Settantadue immagini, tre nuclei espositivi e settanta anni di ricerca in mostra

Le fotografie di Frank Horvat entrano negli spazi monumentali delle terme romane e incontrano un luogo costruito quasi duemila anni fa intorno al corpo, alla socialità e alla rappresentazione. Il dialogo funziona perché anche il fotografo, per tutta la vita, ha cercato esseri umani prima ancora che immagini.


di Elena Serra

Una fotografia di moda può essere impeccabile e non dire quasi nulla. Frank Horvat lo aveva capito presto. Per questo, quando negli anni Cinquanta cominciò a lavorare per le grandi riviste, portò le modelle fuori dagli studi, le fece camminare per strada, le immerse nella città e restituì loro qualcosa che la perfezione patinata tendeva a sottrarre: la possibilità di essere persone.

È un buon punto da cui entrare nella mostra che le Terme di Caracalla dedicano al fotografo fino al 10 gennaio 2027. Settantadue immagini, articolate in tre nuclei, attraversano gli ambienti del complesso archeologico romano ripercorrendo una carriera durata più di settant’anni. La mostra è promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma, diretta da Daniela Porro, organizzata da Electa e curata da Fiammetta Horvat e Mathilde Oudin dello Studio Frank Horvat insieme a Nunzio Giustozzi. (Ministero Cultura e Turismo)

L’accostamento fra quelle fotografie e Caracalla non è puramente scenografico. Le Thermae Antoninianae, inaugurate nel 216 d.C., erano una gigantesca architettura dedicata al bagno e alla cura del corpo, ma anche allo sport, allo studio e alla vita sociale. Palestre, spogliatoi, biblioteche, calidarium, tepidarium, frigidarium e natatio componevano una macchina monumentale nella quale il corpo era insieme esperienza individuale e fatto pubblico. (Ministero Cultura e Turismo)

Quasi diciotto secoli più tardi, Horvat avrebbe trascorso buona parte della propria vita professionale interrogando proprio il corpo e il modo in cui viene guardato.

Era nato nel 1928 ad Abbazia, l’attuale Opatija in Croazia, da una famiglia ebraica. Nel 1939 si trasferì con i genitori a Lugano, dove cominciò a fotografare con una Retinamat 35 millimetri. Nel 1947 studiò all’Accademia di Brera a Milano. Poi vennero Parigi, Londra, i viaggi e gli incontri che contano: nel 1950 conobbe Henri Cartier-Bresson e Robert Capa. Dal fotogiornalismo arrivò alla moda senza abbandonare il primo quando praticava la seconda. È forse questa contaminazione ad avere reso riconoscibile il suo lavoro. (Ministero Cultura e Turismo)

Horvat non sembrava molto interessato a rispettare i confini che il sistema culturale costruisce per rendere più ordinato il lavoro degli artisti. Fotografo di moda, certo. Ma anche reporter, ritrattista, viaggiatore, autore di paesaggi, sperimentatore e, più tardi, curioso esploratore delle possibilità offerte dall’informatica e dalle tecnologie digitali.

Le etichette sono utili agli archivi. Agli artisti, qualche volta, stanno strette.

La mostra romana sceglie intelligentemente di non tentare una retrospettiva enciclopedica. Tre serie sono sufficienti a mostrare tre modi di guardare e, soprattutto, le continuità che li attraversano.

Il primo nucleo, allestito in una delle palestre delle Terme, è dedicato all’universo femminile e comprende un approfondimento sui servizi realizzati da Horvat presso la Galleria L’Obelisco. Il rapporto con quel luogo romano passa attraverso due figure importanti della cultura italiana del dopoguerra, Irene Brin e Gaspero del Corso, fondatori della galleria. (Ministero Cultura e Turismo)

È un passaggio significativo perché consente di leggere la fotografia di moda al di fuori del recinto della moda stessa. Le donne fotografate da Horvat non funzionano soltanto come supporti sui quali mostrare un abito. Occupano lo spazio, incontrano l’ambiente, sostengono lo sguardo. È una differenza sottile, ma decisiva: chi possiede l’immagine? Chi fotografa, chi viene fotografato, chi guarda?

Domande che oggi risultano persino più urgenti di quando quelle fotografie furono scattate.

Per decenni la rappresentazione del corpo femminile nella moda e nella pubblicità è stata costruita prevalentemente attraverso uno sguardo maschile e secondo codici molto precisi di desiderabilità, eleganza, giovinezza. Non occorre cancellare quelle immagini né sottoporle a un processo retroattivo. Occorre imparare a leggerle. La storia delle immagini è anche la storia delle relazioni di potere che le hanno prodotte.

Horvat complica questa lettura perché introduce nella fotografia costruita qualcosa proveniente dal reportage: l’imprevisto. La città non obbedisce al fotografo come uno studio. Le persone passano, il traffico esiste, lo spazio oppone resistenza. La modella non viene semplicemente collocata davanti a uno sfondo: deve misurarsi con un mondo.

La seconda sezione, Vere Sembianze, torna ancora sull’universo femminile e trova posto negli ambienti voltati delle Terme. Anche qui il titolo dice molto. La fotografia promette da sempre di mostrarci ciò che esiste, mentre ogni fotografo sa che scegliere un’inquadratura significa già escludere, interpretare, costruire.

Il ritratto non è mai innocente.

Decidere come una persona debba apparire significa esercitare un potere. Horvat sembra continuamente negoziarlo con chi si trova davanti al suo obiettivo. La delicatezza dello sguardo ricordata nel comunicato della Soprintendenza non coincide con la neutralità – che in fotografia probabilmente non esiste – ma con la consapevolezza che davanti all’apparecchio c’è qualcuno, non qualcosa.

Poi la mostra cambia geografia.

Il terzo nucleo è dedicato a Goethe in Sicilia, ciclo realizzato nei primi anni Ottanta. Horvat segue idealmente il viaggio italiano di Goethe e torna a confrontarsi con ciò che aveva accompagnato tutta la sua vita: lo spostamento, l’incontro con luoghi differenti, la necessità di guardare senza trasformare immediatamente ciò che si vede in una cartolina. (Ministero Cultura e Turismo)

Per un uomo nato sull’Adriatico orientale, cresciuto in Svizzera, formatosi a Milano, passato per Londra e stabilitosi infine nell’area parigina, viaggiare non era una parentesi professionale. Era quasi una condizione biografica. Daniela Porro lo definisce giustamente una personalità cosmopolita. La parola, in questo caso, non serve a conferirgli una generica eleganza internazionale: descrive concretamente un’esistenza attraversata da città, lingue, culture e appartenenze diverse. (Ministero Cultura e Turismo)

E forse proprio per questo la Sicilia fotografata da Horvat merita attenzione. Un luogo molto rappresentato rischia sempre di diventare prigioniero delle proprie immagini: il sole, le rovine, la strada, il volto antico, la povertà trasformata in estetica, il Mediterraneo convertito in repertorio. Fotografare significa allora anche sottrarsi alle immagini già viste.

È una responsabilità dello sguardo che riguarda il fotografo ma anche noi. Ogni immagine può avvicinarci a qualcuno oppure confermare ciò che avevamo già deciso di vedere.

Horvat continuò a sperimentare fino agli ultimi anni della sua vita. Negli anni Settanta si stabilì a Boulogne-Billancourt, vicino Parigi, scrisse di fotografia e in seguito affrontò anche le possibilità offerte dalle tecnologie digitali. Morì nel 2020, a 92 anni. Il fatto che un autore formatosi nell’epoca della pellicola abbia guardato con curiosità all’elaborazione informatica delle immagini non è un episodio marginale. Racconta una disposizione intellettuale: non difendere uno strumento perché appartiene al passato, ma chiedersi che cosa permetta di vedere quello nuovo. (Ministero Cultura e Turismo)

Fiammetta Horvat, che cura l’archivio del padre insieme a Mathilde Oudin, ha spiegato che le tre serie sono state scelte perché gli “assomigliano” e perché dialogano con un sito antico nato per celebrare il corpo e la bellezza umana. (Ministero Cultura e Turismo)

È forse la chiave migliore della mostra.

Le Terme di Caracalla ricordano quanto siano mutevoli le idee di corpo, bellezza e rappresentazione. Ciò che per una civiltà significava armonia, prestigio o perfezione non coincide necessariamente con ciò che un’altra epoca riconoscerà negli stessi concetti. Le fotografie fanno qualcosa di simile, ma molto più velocemente. Fissano un istante e, proprio fissandolo, lo consegnano al giudizio del futuro.

Una fotografia di moda degli anni Cinquanta non ci mostra soltanto un vestito. Ci dice come una società immaginava una donna, quali posture riteneva eleganti, quale corpo considerava degno di essere mostrato, quale spazio gli concedeva. Un reportage non documenta soltanto un luogo: rivela anche da quale posizione lo abbiamo osservato.

Per questo una mostra come quella di Caracalla può essere letta senza nostalgia. Horvat appartiene alla storia della fotografia, ma le domande contenute nel suo lavoro sono pienamente contemporanee: chi guarda chi, chi decide come dobbiamo apparire, quanto delle nostre immagini appartiene a noi e quanto ai codici della società che le produce?

Oggi che miliardi di fotografie vengono scattate, corrette, filtrate, condivise e persino generate senza una macchina fotografica, quelle domande non sono diventate vecchie. Sono diventate più difficili.


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