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  • Nel 2026 Gibellina sarà Capitale italiana dell’Arte contemporanea

    Nel 2026 Gibellina sarà Capitale italiana dell’Arte contemporanea

    Nel 2026 Gibellina sarà Capitale italiana dell’Arte contemporanea. Non un titolo ornamentale, ma il riconoscimento di una lunga e radicale sperimentazione culturale: una città che, dopo la distruzione, ha scelto l’arte come fondamento civile, trasformando la ferita in progetto e la memoria in spazio condiviso.

    Gibellina 2026. Un’utopia concreta tra arte, memoria e futuro

    di Marta Bellomi
    Arte e storia dell’arte – Experiences

    Una capitale fuori asse
    Quando si parla di capitali culturali, l’immaginario corre spesso verso grandi città, musei iconici, flussi turistici consolidati. Gibellina, invece, si colloca deliberatamente fuori asse. È una piccola città della Valle del Belìce, in Sicilia occidentale, nata due volte: la prima cancellata dal terremoto del 1968, la seconda ricostruita a chilometri di distanza come esperimento culturale senza precedenti.
    La nomina a Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026 non arriva quindi come sorpresa. È il riconoscimento di una traiettoria lunga decenni, in cui l’arte non è stata decorazione, bensì infrastruttura simbolica, linguaggio politico, strumento di ricomposizione collettiva.

    Il progetto visionario di Ludovico Corrao
    Alla base di questa storia c’è una figura decisiva: Ludovico Corrao, sindaco, intellettuale, promotore instancabile. Fu lui a immaginare Gibellina come una città-museo a cielo aperto, chiamando architetti e artisti tra i più importanti del secondo Novecento a partecipare alla ricostruzione.
    Non si trattava di “abbellire” una nuova città, ma di fondarla su un’idea forte: che l’arte potesse farsi architettura della memoria e forma di riscatto civile. Da questa visione nascono opere che ancora oggi definiscono l’identità di Gibellina e la distinguono da qualsiasi altro centro urbano italiano.

    Il Cretto di Burri e la forma della memoria
    Tra tutte, il Cretto di Alberto Burri è diventato il simbolo assoluto di questa scelta. Un’opera monumentale di land art che ricopre le rovine della vecchia Gibellina, trasformando il sito distrutto in una distesa di cemento bianco solcata da fratture.
    Il Cretto non ricostruisce, non consola, non spettacolarizza. Custodisce. È una forma di memoria che rifiuta la nostalgia e impone il silenzio come esperienza estetica. In questo senso, Gibellina ha anticipato di decenni molte riflessioni contemporanee sul rapporto tra trauma, spazio e rappresentazione.

    Una città come laboratorio permanente
    Accanto a Burri, Gibellina ha accolto le opere di artisti e architetti come Pietro Consagra, Arnaldo Pomodoro, Franco Purini, Alessandro Mendini, Mimmo Paladino. Il risultato non è una collezione ordinata, ma un paesaggio urbano complesso, a tratti spiazzante, in cui convivono utopia modernista, monumentalità simbolica e fragilità quotidiana.
    È proprio questa tensione irrisolta a rendere Gibellina interessante oggi. Non una città “finita”, ma un laboratorio permanente, che continua a interrogarsi sul ruolo dell’arte nello spazio pubblico e sul suo rapporto con la vita reale degli abitanti.

    Gibellina 2026: un programma, non un evento
    Il dossier che ha portato alla designazione di Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026 insiste su un punto chiave: non un calendario effimero di eventi, ma un processo. Mostre, residenze artistiche, progetti educativi, interventi sul patrimonio esistente e nuove produzioni saranno pensati in continuità con la storia della città, coinvolgendo istituzioni, università, artisti e comunità locali.
    L’obiettivo dichiarato è rafforzare il ruolo di Gibellina come piattaforma culturale del Mediterraneo, capace di dialogare con i temi centrali del presente: memoria dei disastri, migrazioni, paesaggio, sostenibilità, identità.

    Il valore politico della cultura
    In un Paese in cui la cultura viene spesso evocata come risorsa astratta, Gibellina rappresenta un caso concreto. Qui l’arte ha avuto – e continua ad avere – una funzione politica nel senso più alto del termine: costruire spazio pubblico, generare senso di appartenenza, rendere visibile una storia che altrimenti rischierebbe l’oblio.
    La sfida del 2026 sarà dimostrare che questo modello può ancora funzionare, senza ridursi a narrazione celebrativa. Che l’arte possa restare strumento critico, capace di interrogare anche le proprie contraddizioni.

    Una lezione per l’Italia contemporanea
    Gibellina non è un modello facilmente replicabile, né pretende di esserlo. Ma pone una domanda essenziale: che cosa accade quando una comunità decide di affidare all’arte non il compito di abbellire, ma quello di fondare?
    Nel panorama delle capitali culturali italiane, Gibellina 2026 si distingue proprio per questo: non promette spettacolo, ma profondità; non consumo rapido, ma sedimentazione. È una scommessa sulla durata, sulla memoria come risorsa attiva, sull’arte come forma di responsabilità civile.

    Link di riferimento
    – Ministero della Cultura – Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026: https://cultura.gov.it
    – Fondazione Orestiadi – Gibellina: https://www.fondazioneorestiadi.it
    – Cretto di Alberto Burri: https://www.burrifoundation.org
    – Comune di Gibellina: https://www.comune.gibellina.tp.it


    Redazione Experiences
  • Dubai Art Season, un modello per costruire con metodo una centralità culturale globale

    Dubai Art Season, un modello per costruire con metodo una centralità culturale globale

    Ogni primavera Dubai concentra in poche settimane una parte rilevante della propria strategia culturale. La Dubai Art Season non è un semplice contenitore di eventi, ma un dispositivo coordinato che mette in relazione arte contemporanea, design, mercato, formazione e spazio urbano. Un modello che racconta come una città giovane stia costruendo, con metodo, la propria centralità culturale globale.

    Dubai Art Season. Il contemporaneo infrastruttura culturale

    di Luca Ferraris
    Cultura contemporanea e design – Experiences

    Una stagione, non un festival
    Chiamarla “stagione” non è una scelta casuale. La Dubai Art Season si articola come una sequenza di appuntamenti interconnessi: fiere, mostre, open studio, talk, programmi educativi. Non un evento isolato, ma una trama temporale che trasforma la città in un ecosistema culturale attivo, leggibile e accessibile a pubblici diversi.
    In questo senso Dubai adotta una logica più vicina alle capitali culturali mature che ai format spettacolari da consumo rapido. La cultura diventa calendario, continuità, abitudine.

    Art Dubai come perno internazionale
    Il fulcro rimane Art Dubai, fiera che negli anni ha consolidato una posizione strategica tra Europa, Medio Oriente, Africa e Asia meridionale. Non una copia dei grandi modelli occidentali, ma una piattaforma con una precisa identità geografica e politica.
    Art Dubai lavora su più livelli: mercato, ricerca curatoriale, sperimentazione digitale, attenzione alle scene emergenti. La presenza di gallerie provenienti da aree spesso marginalizzate nel sistema globale dell’arte rende la fiera un osservatorio privilegiato sui nuovi equilibri culturali.

    Il design come linguaggio urbano
    Accanto all’arte visiva, il design svolge un ruolo centrale nella narrazione della città. Il Dubai Design District (d3) non è solo un quartiere tematico, ma un’infrastruttura pensata per ospitare studi, aziende creative, residenze, eventi pubblici.
    Durante la stagione artistica, il design emerge come strumento di mediazione tra estetica e funzione, tra sperimentazione e industria. Installazioni, prototipi e mostre raccontano una città che utilizza il progetto come linguaggio quotidiano, capace di incidere sulla forma dello spazio urbano e sui comportamenti sociali.

    Una regia istituzionale forte
    A differenza di molti contesti europei, dove la frammentazione istituzionale rallenta i processi, Dubai propone un modello centralizzato e fortemente coordinato. Fondazioni, enti pubblici, investitori privati e istituzioni culturali operano all’interno di una visione condivisa.
    Questa regia consente rapidità decisionale, chiarezza di obiettivi e capacità di investimento. La cultura viene trattata come asset strategico, al pari delle infrastrutture o del turismo, senza l’imbarazzo ideologico che spesso accompagna il dibattito occidentale.

    Il pubblico come parte del progetto
    Un altro elemento chiave della Dubai Art Season è il lavoro sul pubblico. Talk, visite guidate, workshop, programmi per studenti e giovani professionisti sono parte integrante dell’offerta. L’arte non è presentata come territorio esclusivo, ma come spazio di partecipazione.
    Questo approccio contribuisce a formare un pubblico culturalmente competente, indispensabile per sostenere nel tempo un ecosistema creativo credibile. È un investimento lento, ma strutturale, che guarda oltre la singola edizione.

    Tra soft power e identità culturale
    È impossibile ignorare la dimensione geopolitica del progetto. La Dubai Art Season è anche uno strumento di soft power: costruisce immagine, reputazione, attrattività. Tuttavia ridurla a pura operazione di branding sarebbe semplicistico.
    La posta in gioco è più complessa: definire una identità culturale contemporanea in un contesto segnato da globalizzazione accelerata, multiculturalismo e rapido sviluppo urbano. L’arte diventa uno spazio di negoziazione simbolica, dove si misurano tradizione, innovazione e rappresentazione del presente.

    Un modello che interroga l’Europa
    Guardata dall’Europa, Dubai solleva domande scomode. Può una città costruire in pochi decenni un sistema culturale credibile? Qual è il confine tra progettazione culturale e ingegneria dell’immagine? E, soprattutto, quanto i modelli europei – spesso legati a eredità storiche pesanti – sono ancora capaci di competere in termini di visione e capacità operativa?
    La Dubai Art Season non offre risposte definitive, ma mostra una strada possibile: trattare la cultura come progetto, non come ornamento.

    Oltre l’evento
    La vera sfida per Dubai sarà la durata. Trasformare la stagione artistica in memoria culturale, sedimentazione critica, produzione di pensiero. Se riuscirà in questo passaggio, la città potrà davvero affermarsi non solo come hub, ma come luogo di elaborazione culturale autonoma.
    Per ora, la Dubai Art Season resta un osservatorio privilegiato su come il contemporaneo possa diventare infrastruttura. Non un lusso, ma una scelta strategica.

    Link di riferimento
    – Dubai Culture & Arts Authority: https://www.dubaiculture.gov.ae
    – Art Dubai: https://www.artdubai.ae
    – Dubai Design District (d3): https://www.dubaidesigndistrict.com


    Redazione Experiences
  • Una manifestazione che ha trasformato Bruxelles in un laboratorio della fotografia contemporanea

    Una manifestazione che ha trasformato Bruxelles in un laboratorio della fotografia contemporanea

    Nel 2026 il PhotoBrussels Festival celebra il suo decimo anniversario. Non è soltanto una ricorrenza simbolica, ma l’occasione per misurare il percorso di una manifestazione che ha saputo trasformare Bruxelles in un laboratorio diffuso della fotografia contemporanea, capace di intrecciare ricerca artistica, riflessione politica e presenza nello spazio urbano.

    PhotoBrussels Festival. Dieci anni di fotografia come spazio pubblico

    di Chiara Vassallo
    Fotografia e arti visive – Experiences

    Una città attraversata dalle immagini
    Fin dalla sua nascita, il PhotoBrussels Festival ha scelto di non concentrarsi in un unico luogo. Mostre, installazioni e progetti speciali si distribuiscono tra musei, gallerie, centri culturali e spazi indipendenti, disegnando una mappa visiva che invita il pubblico a muoversi, esplorare, confrontare.
    La fotografia diventa così esperienza urbana: non un oggetto da osservare in silenzio, ma un linguaggio che dialoga con il tessuto della città e con la sua complessità sociale.

    Dieci anni di trasformazioni
    In un decennio segnato da mutamenti profondi – tecnologici, politici, ambientali – il festival ha seguito l’evoluzione della fotografia contemporanea senza rincorrere mode. Dal reportage alla fotografia concettuale, dall’archivio alle pratiche ibride, PhotoBrussels ha mantenuto una linea curatoriale attenta ai processi più che ai risultati spettacolari.
    L’edizione 2026 guarda a questo percorso come a una stratificazione di sguardi: non una celebrazione autoreferenziale, ma una riflessione sul ruolo della fotografia come strumento critico del presente.

    La fotografia come dispositivo critico
    Al centro del festival rimane l’idea della fotografia come linguaggio politico nel senso più ampio del termine. Le opere selezionate interrogano temi urgenti: identità, migrazione, memoria coloniale, crisi climatica, trasformazioni del lavoro e dello spazio urbano.
    In questo contesto, Bruxelles – capitale europea e città profondamente multiculturale – non è semplice sfondo, ma parte integrante del discorso. Le immagini dialogano con una realtà attraversata da tensioni, contraddizioni e possibilità di convivenza, rendendo il festival un osservatorio privilegiato sul presente europeo.

    Musei, gallerie, spazi indipendenti
    Uno degli elementi distintivi del PhotoBrussels Festival è la collaborazione tra istituzioni di natura diversa. Musei storici, centri d’arte contemporanea, gallerie private e spazi autogestiti partecipano a un progetto comune, superando la tradizionale separazione tra centro e periferia culturale.
    Questa pluralità di luoghi consente una varietà di linguaggi espositivi e favorisce l’emergere di nuove voci, in particolare di giovani fotografi e collettivi che trovano nel festival una piattaforma di visibilità e confronto internazionale.

    Formazione e pubblico consapevole
    Accanto alle mostre, il festival investe in modo significativo sulla formazione. Incontri con gli artisti, conferenze, workshop e programmi educativi per studenti e professionisti accompagnano il percorso espositivo.
    L’obiettivo non è solo ampliare il pubblico, ma costruire uno sguardo critico. In un’epoca di sovrapproduzione visiva, PhotoBrussels lavora sulla capacità di leggere le immagini, di comprenderne i contesti, le intenzioni, le ambiguità.

    Tra analogico e digitale
    Il decennale arriva in un momento in cui la fotografia è attraversata da una profonda ridefinizione tecnologica. Intelligenza artificiale, immagini generate, manipolazione digitale e archivi online mettono in discussione l’idea stessa di fotografia come documento.
    Il festival non elude queste questioni, ma le integra nel dibattito curatoriale, affiancando pratiche tradizionali e sperimentazioni contemporanee. Ne emerge un panorama complesso, in cui il valore dell’immagine non risiede più nella sua presunta oggettività, ma nella sua capacità di produrre senso.

    Bruxelles come nodo europeo della fotografia
    Negli anni, PhotoBrussels ha contribuito a consolidare il ruolo della città come snodo culturale europeo anche nel campo della fotografia. La posizione geografica e politica di Bruxelles favorisce un dialogo costante tra scene artistiche diverse, creando un terreno fertile per il confronto internazionale.
    Il festival diventa così un punto di incontro tra Nord e Sud, Est e Ovest, riflettendo una fotografia europea plurale, lontana da canoni univoci e aperta alla contaminazione.

    Oltre l’anniversario
    Il decimo anniversario non segna un punto di arrivo, ma una soglia. La sfida per il futuro sarà mantenere la capacità critica che ha caratterizzato il festival fin dall’inizio, evitando la musealizzazione del proprio successo.
    Se riuscirà a restare uno spazio di ricerca, di rischio e di ascolto, PhotoBrussels potrà continuare a essere non solo un festival di fotografia, ma un luogo di pensiero visivo sul mondo contemporaneo.

    Link di riferimento
    – PhotoBrussels Festival: https://www.photobrusselsfestival.com
    – Visit Brussels – Cultura e festival: https://visit.brussels


    Redazione Experiences
  • Il MAXXI di Roma, un museo come luogo di produzione di pensiero sullo spazio urbano

    Il MAXXI di Roma, un museo come luogo di produzione di pensiero sullo spazio urbano

    Il 2026 segna per il MAXXI di Roma un passaggio strategico: non solo una nuova stagione espositiva, ma un ripensamento del museo come infrastruttura culturale capace di leggere il presente urbano. Al centro, una riflessione sul ruolo dell’archivio, sulla città come organismo narrativo e sul rapporto tra arte, spazio pubblico e memoria contemporanea.

    MAXXI 2026.
    Archivi del presente e geografie urbane

    di Andrea Montesi
    Architettura e pensiero urbano – Experiences

    Un museo nato per interrogare il presente
    Fin dalla sua fondazione, il MAXXI ha rappresentato un’anomalia nel panorama museale italiano. Non un tempio della conservazione, ma un dispositivo aperto al processo, alla sperimentazione, al dialogo con le trasformazioni in atto.
    La stagione 2026 si inserisce in questa linea, rilanciando l’idea di museo come luogo di produzione di pensiero sullo spazio urbano, più che semplice contenitore di opere.

    William Kentridge e la città come palinsesto
    Tra i progetti di maggiore rilievo spicca il lavoro di William Kentridge, artista da sempre attento ai temi della memoria, del potere e della stratificazione storica. La sua presenza al MAXXI non va letta come evento isolato, ma come tassello di una riflessione più ampia sullo spazio urbano come palinsesto, luogo di cancellazioni e riscritture continue.
    Kentridge lavora sull’idea di archivio vivo: disegni, animazioni, suoni e installazioni che restituiscono la città come corpo attraversato da conflitti, migrazioni, memorie incompiute.

    L’archivio non come deposito, ma come progetto
    Uno dei nodi centrali della programmazione 2026 riguarda il ruolo dell’archivio. Al MAXXI l’architettura, l’arte e il design vengono letti come pratiche che producono documenti, tracce, narrazioni.
    L’archivio non è più semplice conservazione del passato, ma strumento per interpretare il presente e immaginare il futuro. Disegni urbanistici, progetti non realizzati, materiali effimeri diventano elementi attivi di una riflessione sulla città che cambia.

    Roma, laboratorio permanente
    In questo quadro, Roma non è solo il contesto del museo, ma il suo principale interlocutore. Città stratificata per eccellenza, Roma mette continuamente in crisi le categorie tradizionali di pianificazione e conservazione.
    Il MAXXI sceglie di confrontarsi con questa complessità, evitando la retorica della “città eterna” e proponendo invece una lettura dinamica, fatta di fratture, adattamenti, conflitti tra antico e contemporaneo.

    Architettura e pensiero urbano
    La stagione 2026 rafforza anche il ruolo del MAXXI come centro di riflessione sull’architettura contemporanea. Mostre, incontri e progetti di ricerca affrontano temi cruciali: densità urbana, riuso, sostenibilità, nuove forme dell’abitare.
    L’architettura viene presentata non come esercizio formale, ma come pratica politica, capace di incidere sulle modalità di vita collettiva e sulle disuguaglianze spaziali.

    Il museo come spazio pubblico
    Un altro elemento chiave è il rapporto tra museo e spazio pubblico. Il MAXXI continua a lavorare sulla permeabilità dei suoi confini, trasformando piazze, terrazze e aree di passaggio in luoghi di incontro e di produzione culturale.
    In un’epoca in cui lo spazio pubblico è spesso ridotto a luogo di consumo o attraversamento rapido, il museo rivendica un ruolo attivo nella costruzione di socialità e senso civico.

    Tra locale e globale
    Pur radicato nel contesto romano, il MAXXI mantiene una forte proiezione internazionale. La stagione 2026 mette in dialogo esperienze urbane provenienti da contesti diversi, creando connessioni tra città che condividono problemi analoghi: crescita disordinata, crisi climatica, trasformazioni demografiche.
    Questo sguardo comparativo consente di superare il provincialismo e di inserire Roma in una rete di riflessione globale sulle città del XXI secolo.

    Una sfida culturale aperta
    Il percorso avviato dal MAXXI nel 2026 non è privo di rischi. Ripensare il museo come infrastruttura critica richiede continuità, risorse e capacità di dialogo con il territorio. Ma è una sfida necessaria.
    In un Paese in cui l’architettura e il pensiero urbano faticano spesso a entrare nel dibattito pubblico, il MAXXI prova a colmare questo vuoto, offrendo uno spazio in cui il progetto diventa racconto, e il racconto strumento di consapevolezza collettiva.

    Oltre la stagione
    La vera misura del successo non sarà nel numero di visitatori, ma nella capacità di lasciare tracce durature: nuove domande, nuove pratiche, nuove forme di relazione tra cultura e città.
    Se il museo saprà mantenere questa tensione critica, il 2026 potrà essere ricordato come un momento di svolta, in cui il MAXXI ha riaffermato il proprio ruolo non solo come istituzione culturale, ma come attore urbano.

    Link di riferimento
    – MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo: https://www.maxxi.art
    – Ministero della Cultura: https://cultura.gov.it
    – William Kentridge – Studio e progetti: https://www.kentridge.studio
    – ArchDaily – Architettura e città: https://www.archdaily.com


    Redazione Experiences
  • Il Festival di Cosenza si distingue per una scelta precisa: la musica come racconto culturale

    Il Festival di Cosenza si distingue per una scelta precisa: la musica come racconto culturale

    Nel panorama dei festival musicali italiani, il Festival del Flauto di Cosenza si distingue per una scelta precisa: trattare la musica non come semplice esecuzione, ma come racconto culturale. Concerti, incontri e momenti formativi costruiscono un’esperienza che mette al centro l’ascolto, la trasmissione del sapere e il rapporto tra artista e comunità.

    Il Festival del Flauto.
    Come raccontare la musica

    di Serena Galimberti
    Narrazione culturale – Experiences

    Un festival che nasce dal territorio
    Il Festival del Flauto di Cosenza si svolge all’interno di uno dei luoghi simbolici della città, la Galleria Nazionale di Cosenza, e nasce con l’intento di intrecciare musica colta e spazio pubblico.
    Non un evento calato dall’alto, ma un progetto che prende forma a partire dal territorio, valorizzando una tradizione musicale spesso marginale nel dibattito culturale contemporaneo.

    La musica come linguaggio narrativo
    Il flauto, strumento antico e trasversale, diventa qui veicolo di una narrazione ampia. Dal repertorio classico alle sperimentazioni contemporanee, ogni esecuzione è pensata come racconto: una storia che passa attraverso epoche, stili, geografie.
    In questo senso, il festival supera la dimensione del concerto per farsi dispositivo narrativo, capace di restituire alla musica la sua funzione originaria di trasmissione culturale.

    Formazione e ascolto consapevole
    Uno degli aspetti centrali del festival è l’attenzione alla formazione. Masterclass, incontri con gli interpreti, momenti di dialogo aperto accompagnano le esecuzioni pubbliche.
    La scelta è chiara: non limitarsi a offrire spettacolo, ma costruire un pubblico consapevole, capace di ascoltare, comprendere, interrogare. In un’epoca in cui la musica è spesso consumata in modo frammentario e distratto, il Festival del Flauto rivendica il valore del tempo lento e dell’approfondimento.

    Un Sud che produce cultura
    La collocazione geografica non è un dettaglio. Cosenza, come molte città del Sud Italia, vive una condizione di marginalità nei grandi circuiti culturali nazionali. Il festival si inserisce in questo contesto come atto di resistenza culturale, dimostrando che la produzione di qualità non è appannaggio esclusivo dei grandi centri.
    La musica diventa strumento di racconto identitario, capace di ridefinire l’immagine del territorio oltre stereotipi e semplificazioni.

    Tra tradizione e contemporaneità
    Il programma del festival mette in dialogo repertori storici e linguaggi contemporanei, evitando sia la nostalgia sia l’avanguardia fine a se stessa.
    Questa tensione equilibrata consente di leggere la musica come campo vivo, in cui la tradizione non è un peso, ma una risorsa da reinterpretare. Il flauto, con la sua storia millenaria, si presta a questo gioco di rimandi tra passato e presente.

    La dimensione dell’incontro
    Un altro elemento distintivo è la prossimità tra artisti e pubblico. Lontano dalle dinamiche spettacolari dei grandi eventi, il Festival del Flauto favorisce l’incontro diretto, lo scambio informale, la condivisione di esperienze.
    In questa dimensione raccolta, la musica recupera una funzione sociale: crea comunità temporanee fondate sull’ascolto e sulla partecipazione.

    Cultura come pratica quotidiana
    Il festival propone un’idea di cultura che non si esaurisce nell’evento, ma si radica nella quotidianità. Le attività collaterali, il coinvolgimento delle scuole e delle istituzioni locali, il dialogo con il pubblico più giovane indicano una visione di lungo periodo.
    La musica non è intrattenimento occasionale, ma pratica educativa e civile, capace di incidere nel tempo.

    Una narrazione controcorrente
    In un contesto mediatico dominato dalla velocità e dalla semplificazione, il Festival del Flauto sceglie una narrazione controcorrente. Racconta la musica come esperienza complessa, stratificata, che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto.
    È una scommessa culturale che riguarda non solo la musica, ma il modo stesso di intendere la fruizione culturale oggi.

    Oltre il festival
    La vera riuscita di iniziative come questa si misura nella loro capacità di lasciare tracce: nuovi ascoltatori, nuove vocazioni, nuove relazioni tra cultura e territorio.
    Se il Festival del Flauto continuerà a coltivare questa dimensione narrativa e comunitaria, potrà diventare un modello replicabile di come la musica possa tornare a essere racconto condiviso, esperienza formativa e spazio di senso.

    Link di riferimento
    – Festival del Flauto di Cosenza: https://www.cosenzapp.it
    – Ministero della Cultura – Musica e spettacolo: https://cultura.gov.it


    Redazione Experiences
  • La mostra a Houston “Frida: The Making of an Icon” tenta un’operazione rischiosa ma necessaria

    La mostra a Houston “Frida: The Making of an Icon” tenta un’operazione rischiosa ma necessaria

    Frida Kahlo è ovunque. Sulle pareti dei musei e sulle tazze da colazione, nei saggi accademici e nei social network, nelle aste milionarie e nel merchandising più spinto. La mostra Frida: The Making of an Icon, ospitata a Houston, prova a fare un’operazione rischiosa ma necessaria: smontare il mito senza negarne la potenza, interrogando il processo che ha trasformato un’artista in un marchio globale.

    Frida Kahlo oltre il mito. Critica di un’icona globale

    di Davide Rinaldi
    Critica e commento – Experiences

    Una mostra che guarda al “dopo”
    Allestita al Museum of Fine Arts Houston, l’esposizione non si concentra soltanto sull’opera pittorica di Frida Kahlo, ma soprattutto sulla sua fortuna postuma. È una scelta curatoriale significativa: spostare l’attenzione dalla biografia tragica e dalla relazione con Diego Rivera al modo in cui Frida è stata raccontata, riprodotta, semplificata.
    La domanda implicita è chiara: cosa resta dell’artista quando l’immagine prende il sopravvento sull’opera?

    Dall’autoritratto all’icona
    Gli autoritratti di Kahlo nascono come esercizi di identità e resistenza. Il corpo ferito, lo sguardo diretto, la messa in scena di sé non sono atti narcisistici, ma strategie di sopravvivenza simbolica.
    Nel tempo, però, questi elementi sono stati estratti dal loro contesto e trasformati in segni riconoscibili, replicabili, commerciabili. La mostra ricostruisce questo passaggio con rigore: fotografie, poster, oggetti di design, copertine editoriali mostrano come l’immagine di Frida sia diventata linguaggio universale, spesso svuotato della sua complessità originaria.

    Il rischio della semplificazione
    La critica implicita dell’esposizione non è morale, ma culturale. Ogni icona globale subisce una riduzione: ciò che è ambiguo, contraddittorio, politicamente scomodo viene smussato. Frida diventa simbolo di resilienza generica, di femminismo astratto, di “diversità” rassicurante.
    Il rischio è evidente: un’artista profondamente radicata nella storia messicana, nel trauma fisico e nel conflitto politico viene trasformata in immagine neutra, pronta per ogni contesto.

    Arte, identità, mercato
    Uno dei meriti della mostra è affrontare senza ipocrisie il rapporto tra arte e mercato. La commercializzazione dell’immagine di Kahlo non è presentata come tradimento, ma come fenomeno storico da analizzare.
    In un sistema culturale globale che vive di simboli rapidi e riconoscibili, Frida rappresenta un caso emblematico. La sua figura permette di interrogare i meccanismi attraverso cui il mercato assorbe e redistribuisce contenuti artistici, ridefinendone il significato.

    Houston come luogo simbolico
    La scelta di Houston non è neutra. Città di confine, crocevia tra Stati Uniti e America Latina, Houston offre un contesto ideale per riflettere sull’appropriazione culturale e sulla circolazione delle immagini.
    Qui Frida non è solo artista messicana, ma figura globale, adottata, reinterpretata, talvolta fraintesa. Il museo diventa spazio critico in cui queste tensioni vengono rese visibili, senza offrire soluzioni semplici.

    Il corpo politico di Frida
    Uno degli aspetti più interessanti dell’esposizione è il recupero della dimensione politica del corpo di Kahlo. Malattia, disabilità, identità di genere, appartenenza culturale: elementi che oggi vengono spesso citati in modo superficiale, ma che nel suo lavoro erano inseparabili da una presa di posizione sul mondo.
    La mostra invita a rileggere Frida non come icona consolatoria, ma come figura scomoda, che continua a interrogare il presente.

    Critica dell’icona, non demolizione
    È importante sottolinearlo: Frida: The Making of an Icon non è un’operazione demolitoria. Non nega il valore simbolico dell’artista, né la forza della sua immagine. Al contrario, cerca di restituirle spessore, mostrando quanto sia stata – e continui a essere – contesa.
    L’icona non viene distrutta, ma rimessa in discussione, sottratta alla retorica per tornare a essere problema culturale.

    Una lezione più ampia
    Il caso Frida Kahlo parla anche di noi. Di come consumiamo la cultura, di come preferiamo immagini semplici a storie complesse, di come trasformiamo l’arte in linguaggio emotivo immediato.
    La mostra di Houston suggerisce che la vera responsabilità critica non sta nel rifiutare le icone, ma nel saperle leggere. Nel riconoscere ciò che nascondono, ciò che perdono, ciò che possono ancora dirci.

    Oltre il merchandising
    Se Frida continua a essere ovunque, è perché tocca nervi ancora scoperti: il dolore, l’identità, il desiderio di riconoscimento. La sfida è non fermarsi alla superficie.
    Mostre come questa ricordano che dietro ogni icona c’è un’opera, e dietro ogni opera un conflitto. Recuperare questa profondità non significa sottrarre Frida al pubblico, ma restituirla alla sua complessità storica e artistica.

    Link di riferimento
    – Museum of Fine Arts Houston: https://www.mfah.org
    – Frida: The Making of an Icon: https://www.mfah.org/exhibitions
    – Art Newspaper – Frida Kahlo: https://www.theartnewspaper.com
    – Britannica – Frida Kahlo: https://www.britannica.com


    Redazione Experiences
  • CHEAP presenta ICONS by David Lynch – In strada per celebrare un’icona

    CHEAP presenta ICONS by David Lynch – In strada per celebrare un’icona

    Il 20 gennaio 2026 ha segnato un anniversario simbolico: ottant’anni dalla nascita di David Lynch, regista, artista e visionario che ci ha lasciato un anno fa, ma che continua a vivere nei nostri incubi, nelle nostre ossessioni visive, nelle pieghe disturbanti dell’immaginario collettivo.

    Per l’occasione, CHEAP torna in strada con una nuova affissione di poster: “ICONS Directed by David Lynch”, secondo capitolo del progetto ICONS, dedicato alle icone defunte e al nostro bisogno compulsivo di celebrarle, rimpiangerle, feticizzarne la scomparsa. ICONS è il progetto obituale di CHEAP: una call for posters che indaga la monossessione dei coccodrilli, il fanatismo verso i morti illustri, il culto del lutto di massa, che aveva debuttato nel 2023 omaggiando David Bowie.

    ICONS Directed by David Lynch

    CHEAP in strada per celebrare un’icona che continua a infestare i nostri sogni.

    La seconda edizione di ICONS ha una regia precisa: David Lynch. Il suo immaginario permea i sogni, ma soprattutto gli incubi. Le sue galassie di personaggi, le atmosfere disturbanti, le narrazioni spezzate e ipnotiche hanno ossessionato generazioni di spettatori e di artistə visivə. A loro CHEAP ha chiesto di elaborare un lutto pubblico su poster, lasciandosi accompagnare – e perseguitare – dalle visioni lynchiane.

    Alla call hanno risposto 431 poster da 14 paesi. CHEAP ne ha selezionati 77, che resteranno affissi per un mese nelle strade di Bologna, dal centro storico fino ai colli.

    I manifesti attraversano linguaggi e tecniche: fumetto, illustrazione, fotografia, graphic design, tecniche miste. In strada prende forma un ritratto corale e frammentato di Lynch: il suo volto, i suoi personaggi, gli echi delle sue storie, i riverberi delle sue atmosfere cinematografiche. Paesaggi che sembrano usciti dai suoi incubi, omaggi alle visioni condivise con il pubblico, frammenti di una filmografia che continua a parlarci: da “Blue Velvet” a “Cuore Selvaggio”, “Eraserhead” e “The Elephant Man”, “Mulholland Drive” e “Lost Highways”, “Dune”, “Twin Peaks” – la filmografia completa, corredata da tutti i nostri incubi.

    Nato nel 1946, David Lynch ha attraversato cinema, arti visive e musica come un esploratore dell’inconscio. Regista radicale e inclassificabile, ha costruito un linguaggio capace di unire quotidiano e perturbante, desiderio e violenza, sogno e trauma. Le sue opere non si spiegano: si abitano. E continuano a farlo anche dopo la sua scomparsa.

    Con ICONS Directed by David Lynch, CHEAP porta in strada una celebrazione visiva, un atto d’amore e di ossessione, buona benzina per gli incendi futuri.


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    UFFICIO STAMPA:
    Daccapo Comunicazione
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    Marcello Farno / Ester Apa
    Da Daccapo Comunicazione <info@daccapocomunicazione.it>
  • Agenda: presentato a Ca’ Rezzonico il programma 2026 della Fondazione Musei Civici di Venezia

    Agenda: presentato a Ca’ Rezzonico il programma 2026 della Fondazione Musei Civici di Venezia

    Il programma 2026 della Fondazione Musei Civici di Venezia, presentato nel Salone da Ballo di Ca’ Rezzonico, restituisce l’immagine di un sistema culturale in ottimo stato di salute, in crescita per qualità dell’offerta, ampiezza delle proposte, investimenti strutturali e capacità di attrarre pubblici sempre più numerosi e diversificati. Con le sue 13 sedi, insieme a depositi, biblioteche, spazi, nuovi progetti e cantieri aperti, MUVE è sempre più protagonista nel suo ruolo di museo enciclopedico diffuso, che attraversa l’intero anno – e oltre – con un calendario di mostre, interventi permanenti e iniziative per la città.

    Fondazione Musei Civici di Venezia
     
    Agenda 2026:
    mostre, incontri e nuovi spazi per la città

    «I Musei Civici di Venezia sono una realtà viva, in crescita, capace di coniugare tutela e innovazione, grandi mostre e attenzione al territorio», dichiara Luigi Brugnaro, Sindaco di Venezia. «I risultati in termini di presenze, la qualità dei progetti e gli investimenti sulle sedi dimostrano che la cultura è un motore fondamentale per lo sviluppo della città, per la sua identità e per il suo futuro. La Fondazione in città si pone come motore di un sistema inclusivo che ha al centro l’arte in tutte le sue forme e risponde alle esigenze di tutti i visitatori che scelgono di varcare le porte dei suoi musei. Per essere vicini ai cittadini e ai turisti, i musei hanno programmi con orari prolungati e sono state istituite giornate ad ingresso gratuito dedicate ai residenti della città metropolitana, oltre che con servizi dedicati, come il dogsitting per esempio per i turisti. Si è deciso di puntare molto sui giovani e questa scommessa si è rivelata vincente: il concorso Artefici del nostro tempo è diventato un appuntamento importante per l’arte contemporanea, l’apertura dell’Emeroteca dell’Arte come luogo di scambio di letture e centro di studi di giovani artisti ha confermato la scelta del polo artistico in centro a Mestre. Scelta sicuramente vincente è il restauro delle Casermette a Forte Marghera che attraverso Muve diventerà un luogo sicuro per l’arte e i suoi giovani.

    Un lavoro di squadra nei musei reso possibile da chi ci lavora tutti i giorni, per questo non smetterò mai di ringraziare per il lavoro che quotidianamente offrono a chi sceglie di ammirare le nostre meravigliose sale».

    «Il 2026 è il risultato di un lavoro continuo di crescita e visione», sottolinea Mariacristina Gribaudi, Presidente della Fondazione Musei Civici di Venezia. «Crescono le proposte espositive, crescono le sedi, crescono i pubblici, sempre diversi e sempre più esigenti. Ma soprattutto cresce l’idea di museo come luogo aperto, inclusivo, produttivo di cultura e conoscenza, capace di parlare al presente senza perdere il legame con la propria storia. Questo significa, inevitabilmente, fermarsi un istante a osservare il percorso che ci ha portati fin qui. Per me, questo momento coincide anche con la conclusione di un mandato durato dieci anni: anni complessi e intensi, attraversati da trasformazioni profonde e da sfide che hanno messo alla prova il ruolo stesso di tutte le istituzioni culturali. Negli ultimi anni i Musei Civici di Venezia hanno ripensato il proprio ruolo, trasformandosi sempre più in spazi culturali dinamici, capaci di dialogare con un pubblico internazionale attraverso esperienze innovative, accessibili e supportate dalle nuove tecnologie. L’innovazione è diventata parte integrante della missione, così come la gestione attiva degli spazi culturali affidati dal Comune. Questa strategia ha dato risultati concreti: il 2025 si è chiuso con oltre 2,4 milioni di visitatori e una crescita costante, confermata dal +10,8% di presenze a dicembre, segno di una relazione solida e vitale con il pubblico e della rinnovata capacità dei Musei di raccontare la Venezia Metropolitana al mondo. Il futuro dei nostri musei dipenderà, dunque, dalla capacità di continuare a tenere aperto questo dialogo, con coraggio e capacità di innovazione».

    Il 2026 consolida il ruolo di MUVE come sistema culturale integrato, che spazia dall’indagine archeologica – con la grande mostra a Palazzo Ducale dedicata a Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari – passando per la storia della Serenissima, delle civiltà veneziane e della laguna veneta, con il rinnovamento del percorso del Museo Correr, gli interventi di valorizzazione al Museo di Torcello e le ricerche del Museo di Storia Naturale; e poi ancora musica e teatro, l’arte delle “civiltà del Settecento” con i musei di Ca’ Rezzonico, il Museo di Palazzo Mocenigo e la Casa di Carlo Goldoni, fino alle esplorazioni del moderno, contemporaneo e attualità, con Jenny Saville a Ca’ Pesaro e Erwin Wurm al Museo Fortuny, al saper fare e alle nuove produzioni artistiche, rispondendo alle necessità della cultura, delle persone, dei visitatori, di tutti.

    Il programma si sviluppa così tra grandi mostre, nuovi allestimenti permanenti, valorizzazione delle collezioni, ampliamenti e importanti restauri, fino alla nascita di nuovi poli come MUVEC – Casa delle Contemporaneità a Mestre, il percorso verso il Grande Correr e l’ampliamento del Museo del Vetro, segnando un passaggio decisivo nella trasformazione dei musei civici in una rete sempre più connessa e accessibile.

    Area Marciana

    L’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale è sede della grande mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari (6 marzo – 29 settembre 2026, anteprima stampa 5 marzo) a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, focalizzata sul ruolo rivestito dalle acque nell’orizzonte del sacro sia del popolo etrusco che di quello veneto, con oltre 700 reperti provenienti da prestigiose istituzioni e musei nazionali. Il dialogo tra antico e contemporaneo trova casa nel “Museo della città”, il Museo Correr: nella Sala Quattro Porte con l’intervento di Bizhan Bassiri. Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico (27 febbraio – 30 giugno, anteprima stampa 26 gennaio) installazione ambientale di più opere concepite dall’artista iraniano per lo spazio. Le Sale Canoviane ospitano Dialoghi canoviani. Spiral Economy. Charrière and Canova (30 aprile – 22 novembre 2026) un dialogo tra l’artista franco-svizzero Julian Charrière e Antonio Canova che svelano la poesia della materialità.

    Idee e progetti accompagnano i visitatori verso la nascita del “Grande Correr”, che aprirà nel 2027: un piano per il rinnovo del percorso espositivo al primo piano, attraverso Storia e Civiltà di Venezia, tra Stato, istituzioni, città, arti e che si integra con la restituzione dello spazio espositivo del secondo piano, attualmente in corso.

    I musei del Moderno e Contemporaneo

    È la Galleria d’arte Moderna Ca’ Pesaro ad inaugurare la stagione espositiva delle grandi monografiche e delle indagini dedicate ai protagonisti della pittura contemporanea: dal 28 marzo al 22 novembre 2026 (anteprima stampa 27 marzo 2026) il museo accoglie la prima, ampia esposizione a Venezia con Jenny Saville a Ca’ Pesaro, con una esposizione concepita per raccontare una delle voci più autorevoli dell’arte contemporanea, ripercorrendone la carriera dagli esordi negli anni Novanta fino ai giorni nostri, accanto a nuove opere realizzate per l’occasione.

    Nelle giornate veneziane più intense per il pubblico del contemporaneo, nelle Sale Dom Pérignon al secondo piano di Ca’ Pesaro inaugura Hernan Bas. I visitatori (dal 7 maggio al 30 agosto 2026, anteprima stampa 6 maggio) con oltre trenta nuove opere esposte in un’installazione immersiva concepita appositamente per Ca’ Pesaro. Sempre nelle Sale Dom Pérignon il 2026 prosegue con progetti di valorizzazione di maestri legati alla ricerca sul territorio, che hanno deciso di lasciare alle collezioni civiche veneziane testimonianze della loro produzione; Gianmaria Potenza. Io, Venezia. Forma, luce, materia dal 3 ottobre al 22 novembre, un riconoscimento all’autore nell’anno del suo novantesimo compleanno; Omaggio a Silvio Gagno a cura di Sileno Salvagnini (dal 12 dicembre al 7 febbraio 2027) con una rassegna che ne descrive l’avventura artistica.

    La stagione del Museo Fortuny apre con Diafanés e un tributo all’artista lombardo Antonio Scaccabarozzi, attraverso l’approfondimento di tre momenti centrali nella sua ricerca. A cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, con Associazione Archivio Antonio Scaccabarozzi e Galleria Clivio, la mostra è aperta dal 28 gennaio al 6 aprile 2026 (inaugurazione e anteprima stampa, 27 gennaio 2026).

    Dal 6 maggio al 22 novembre 2026 (anteprima stampa 5 maggio) la casa – atelier di Mariano Fortuny ed Henriette Nigrin presenta, per la prima volta in Italia, un’ampia mostra monografica dedicata allo scultore austriaco Erwin Wurm: un’indagine sul suo lavoro e sul concetto stesso di scultura, dove vengono messe in discussione le nozioni di tempo, massa e superficie, astrazione e rappresentazione, tra questioni filosofiche, psicologiche e sociali essenziali, trattate con l’inconfondibile umorismo.

    Parte delle attività per le celebrazioni per i 50 anni dalla nascita del Museo, prosegue l’indagine e la testimonianza del ruolo primario di Henriette Nigrin nella gestione dell’atelier tessile, con l’approfondimento e l’esposizione di tessuti per moda e arredamento.

    Il 2026 è l’anno del restauro e della presentazione dell’album Ciel di Mariano Fortuny, un progetto visionario sugli studi degli effetti atmosferici e della luce.

    I musei del Settecento

    Un anno speciale per Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano che dal 7 marzo all’8 giugno, accoglie I Guardi della Collezione Gulbenkian, in un’esposizione che porta il nucleo di opere più preziose del museo portoghese a Venezia. Dipinti di Francesco Guardi databili tra il 1770 e 1790, in dialogo con disegni provenienti dal Gabinetto del Museo del Settecento Veneziano.

    Nel corso dell’estate il museo presenta la Donazione Rubelli (dal 24 giugno al 7 settembre 2026), la collezione di disegni di Alessandro Favaretto Rubelli, fautore del successo dell’omonima impresa di tessuti e fine collezionista. Uno splendido, nuovo tassello che arricchisce le raccolte di grafica antica, con la donazione di disegni di artisti veneti tra Cinquecento e Settecento, con Canaletto, Giandomenico Tiepolo, Palma il Giovane, Sebastiano e Marco Ricci.  In autunno, dal 23 settembre 2026 all’11 gennaio 2027 Ca’ Rezzonico presenta Album Romantici, un’esposizione dedicata agli album di disegni ottocenteschi a conclusione del restauro di tre importanti pezzi, appartenuti ad altrettanti protagonisti della vita culturale veneziana del XIX secolo.

    Punto di riferimento per la storia della moda, del tessuto, del costume e del profumo, dal 20 maggio all’8 novembre 2026 il Museo di Palazzo Mocenigo apre all’indagine dell’artista libanese Mouna Rebeiz con la mostra Le tarbouche. Quando un accessorio diventa simbolo, in cui il copricapo conico in lana o seta rossa, unicamente maschile, diventa elemento caratterizzante di nudi femminili. Infine, nelle sale del piano nobile della Casa di Carlo Goldoni, un nuovo allestimento illustra il teatro goldoniano attraverso dipinti e arredi settecenteschi, ricreando ambientazioni tratte dalle commedie dell’autore. Un percorso arricchito da un focus dedicato al teatro musicale, che nel Settecento raggiunse il suo massimo splendore.

    Il Museo di Storia Naturale

    Dopo un intenso anno dedicato, in modo particolare, all’indagine sulla Laguna Veneta – che sarà protagonista di due nuove sale nello spazio espositivo permanente – tra le principali attività 2026 di divulgazione e restituzione al pubblico il museo propone il progetto fotografico e di comunicazione scientifica Dentro e fuori dall’acqua. L’ambiente di marea dell’Alto Adriatico: un’esposizione in programma dal 5 giugno al 13 settembre 2026 a cura di Lorenzo Peter Castelletto e realizzato con Area protetta Marina di Miramare (WWF) e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica sperimentale, per svelare il “dietro le quinte” di un ambiente affascinante sospeso tra terra e mare.

    I Musei delle Isole

    Particolarmente significativo per il Museo del Vetro di Murano è la restituzione, tra la fine del 2026 e il 2027, del nuovo spazio museale, grazie agli interventi strutturali che permetteranno di rendere ancora più esaustivo il capitolo dedicato all’arte del vetro veneziano – e non solo – novecentesco e contemporaneo. Il nuovo padiglione di oltre 1300 metri quadrati, un tempo fabbrica di conterie, viene così accorpato alla sede principale del Museo per diventare spazio dedicato alle storie di fabbrica e di famiglia del XX secolo, alle donazioni di autori contemporanei e designer – tra cui la donazione del gallerista newyorkese Berry Friedman e della ditta Carlo Moretti – fino all’ultima sezione dedicata ai lampadari contemporanei. Tra le mostre temporanee in programma, oltre ai progetti connessi alla The Venice Glass Week, dal 12 giugno 2026 al 30 marzo 2027 il museo ospita l’esposizione Babel, con opere del noto artista muranese Marco Toso Borella.

    A Burano, insieme alle molte attività educative, di formazione e diffusione dell’arte del merletto, torna per l’undicesima edizione il concorso Un merletto per Venezia, dedicato alla creatività contemporanea; come da tradizione, la premiazione è fissata per il 14 giugno, contestualmente all’apertura al pubblico della mostra I merletti delle Biennali (fino all’8 gennaio 2027). A pochi minuti da Burano, il Museo di Torcello arricchisce il presidio dei musei in laguna: collegandosi fisicamente alla rete dei musei delle isole e inserendosi, con la sezione archeologica, medievale e moderna, nel racconto della storia di Venezia, tra civiltà della laguna e storia del collezionismo, prologo della narrazione sviluppata nelle altre sedi.

    MUVE a Mestre: spazi espositivi, progetti culturali e la nascita di un nuovo museo

    L’attesa nella primavera del 2026 è con l’apertura del nuovo museo di arte contemporanea in città: MUVEC, la Casa delle Contemporaneità, che prende forma permanente al Centro Culturale Candiani, al termine di importanti lavori per ridisegnare struttura e funzioni dell’edificio. Un ingresso dedicato conduce al secondo piano e alla collezione permanente: una selezione di opere delle collezioni civiche di arte moderna e contemporanea di Ca’ Pesaro, con percorso dedicato all’arte dal 1948 a oggi. Il progetto invita a riflettere sul significato di arte contemporanea, mettendo in dialogo le principali esperienze internazionali transitate da Venezia e le ricerche artistiche sviluppatesi nel territorio.

    Il percorso, articolato in 60 opere di oltre 50 artisti, si snoda in tre nuclei tematici, che attraversano le trasformazioni dell’arte e della società dal secondo dopoguerra al nuovo millennio, indagando i temi del corpo, della materia e della città come spazio di vita, dialogo e conflitto: Costruzione, Ricostruzione e Decostruzione. Tre percorsi strutturati su due livelli di lettura complementari: l’arte internazionale, e le esperienze locali, che si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente.

    Il terzo piano resta dedicato alle mostre temporanee, con un rinnovato spazio espositivo che valorizza le molte contemporaneità delle raccolte civiche, proseguendo il ciclo di mostre sui Maestri del Novecento – dal 26 settembre 2026 al 14 febbraio 2027 con Klimt, Schiele, Kokoshka e il corpo nell’arte contemporanea – e ospitando il Premio Mestre di Pittura, che nel 2026 celebra la sua decima edizione.

    Verso un distretto culturale, artistico e creativo, MUVE a Mestre è impegnata nella programmazione dell‘Emeroteca dell’Arte, luogo di aggregazione per la cittadinanza, la comunità artistica e centro di produzione, con in 10 artisti residenti del Bando congiunto con Fondazione Bevilacqua La Masa, più i tre vincitori dei concorsi Artefici del Nostro Tempo e Premio Mestre di Pittura. Spazi di lavoro che si uniscono, in stretta continuità, ad opportunità espositive con le mostre che nascono nella nuova Casermetta Est di Forte Marghera: nuova sede per Artefici del nostro tempo, dal 20 giugno al 27 settembre 2026 e la mostra di fine residenza per gli artisti dell’Emeroteca dell’Arte con Bevilacqua La Masa, tra l’autunno del 2026 e la primavera del 2027, fino alle occasioni di connessioni e contaminazioni che nasceranno nella futura factory del Palaplip.



    CONTATTI PER LA STAMPA

    Fondazione Musei Civici di Venezia
    Chiara Vedovetto 
    con Alessandra Abbate 
    press@fmcvenezia.it
    www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa
     
    Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
    Roberta Barbaro
    roberta@studioesseci.net  
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
  • Eventi culturali in Lombardia per generare partecipazione e non solo picchi di visibilità

    Eventi culturali in Lombardia per generare partecipazione e non solo picchi di visibilità

    In Lombardia la cultura smette di essere cornice e diventa strumento. Festival diffusi, rassegne di comunità, recuperi di spazi e reti tra comuni stanno ridefinendo il modo in cui i territori si raccontano e si rendono attrattivi. Non grandi eventi calati dall’alto, ma politiche culturali minute, continue, spesso silenziose, che negli ultimi mesi hanno assunto una fisionomia sempre più chiara.

    Nuove strategie
    di promozione territoriale


    Salvatore Greco
    Commentatori – Experiences

    Dalla manifestazione all’infrastruttura culturale
    Negli ultimi anni – e con un’accelerazione evidente nell’ultima settimana di annunci e programmazioni – i comuni lombardi hanno iniziato a trattare gli eventi culturali non più come episodi isolati, ma come parti di un disegno stabile. Mostre temporanee, festival letterari, rassegne musicali, cicli di incontri e iniziative legate al patrimonio locale vengono progettati come tasselli di una strategia più ampia: animare il territorio, prolungare i tempi di permanenza, creare riconoscibilità. È un cambio di paradigma che riguarda soprattutto i centri medio-piccoli, dove la cultura diventa leva di competitività e non semplice ornamento.

    La cultura come politica di prossimità
    La caratteristica più evidente di questa nuova stagione è la prossimità. Gli eventi nascono quasi sempre da una relazione stretta con il contesto: archivi civici riaperti al pubblico, biblioteche che diventano luoghi di programmazione continua, teatri e sale polivalenti ripensati come centri civici. In molti casi il calendario culturale si intreccia con le scuole, le associazioni locali, i presìdi sociali. Il risultato è una cultura meno spettacolare ma più condivisa, capace di generare partecipazione stabile e non solo picchi di visibilità.

    Reti tra comuni e programmazione condivisa
    Un altro elemento emerso con forza è il lavoro in rete. Sempre più comuni scelgono di coordinare le proprie iniziative, evitando sovrapposizioni e costruendo percorsi tematici comuni: itinerari di eventi, festival diffusi, rassegne che si spostano da un territorio all’altro. Questo approccio consente di ottimizzare le risorse, attrarre pubblici più ampi e rafforzare l’identità di aree omogenee, superando i confini amministrativi senza cancellare le specificità locali.

    Spazi recuperati, nuovi usi culturali
    Molti eventi lombardi nascono oggi in spazi recuperati o riconvertiti: ex fabbriche, cascine, edifici storici dismessi, luoghi di culto non più utilizzati. La cultura diventa così strumento di rigenerazione urbana, capace di riattivare aree marginali e di restituire senso a patrimoni altrimenti destinati all’abbandono. Non si tratta solo di contenitori: la scelta dello spazio diventa parte del racconto, rafforza il legame con la storia locale e produce un impatto simbolico duraturo.

    Promozione territoriale senza slogan
    A differenza delle campagne turistiche tradizionali, queste iniziative non puntano su slogan o immagini stereotipate. La promozione è indiretta, costruita nel tempo, affidata alla qualità dei contenuti e alla coerenza della proposta. È una strategia più lenta ma più solida, che intercetta un pubblico interessato a esperienze autentiche, spesso fuori dai circuiti del turismo di massa. In questo senso, la cultura diventa una forma di diplomazia territoriale: parla a chi arriva, ma soprattutto rafforza il senso di appartenenza di chi resta.

    Un laboratorio osservato a livello nazionale
    Il quadro che emerge dalle segnalazioni raccolte e coordinate da ANCI Lombardia restituisce l’immagine di una regione che utilizza la cultura come campo di sperimentazione amministrativa. Non mancano criticità – risorse limitate, discontinuità politica, carenza di professionalità dedicate – ma il modello lombardo viene osservato con crescente interesse anche a livello nazionale, proprio per la sua capacità di tenere insieme identità, sviluppo e partecipazione.

    Una direzione chiara
    Quella che si sta delineando non è una moda passeggera, ma una direzione di marcia. Nei comuni lombardi la cultura sta assumendo il ruolo di infrastruttura leggera ma essenziale: non risolve tutto, ma connette. Connette luoghi, persone, storie. E soprattutto restituisce ai territori la possibilità di raccontarsi con parole proprie, senza attendere che qualcun altro lo faccia al posto loro.


    Fonti e approfondimenti
    – Segnalazioni e iniziative culturali dei Comuni lombardi: https://anci.lombardia.it/dettaglio-news/2023511551-eventi-segnalati-dai-comuni/
    – ANCI Lombardia – Cultura e politiche territoriali: https://anci.lombardia.it
    – Ministero della Cultura, rigenerazione e cultura nei territori: https://cultura.gov.it


    Redazione Experiences
  • Censire il patrimonio immateriale significa prima di tutto riconoscerlo

    Censire il patrimonio immateriale significa prima di tutto riconoscerlo

    In Italia il patrimonio non è fatto soltanto di pietra, affreschi e musei. Esiste una trama più fragile e decisiva, composta di pratiche, saperi, feste, linguaggi e rituali che definiscono l’identità dei luoghi. Negli ultimi mesi – e con rinnovata attenzione nell’ultima settimana – il tema del patrimonio culturale immateriale è tornato al centro del dibattito pubblico, grazie a nuovi censimenti, programmi di tutela e iniziative di valorizzazione che stanno ridisegnando il rapporto tra memoria e territorio.

    Censimenti,
    patrimonio immateriale
    e identità culturale

    di Clara Montesi
    Commentatori – Experiences

    Dal monumento al gesto
    Per lungo tempo la politica culturale italiana ha privilegiato il patrimonio materiale: edifici storici, siti archeologici, opere d’arte. Il patrimonio immateriale, pur riconosciuto formalmente dall’UNESCO già nei primi anni Duemila, è rimasto ai margini, difficile da definire e ancor più da amministrare. Oggi la prospettiva sta cambiando. Canti tradizionali, feste religiose, saperi artigianali, pratiche agricole, dialetti e tradizioni orali vengono sempre più considerati elementi strutturali dell’identità culturale, non semplici residui folklorici.

    Il ruolo dei censimenti: dare nome a ciò che vive
    I recenti censimenti promossi a livello nazionale e regionale rappresentano un passaggio cruciale. Censire il patrimonio immateriale significa prima di tutto riconoscerlo: attribuirgli un nome, una collocazione, una storia condivisa. È un’operazione delicata, perché ciò che vive nelle comunità rischia di irrigidirsi una volta “schedato”. Ma è anche uno strumento indispensabile per sottrarre queste pratiche all’invisibilità e alla perdita. I censimenti non producono soltanto elenchi: generano mappe culturali che raccontano come l’Italia sia ancora un mosaico di micro-identità in dialogo costante.

    Comunità al centro, non come cornice
    Un elemento nuovo emerso con forza è il ruolo attivo delle comunità. A differenza del passato, non sono più soltanto gli studiosi o le istituzioni a definire cosa meriti tutela. Associazioni locali, gruppi informali, amministrazioni comunali e cittadini partecipano direttamente alla costruzione delle schede, alla raccolta delle testimonianze, alla documentazione delle pratiche. Questo approccio riduce il rischio di una musealizzazione sterile e restituisce al patrimonio immateriale la sua natura originaria: qualcosa che esiste perché viene praticato, trasmesso, trasformato.

    Patrimonio immateriale e territori fragili
    Il tema assume un peso particolare nelle aree interne, nei piccoli comuni, nei territori colpiti dallo spopolamento. Qui il patrimonio immateriale non è solo memoria: è una risorsa culturale e sociale. Feste tradizionali, riti stagionali, saperi artigianali diventano occasioni di coesione e, in alcuni casi, di attrattività sostenibile. Non si tratta di “fare turismo”, ma di mantenere vivi legami e competenze che rischierebbero di scomparire insieme alle persone che le custodiscono.

    Identità senza retorica
    Uno dei nodi più complessi è evitare la retorica identitaria. Parlare di radici oggi significa muoversi su un terreno sensibile, dove la cultura può essere facilmente strumentalizzata. I programmi più solidi sono quelli che trattano l’identità come processo, non come essenza immutabile. Il patrimonio immateriale non viene congelato in una presunta autenticità, ma raccontato nelle sue trasformazioni, nei suoi innesti contemporanei, nelle contaminazioni che lo rendono ancora significativo.

    Una politica culturale in evoluzione
    Il lavoro avviato dal Ministero della Cultura e dalle reti regionali mostra una direzione chiara: integrare il patrimonio immateriale nelle politiche culturali ordinarie, non relegarlo a sezione speciale. Questo significa investire in ricerca, formazione, archivi digitali, ma anche riconoscere competenze locali e professionalità ibride, a metà tra antropologia, amministrazione e progettazione culturale.

    Memoria come pratica contemporanea
    In un Paese spesso accusato di vivere di passato, il patrimonio immateriale introduce una prospettiva diversa. Non è nostalgia, ma esercizio del presente. È il modo in cui una comunità si riconosce, si racconta e si proietta nel futuro. I censimenti non chiudono questo processo: lo rendono visibile, discutibile, condiviso. E forse, proprio per questo, più vivo.


    Fonti e approfondimenti
    – ANSA Cultura, patrimonio immateriale e iniziative in corso: https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cultura.shtml
    – Ministero della Cultura – Patrimonio culturale immateriale: https://cultura.gov.it
    – UNESCO, Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale: https://ich.unesco.org


    Redazione Experiences
  • Polemiche e resistenze nell’arte belga oltre i confini nazionali

    Polemiche e resistenze nell’arte belga oltre i confini nazionali

    Quando una città perde un museo, non perde solo uno spazio espositivo: perde una parte del proprio carattere. È ciò che sta accadendo ad Anversa, dove il progetto di smantellamento e accorpamento del Museo di Arte Contemporanea ha acceso una protesta che va ben oltre i confini del Belgio.

    Carlo Venturi
    Commentatori – Experiences

    Un museo che era un’idea
    Il M HKA – Museum van Hedendaagse Kunst Antwerpen non è mai stato soltanto un edificio. Nato negli anni Settanta lungo le banchine del porto, il museo ha rappresentato per decenni l’idea di un’arte contemporanea radicata nella città ma aperta al mondo. Non monumentale, non autoreferenziale, il M HKA era diventato un laboratorio: luogo di sperimentazione, di confronto internazionale, di dialogo con una scena artistica belga tra le più vivaci d’Europa.

    La decisione politica e la miccia accesa
    Il piano annunciato dal governo delle Fiandre prevede la progressiva dissoluzione del museo nella nuova struttura sovraregionale che dovrebbe unificare diverse istituzioni culturali tra Anversa e Gand. Nelle intenzioni ufficiali, razionalizzazione, efficienza, visione strategica. Nella percezione di molti addetti ai lavori, invece, una perdita secca: di autonomia, di identità, di voce critica. È bastato l’annuncio perché artisti, curatori, direttori di musei e operatori culturali alzassero la testa.

    Le proteste: non solo nostalgia
    Le reazioni non hanno il tono nostalgico di chi difende un passato immobile. Le lettere aperte e gli interventi pubblici parlano chiaro: il timore è che un’istituzione viva venga ridotta a funzione amministrativa. Che il museo, da spazio di rischio e di visione, diventi un reparto di una macchina culturale più grande, ma anche più anonima. In gioco non c’è la sopravvivenza dell’arte contemporanea fiamminga – che certo non scomparirà – bensì il suo modo di esistere nello spazio pubblico.

    Anversa e il rapporto tra città e cultura
    Anversa non è una città qualsiasi. È un porto, un crocevia, un luogo storicamente abituato al confronto e allo scambio. Il M HKA rifletteva questa identità: una programmazione spesso spigolosa, internazionale, talvolta scomoda. Smantellare quel presidio significa ridefinire il rapporto tra città e cultura, spostando il baricentro altrove. Non a caso la protesta è partita dal basso, ma ha trovato eco anche in ambito accademico e internazionale.

    Centralizzare conviene davvero?
    Il caso belga riporta al centro una domanda che attraversa l’Europa: la centralizzazione culturale produce qualità o la soffoca? Le grandi strutture unificate promettono risparmi e visibilità, ma spesso pagano il prezzo di una perdita di specificità. I musei d’avanguardia, per loro natura, funzionano meglio quando sono leggeri, reattivi, radicati in un contesto preciso. Renderli ingranaggi di un sistema più vasto può significare renderli più sicuri, ma anche più prudenti.

    Un segnale che va oltre il Belgio
    La vicenda di Anversa parla anche ad altri Paesi. In un’epoca di bilanci stretti e di politiche culturali sempre più misurate in termini di ritorno economico, il rischio è che l’arte venga trattata come una voce di spesa da ottimizzare. Le proteste attorno al M HKA ricordano invece che la cultura non è solo gestione: è anche conflitto, identità, possibilità di dissenso.

    Il museo come spazio politico
    Senza proclami ideologici, il caso del M HKA riafferma una verità semplice: i musei non sono neutrali. Sono luoghi politici nel senso più alto del termine, perché definiscono cosa una società decide di vedere, discutere, mettere in discussione. Anversa, oggi, non sta difendendo solo un museo. Sta difendendo l’idea che l’arte contemporanea abbia ancora diritto a un luogo autonomo, imperfetto, ma libero.


    Fonti e approfondimenti
    – The Guardian, Artists decry dismantling of Antwerp’s contemporary art museum
    https://www.theguardian.com/world/2026/jan/06/artists-decry-dismantling-antwerp-oldest-art-gallery
    – M HKA – Museum van Hedendaagse Kunst Antwerpen
    https://www.muhka.be
    – Politiche culturali nelle Fiandre (governo fiammingo)
    https://www.vlaanderen.be


    Redazione Experiences
  • L’arte continua a fare ciò che la politica spesso non riesce più a fare

    L’arte continua a fare ciò che la politica spesso non riesce più a fare

    Nel mondo frammentato di oggi, l’arte continua a fare ciò che la politica spesso non riesce più a fare: tenere aperti i canali del dialogo. Non parla il linguaggio dei trattati, ma quello delle immagini, dei gesti, delle storie condivise. Ed è proprio in questa capacità silenziosa che si gioca una parte decisiva dei legami culturali globali contemporanei.

    Il ruolo dell’arte nei legami culturali globali

    Lorenzo Bianchi
    Commentatori – Experiences

    L’arte come spazio neutro, ma non innocente
    L’arte non è mai neutra, eppure riesce spesso a creare spazi di incontro dove le differenze non vengono cancellate, ma rese abitabili. Mostre internazionali, residenze artistiche, programmi di scambio culturale funzionano come territori temporaneamente sospesi, in cui identità diverse possono confrontarsi senza l’obbligo di uniformarsi. È un dialogo imperfetto, a volte contraddittorio, ma proprio per questo autentico. L’arte non risolve i conflitti, li rende visibili e discutibili.

    Diplomazia culturale senza bandiere
    Negli ultimi anni il concetto di “soft power” è entrato stabilmente nel lessico delle relazioni internazionali. Ma prima ancora che i governi se ne appropriassero, l’arte praticava una forma spontanea di diplomazia culturale. Festival, biennali, musei itineranti e grandi progetti espositivi transnazionali costruiscono reti che attraversano confini politici e ideologici. In questi contesti, l’artista non rappresenta uno Stato, ma una visione del mondo. Ed è spesso questa libertà a rendere il dialogo possibile.

    Oltre l’Occidente: nuovi centri, nuove narrazioni
    Uno dei cambiamenti più significativi riguarda lo spostamento dell’asse culturale globale. L’arte contemporanea non è più concentrata esclusivamente nelle capitali storiche europee o nordamericane. Medio Oriente, Asia, Africa e America Latina stanno emergendo come nodi fondamentali di produzione e riflessione culturale. In questi contesti, l’arte diventa strumento di racconto identitario e di apertura simultaneamente: afferma una voce locale, ma la mette in relazione con il mondo.

    Il caso dei paesi in trasformazione
    In molte aree del pianeta l’arte accompagna processi di trasformazione sociale e politica. Nuove istituzioni culturali, programmi educativi, collezioni pubbliche e private nascono spesso con l’obiettivo dichiarato di favorire il dialogo interculturale. Non si tratta solo di attrarre turismo o prestigio internazionale, ma di ridefinire il modo in cui un Paese si racconta all’esterno. In questo senso, l’arte diventa un linguaggio strategico, capace di superare stereotipi e semplificazioni.

    Artisti come mediatori culturali
    Gli artisti contemporanei si muovono sempre più come mediatori culturali. Vivono tra più Paesi, lavorano in contesti ibridi, parlano lingue diverse – non solo letteralmente. Le loro opere spesso nascono dall’attraversamento: migrazione, memoria coloniale, conflitti identitari, contaminazioni religiose e linguistiche. In questo attraversamento, l’arte costruisce ponti narrativi che permettono allo spettatore di entrare in storie lontane senza ridurle a esotismo.

    Il rischio della superficie
    Esiste però un rischio: che il dialogo interculturale si riduca a una formula estetica rassicurante. L’arte globale, quando diventa solo vetrina, perde la sua forza critica. I progetti più interessanti sono quelli che accettano il conflitto, che non semplificano le differenze, che resistono alla tentazione di una multiculturalità di facciata. Il dialogo vero non è mai comodo, e l’arte lo sa bene.

    Un linguaggio per il futuro
    In un’epoca segnata da nuove chiusure, l’arte continua a offrire uno spazio di ascolto. Non perché sia migliore di altri linguaggi, ma perché accetta l’ambiguità, l’incompletezza, la complessità. Nei legami culturali globali, il suo ruolo non è quello di unificare, ma di connettere. E forse, oggi più che mai, è proprio questa connessione fragile e necessaria a tenere aperto il mondo.


    Fonti e approfondimenti
    – Art and culture as catalysts for international dialogue: https://www.c-mw.net/art-and-culture-as-catalysts-for-omans-international-appeal/
    – UNESCO, cultura e dialogo interculturale: https://www.unesco.org/en/culture
    – Ocula Magazine, arte e relazioni globali: https://ocula.com/magazine/


    Redazione Experiences