “Imprese Borghi”, misura gestita da Invitalia, sono state finanziate 2.657 iniziative nei settori della cultura, del turismo, dell’artigianato, del commercio e dell’agroalimentare. Non soltanto pietre, dunque. L’obiettivo era affiancare al recupero materiale dei luoghi la possibilità di generare attività produttive e occupazione.

È un passaggio essenziale. Un palazzo restaurato può tornare magnifico; se intorno non esiste più una comunità capace di usarlo, rischia di diventare un bellissimo guscio vuoto.

Proprio per sostenere amministrazioni spesso piccole e con strutture tecniche limitate, l’attuazione del programma ha richiesto una rete di assistenza. Invitalia ha affiancato il Ministero fornendo supporto tecnico-operativo all’Unità di Missione e partecipando alle attività di accompagnamento e networking, anche attraverso la piattaforma Cultura Borghi. ALES e Cassa Depositi e Prestiti hanno a loro volta sostenuto i Comuni con team operativi territoriali, intervenendo sulle criticità e sul monitoraggio dei progetti.

Dietro questa architettura amministrativa si intravede uno dei problemi strutturali dei piccoli Comuni italiani. Valentina Gemignani, capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, lo ha ricordato con chiarezza: affrontare programmi complessi, scadenze strette e procedure articolate richiede competenze tecniche e professionali che le amministrazioni minori non sempre possiedono al proprio interno. Arrivare al traguardo, quindi, non era scontato. Ai tavoli di lavoro hanno partecipato 350 persone, segnale di un patrimonio di esperienze che adesso rischierebbe di andare disperso se venisse considerato semplicemente concluso il lavoro.

È qui che il racconto cambia tempo verbale. Dal passato prossimo dei risultati si passa al futuro delle responsabilità. Dai tavoli tematici è emersa infatti una richiesta piuttosto precisa: conservare le competenze amministrative costruite durante il PNRR, rafforzare la cooperazione fra Comuni, trovare modelli gestionali stabili per i beni recuperati e i servizi creati, sostenere le imprese culturali e le filiere locali, coinvolgere direttamente le comunità nei processi di rigenerazione.

Cultura, abitazione, lavoro, servizi, innovazione e sostenibilità ambientale dovranno essere considerati parti dello stesso problema. Non è difficile comprenderne la ragione. Un borgo può essere restaurato con un finanziamento straordinario; non può essere mantenuto vivo con finanziamenti straordinari per sempre.

La vera misura del successo non sarà quindi soltanto contare quanti cantieri sono stati chiusi, ma verificare tra cinque o dieci anni quanti degli spazi recuperati saranno ancora utilizzati, quante delle imprese finanziate saranno rimaste sul territorio, quanti servizi continueranno a funzionare e soprattutto se giovani, famiglie e attività economiche troveranno ragioni sufficienti per restare, tornare o trasferirsi.

Anche il ruolo della cultura, in questa prospettiva, cambia. Nel corso dei lavori è stata avanzata l’idea di considerare i piccoli centri non soltanto destinatari di interventi di conservazione, ma luoghi nei quali produrre cultura. Musica, teatro, danza e spettacolo dal vivo possono diventare strumenti di rigenerazione sociale e di attrazione, facendo del patrimonio storico non una scenografia immobile ma un’infrastruttura della vita contemporanea.

Alla conclusione dell’incontro, sindaci e amministratori hanno consegnato simbolicamente al Ministero della Cultura un documento con richieste e proposte per dare continuità alle reti, alle competenze e alle iniziative avviate. La sottosegretaria Lucia Borgonzoni ha annunciato l’avvio di un tavolo tecnico incaricato di esaminarle e l’intenzione del Ministero di coordinare un’iniziativa più ampia, coinvolgendo altri dicasteri e aiutando soprattutto le realtà minori a individuare opportunità di finanziamento che spesso esistono ma risultano difficili da intercettare.

È probabilmente questo il lascito meno fotografabile del Programma Borghi. I cantieri si vedono, un edificio restaurato si inaugura, una piazza riqualificata offre immediatamente l’immagine del prima e del dopo. Più difficile è fotografare una pubblica amministrazione che ha imparato a progettare meglio, due Comuni che hanno cominciato a collaborare, una piccola impresa che riesce a restare aperta, una comunità che torna a utilizzare uno spazio abbandonato.

Eppure sarà su questi risultati, più che sulle cerimonie di conclusione dei lavori, che andrà misurata l’eredità del miliardo investito. Il PNRR ha consegnato ai piccoli centri italiani una quantità eccezionale di risorse e ha raggiunto, secondo il bilancio del Ministero, tutti i target previsti, superando quello europeo relativo agli interventi completati. Ma un piano straordinario possiede inevitabilmente una data di scadenza, mentre i luoghi non ce l’hanno.

I borghi continueranno a esistere dopo l’ultima rendicontazione europea, con i loro edifici recuperati e i loro problemi quotidiani. Avranno bisogno di manutenzione, amministratori competenti, imprese, scuole, collegamenti, servizi e persone che decidano di viverci.

Il miliardo di euro poteva restaurare molto. Non poteva comprare, da solo, tutto questo.


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