Un abito può coprire un corpo, ma può anche reinventarlo. Salvador Dalí lo aveva compreso molto presto: vestiti, gioielli e accessori diventarono per lui strumenti per trasformare l’identità, mettere in scena se stessi e portare il surrealismo nella vita quotidiana. Milano ne racconta la storia in una grande mostra a Palazzo Reale.
di Marta Bellomi
Prima ancora di chiedersi che cosa indossare, Salvador Dalí sembra essersi domandato chi volesse essere. La distinzione non è sottile come potrebbe apparire. Vestirsi, per lui, non significava semplicemente scegliere un abito, ma decidere quale immagine offrire agli altri, quale personaggio portare nel mondo e, qualche volta, quale provocazione mettere in scena.
È da questo punto di osservazione che Dalí e la Moda, aperta a Palazzo Reale di Milano dal 24 settembre 2026 al 31 gennaio 2027, prova a rileggere uno degli artisti più riconoscibili del Novecento. Inaugurata in occasione della Milano Fashion Week, la mostra affronta per la prima volta in maniera organica il rapporto fra Dalí e la moda. E lo fa evitando di considerarla come un episodio laterale rispetto alla pittura: abiti, accessori, fotografie, gioielli, riviste e apparizioni pubbliche appartengono allo stesso universo nel quale nascono i suoi quadri.
L’intuizione più interessante sta forse proprio qui. Dalí aveva capito molto presto che l’identità non è soltanto qualcosa che possediamo: è anche qualcosa che mostriamo e costruiamo. Fin dall’infanzia l’abbigliamento partecipa alla definizione della sua persona; quando Gala entra nella sua vita, nel 1929, questo gioco diventa un linguaggio condiviso. La coppia compone consapevolmente la propria immagine pubblica e fotografi, riviste e campagne pubblicitarie contribuiscono a diffonderla. Il personaggio Dalí finisce così per essere quasi inseparabile dall’artista Dalí.
La mostra mette continuamente in comunicazione questi mondi. Oltre duecento opere e documenti – dipinti, disegni, fotografie, abiti, gioielli, accessori, oggetti e filmati, molti mai esposti prima in Italia – provengono dalla Fundació Gala-Salvador Dalí di Figueres, dal Dalí Museum di St. Petersburg in Florida e dal Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid. A questi nuclei si aggiungono materiali degli archivi storici di Schiaparelli, Chanel, Dior e Rabanne. Il progetto nasce dalla collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, sotto la direzione scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí, ed è curato da Laura Bartolomé e Judith Clark, con il contributo delle curatrici senior Lucia Moni e Bea Crespo.
Un corpo da smontare e ricostruire
A tenere insieme il percorso è soprattutto il corpo. Dalí non sembra mai accettarlo come una forma definitiva. Lo divide, lo sposta, lo ricompone, lo trasforma. Già prima del suo ingresso ufficiale nel Surrealismo, nei dipinti della seconda metà degli anni Venti compaiono teste, occhi, mani, dita, seni e torsi separati dalla loro collocazione naturale e ricondotti a un’altra logica.
È una pratica che permette di comprendere anche il suo interesse per il manichino. Corpo artificiale per eccellenza, familiare nelle vetrine e allo stesso tempo vagamente inquietante quando viene sottratto alla sua funzione commerciale, il manichino diventa una presenza sospesa fra individuo e oggetto, desiderio e artificio. Quello stesso processo di scomposizione passa poi dalla pittura agli oggetti e ai gioielli.
Dal 1949 Dalí disegna gioielli che assumono le forme di occhi, labbra e mani. Quelli conservati dalla Fundació Gala-Salvador Dalí vengono presentati in Italia per la prima volta dalla loro acquisizione da parte della Fondazione nel 1999. Una volta indossati, non si limitano ad adornare il corpo femminile: lo modificano. L’occhio cambia posto, le labbra diventano oggetto, una parte anatomica acquista autonomia. È difficile, osservandoli oggi, non riconoscere qualcosa che appartiene ancora alla moda contemporanea: la possibilità di usare ciò che indossiamo per alterare la percezione stessa del corpo.
Gala, Dalí e il guardaroba come autoritratto
Per comprendere quanto l’abito fosse importante nella costruzione della loro identità basta entrare idealmente negli armadi di Dalí e Gala. La mostra consente di farlo attraverso capi e accessori della coppia presentati, per la prima volta, fuori dalla Spagna.
Il guardaroba di Gala restituisce immediatamente la rete di relazioni con la grande moda del Novecento: vi compaiono Elsa Schiaparelli, Christian Dior, Coco Chanel, Pierre Cardin, Hubert de Givenchy, Gucci ed Emilio Pucci. Quello di Dalí è più imprevedibile. Comprende capi legati alle performance, alle fotografie, alle apparizioni pubbliche e a quella continua reinvenzione di sé documentata anche da Autoportrait mou de Salvador Dalí, filmato da Jean-Christophe Averty a Portlligat nel 1966.
La relazione fra ciò che si indossa e ciò che si dipinge diventa particolarmente evidente quando alcuni abiti conservati vengono messi a confronto con i quadri nei quali Dalí li aveva rappresentati con sorprendente precisione. Per l’allestimento Bonaveri ha fornito ventisei busti sartoriali, rivestiti in lino naturale e dotati di braccia articolate in legno.
Ma l’interesse di Dalí per la moda era cominciato molto prima. Nel 1935 realizza per Harper’s Bazaar una delle sue prime illustrazioni dedicate all’abbigliamento, pubblicata con il titolo “Dream” Fashions by Salvador Dalí. Le figure femminili abitano un paesaggio onirico nel quale l’abito sembra nascere dalla stessa materia del sogno. La lettrice non è invitata soltanto a guardare: deve immaginarsi dentro quella visione.
Quando il surrealismo entra nell’armadio
L’anno decisivo è il 1936. Comincia allora la collaborazione con Elsa Schiaparelli, una delle alleanze fra arte e moda più fertili del XX secolo. Nello stesso anno Dalí realizza la sua prima vetrina per i grandi magazzini Bonwit Teller di New York. Sono esperienze diverse ma collegate dalla medesima intuizione: la moda non vive soltanto negli abiti. Vive nelle immagini, nelle vetrine, nelle fotografie, nella pubblicità, nel desiderio di chi guarda.
Da quel momento Dalí attraversa praticamente ogni possibile territorio del settore: disegna abiti, accessori, gioielli, costumi, tessuti e illustrazioni, partecipa a campagne pubblicitarie e arriva persino a formulare previsioni sul futuro della moda. Il surrealismo esce così dai luoghi deputati dell’arte e comincia a insinuarsi nella cultura di massa e nella vita quotidiana.
Con Schiaparelli questa contaminazione raggiunge alcuni dei suoi esiti più celebri. Il vestito smette definitivamente di essere soltanto ciò che copre il corpo: può disturbarne la lettura, suggerire doppi sensi, introdurre ironia, erotismo e fantasia. Le riviste moltiplicano la forza di quelle invenzioni. Una fotografia di Cecil Beaton, pubblicata da Vogue, ritrae Wallis Simpson con l’Abito Aragosta in occasione del matrimonio con il Duca di Windsor: moda, arte, mondanità e comunicazione diventano ormai parti dello stesso sistema.
Con Coco Chanel il dialogo si sposta anche sul palcoscenico. Nel 1939 Chanel collabora con Dalí ai costumi di Bacchanale, produzione dei Ballets Russes de Monte Carlo per la quale l’artista realizza anche scenografia e libretto, ispirandosi ai sogni di Ludovico II di Baviera. Pittura, moda, teatro e danza smettono ancora una volta di essere discipline separate. Le fotografie di George Hoyningen-Huene e Horst P. Horst contribuiscono poi a far circolare quelle immagini ben oltre il tempo dello spettacolo.
Un’altra scena sembra fatta apposta per Dalí. È il 3 settembre 1951 e a Palazzo Labia, a Venezia, Carlo de Beistegui organizza il Bal Oriental, destinato a passare alla storia mondana come il “Ballo del Secolo”. Dalí e Gala partecipano insieme a Christian Dior e ai loro amici con costumi progettati da Dalí e Dior, ai quali collaborano Gala e il giovane Pierre Cardin. Mantelli, maschere, pizzi e argento trasformano gli invitati in apparizioni a metà strada fra il Carnevale veneziano, una rappresentazione teatrale e un sogno surrealista. Un immaginario destinato a riemergere molto più tardi anche nelle collezioni Dior del XXI secolo.
Vestirsi diventa una performance
Negli anni Sessanta il confine si sposta ancora. Se l’arte sta scoprendo nella performance un nuovo territorio, Dalí vi porta naturalmente anche la moda. Tra il 1966 e il 1969 organizza eventi a Portlligat, Cadaqués, Barcellona e Parigi coinvolgendo modelle e performer che indossano le creazioni di Paco Rabanne.
Rabanne aveva presentato nel 1966 la collezione d’esordio Gli abiti impossibili da indossare, costruendo vestiti con dischi e placche di metallo e plastica. Il corpo viene quasi racchiuso in una piccola architettura mobile: l’abito diventa struttura, superficie, scultura.
Dalí ne coglie immediatamente le possibilità. Nelle sue azioni compaiono figure come Donyale Luna, Elsa Peretti e Amanda Lear. Talvolta è la pittura stessa a perdere la propria immobilità: l’artista dipinge all’interno di grandi bolle di plastica e il colore finisce sui vestiti delle modelle e sui suoi. Corpo, moda, pittura, architettura e spettacolo arrivano a coincidere nello stesso gesto.
È forse qui che la mostra milanese permette di capire meglio quanto Dalí fosse contemporaneo anche quando sembrava soltanto eccentrico. Montse Aguer e Laura Bartolomé invitano infatti a non separare un presunto Dalí artista da un Dalí stilista: la figura che emerge è quella di un autore capace di intervenire ovunque intravedesse uno spazio nel quale costruire immagini.
Judith Clark osserva a sua volta come Dalí fosse profondamente attratto non soltanto dagli abiti, ma dai veri e propri “sistemi” della moda, dei quali seppe appropriarsi per trasformarli in arte. È un passaggio importante perché sposta l’attenzione dall’oggetto alla relazione: fra corpo e vestito, naturalmente, ma anche fra immagine e pubblico, desiderio e consumo, arte e comunicazione.
Milano è probabilmente uno dei luoghi più naturali per raccontare questa storia. Come sottolinea l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, arte e moda appartengono entrambe alla capacità di un’epoca di consegnare alla memoria forme, simboli e immagini. La scelta di aprire l’esposizione durante la Fashion Week nasce precisamente da questa consapevolezza.
Rimane, alla fine del percorso, una sensazione curiosamente quotidiana. Davanti alle eccentricità di Dalí si potrebbe pensare di essere molto lontani dalle nostre vite. E invece ogni mattina continuiamo a scegliere un abito, un colore, un accessorio; continuiamo a decidere, spesso senza pensarci, quale parte di noi mostrare e quale lasciare nascosta.
Dalí portò quel gesto ordinario alle conseguenze più spettacolari. Fece del proprio corpo un’immagine e dell’abito uno strumento per cambiarla. E forse è proprio per questo che, a distanza di decenni, il suo rapporto con la moda appare meno eccentrico di quanto sembri: dietro baffi, mantelli, gioielli, fotografie e provocazioni rimane una domanda molto semplice e molto umana. Quanto di ciò che siamo dipende anche da come scegliamo di apparire?
Dalí e la Moda è promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale, MondoMostre e Civita Mostre e Musei in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata di Spagna in Italia e della Camera Nazionale della Moda Italiana. Il progetto vede Vogue Italia come media partner e StreetVox come Official OOH partner; Enel è main partner e Fineco premium partner. La mostra è accompagnata da un volume pubblicato da Skira Editore.

