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  • “America”, il ritratto ironico di un’epoca che confonde valore e prezzo

    “America”, il ritratto ironico di un’epoca che confonde valore e prezzo

    Il celebre water d’oro di Maurizio Cattelan, icona di sarcasmo e di riflessione sul potere e sul denaro, torna protagonista del mercato dell’arte. “America”, il sanitario interamente realizzato in oro a 18 carati, sarà battuto all’asta il 18 novembre da Sotheby’s a New York con una stima iniziale di 10 milioni di dollari.

    Quando fu installata nel 2016 al Guggenheim Museum di New York, l’opera di Cattelan fece scandalo e sorridere allo stesso tempo: un oggetto quotidiano, in cui chiunque poteva realmente sedersi, trasformato in simbolo universale della disuguaglianza e del lusso ostentato. Tre anni dopo, il 14 settembre 2019, venne rubata dal Blenheim Palace, la residenza natale di Winston Churchill, dove era esposta in occasione di una retrospettiva dedicata all’artista italiano. Il furto – rimasto in parte irrisolto – contribuì a consolidarne la fama di oggetto-mito, sospeso tra arte concettuale e farsa contemporanea.

    Un’opera-specchio dei nostri tempi

    Con i suoi 101,2 chili di oro massiccio, “America” non è solo una provocazione scintillante: è una riflessione corrosiva sul potere del denaro e sulla confusione tra valore e prezzo che caratterizza la società contemporanea. “Tutto è cominciato da qualcosa di pratico – ha raccontato Cattelan –: in un museo ci sono molti spazi sacri e solo uno che non lo è mai: il bagno. Ho preso un water vero, l’abbiamo fuso in oro e reinstallato nello stesso posto. Lo ha montato un idraulico, non un curatore. E si puliva con guanti di gomma, non con guanti bianchi di cotone.”

    La toilette era perfettamente funzionante, e il Guggenheim invitò i visitatori a usarla come qualsiasi altro bagno del museo: oltre centomila persone si misero in coda per vivere quella che la curatrice Nancy Spector definì “un’intimità senza precedenti con un’opera d’arte”.

    Dalla “Fountain” di Duchamp a Cattelan

    Per David Galperin, responsabile del dipartimento di arte contemporanea di Sotheby’s a New York, “Cattelan è un consumato provocatore globale” e l’erede ideale di Marcel Duchamp, che nel 1917 aveva esposto un orinatoio come opera d’arte. “America” prosegue quel gesto iconoclasta, portando il cortocircuito fra alto e basso al suo estremo: l’oggetto più banale diventa una reliquia dorata del consumismo, specchio della nostra ossessione per l’apparenza.

    Cattelan, nato a Padova nel 1960 e oggi considerato uno dei più noti artisti italiani viventi, ha costruito la propria carriera su opere ironiche e disturbanti. Dalla figura inginocchiata di Hitler in “Him” (2001) – venduta all’asta per oltre 17 milioni di dollari – alla banana attaccata al muro con il nastro adesivo, “Comedian” (2019), che nel 2024 ha raggiunto 6,24 milioni di dollari, fino al celebre “La nona ora” (1999), in cui Papa Giovanni Paolo II è colpito da un meteorite. In ogni caso, Cattelan obbliga il pubblico a confrontarsi con il lato grottesco e fragile del potere, della fede o del denaro.

    “Lì siamo tutti uguali”

    Dietro l’ironia, “America” è anche un gesto di uguaglianza universale. “Alla fine siamo tutti uguali – spiega l’artista – e lo ricordiamo proprio lì, nel luogo meno nobile e più necessario. Che tu abbia mangiato un hamburger del McDonald’s o una cena stellata Michelin, il risultato non cambia.” È un monito sorridente ma tagliente: nel bagno, simbolo del bisogno elementare, l’uomo ricco e quello povero si incontrano sullo stesso piano.

    La coincidenza con l’epoca di Donald Trump – che Cattelan ha sempre considerato un puro caso – ha aggiunto un ulteriore strato di significato: l’oro come linguaggio del potere, la vanità come estetica dominante. L’artista stesso riconobbe le affinità fra il sanitario dorato e gli interni sfarzosi della Trump Tower o i rubinetti placcati d’oro del jet presidenziale.

    Un ritorno sul mercato

    L’asta di Sotheby’s, parte della “The Now and Contemporary Evening Auction”, segna il ritorno trionfale dell’opera sul mercato dell’arte, dove l’ironia di Cattelan continua a valere cifre da capogiro. Il prezzo di partenza di 10 milioni di dollari, pagabili anche in criptovalute, conferma il ruolo di “America” come icona di un’epoca che misura tutto in termini di mercato, persino la satira sul denaro stesso.

    Con questo lavoro, Cattelan non offre una morale, ma un riflesso: una superficie dorata in cui la nostra società, affascinata dallo splendore, finisce per riconoscere se stessa.


  • Il Cairo inaugura il più grande complesso museale al mondo dedicato a una singola civiltà

    Il Cairo inaugura il più grande complesso museale al mondo dedicato a una singola civiltà

    Il Grand Egyptian Museum di Giza, inaugurato ufficialmente il 1° novembre 2025, è il più grande museo al mondo dedicato a una sola civiltà. Con oltre 100.000 reperti, tra cui l’intera collezione di Tutankhamon, unisce archeologia, architettura e tecnologia in un progetto monumentale che rilancia il ruolo culturale e diplomatico dell’Egitto nel Mediterraneo, con la partecipazione attiva anche dell’Italia.

    Il Cairo inaugura il Grand Egyptian Museum, il più grande complesso museale al mondo dedicato a una singola civiltà.

    A due chilometri dalle Piramidi di Giza, un’architettura avveniristica custodisce oltre 100.000 reperti dell’antico Egitto, compreso l’intero corredo di Tutankhamon. Tra le delegazioni presenti, anche l’Italia, rappresentata dal Ministro della Cultura Alessandro Giuli, a testimoniare una lunga tradizione di cooperazione culturale tra i due Paesi.

    Un museo per una civiltà universale

    L’idea del Grand Egyptian Museum (GEM) nasce negli anni Novanta, quando l’Egyptian Museum del Cairo, inaugurato nel 1902, mostrava tutti i limiti di un’istituzione novecentesca: spazi saturi, carenza di standard conservativi, incapacità di esporre una collezione che cresceva senza sosta.
    Il governo egiziano decise allora di realizzare un nuovo museo, alle porte della capitale, in grado di rappresentare il patrimonio nazionale con criteri museografici del XXI secolo. Il sito prescelto, lungo la via che conduce ad Alessandria, dialoga visivamente con la piana di Giza e le sue piramidi, fondendo l’antico e il contemporaneo in un unico sguardo.

    Nel 2003, un concorso internazionale di architettura – con 83 Paesi partecipanti – premiò il progetto dello studio irlandese Heneghan Peng Architects. La loro proposta, un complesso triangolare in pietra calcarea e vetro, reinterpreta in chiave moderna le geometrie delle piramidi vicine, integrandole in un disegno urbanistico che sembra estendersi nel deserto.

    Architettura, tecnologia e memoria

    Con 500.000 metri quadrati complessivi, il GEM è un vero quartiere culturale: un museo, ma anche centro di restauro, di ricerca, auditorium, spazi educativi e giardini tematici.
    L’ingresso principale introduce in una grandiosa atrium hall illuminata da luce naturale, dove svetta la statua monumentale di Ramses II, alta undici metri e pesante 83 tonnellate, trasferita nel 2006 dal centro del Cairo. Da qui si apre la Grand Staircase, un’imponente scalinata che accompagna il visitatore lungo un percorso cronologico di 12 gallerie, dalla preistoria alla dominazione greco-romana.

    Le collezioni includono oltre 100.000 reperti, molti dei quali mai esposti prima. Il fulcro è la sezione dedicata a Tutankhamon, che per la prima volta riunisce integralmente i 5.394 oggetti rinvenuti nella tomba scoperta da Howard Carter nel 1922. L’esposizione sfrutta sistemi di illuminazione controllata, supporti invisibili e tecnologie digitali per restituire la dimensione originaria dei reperti, dai carri dorati ai sandali in papiro.

    Il museo ospita anche il Khufu Boat Museum, dedicato alle imbarcazioni solari del faraone Cheope, e un centro di conservazione considerato tra i più avanzati al mondo. L’intero complesso è stato progettato per accogliere fino a 15.000 visitatori al giorno, pari a oltre cinque milioni l’anno.

    Un progetto lungo vent’anni

    La costruzione del GEM ha richiesto due decenni di lavori, rallentati da crisi economiche, instabilità politica e dalla pandemia. Il costo complessivo ha superato 1 miliardo di dollari, sostenuto in gran parte dallo Stato egiziano con il supporto di partner internazionali, tra cui il Giappone (attraverso la JICA).
    Dopo alcune aperture parziali nel 2024, il 1° novembre 2025 si è tenuta l’inaugurazione ufficiale, evento simbolico per il Paese e per la comunità internazionale.

    L’obiettivo dichiarato è duplice: creare un polo culturale di riferimento globale e rilanciare l’immagine turistica dell’Egitto come destinazione sicura e moderna. La posizione, a pochi minuti dalle Piramidi, consente al visitatore un’esperienza integrata: dal museo all’altopiano di Giza, in un continuum di storia e paesaggio.


    La presenza italiana e la cooperazione mediterranea

    L’Italia ha avuto un ruolo di rilievo nella nascita del GEM, fornendo consulenza sulla gestione, sull’accessibilità e sull’interpretazione dei reperti. In particolare, il Museo Egizio di Torino ha collaborato sul piano scientifico e museologico, consolidando una tradizione di scambi culturali che risale all’Ottocento.

    All’inaugurazione, il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha rappresentato il Governo italiano, sottolineando il valore strategico di un dialogo euro-mediterraneo fondato sulla cultura e sulla conoscenza.
    Di seguito, il comunicato ufficiale diffuso dal Ministero della Cultura.


    Comunicato ufficiale del MiC (1° novembre 2025)

    “È una gioia e un onore rappresentare il governo italiano all’inaugurazione del Grand Egyptian Museum.
    Uno scrigno che esalta la magnificenza della civiltà egizia e il suo fascino senza tempo.
    Siamo lieti che questo straordinario patrimonio culturale, orgoglio dell’Egitto, abbia una nuova, monumentale casa.
    Investire nella cultura è essenziale per promuovere pace, stabilità e sviluppo nel Mediterraneo.
    Italia ed Egitto vantano rapporti millenari e una cooperazione culturale esemplare, che apporta benefici a entrambe le Nazioni e rappresenta un modello di riferimento per il dialogo euro-mediterraneo.”

    Con una superficie di 500.000 mq e una collezione di oltre 100.000 reperti, il museo offre un percorso immersivo tra storia, tecnologia e architettura contemporanea.
    Il contributo italiano si è concentrato su aspetti gestionali e di accessibilità, grazie alla collaborazione scientifica del Museo Egizio di Torino.

    La visita del Ministro Giuli si inserisce in un quadro di rapporti culturali sempre più intensi tra Italia ed Egitto, già confermati dalla mostra “Tesori dei Faraoni” inaugurata il 23 ottobre 2025 alle Scuderie del Quirinale.

    Le consolidate relazioni tra i due Paesi rappresentano un successo della diplomazia culturale nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa, testimonianza della consapevolezza italiana verso la matrice mediterranea e africana della propria identità culturale.

    (Ufficio Stampa e Comunicazione MiC, Roma, 1 novembre 2025)


    Una nuova capitale della memoria

    Il Grand Egyptian Museum è destinato a cambiare la geografia culturale mondiale. È al tempo stesso archivio e spettacolo, ricerca e racconto.
    Il suo linguaggio architettonico — severo, luminoso, costruito sul dialogo tra pietra e luce — si rivolge a un pubblico planetario, ma parla la lingua universale del tempo.
    Con l’apertura del GEM, l’Egitto consegna al XXI secolo non solo i tesori dei faraoni, ma anche una visione di futuro in cui la conoscenza diventa forma di diplomazia.


  • I GRANDI MAESTRI DEL DESIGN. Episodio 2: la poltrona Kubus

    I GRANDI MAESTRI DEL DESIGN. Episodio 2: la poltrona Kubus

    Nel 1910, Josef Hoffmann, figura cardine del modernismo viennese, disegna la poltrona Kubus, un’icona geometrica che anticipa il razionalismo del Novecento. Realizzata oggi da Wittmann, questa seduta è il simbolo dell’equilibrio perfetto tra artigianato e astrazione formale, e incarna lo spirito utopico della Secessione viennese.

    Kubus Wittmann Poltrona
    Kubus firmata da Josef Hoffmann per Wittmann è una poltrona con struttura in legno di faggio nero, rivestimento in pelle.

    All’inizio del XX secolo, Vienna è una città in bilico tra tradizione e avanguardia. Nelle sue strade convivono ancora le decorazioni sontuose dello storicismo e i primi segni della modernità. In questo scenario nasce la poltrona Kubus, progettata nel 1910 da Josef Hoffmann (1870–1956), architetto, designer e cofondatore della Secessione Viennese. È un oggetto che non si limita a sedersi nella storia del design: la plasma, la anticipa, la razionalizza.

    Una geometria perfetta

    La Kubus è un inno alla forma pura. Il suo nome deriva dalla parola “cubo”, e non potrebbe essere più esplicito: ogni elemento, dal bracciolo alla seduta, è composto da piccoli cuscini quadrati, rivestiti in pelle e disposti con meticolosa simmetria. La struttura, completamente modulare, dà l’impressione di un volume costruito con la logica dell’architettura più che del mobilio.
    Hoffmann, che aveva studiato con Otto Wagner e cofondato i Wiener Werkstätte nel 1903, concepiva ogni oggetto come parte di un insieme armonico, dove l’arte applicata e l’architettura si incontrano. La Kubus nasce dunque da una visione totalizzante, quella del Gesamtkunstwerk — l’opera d’arte totale — in cui anche la poltrona diventa parte di un’architettura ideale.

    Un design tra arte e matematica

    Il rigore geometrico della Kubus non è solo estetico: è il riflesso di un pensiero. In un’epoca ancora legata agli ornamenti floreali dell’Art Nouveau, Hoffmann sceglie la semplificazione radicale. Ogni decorazione viene sostituita da ritmo e proporzione, da una precisione quasi matematica che preannuncia il Bauhaus e il razionalismo europeo.
    Eppure, dietro la sua apparenza astratta, la Kubus conserva un’anima profondamente artigianale. Ogni cuscino è cucito e imbottito a mano, ogni dettaglio rifinito con una cura quasi maniacale. È il perfetto equilibrio tra la macchina e la mano, tra industria e bottega — un equilibrio che sarà poi al centro del dibattito del design del Novecento.

    Dalla Secessione a Wittmann

    La poltrona fu originariamente realizzata per l’Esposizione Internazionale di Buenos Aires del 1910, dove Hoffmann rappresentava l’Austria con un padiglione che riassumeva il meglio della produzione dei Wiener Werkstätte. Era il simbolo di una Vienna che si proiettava verso il futuro: elegante, sobria, ma fortemente concettuale.
    Dopo la morte dell’autore, la Kubus rischiò di scomparire, ma fu Wittmann, storica manifattura austriaca, a riportarla in produzione, rispettando scrupolosamente le proporzioni e i materiali originali. Ancora oggi, ogni pezzo è realizzato a mano in Austria, con una precisione che mantiene viva l’eredità dell’autore e lo spirito dei Werkstätte.

    Josef Hoffmann e il sogno della forma pura

    Hoffmann fu molto più di un designer: fu un architetto visionario che cercò di conciliare bellezza, logica e funzione. Le sue opere — dal Palais Stoclet di Bruxelles alla Casa Primavesi — riflettono una poetica dell’ordine, una ricerca di armonia che trova nella Kubus una sua sintesi perfetta.
    Il suo stile, spesso definito “freddo” o “razionale”, in realtà esprime un’idea di umanesimo geometrico: la convinzione che la forma, quando è giusta, contenga già in sé la misura del benessere umano. La Kubus, in questo senso, è una seduta “abitata” dalla logica, ma anche dal comfort e dalla grazia del gesto artigiano.

    Un’icona senza tempo

    Più di un secolo dopo, la Kubus continua a occupare un posto di rilievo nei musei di design e nelle case di architetti e collezionisti. Il suo linguaggio rimane sorprendentemente attuale: quella griglia di quadrati imbottiti parla lo stesso linguaggio dei pixel e delle architetture modulari del XXI secolo.
    Non è solo un oggetto d’epoca, ma una matrice concettuale, un’idea di design come equilibrio tra pensiero e materia, tra rigore e emozione. Nella sua apparente semplicità, la Kubus racconta l’inizio di tutto: il momento in cui il design smise di essere decorazione e divenne disciplina.

    Come scrisse Hoffmann: “L’ornamento non è un delitto, ma deve nascere dalla costruzione stessa.”
    E la Kubus, costruita sul principio del cubo, resta una delle dimostrazioni più limpide di questa verità: una forma che non invecchia, perché perfetta nella sua proporzione.


  • Vivian Maier. L’occhio segreto dell’America

    Vivian Maier. L’occhio segreto dell’America

    Roma celebra il centenario della nascita di Vivian Maier con una grande retrospettiva al Museo del Genio. Oltre duecento immagini, filmati, oggetti personali e materiali inediti raccontano l’universo intimo e visionario di una donna che trasformò la vita quotidiana in arte.

    C’è un mistero che continua ad affascinare il mondo della fotografia contemporanea: quello di Vivian Maier (1926–2009), la bambinaia che, per decenni, documentò silenziosamente l’America del dopoguerra, accumulando centinaia di migliaia di negativi senza mai mostrarli a nessuno.
    Solo dopo la sua morte, e quasi per caso, quel tesoro nascosto riemerse da un magazzino di Chicago, rivelando una delle voci più intense e originali della street photography del Novecento.

    Un’esistenza invisibile dietro l’obiettivo

    Nata a New York da madre francese e padre austriaco, Vivian Maier trascorse l’infanzia tra gli Stati Uniti e la Francia, dove affinò la sua sensibilità visiva osservando le strade dei piccoli villaggi alpini e i volti della gente comune. Tornata in America, trovò impiego come tata, un mestiere che le garantiva libertà e anonimato.
    Ma dietro quella vita apparentemente modesta si nascondeva una passione ardente: la fotografia. Sempre armata della sua Rolleiflex, Maier scattava compulsivamente tutto ciò che la circondava — bambini, passanti, senzatetto, uomini d’affari, coppie che si abbracciano, anziani dimenticati. La sua arte era discreta, priva di artifici. Scattava dal basso, senza attirare l’attenzione, restando al margine, invisibile ma onnipresente.

    Fra gli anni Cinquanta e Novanta, accumulò oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe, un archivio sterminato rimasto sconosciuto fino al 2007, quando John Maloof, giovane agente immobiliare, acquistò per pochi dollari alcune scatole di rullini a un’asta fallimentare. Fu l’inizio di una scoperta che avrebbe cambiato per sempre la storia della fotografia. Maloof ne divenne il curatore e divulgatore, fino a realizzare con Charlie Siskel il documentario “Finding Vivian Maier” (2014), candidato all’Oscar e accolto con entusiasmo in tutto il mondo.


    La mostra di Roma: un viaggio nella vita segreta di Vivian Maier

    Curata da Anne Morin, massima studiosa dell’artista, la mostra romana — prodotta da Arthemisia in collaborazione con diChroma photography e Vertigo Syndrome — ricostruisce per la prima volta in Italia il percorso umano e creativo di Maier, articolandolo in sette sezioni tematiche.

    Nella prima, L’America del dopoguerra e la facciata del sogno americano, le sue immagini raccontano chi vive ai margini della prosperità: disoccupati, lavoratori precari, donne affaticate, senzatetto. Scatti rubati, mai compassionevoli ma lucidi e profondi, che smascherano la retorica della felicità americana.

    La seconda sezione, Il Super 8 e la trama umana degli spazi metropolitani, esplora il suo uso pionieristico del linguaggio cinematografico. Negli anni Sessanta, Maier alternava la fotocamera alla cinepresa Super 8, realizzando filmati che anticipano un certo realismo urbano poi caro a cineasti come Cassavetes o Wiseman.

    Segue Tutti i colori della straordinaria vita ordinaria, in cui la fotografa sperimenta con il colore attraverso una Leica 35 mm. I toni saturi, spesso ambientati nei quartieri popolari di Chicago, restituiscono un’America vibrante e malinconica: il “Blues” visivo di un Paese che vive la modernità tra contrasti sociali e sogni infranti.

    Con L’astratto visto da vicino emerge una Maier inedita, capace di trasformare oggetti comuni in visioni poetiche, avvicinando la sua ricerca alle sperimentazioni formali di artisti come Minor White o Aaron Siskind.
    La sezione Vivian sono io raccoglie invece i celebri autoritratti: riflessi in vetrine, ombre, frammenti di sé catturati nello scorrere del mondo. In anticipo di decenni sulla cultura del selfie, Maier costruisce un autoritratto frammentato, enigmatico e profondamente moderno.

    Lo sguardo che non giudica

    Le ultime sezioni riportano il visitatore nelle strade che furono il suo teatro naturale. In Uno sguardo ravvicinato e sincero su un’epoca passata, Maier osserva con empatia il quotidiano di New York e Chicago, soffermandosi sulle donne, sugli anziani, sulle famiglie dei quartieri popolari. Le sue fotografie non cercano la posa ma l’autenticità dell’attimo, il momento in cui la realtà si rivela senza difese.

    Infine, Bambini nel tempo chiude il percorso con una delle tematiche più intime della sua vita. I bambini che accudiva diventano soggetti privilegiati dei suoi scatti: giochi, sguardi, smorfie e lacrime raccontano l’infanzia nella sua purezza e fragilità. Forse, in quei volti, Maier ritrovava una parte di sé, la libertà e la curiosità che aveva custodito dietro l’apparente riserbo.

    Eredità di un enigma

    Vivian Maier resta una figura irriducibile: un’artista che non cercò mai la fama e che proprio per questo divenne un’icona della fotografia contemporanea. Il suo sguardo, al tempo stesso distaccato e compassionevole, restituisce dignità agli invisibili, rivelando la grandezza della vita quotidiana.
    Come ha scritto Anne Morin, “non c’è distanza tra lei e il mondo: Vivian Maier fotografa per comprendere, non per giudicare”.

    Il catalogo ufficiale, edito da Moebius in collaborazione con la Réunion des musées nationaux – Grand Palais e il Musée du Luxembourg, accompagna una mostra che è anche un tributo all’arte di guardare.
    Un’arte che Vivian Maier esercitò per tutta la vita, in silenzio, con una lucidità che solo oggi il mondo ha imparato a riconoscere.


    Il mistero dei rullini ritrovati

    L’incredibile scoperta dell’opera di Vivian Maier avvenne quasi per caso, nel 2007, quando un giovane agente immobiliare di Chicago, John Maloof, acquistò a un’asta fallimentare alcune scatole di negativi appartenenti a una misteriosa “Miss Maier”.
    All’interno trovò migliaia di rullini mai sviluppati, stampe, lettere, ricevute, biglietti, oggetti personali. Incuriosito, Maloof iniziò a indagare sull’identità della donna e rimase colpito dalla qualità sorprendente delle fotografie: composizione impeccabile, luce sapientemente dosata, sguardo empatico ma mai invadente.

    Scoprì così una vita rimasta ai margini, quella di una tata che aveva trascorso gli anni lavorando presso famiglie benestanti di Chicago, scattando instancabilmente nei ritagli di tempo.
    Dopo aver digitalizzato e catalogato il materiale, Maloof diede vita a un vasto progetto di valorizzazione dell’archivio, aprendo il sito vivianmaier.com e promuovendo una serie di mostre internazionali che resero il nome di Maier celebre in tutto il mondo.

    Il culmine di questo lavoro fu il documentario “Finding Vivian Maier” (2014), diretto dallo stesso Maloof insieme a Charlie Siskel, nominato all’Oscar come miglior documentario. Il film ricostruisce la doppia vita della fotografa, intrecciando testimonianze dei bambini ormai adulti che aveva accudito, amici, collezionisti e critici d’arte.

    Da allora, la fama di Vivian Maier è cresciuta vertiginosamente: le sue opere sono entrate nelle collezioni dei maggiori musei, tra cui il MoMA di New York, la National Gallery of Art di Washington e il Musée du Luxembourg di Parigi.
    Il suo sguardo — ironico, tenero e impietoso al tempo stesso — continua a interrogarci, ricordandoci che anche l’anonimato può essere una forma di libertà, e che la verità della vita quotidiana è, spesso, la più profonda forma d’arte.


  • Palazzo Reale, Milano: Prorogata la mostra “VALERIO BERRUTI. More than kids”  

    Palazzo Reale, Milano: Prorogata la mostra “VALERIO BERRUTI. More than kids”  

    Visto il grande successo di pubblico e di critica, la mostra “VALERIO BERRUTI. More than kids”, ospitata a Palazzo Reale di Milano, viene prorogata fino al 30 novembre 2025.

    Proroga fino al 30 novembre la mostra “VALERIO BERRUTI. More than kids”-  Palazzo Reale, Milano

    L’esposizione, che segna la prima grande mostra personale di Valerio Berruti a Milano, ha conquistato migliaia di visitatori grazie alla forza poetica e universale del suo linguaggio artistico, capace di parlare a grandi e piccoli attraverso la meraviglia dell’infanzia, intesa come luogo simbolico di libertà, sogno e possibilità.
    Promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Arthemisia, in collaborazione con Piuma e con il fondamentale sostegno della Fondazione Ferrero, la mostra è curata da Nicolas Ballario e rappresenta un percorso immersivo attraverso le opere più iconiche e significative dell’artista piemontese.

    In occasione della proroga della mostra, giovedì 13 novembre 2025 alle 16.00 arte e scrittura si incontrano nel Cortile d’Onore di Palazzo Reale: Fondazione Amplifone il Centro Studi “Beppe Fenoglio” organizzano una speciale Maratona Fenogliana, ispirata al tradizionale appuntamento albese che ogni anno riunisce lettori e appassionati dello scrittore piemontese.
    L’evento si inserisce nel palinsesto di BookCity Milano 2025, come occasione di incontro e condivisione per dare voce ai racconti e ai romanzi di uno dei più grandi autori del Novecento italiano, in dialogo con la poetica visiva di Valerio Berruti, artista da sempre vicino alla sensibilità fenogliana.
    Durante l’incontro sarà letta l’opera “Pioggia e la Sposa”, accanto alla grande scultura di Berruti esposta nel cortile di Palazzo Reale.
    Parteciperanno alla lettura gli ospiti speciali l’artista Valerio Berruti, il Presidente di Fondazione BookCity Milano Luca Formenton insieme alla figlia dello scrittore Margherita Fenoglio.

    L’evento è gratuito, e la mostra resterà aperta fino alle ore 22.30.

    Nato ad Alba nel 1977, nel 2009 partecipa alla 53a Biennale di Venezia dove ha presentato un video, con la musica di Paolo Conte, composto da 600 disegni affrescati. Nel 2011 il suo video Kizuna, esposto al Pola Museum di Tokyo con la colonna sonora appositamente scritta da Ryuichi Sakamoto, è diventato un progetto benefico per la ricostruzione del Giappone dopo la devastazione dal terremoto. L’anno successivo ha vinto il premio internazionale Luci d’artista di Torino e ha realizzato un’opera permanente di land art alla Nirox Foundation di Johannesburg. Nel 2018 inizia a lavorare al cortometraggio animato, coprodotto da Sky Arte, La giostra di Nina con la colonna sonora di Ludovico Einaudi. La grande giostra viene esposta nell’autunno del 2018 nella Chiesa di San Domenico di Alba e successivamente al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo e alla Reggia di Venaria. Nel 2022 è stata inaugurata la sua opera monumentale Alba, una scultura in acciaio inox bronzato altra oltre 12 metri donata dalla famiglia Ferrero alla Città di Alba, posizionata nella centrale piazza Michele Ferrero, dedicata all’imprenditore albese. A maggio 2024 ha inaugurato Circulating sketch, una personale in Cina nel prestigioso Teagan Space di Youyi Bay, nel distretto di Pechino.


    A safe place

    Il salvagente è un oggetto che, pur essendo nello stesso mare, può avere significati diversi. Nelle “nostre” coste è un gioco colorato, una ciambella spesso decorata con personaggi dei cartoni animati che in acqua tiene compagnia ai bambini. Basta spostarsi di qualche decina di miglia ed ecco che invece assume un altro ruolo: quello di ultima speranza, di sopravvivenza per chi decide di attraversare il Mediterraneo in cerca di una vita migliore, più felice. In italiano con l’espressione “mischiare le acque” indichiamo qualcosa che ha creato confusione, scompiglio. In questa sala è successo. Qualcosa di inaspettato ha spinto esseri umani nati dalla parte più fortunata del mondo in mezzo al mare. Valerio Berruti ci spinge a diventare naufraghi, a immedesimarci, a capire che solo il caso ha “mischiato le acque” a nostro favore. La colonna sonora della sala è stata composta appositamente da Lucio Disarò, che collabora con Berruti da oltre vent’anni.

    Un mondo nuovo

    Come nel mito della caverna di Platone, le ombre possono diventare più reali della realtà. E allora il bambino è quello proiettato, che si completa idealmente con l’affresco sul muro, che diventa un vestito? L’arte di Berruti ha quindi la capacità di diventare dinamica grazie alla luce, di abbandonare la bidimensionalità grazie a un’illusione. Questo bambino sembra in attesa di qualcosa, come se gli avessero fatto una promessa. Verrà mantenuta? L’ombra è associata alla dualità tra bene e male, tra ciò che è palese e ciò che è nascosto, tra ciò che mostriamo di noi e ciò che celiamo. Qui questo concetto viene ribaltato: questo bambino ci invita a liberarci delle nostre paure? Ci dice che le nostre ombre sono parte di noi e che un nuovo mondo è possibile se impariamo ad accettarci? Un lavoro monumentale e leggero allo stesso tempo che ricorda Alba, la grande opera permanente installata da Berruti nella sua città.

    L’abbraccio più forte

    Questa sala è forse un momento di decompressione per la mostra: l’unico dove vediamo un contatto tra i soggetti di Berruti. Questo progetto si chiama L’abbraccio più forte, decine di disegni realizzati nel 2020 e venduti per finanziare l’ospedale di Verduno, che faticava ad aprire i battenti durante il Covid. Grazie a questa operazione, che raccoglie oltre 140.000 euro, Berruti non solo aiuta l’ospedale ad aprire il reparto per i malati di Covid, ma finanzia anche un poliambulatorio mobile, utilizzato ancora oggi per servizi sanitari degli abitanti della zona. Da quelle tavole sono nate due ulteriori opere: una scultura inedita e una video animazione per la quale è stata fatta una open call per musicisti: hanno risposto in più di 100, da ogni parte del mondo. L’abbraccio, come l’arte, è un segno universale. E allora i visitatori di More Than Kids decideranno chi sono questi bambini. Siamo noi? Chi è la persona che vorremmo abbracciare in questo momento?

    Nel silenzio

    Il grande compositore Karlheinz Stockhausen disse sull’attentato alle Torri Gemelle che si trattava della “più grande opera d’arte possibile”. Naturalmente il suo era un giudizio lontano da ogni avallo a quella cieca violenza, ma riguardava invece la capacità di quel momento di entrare nella mente di ognuno di noi, di diventare un immaginario dal quale nessuno riusciva ad allontanare lo sguardo. Dei calchi dei corpi delle persone morte durante l’eruzione di Pompei del 79 d.C. forse si può dire la stessa cosa. È la bellezza della tragedia. Con queste opere Berruti mette in guardia sull’indifferenza della società verso i cambiamenti climatici, mostrando due bambine in una sorta di ritrovamento archeologico del futuro, due corpi che rappresentano l’umanità arsa dal sole. A Pompei, d’altronde morirono solo le persone che non scapparono, rifiutando di credere a chi cercava di metterle al corrente dell’imminente eruzione. Sta succedendo la stessa cosa? Abbiamo smesso di credere alla scienza? Al centro, la stessa bambina rievoca invece lo spirito di Lilith, demone ribelle e inquieto, cacciata dal paradiso perché si rifiutava di sottostare a un’autorità ingiusta. Qui Berruti sembra raffigurarla in un incubo continuo, che non si può più evitare. La musica che accompagna l’installazione è stata realizzata appositamente dal maestro e polistrumentista Rodrigo D’Erasmo.

    Aurora

    Ci sono materiali che parlano. Non a voce alta, ma con il tono dolce di chi è sempre stato lì, in disparte, osservando il tempo passare. Il pizzo è uno di questi. Fatto di vuoti e pieni, di fili intrecciati con pazienza, è un tessuto che sa attendere. E nell’attesa, custodisce. Custodisce ricordi che non sapevamo di avere. Basta toccarlo, o anche solo vederlo, per essere catapultati in un’altra epoca, per vederlo indossato o usato dalle nostre nonne. Eppure, a guardarle da vicino queste trame offrono un effetto ottico estraniante, molto moderno, quasi psichedelico. E questa apparente – solo apparente – scelta decorativa viene esaltata dalla semplicità dell’affresco realizzato da Berruti su sacchi di juta. Una tecnica rinascimentale, utilizzata pochissimo ormai, su un materiale apparentemente povero, ma che appartiene alla memoria dell’artista, perché quei sacchi sono quelli delle nocciole che caratterizzano la produzione agricola delle Langhe, la terra in cui Berruti è nato e dove ha scelto di tornare a vivere dopo aver girato il mondo. Entrambe le opere parlano di infanzia: la dolce benevolenza nella prima, il rifiuto dell’autorità in

    questo bambino che non vuole stare sull’attenti nella seconda. Entrambe sono parti essenziali dell’infanzia, ma anche dell’età adulta, di ognuno di noi.

    Three (parts of) me

    Ancora una volta lo stesso soggetto, la stessa bimba, ma con tre acconciature diverse, tre “maschere”, come la tradizione giapponese intende il modo di vivere di ognuno. Il primo volto è quello che mostriamo al mondo, la parte pubblica della nostra personalità: educata, controllata, conforme alle norme sociali. Il secondo volto è quello più privato, che mostriamo alle persone a cui vogliamo bene e che ci vogliono bene, agli amici e alla famiglia. È la nostra parte più autentica, ma ancora moderata. Qui si vedono emozioni più vere, ma con qualche filtro. Il terzo volto è quello che non mostriamo a nessuno. È la parte profonda, spesso nascosta persino a sé stessi. Questa è la vera essenza. I pensieri più segreti, i desideri e le paure, l’identità pura sono dietro questa maschera. Un’installazione che va vista girando intorno a essa. Berruti ci spinge a chiederci quali di questi aspetti della nostra personalità ci influenzino di più.

    Out of your own

    Questa installazione circolare raccoglie una serie di opere che raccontano un momento semplice e potente: un bambino che scopre la propria ombra. È un incontro silenzioso, quasi magico. All’inizio è stupore: l’ombra lo segue, lo imita, sembra voler giocare. In quel gesto nasce una consapevolezza nuova: non siamo mai davvero soli? Ci sono aspetti che sembrano altro da noi ma che allo stesso tempo non ci abbandoneranno mai? Ma c’è anche un altro svelamento: ogni cosa illuminata dalla luce proietta un lato oscuro. Scoprire l’ombra significa entrare in contatto con ciò che non si vede subito, ciò che è nascosto, profondo, a volte inquietante. Dove c’è luce c’è ombra, dove c’è il bene c’è anche il male. Questa dualità non è una condanna, ma una verità che ci riguarda tutti. Accettare l’ombra – in noi, negli altri, nel mondo – è forse il primo passo verso una forma più autentica di crescita. Come il bambino che, giocando con la propria sagoma, inizia a conoscere davvero sé stesso.

    Nel nome del padre

    Tutti questi bambini hanno lo stesso volto, ma acconciature diverse. Ognuno di loro rappresenta uno dei conflitti in corso in questo momento nel mondo. Tutti guardano verso la stessa direzione. Chi è la figura che sta evitando gli sguardi e che tutti stanno fissando? È il mondo ormai indifferente a queste guerre, così invaso da immagini di violenza da non far più caso alle atrocità quotidiane? Forse è così che vediamo le guerre. La stessa faccia per ognuna di loro, lo stesso destino. Cambiano solo alcuni futili connotati. La bambina sembra quasi a capo di un esercito stanco al quale lei, affranta, rifiuta di dare ordini. In tutto i soggetti sono 42, come la risposta alla “domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”, concetto espresso nella serie di romanzi di fantascienza umoristica di Douglas Adams. È come una formula magica, ma nessuno ne capisce il significato: “Ho controllato molto approfonditamente,” dice il super computer chiamato Pensiero Profondo, “e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.” E forse in questo periodo buio per l’umanità, più che cercare risposte dovremmo cominciare a porci domande.

    La giostra di Nina

    Con La Giostra di Nina esplode la naturale predisposizione di Berruti a trasportarci in territori che sono allo stesso tempo memoria e proiezione futura, nella consapevolezza che l’arte è cultura e che questa è attraversamento delle esperienze e della storia di ognuno di noi, che può essere allo stesso tempo orto che germoglia e ghetto che soffoca. Ancora una volta la dualità, dunque. Berruti usa anzitutto passerotti, e non cavalli, dicendoci che è assurdo che persino nelle giostre limitiamo la nostra fantasia cercando di attenerci alla realtà. Perché non possiamo cavalcare degli uccellini? In questa opera, forse la più nota di tutta la carriera di Berruti ed esposta in importantissimi musei, l’artista ci parla dell’infanzia non mostrando i bambini per la prima volta. Sarà il pubblico a completarla. Anche se, guardando la sala da un altro punto di vista, gli uccellini sono scappati. Si sono liberati e decideranno loro se e quando tornare. Il cortometraggio ispirato a La Giostra di Nina vede la partecipazione straordinaria di Ludovico

    Einaudi, che ha firmato la colonna sonora originale di questo enorme carillon che parla di libertà, sogni, fantasia.

    Don’t let me be wrong

    I busti nella storia dell’arte sono un momento di celebrazione, spesso eroica e gloriosa. Ritratti di famiglia esposti a commemorare le gesta di uomini valorosi. Qui Berruti riesce in un cortocircuito: questo enorme busto di una bambina non vuole esaltare una figura o un momento vittorioso, ma l’attimo prima del disastro. Questa figura infatti guarda lontano, verso l’alto. Come se stesse assistendo all’arrivo di una tempesta. Ormai è troppo tardi, non c’è più nulla da fare. Ed ecco che Berruti allora riesce a fissare questo momento tragico, come a dirci che siamo quasi a un punto di non ritorno: se non ci fideremo della scienza, molto presto catastrofi climatiche, che siano esondazioni o siccità, cambieranno la società come la conosciamo. All’interno di questo busto, dentro il quale vorremmo proteggerci, un cortometraggio inedito ci racconta il futuro?

    La colonna sonora è firmata da Daddy G (fondatore della band di culto Massive Attack) insieme al suo storico produttore Stew Jackson.

    Videoanimazioni

    Le videoanimazioni di Valerio Berruti sono opere solo in apparenza semplici, ma in realtà frutto di un processo meticoloso e interamente manuale, realizzate senza l’uso di tecnologie digitali. Ogni animazione nasce da centinaia di disegni eseguiti a pastello a olio e affresco su carta o cartoncino, fotografati uno a uno e montati in sequenza per dar vita al movimento. In mostra cinque fotogrammi originali per ogni video, da Golgota (2005), con la musica di Lucio Disarò, seguito da E più non dimandare (2007), con le note di Joanna Newsom, La figlia di Isacco (2009), esposto al Padiglione Italia della Biennale di Venezia con la colonna sonora originale di Paolo Conte. Seguono Kizuna, con una composizione appositamente realizzata da Ryuichi Sakamoto, Fermati o sole! (2014), con musica di K- Conjog, e Out of your own (2016), musicato da Joan As Police Woman. The singer (2019) è interpretato dalla voce della piccola Nina Berruti, mentre l’opera più recente, Cercare silenzio (2023), è accompagnata da una composizione originale di Samuel Romano ed è stata realizzata per Open Arms.


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  • A Bolzano: Artifices, i creatori dell’arte

    A Bolzano: Artifices, i creatori dell’arte

    Artifices: i creatori dell’arte” è il terzo grande appuntamento del ciclo di mostre “Storie dell’arte con i grandi musei” avviato nel 2023 dall’Assessorato alla Cultura italiana della Provincia autonoma di Bolzano. Lo mostra “Artifices: i creatori dell’arte”, progetto espositivo realizzato a cura del Museo Nazionale Romano di Roma, si potrà ammirare al Centro Trevi-TreviLab di Bolzano, dal prossimo 21 novembre al 12 aprile 2026.

    ARTIFICES.
    I creatori dell’arte
    Bolzano, Centro Trevi-TreviLab
    21 novembre 2025 –12 aprile 2026

    Mostra organizzata dall’Ufficio Cultura della Provincia autonoma di Bolzano – Alto Adige in collaborazione e a cura del Museo Nazionale Romano in Roma.

    “Il Centro Trevi-TreviLab, è uno spazio da anni impegnato nella diffusione di iniziative culturali e dell’arte, guidato dal direttore di ripartizione Antonio Lampis. Un luogo che, come sottolinea Marco Galateo – Vicepresidente della Provincia e Assessore alla Cultura italiana – “si propone di stabilire una solida collaborazione tra il nostro territorio e le grandi istituzioni culturali nazionali per condurre cittadine e cittadini alla scoperta delle antiche e moderne civiltà attraverso l’arte e le grandi istituzioni che la custodiscono”.

    “Artifices: i creatori dell’arte” fa seguito alla mostra “Antichi Egizi: maestri dell’arte” (2023), curata dal Museo Egizio di Torino e, nel 2024, la mostra “Etruschi. Artisti e artigiani” realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma. Il progetto ha l’ambizione di accompagnare il pubblico in un viaggio alla scoperta delle civiltà antiche e di raccontare, anno dopo anno, come si è evoluta nel corso dei secoli la figura dell’artista, da artigiano altamente specializzato ad artista socialmente riconosciuto, vero e proprio autore delle proprie creazioni.

    Questa nuova esposizione nasce grazie alla prestigiosa collaborazione con il Museo Nazionale Romano di Roma, istituito nel 1889 e oggi articolato in quattro sedi, ognuna con la propria specificità: Palazzo Altemps, dedicato alle collezioni storiche e al collezionismo, Palazzo Massimo, che espone capolavori rinvenuti a Roma e nel suo territorio, Crypta Balbi, straordinario cantiere di archeologia urbana, e il complesso monumentale delle Terme di Diocleziano e della Certosa di S. Maria degli Angeli, sede originaria del Museo, con la nuova esposizione del Museo dell’arte salvata nell’Aula Ottagona.

    “La scelta di affidare la curatela al Museo Nazionale Romano rappresenta la conferma del ruolo del Museo quale punto di riferimento nazionale ma anche internazionale per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Roma e dell’Italia antica. Le sue collezioni e i suoi depositi, in cui sono conservati migliaia di reperti appartenenti a numerose e diverse classi di materiali, quali statue, mosaici, affreschi, oggetti di vita quotidiana ed epigrafi, raccontano l’evoluzione storica, artistica e sociale della civiltà romana, offrendo al pubblico un percorso di conoscenza che unisce ricerca scientifica e fruizione culturale – commenta Federica Rinaldi, Direttrice del Museo Nazionale Romano.

    Ad essere documentato in mostra è lo sviluppo delle produzioni artistiche di Roma, dall’età repubblicana alla fine dell’Impero, attraverso le diverse figure di artigiani specializzati, il cui ricordo è affidato alle epigrafi e alle tipologie di materiali, testimoni delle trasformazioni culturali e delle condizioni di vita della città e dei suoi abitanti.

    Il racconto si sofferma sulle produzioni in serie e di lusso, dedicando anche un particolare approfondimento alle officine tardo antiche rinvenute nel contesto urbano della Crypta Balbi. 

    Una delle principali novità di questa edizione è il focus sul concetto di copia nel mondo antico, con la ricca serie di pregevoli sculture provenienti dalla villa romana di età tardo-repubblicana di Fianello Sabino, esposte al piano interrato del Centro Trevi, in cui verrà ricreata l’atmosfera di una elegante residenza dell’aristocrazia romana.

    Nel foyer del Trevi sarà anche possibile ammirare la riproduzione tattile del Discobolo tipo Lancellotti proveniente dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona, calco al vero della scultura custodita presso il Museo Pio Clementino – Musei Vaticani, in un ideale dialogo con la copia più celebre del Discobolo Lancellotti conservata presso la sede di Palazzo Massimo del Museo Nazionale Romano. L’opera sarà il fulcro di un percorso per ipovedenti, che fa di “Artifices: i creatori dell’arte” anche una importante occasione di inclusione sociale.


    INFO UTILI
    Trevi – TreviLab
    Bolzano, Via Cappuccini, 28
     
    Apertura della mostra: dal lunedì al sabato dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00
    Ingresso gratuito. A disposizione del pubblico anche l’audioguida gratuita e una mediatrice.
     
    centrotrevi@provincia.bz.it  
     T 0471 300 980
     
    Ufficio Stampa
     
    Per MondoMostre
    Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
    Tel +39 049 663499 elisabetta@studioesseci.net
     
    Per Provincia Autonoma di Bolzano
    Ilaria Vinante
    Tel. +39 338 5969685
    vinante.ila@gmail.com
     
    Per il Museo Nazionale Romano
    Angelina Travaglini
    mn-rm.press@cultura.gov.it
    https://museonazionaleromano.beniculturali.it
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
  • A Roma dal 31 ottobre 2025 un nuovo centro culturale: rinasce il “Museo del Genio” 

    A Roma dal 31 ottobre 2025 un nuovo centro culturale: rinasce il “Museo del Genio” 

    Per la prima volta dalla sua costruzione negli anni ’30, l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio, edificio di oltre 4.000 metri quadrati, riaprirà al pubblico nella nuova veste di grande centro culturale, che ospiterà due importanti esposizioni: “Vivian Maier”, dedicata alla più amata fotografa americana di cui ricorre il centenario, e “Pop Air” di Ugo Nespolo, presentata in anteprima nazionale, con le imponenti sculture del celebre artista.

    Dal 31 ottobre 2025, grazie alla collaborazione tra Ministero della Difesa, Difesa Servizi, Esercito Italiano ed Arthemisia, il Museo del Genio sarà aperto tutti i giorni. I visitatori potranno inoltre ammirare le grandi invenzioni italiane nel campo tecnologico e scientifico – come ad esempio l’attrezzatura radiotelegrafica originale di Guglielmo Marconi – custodite all’interno del Museo

    A Roma rinasce il “Museo del Genio” con due importanti esposizioni: “Vivian Maier. The Exhibition” e “Ugo Nespolo. Pop Air” > giovedì 30 ottobre, ore 11.30 > Museo del Genio, Roma

    A partire dal 31 ottobre 2025, Roma ritrova uno dei suoi luoghi più preziosi: il Museo del Genio dell’Esercito Italiano.

    Per la prima volta, questo straordinario complesso apre stabilmente le sue porte al grande pubblico, trasformandosi in un nuovo luogo della cultura per la Capitale.
    Si tratta di un’iniziativa culturale di Difesa Servizi che dal 2016, su mandato del Ministero della Difesa e delle Forze Armate, valorizza i musei militari.

    Il nome Museo del Genio è stato scelto per rendere immediatamente accessibile l’identità di un luogo che è molto più di un museo.
    La sua denominazione completa, Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio (ISCAG) dell’Esercito Italiano, ne rivela la natura unica in Italia: un centro in cui convivono museo, biblioteca specialistica, archivio storico e fotografico, luogo di studio, ricerca e memoria.

    Oggi, questo patrimonio si svela finalmente alla città.
    Roma guadagna un nuovo spazio culturale, aperto a tutti: famiglie, studenti, studiosi, scuole, visitatori italiani e internazionali.
    Un luogo che racconta l’intelligenza come forza trasformativa: dall’ingegneria alle comunicazioni, dal volo al futuro.

    Il percorso museale che oggi si apre al pubblico invita il visitatore a intraprendere un viaggio affascinante, dove ingegno, tecnica e bellezza si intrecciano nel racconto della storia del Genio. Tra modelli, strumenti e invenzioni, si scopre come l’intelligenza umana abbia saputo trasformare le sfide della costruzione, della comunicazione e del volo in occasioni di progresso. Oggetti di eccezionale valore testimoniano questo spirito visionario: l’attrezzatura radiotelegrafica originale di Guglielmo Marconi che, con la sua invenzione – la radio –, cambiò per sempre la storia della comunicazione mondiale; una piccola teca custodisce inoltre uno dei primissimi telefoni, invenzione dovuta ad Antonio Meucci, affiancato dalle sue prime evoluzioni: dai telefoni da campo alle centraline militari. Queste sale custodiscono una porzione preziosa del patrimonio museale: ambienti in cui ogni oggetto, dal più semplice al più imponente, testimonia la capacità tutta italiana di unire funzionalità e creatività, rigore scientifico e intuizione estetica.

    Ad inaugurare questo nuovo capitolo vi saranno anche due esposizioni di grande richiamo: Vivian Maier. The Exhibition, dedicata alla più amata fotografa americana – scoperta solo dopo la sua morte e oggi celebrata nei più importanti musei del mondo -di cui si festeggia il centenario della nascita, e “Pop Air” un progetto nuovo e presentato per la prima volta al mondo, con cui il Maestro Ugo Nespolo interpreta in chiave ironica – con enormi sculture gonfiabili – i grandi capolavori internazionali.
    Due linguaggi lontani e complementari che siglano la vocazione del Museo del Genio a diventare un ponte tra storia e presente, tra ricerca e meraviglia, tra conoscenza ed emozione.

    Con questo progetto culturale, il Museo del Genio si presenta non solo come spazio espositivo, ma come centro culturale vivo, capace di dialogare con la contemporaneità e di ospitare grandi eventi artistici.

    LE MOSTRE

    In un connubio perfetto tra rigore storico e creatività contemporanea, a partire dal 31 ottobre 2025 e fino al 15 febbraio 2026, il Museo del Genio accoglie la mostra “Pop Air“, una selezione iconica e site specific delle opere di uno degli artisti più versatili e brillanti del panorama italiano, Ugo Nespolo. Noto per la sua capacità di attraversare epoche, stili e linguaggi con intelligenza e leggerezza, offre una lettura creativa e colorata della storia della scultura italiana e internazionale. L’esposizione, presentata in anteprima mondiale, rappresenta la prima occasione ufficiale per scoprire (o riscoprire) gli spazi rinnovati del Museo.

    Contemporaneamente, la mostra “Vivian Maier. The Exhibition“, un emozionante viaggio nell’universo della misteriosa tata–fotografa americana, divenuta icona mondiale della street photography.
    Curata da Anne Morin, massima esperta dell’artista, la mostra propone oltre 200 opere dei suoi scatti più celebri e intensi: immagini capaci di raccontare, con sguardo autentico e discreto, l’anima quotidiana delle città e dei loro abitanti.
    Da un progetto di Vertigo Syndrome e in collaborazione con diChroma photography, la mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia.

    L’apertura al pubblico delle mostre segna un nuovo inizio per uno spazio che custodisce la memoria, promuove la ricerca e si apre all’incontro tra passato e presente.
    Un’occasione imperdibile per cittadini, studiosi, appassionati e visitatori di ogni età, nel cuore della Capitale.

    Da un’iniziativa del Ministero della Difesa, Esercito Italiano e Difesa Servizi, società in house del Ministero della Difesa che valorizza gli asset del Dicastero, il progetto è prodotto e organizzato da Arthemisia.
    Il progetto è in partnership con Fondazione Terzo Pilastro Internazionale e Poema e vede come sponsorGenerali valore Cultura, mobility partnerFrecciarossa Treno Ufficiale e media partnerla Repubblica.


    Ufficio Stampa Arthemisia
    Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
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  • Al Candiani di Mestre, Edvard Munch e La rivoluzione Espressionista

    Al Candiani di Mestre, Edvard Munch e La rivoluzione Espressionista

    Non dipingerò più interni con uomini che leggono e donne che cuciono. Dipingerò persone vive, che respirano e sentono e soffrono e amano.

    MUNCH. La rivoluzione espressionista
    Mestre (Ve), Centro Culturale Candiani
    30 ottobre 2025 – 1° marzo 2026

    A cura di
    Elisabetta Barisoni
     

    Edvard Munch, oltre Munch. Una mostra per raccontare l’uomo del suo tempo, che vive e lascia un segno nella società. Introspettivo certo, ma anche partecipativo; solo, nella sua inquietudine, ma non isolato; tanti i suoi legami con autori, artisti, letterati contemporanei – Ibsen fra tutti, di cui illustra le opere teatrali –  che concorrono alla formazione del suo pensiero, alla sua  rivoluzione grafica e iconografica, la sua vita. Munch è specchio della cultura mitteleuropea e cittadino del mondo; tra i lunghi viaggi e soggiorni a Parigi, in Germania, in Belgio, in Italia, in una Europa esplosiva, quella del Salon des Refusées, dei Secessionisti, i giovani ribelli; qui raccoglie echi antichi di Goya e Rembrandt, Redon e Toulouse-Lautrec, fino a Van Gogh e Gauguin, le influenze del Simbolismo e Postimpressionismo per poi lasciare il suo inconfondibile segno.

    E poi, le nuove sonorità pittoriche, lo spirito nordico che entra in Europa e influenza le secessioni di Monaco, Vienna, Berlino, di cui Munch è protagonista.

    Munch è il suo tempo, ed è il nostro. Perché quell’urlo espressionista che nasce dal corpo e rende l’arte totalizzante, carica di dolore, memoria, denuncia, non si è mai esaurito.

    La nuova mostra ideata da Fondazione Musei Civici per il Centro Culturale Candiani – eccezionalmente ospitata nelle sale espositive del terzo piano – prende Munch come guida di una nuova avventura di scoperta dell’arte del nostro tempo, in un viaggio attraverso le collezioni civiche della Galleria Internazionale d’Arte Moderna – dove sono conservate quattro opere grafiche Edvard Munch Angoscia, L’urna, La fanciulla e la morte, Ceneri – nel segno della rivoluzione espressionista. Un progetto per riconnetterlo sia con le correnti artistiche dalle quali è partito sia con quelle che lui ha ispirato nei decenni successivi.

    Le sette sezioni della mostra, partono quindi proprio da Edvard Munch (Loten 1863 – Oslo 1944), al confronto con i fermenti naturalisti, impressionisti e con il connazionale, meno noto, Aksel Waldemar Johannessen (Kongsvinger, 1880 — Oslo, 1922): una vicenda artistica intensa e breve, con Munch condivide la ricerca di mondo interiore tormentato, ma affronta la realtà con un realismo sociale che si carica di tensione espressiva, distante dall’estetica francese che domina l’arte norvegese del tempo.

    Due i capitoli sulle Secessioni, le rotture artistiche dell’area tedesca che partono da Monaco nel 1892 e che proseguono poi con Vienna, nel 1897 e Berlino, nel 1898. L’eredità di Munch, con il suo segno vibrante e la tensione psicologica, permea questo clima, dei laboratori fertili, dove Simbolismo, Jugendstil e Postimpressionismo si intrecciarono in uno spirito di profondo rinnovamento.

    La Secessione di Monaco include artisti come Franz von Stuck, interprete di un simbolismo visionario e sensuale ma anche molti artisti italiani, tra cui Arturo Martini e Alberto Martini, che qui trovarono stimoli decisivi per la loro arte.

    Della Secessione di Berlino, Munch è quasi il casus belli; nel novembre 1892 la critica tedesca tradizionalista stronca le opere di Edvard Munch esposte Verein Bildender Künstler di Berlino. La mostra viene chiusa dopo appena una settimana, le polemiche non fanno altro che rendere celebre il nome di Munch in tutta la Germania, acuendo la frattura tra gli ambienti accademici e i giovani artisti della città. Pochi anni dopo, nel 1898 scaturisce la Secessione di Berlino, movimento che vedrà Munch protagonista. In questo periodo di forte fermento culturale, la ricerca di una nuova estetica si manifesta nei lavori di artisti come Liebermann, Klinger, Dettmann, Egger-Lienz, testimoni di una Berlino attiva, cosmopolita, protesa verso la modernità.

    Superando le premesse impressioniste, Munch guarda al Simbolismo, all’opera di Redon, Sérusier, Bonnard, alla produzione di Klinger e ai dipinti di Böcklin che lo avvicinano a un linguaggio simbolista, permeato di immagini allusive e visionarie, di sogni, interiorità e mistero. In Belgio, la corrente assume importanza grazie ad autori come Félicien Rops – legato agli ambienti letterari decadenti parigini e influenzato da Baudelaire, Mallarmé e Verlaine –  e James Ensor, inventore di un mondo grottesco popolato da maschere, scheletri e figure mostruose, sviluppando un simbolismo fantastico e a tratti caricaturale, ricco di satira sociale.

    E ancora, il confronto con il Simbolismo in Italia che assume declinazioni diverse e originali, tra le sculture intense e drammatiche di Adolfo Wildt, gli scenari cupi e opprimenti di Cesare Laurenti, lo spirito ribelle di Ugo Valeri.

    L’ampia rappresentazione di opere grafiche in mostra racconta il debito dell’Espressionismo tedesco al segno di Edvard Munch, la cui influenza, soprattutto nella grafica, è fondamentale per il gruppo Die Brücke. Artisti come Erich Heckel riscoprono la xilografia e le tecniche incisorie come mezzo diretto, essenziale, primitivo, ispirandosi tanto alla tradizione di Dürer quanto alle tecniche innovative del maestro norvegese. Dopo la guerra, una seconda generazione – tra cui si distinguono Otto Dix e Max Beckmann – traduce il trauma collettivo in immagini più crude e disilluse. Nella grafica, la figura umana è scavata fino all’osso: non più solo un grido individuale, ma il riflesso di una società lacerata.

    Ne L’urlo contemporaneo riverbera la lezione di Munch e le ricadute nella sensibilità degli autori del Novecento. Dopo la Seconda guerra mondiale, le istanze dell’Espressionismo si rintracciano nelle testimonianze degli orrori vissuti in prima persona: Renato Guttuso racconta la brutalità della storia, mentre Zoran Musič non smette di evocare l’esperienza indicibile dei campi di concentramento. L’urlo espressionista si ritrova nelle visioni deformate e mostruose della Maternità di Ennio Finzi o nelle Figure alterate di Emilio Vedova. Gli orrori dell’attualità sono nei teschi di Mike Nelson, e i mondi popolati da mostri e maschere di Brad Kahlhamer e Tony Oursler. Il grido di dolore risuona nella tragedia della guerra di Jugoslavia, di cui Marina Abramović si fa interprete, e si ritrova, infine, nella denuncia appassionata e drammatica di Shirin Neshat, incisa sulla pelle e sul destino del popolo iraniano.

    MUNCH. La rivoluzione espressionista segna l’ultimo capitolo di una rassegna che, partendo da capolavori delle collezioni di Ca’ Pesaro dei maestri dell’arte moderna e contemporanea, ne racconta le contaminazioni, le prossimità, il proprio tempo, le vicende artistiche e soprattutto, l’eredità contemporanea attraverso il Novecento, fino ai nostri giorni. L’attesa è anche per il nuovo Centro Culturale Candiani, ridisegnato da MUVE che, oltre a proseguire nel programma di esposizioni temporanee, diventerà un Museo permanente, una Casa delle Contemporaneità. La collezione della nuova sede MUVE sarà dedicata alla voce contemporanea, con opere di Maestri italiani e internazionali dal 1948 in poi, articolate in un percorso inedito e di ampio respiro.


    Centro Culturale Candiani
    Piazzale Candiani, 7
    30174 Venezia Mestre

    Orario
    Da martedì a domenica ore 10.00-19.00
    Giorno di chiusura: lunedì
    Ingresso gratuito previa registrazione. Compila il modulo online >
     
    CONTATTI PER LA STAMPA
    Fondazione Musei Civici di Venezia
    Chiara Vedovetto 
    con Alessandra Abbate 
    press@fmcvenezia.it
    www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa
     
    Con il supporto di 
    Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
    Simone Raddi
    simone@studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
  • A Bassano la grande mostra su Segantini

    A Bassano la grande mostra su Segantini

    Dal 25 ottobre 2025 al 22 febbraio 2026 i Musei Civici di Bassano del Grappa presentano al pubblico la grande mostra che, ad oltre dieci anni dall’ultima esposizione italiana dedicata all’artista, celebra l’opera di uno dei massimi esponenti del Divisionismo, tra i più sensibili osservatori del mondo naturale e impareggiabile cantore della montagna quale luogo fisico e simbolico: Giovanni Segantini (1858- 1899).

    GIOVANNI SEGANTINI
    Museo Civico di Bassano del Grappa
    25 ottobre 2025 – 22 febbraio 2026

    A cura di Niccolo D’Agati.
     

    Promossa e organizzata dal Comune e dai Musei Civici di Bassano del Grappa, la mostra è stata realizzata con il contributo di Regione del Veneto nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, un’iniziativa che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali con un ricco calendario di eventi culturali diffusi sul territorio nazionale, sottolineando il ruolo centrale della cultura come ponte tra territori, generazioni e linguaggi, in linea con lo spirito della manifestazione. La mostra è stata realizzata con il contributo del Club Alpino Italiano e Fondazione Banca Popolare di Marostica Volksbank, con il supporto di Galleria Civica G. Segantini di Arco e Segantini Museum di St. Moritz, in collaborazione con Regione Lombardia e Dario Cimorelli Editore.

    “Un legame ideale unisce Giovanni Segantini e il suo universo alpino e naturale a Bassano del Grappa e al suo territorio, delineato nei suoi paesaggi più suggestivi dall’orizzonte della pedemontana e del Monte Grappa. Sarà un’esposizione di alto valore scientifico che invita a riscoprire Segantini come figura centrale dell’arte europea di fine Ottocento. In un’epoca che chiede con urgenza di ripensare il rapporto tra Uomo e Natura, la sua opera, che è ad un tempo concreta e visionaria, reale e simbolica, risuona oggi con sorprendente attualità” afferma Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa. “Tutto questo è stato possibile grazie alla passione e competenza del curatore, Niccolò D’Agati, e alla preziosa collaborazione con due istituzioni fondamentali per la tutela dell’eredità segantiniana, la Galleria Civica G. Segantini di Arco e il Segantini Museum di St. Moritz. A loro, all’Amministrazione comunale di Bassano del Grappa che ha voluto fortemente la realizzazione di questa importante mostra nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, e a tutti gli enti e alle aziende del territorio che hanno contribuito alla sua migliore promozione, va il mio più sentito ringraziamento.” 

    “L’Olimpiade Culturale è uno spazio di dialogo tra le arti, i territori e le persone, pensato per accompagnare i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali con un racconto corale della nostra identità culturale” afferma Domenico De Maio, Education and Culture Director di Milano Cortina “La mostra dedicata a Giovanni Segantini rappresenta un tassello prezioso di questo mosaico: un progetto che unisce rigore scientifico e visione internazionale, capace di restituire al grande pubblico la forza poetica di un artista che ha saputo interpretare la natura come luogo di bellezza, spiritualità e appartenenza. Siamo orgogliosi che questa iniziativa sia parte del programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026”.

    Curata da Niccolo D’Agati, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e il Politecnico di Milano, curatore scientifico della Galleria Civica G. Segantini di Arco e tra i principali studiosi dell’arte italiana tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, la rassegna permetterà al pubblico di ricostruire la figura di Giovanni Segantini attraverso un’inedita rilettura della sua opera a confronto con l’arte coeva, per raccontare una carriera che in soli vent’anni, dagli esordi “scapigliati” agli ultimi slanci simbolisti volti a catturare la Natura, ha saputo influenzare i maggiori movimenti artistici del suo tempo.

    Un centinaio di opere provenienti dalle principali collezioni pubbliche e private italiane ed europee – dal Musee d’Orsay al Rijksmuseum di Amsterdam –, alcune delle quali rintracciate a distanza di oltre un secolo dalla loro realizzazione, definiscono un percorso espositivo diviso in quattro sezioni e in tre focus tematici che, a partire dall’esordio a Brera, inquadreranno gli snodi più importanti della vicenda biografica di Segantini, mettendo allo stesso tempo in luce la straordinaria evoluzione della sua pittura.

    La prima sezione sarà dedicata alla fase milanese, segnata dall’incontro con il gallerista e sodale Vittore Grubicy De Dragon, nonché dal diretto confronto con l’eredità della Scapigliatura e del Naturalismo lombardo. Se in questo vivace contesto si fece evidente l’innata propensione del pittore allo studio delle potenzialità espressive di luce e colore, si registra invece con il trasferimento in Brianza, verso la fine del 1880, un rinnovamento della concezione dell’uso del colore in direzione di un crescente interesse per la Natura quale elemento di comunione tra uomo, paesaggio e animali. Nella seconda sezione, che rappresenta una delle novità più importanti della mostra, verranno messi in luce anche i contatti con l’arte di Jean-Francois Millet, con la produzione grafica di Vincent van Gogh e con le opere degli artisti della Scuola dell’Aja, per la prima volta posti a diretto confronto con la sua pittura. Il percorso proseguirà con una terza sezione dedicata alla fase svizzera, avviatasi a Savognin nel 1886, durante la quale Segantini realizzò le grandi e celebri composizioni dedicate alla vita montana, arricchite dallo studio sugli effetti di luce e colore attraverso la definizione di una personale tecnica pittorica che lo fece emergere quale uno dei protagonisti del Divisionismo italiano. La mostra si chiuderà infine sull’ultimo decennio della produzione segantiniana, caratterizzata dal trasferimento a Maloja e dall’apertura alla poetica Simbolista, raggiunto attraverso la peculiare formula del “simbolismo naturalistico”, una personale interpretazione del rapporto universale tra Uomo e Natura. 

    La mostra è stata preceduta da rilevantissime indagini non invasive sulle opere e sui materiali impiegati da Segantini. Queste ricerche hanno portato a sorprendenti scoperte, in particolare riguardo Ave Maria a trasbordo, opera simbolica del Segantini Museum di St. Moritz e dell’intera produzione segantiniana, eccezionalmente concessa in prestito al Museo Civico di Bassano del Grappa fino al 8 dicembre 2025. Nel capolavoro è emersa la complessa stratificazione del dipinto che nasconde, sotto l’attuale composizione, un precedente stadio che ricalca la prima versione realizzata del 1882, andata perduta ma nota attraverso fotografie. Similmente, grazie alle analisi condotte con IRIS, l’innovativo strumento di indagini diagnostiche a disposizione dall’Università della Bicocca di Milano, è stato possibile individuare sotto Ritorno dal bosco, capolavoro scelto come immagine guida della mostra, un dipinto ritenuto perduto dal 1890. Queste opere si offrono dunque non solo come capolavori compiuti ma anche come terreno di ricerca scientifica all’avanguardia. Alcuni contenuti multimediali racconteranno queste e altre scoperte, guidando i visitatori attraverso un viaggio inedito dentro i capolavori di Segantini.

    Il progetto di allestimento è a cura di Mustafa Sabbagh, laureato in Architettura presso l’Università I.U.A.V. di Venezia, già assistente di Richard Avedon e docente al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra e attualmente docente alla Fondazione Modena Arti Visive. Dal 2012 si dedica all’arte contemporanea attraverso la fotografia, la videoarte e installazioni site-specific, ed è tra i più importanti autori, in Italia, ad applicare la cultura del progetto coniugandola a una sperimentazione sui linguaggi visivi.

    L’allestimento, un’ode alla tecnica segantiniana, mette in continuo dialogo luci e ombre, spazio e opere d’arte, trasformando il percorso espositivo in un palcoscenico drammatico in cui i colori vibranti delle opere risplendono, restituendo al visitatore un’esperienza emozionale e immersiva, ampliata da un crescendo visivo con un unico focus: l’arte di Segantini.

    La mostra sarà affiancata, inoltre, dall’importante omonima pubblicazione scientifica, un volume di 248 pagine pubblicato in lingua italiana ed edito da Dario Cimorelli Editore, che aggiornerà gli studi presentando le scoperte e le riscoperte avvenute nel corso dell’ultimo decennio, e in particolare durante la preparazione della mostra.

    Il curatore, Niccolo D’Agati, ha riunito un gruppo di studiosi di caratura internazionale che ha contribuito alla stesura dei saggi che sostanziano quanto presentato nelle diverse sezioni della mostra. Gli autori, oltre al curatore, sono i seguenti: Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa; Sergio Rebora, autore del catalogo generale ragionato di Vittore Grubicy De Dragon e dal 2018 al 2023 curatore scientifico del Cimitero Monumentale di Milano; Patrizia Regorda, archivista presso il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto; Servane Dargnies de Vitry, conservatrice della pittura presso il Museo d’Orsay di Parigi; Gianluca Poldi, freelance conservation scientist e docente presso la Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte presso l’Università di Udine, in collaborazione con Simone Caglio e Anna Galli dell’Università Bicocca di Milano, e con Giulia de Vivo, paintings conservator and researcher presso il Rijksmuseum di Amsterdam; Monica Vinardi, storica dell’arte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio per la città metropolitana di Genova e la provincia di La Spezia; Francesco Parisi, docente di Storia del Disegno e della Grafica presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata; Alessandra Tiddia, conservatrice del Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

    L’esposizione bassanese e il catalogo costituiscono, quindi, il culmine di un lungo percorso di rilettura di documenti noti, di approfondimento delle più recenti ricerche sull’opera e sulla tecnica di Segantini e di indagini su materiali inediti.  “Per me personalmente e per il nostro museo è non solo una gioia ma anche motivo di grande orgoglio esser parte di questo progetto espositivo di altissimo livello scientifico, che tra l’altro documenta per la prima volta in modo esaustivo i molteplici legami di Giovanni Segantini con le correnti artistiche europee contemporanee, così da sfatare il mito, purtroppo ancor oggi diffuso, del genio solitario nel suo eremo alpino” dichiara Mirella Carbone, Direttrice artistica del Segantini Museum di St. Moritz. “Sono molto grata al Comune di Bassano del Grappa, ai Musei Civici e al curatore, Niccolò D’Agati, per aver voluto una mostra intesa anche come punto di partenza per ricerche e approfondimenti sull’opera dell’artista. Basti pensare alle importanti indagini non invasive fatte su due opere della nostra collezione, l’”Ave Maria” e “Ritorno dal bosco”: i risultati sono spettacolari e fanno luce su aspetti finora ignoti della genesi dei due dipinti. Non ho dubbi che questo progetto farà parlare di sé ben oltre l’orizzonte temporale dell’esposizione.”

    “Segantini riesce sempre a stupire. Dopo ben più di un secolo di mostre, pubblicazioni e celebrazioni, ancora la sua arte ed il suo pensiero costituiscono materia di ricerca estremamente ricca ed affascinante. È stato un artista molto ammirato e amato, ma spesso questa devozione per la sua figura ha innescato una logica di stupore e meraviglia, che non sempre ha lasciato spazio per un’indagine più approfondita sulla sua ricerca artistica, non solo legata al suo mito di uomo e artista, ma anche e soprattutto al suo talento pittorico” afferma Giancarla Tognoni, Direttrice della Galleria Civica G. Segantini di Arco. “È con grande piacere e soddisfazione, quindi, che la Galleria Civica G. Segantini di Arco partecipa al progetto dei Musei Civici di Bassano del Grappa, riconoscendo nel concept di questa monumentale mostra, lo spirito con cui, grazie al lavoro del prof. D’Agati, anche il museo arcense guarda all’opera di questo straordinario pittore, che il destino volle far nascere ad Arco.”

    Ad accompagnare il percorso espositivo bassanese vi sarà, inoltre, il progetto didattico “Lassù, sulle vette con Segantini”, articolato in quattro differenti percorsi divisi in base dell’età dei partecipanti a cui sono rivolti: visite e laboratori per la scuola primaria e secondaria, percorsi animati per famiglie e visite guidate. Basato su metodologie didattiche innovative e ideato da Daniele Fraccaro, docente di Mediazione e pedagogia dell’arte dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, il progetto proporrà attività, visite animate e laboratori didattici coinvolgenti volti ad incentivare un rapporto attivo con l’opera d’arte e a favorire l’accessibilità e la fruizione da parte di un pubblico ampio e diversificato.

    A corollario della mostra, a partire da giovedì 6 novembre 2025 riprenderà anche il ciclo di conferenze “Incontrarsi al Museo di Bassano. Musei, mostre, restauri” a cura di Mario Guderzo, ormai giunto alla sua terza edizione. In occasione di questo importante evento espositivo i primi quattro appuntamenti saranno proprio dedicati alla figura di Giovanni Segantini e all’ambiente culturale in cui ha operato, insieme ai più autorevoli esperti della pittura segantiniana e del suo contesto artistico, musicale e filosofico: Niccolo D’Agati (curatore della mostra e docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e il Politecnico di Milano), Paola Borghese (restauratrice presso la Pinacoteca di Brera di Milano), Gianluca Poldi (freelance conservation scientist e docente presso la Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte presso l’Università di Udine), Mirella Carbone (Direttrice artistica del Segantini Museum di St. Moritz) e Giovanni Bietti (divulgatore Radio Rai, compositore, pianista, musicologo e consulente artistico dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma). 

    La mostra sarà resa ancora più accessibile grazie all’audioguida gratuita in lingua italiana, inglese e tedesca, realizzata in collaborazione con Audiogiro, che accompagnerà il pubblico alla scoperta della vita e dell’arte di Giovanni Segantini attraverso la voce di Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa. Per accedere ai contenuti dell’audioguida bastera essere dotati del proprio smartphone e delle proprie cuffiette, inquadrare il QR Code che troverà presso la biglietteria del Museo Civico e all’ingresso della mostra, oppure salvare il link già disponibile sulla pagina dedicata alla mostra su www.museibassano.it. 

    Promossa e organizzata da Comune e Musei Civici di Bassano del Grappa
    Con il contributo di: Regione del Veneto
    Nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026
    Con il contributo di: Club Alpino Italiano e Fondazione Banca Popolare di Marostica Volksbank
    Con il supporto di: Segantini Museum di St. Moritz e Galleria Civica G. Segantini di Arco
    In collaborazione con: Regione Lombardia e Dario Cimorelli Editore
    Main sponsor: Ceccato Automobili S.p.A., F.lli Campagnolo S.p.A. e Mevis S.p.A.
    Sponsor: Vortex Hydra Dams – Hydromechanical Equipment and Valves
    Partner: FIAVET – Federazione Italiana Associazioni Imprese di Viaggi e Turismo
    Media partner: Il Giornale di Vicenza, Radio Birikina e Rete Veneta
     
    La Città di Bassano del Grappa desidera inoltre esprimere un sentito “pubblico ringraziamento” a:

    Mecenati in Art bonus a sostegno della mostra:
    Alban Giacomo S.p.A.
    Baxi S.p.A.
    Chrysos S.p.A.
    Distilleria Nardini S.p.A.
    ETRA S.p.A. Società benefit 
    Vimar S.p.A.

    Mecenate in Art bonus per il progetto didattico “Lassù, sulle vette con Segantini”
    Fondazione Cariverona 
     
    Sede
    Museo Civico di Bassano del Grappa. Piazza Garibaldi 34, Bassano del Grappa
     
    Orari
    Tutti i giorni, compresi festivi, dalle 10:00 alle 19:00, ultimo accesso alle 18.00.
    Chiuso i martedì e il 25 dicembre. Aperto il 24 dicembre 2024, 31 dicembre 2024
    e il 1 gennaio 2025 dalle 14.00 alle 19.00.
     
    Informazioni e prenotazioni
    → segantinibassano@ne-t.it
    → T. + 39 0424 177 0020
    Il Call Center è aperto dal lunedì al venerdì dalle 8:30 alle 18:00, il sabato dalle
    9:00 alle 13:00.

    Ufficio stampa
    Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
    Simone Raddi
    +39 049 663499
    simone@studioesseci.net
     
    Ufficio Stampa Comune di Bassano del Grappa
    Chiara Padovan
    +39 0424 519373
    ufficiostampa@comune.bassano.vi.it
     
    Ufficio Comunicazione
    Musei Civici di Bassano del Grappa
    Paolo Umana
    +39 0424 519919
    museo@comune.bassano.vi.it
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
  • Alle Salette di Pio IV di Castel Sant’Angelo, Roma celebra il suo legame indissolubile col cinema

    Alle Salette di Pio IV di Castel Sant’Angelo, Roma celebra il suo legame indissolubile col cinema

    Alle Salette di Pio IV di Castel Sant’Angelo, Roma celebra il suo legame indissolubile con la settima arte. La mostra Roma e l’invenzione del Cinema. Dalle origini al cinema d’autore 1905–1960, aperta fino al 18 gennaio 2026, ricostruisce oltre mezzo secolo di storia del cinema attraverso manifesti, fotografie, filmati e oggetti d’epoca. Un percorso immersivo che restituisce alla capitale il ruolo di culla e laboratorio del cinema italiano e internazionale.

    Un viaggio nel tempo, tra memoria e invenzione

    Curata da Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, e realizzata in collaborazione con la Festa del Cinema di Roma, il Centro Sperimentale di Cinematografia e l’Archivio Luce, la mostra accompagna il visitatore in un itinerario che unisce emozione, ricerca e nostalgia.
    L’allestimento si snoda nelle quattro sale di Pio IV, dove immagini, suoni e spezzoni cinematografici ricreano l’atmosfera degli anni eroici del cinema. Dalle prime proiezioni in bianco e nero ai capolavori del neorealismo, il racconto abbraccia i decenni in cui il cinema divenne una forma d’arte popolare e universale.

    Il punto di partenza è una data simbolica: 20 settembre 1905, quando a Porta Pia venne proiettato La presa di Roma, primo film italiano a soggetto. Realizzato da Filoteo Alberini, tecnico, inventore e pioniere, fu presentato davanti a una folla entusiasta. Da quella sera Roma non fu più soltanto teatro della storia, ma anche set di una nuova forma di racconto visivo.

    Roma, laboratorio della modernità

    Come sottolinea Farinelli, “nessuna città al mondo ha inciso tanto nell’immaginario cinematografico quanto Roma”. Fin dagli esordi, la capitale è stata protagonista e musa del cinema: dalle scenografie monumentali del muto ai quartieri popolari immortalati dal neorealismo.
    Nei diva film degli anni Dieci e Venti, interpretati da Francesca Bertini, Lida Borelli e Pina Menichelli, Roma è un palcoscenico solenne, dove la modernità dialoga con la classicità. Poi arriva il realismo disarmante del dopoguerra, con Anna Magnani, Aldo Fabrizi e Vittorio De Sica, che restituiscono al grande schermo la voce autentica della città.
    Infine, con Fellini e Pasolini, Roma si espande nei nuovi quartieri dell’EUR e nelle borgate, diventando microcosmo del Paese che cambia.

    La mostra: quattro stanze per sessant’anni di cinema

    Ogni sala è un capitolo della storia del cinema italiano.
    La prima, Dalle origini al cinema d’autore, raccoglie i pionieri – La presa di Roma e Quo vadis? di Enrico Guazzoni (1913), uno dei primi kolossal della storia – e rievoca il clima di invenzione e stupore del primo Novecento.
    La seconda, Roma città aperta, celebra il capolavoro di Roberto Rossellini (1945): la corsa disperata di Anna Magnani in via Montecuccoli resta una delle sequenze più iconiche mai filmate.
    La terza sala, I soliti ignoti, rilegge gli anni Cinquanta come epoca di rinascita e ironia, grazie alle commedie di Monicelli, Steno e Risi.
    La quarta, La dolce vita, segna l’ingresso nel boom economico, quando Roma diventa “capitale del desiderio”: dalle terrazze del centro alla via Veneto notturna di Fellini, la città si trasforma in simbolo di una nuova modernità.

    Cinecittà e il sogno industriale del cinema

    Nel percorso espositivo trova spazio anche la nascita dell’industria cinematografica italiana.
    Nel 1937 viene inaugurata Cinecittà, progettata dal barone Alberto Fassini e sostenuta dal regime fascista come “fabbrica dei sogni” nazionale.
    Su un’area di 600.000 metri quadrati, gli studi romani diventano presto il centro nevralgico della produzione italiana e, nel dopoguerra, un polo internazionale frequentato da registi e attori stranieri: da William Wyler a John Huston, da Audrey Hepburn a Elizabeth Taylor.
    È qui che nasce la leggenda di Vacanze romane (1953), con Gregory Peck e Audrey Hepburn in Vespa per le vie del centro, e dove si girano Ben-Hur e Cleopatra, simboli di un’epoca in cui Roma era la “Hollywood sul Tevere”.

    L’Istituto Luce e il Centro Sperimentale

    Con l’istituzione dell’Istituto Luce nel 1924 e la fondazione del Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1935 – prima scuola di cinema al mondo – Roma consolida il suo primato culturale.
    Le cinegiornali Luce documentano l’Italia fascista e le sue trasformazioni, ma al tempo stesso rappresentano un archivio inestimabile di immagini del Paese reale.
    Il Centro Sperimentale, invece, forma generazioni di registi, attori e tecnici: da Blasetti a Zavattini, da Visconti a Rossellini, fino a Fellini e Antonioni, l’intera storia del cinema italiano passa da quelle aule.

    La rinascita del dopoguerra

    Dopo la guerra, il cinema italiano diventa una lingua universale. Con Sciuscià (1946) e Ladri di biciclette (1948), Vittorio De Sica e Cesare Zavattini inventano il neorealismo, che conquista Cannes e Hollywood.
    Nel 1952 arriva Umberto D., struggente ritratto della solitudine contemporanea, mentre nel 1958 Monicelli inaugura con I soliti ignoti una stagione nuova: la commedia all’italiana, capace di ironizzare sui vizi e sulle virtù del Paese in trasformazione.
    Due anni dopo, La dolce vita (1960) segna una cesura definitiva: Fellini racconta la Roma del boom con uno sguardo poetico e disincantato, trasformando la città in mito.

    Roma, capitale della settima arte

    L’esposizione alle Scuderie di Castel Sant’Angelo è, in fondo, un atto d’amore verso Roma stessa.
    La città che ha dato i natali al cinema italiano ne custodisce ancora oggi l’eredità, tra i set di Cinecittà, i teatri di posa, le piazze e le sale storiche come il Farnese e il Barberini.
    Ogni scorcio, dal Colosseo alla Trinità dei Monti, è un fotogramma della memoria collettiva.

    Come scriveva Fellini, “Roma non è una città, è un modo di essere”: un luogo dove la realtà si confonde con il sogno, e dove il cinema continua, ancora oggi, a rinnovarsi come linguaggio universale.


    Info
    Castel Sant’Angelo –
    Salette di Pio IV, Roma, Lungotevere Castello 50
    Orario: da martedì a domenica, 9.00–19.30
    Prenotazioni: 06 39967100
    Fino al 18 gennaio 2026


  • Una mostra che rappresenta il risultato di un ambizioso progetto di diplomazia culturale

    Una mostra che rappresenta il risultato di un ambizioso progetto di diplomazia culturale

    La più grande esposizione di antichità egizie degli ultimi vent’anni apre a Roma. Tesori dei Faraoni, alle Scuderie del Quirinale fino al 3 maggio 2026, racconta il mistero e lo splendore della civiltà del Nilo attraverso oltre centotrenta capolavori, molti dei quali mai usciti dall’Egitto. È il risultato di un ambizioso progetto di diplomazia culturale che rinnova il dialogo millenario tra Italia ed Egitto.

    Un ponte tra due civiltà

    All’inaugurazione del 23 ottobre, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il segretario generale delle Antichità Egizie Mohamed Ismail Khaled e il direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco hanno illustrato il percorso espositivo, accompagnati dal ministro della Cultura Alessandro Giuli e dal direttore delle Scuderie Matteo Lafranconi.
    L’evento segna un momento di rilievo nella cooperazione culturale tra Roma e Il Cairo: un incontro tra due tradizioni che, pur lontane nel tempo, condividono una profonda vocazione alla monumentalità, al simbolismo e alla memoria.

    La mostra, curata da Tarek El Awady e prodotta da ALES in collaborazione con MondoMostre e il Supreme Council of Antiquities of Egypt, è sostenuta dal Ministero della Cultura e dal Ministero degli Affari Esteri italiani, con la partecipazione del Museo Egizio di Torino. Si inserisce nel quadro del Piano Mattei per l’Africa, che promuove formazione, cooperazione e valorizzazione del patrimonio culturale come strumenti di dialogo fra i popoli mediterranei.

    Una civiltà che ancora parla

    L’esposizione raccoglie 130 opere straordinarie, provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor: statue monumentali, sarcofagi, gioielli e reperti che attraversano quattromila anni di storia, dalle origini della civiltà faraonica al Terzo Periodo Intermedio.
    Tra i prestiti più prestigiosi figura la Triade di Micerino, un capolavoro dell’Antico Regno che raffigura il sovrano affiancato dalla dea Hathor e dalla divinità della regione tebana: un simbolo potente della sacralità del potere.

    Il percorso prosegue con il sarcofago d’oro della regina Ahhotep, ornato con la celebre Collana delle Mosche d’Oro, onorificenza militare destinata ai più valorosi guerrieri d’Egitto, e con la maschera funeraria d’oro di Amenemope, esempio mirabile di oreficeria regale del Nuovo Regno. Accanto a questi, il sarcofago di Thuya, nonna di Akhenaton, e la copertura funeraria di Psusennes I testimoniano il raffinato sincretismo di arte, fede e politica che caratterizzò l’Antico Egitto nei secoli della sua massima espansione.

    Una sezione speciale è dedicata alla Città d’Oro, la sorprendente scoperta archeologica che ha riportato alla luce un insediamento urbano del regno di Amenhotep III e di Akhenaton. Gli oggetti rinvenuti – utensili, amuleti, ceramiche – restituiscono il volto quotidiano di un popolo che trasformò la vita terrena in un riflesso dell’eternità.

    Le sezioni della mostra

    Il percorso espositivo si articola in sei sezioni tematiche: il potere divino dei faraoni, la società e la vita quotidiana, la religione, le pratiche funerarie, le scoperte archeologiche più recenti e la rinascita della memoria egizia attraverso la ricerca contemporanea.
    Dalle statue di Sennefer, Ramses VI e Thutmose III ai gioielli in oro cesellato, ogni opera evoca la tensione spirituale che ha reso l’Antico Egitto una delle civiltà più durature e complesse della storia umana.

    Come in un viaggio nel tempo, il visitatore attraversa il deserto e le necropoli, le corti dei sovrani e i laboratori degli artigiani, fino ai templi dove l’arte e la religione si confondono in un linguaggio comune: la ricerca dell’immortalità.

    Roma e il fascino dell’Egitto

    Il legame tra Italia ed Egitto affonda le radici nell’antichità. Dopo la conquista di Alessandro Magno e il regno dei Tolomei, la cultura egizia influenzò profondamente l’arte romana: obelischi, sfingi e iscrizioni geroglifiche punteggiano ancora oggi la capitale come echi di un passato condiviso.
    In età moderna, l’Egittologia divenne una delle discipline più amate dagli studiosi italiani, culminando nella fondazione del Museo Egizio di Torino nel 1824, secondo per importanza solo a quello del Cairo.

    Questa mostra ne rinnova l’eredità, riaffermando la funzione delle Scuderie del Quirinale come spazio di incontro tra culture. Dal Rinascimento a oggi, il palazzo – progettato da Carlo Fontana e affacciato sul colle più alto di Roma – è divenuto un laboratorio permanente di diplomazia culturale.

    Un progetto di conoscenza condivisa

    Tesori dei Faraoni non è soltanto un evento espositivo: è un vasto progetto educativo e scientifico. Il catalogo, curato dal celebre archeologo Zahi Hawass, accompagna il pubblico in un racconto avvincente che unisce rigore accademico e divulgazione.
    La mostra è affiancata da laboratori didattici, visite guidate e percorsi per le scuole, realizzati con il Museo Egizio di Torino, e da un programma di conferenze promosso con il Dipartimento SARAS della Sapienza di Roma, che coinvolge studiosi, archeologi e studenti.
    L’obiettivo è costruire un dialogo tra ricerca e pubblico, mostrando come il patrimonio antico possa ancora parlare al presente e diventare strumento di identità condivisa.

    Cultura come linguaggio universale

    L’ambasciatore d’Italia in Egitto, Michele Quaroni, ha definito l’iniziativa «un esempio concreto di diplomazia culturale capace di superare i confini e unire le persone».
    Mohamed Ismail Khaled ha sottolineato che le mostre archeologiche all’estero «sono ponti fondamentali che permettono di valorizzare la creatività e l’ingegno degli antichi Egizi», mentre Fabio Tagliaferri, presidente di ALES, ha ricordato che Tesori dei Faraoni rappresenta uno degli obiettivi più ambiziosi nella gestione delle Scuderie: costruire relazioni internazionali attraverso la bellezza e la conoscenza.

    Infine, Matteo Lafranconi ha ribadito il senso profondo dell’iniziativa: «presentare un progetto di massimo prestigio, capace di incarnare i valori universali che da sempre definiscono l’immaginario quirinalizio, frutto dell’incontro tra le grandi civiltà nate sulle sponde del Mediterraneo».

    Un dialogo che guarda al futuro

    Nell’epoca in cui la geopolitica tende a irrigidire le frontiere, Tesori dei Faraoni riafferma la forza della cultura come spazio di incontro e di conoscenza reciproca.
    Tra ori, pietre incise e sguardi scolpiti nella pietra, la mostra racconta una civiltà che non ha mai smesso di parlare. L’Egitto dei Faraoni torna così a Roma, non come eco di un passato remoto, ma come promessa di un dialogo ancora vivo: quello tra l’uomo e la sua eterna aspirazione all’eternità.


  • Alla Magnani-Rocca, Mina e la Moda

    MODA E PUBBLICITÀ IN ITALIA 1950-2000
    Fondazione Magnani-Rocca
    Mamiano di Traversetolo – Parma
    13 settembre – 14 dicembre 2025

    Mina e la Moda – A sessanta anni dal primo Carosello Barilla con Mina testimonial, la Fondazione Magnani-Rocca dedica a questo straordinario sodalizio una nuova, speciale sezione della mostra ‘Moda e pubblicità in Italia 1950-2000’ – allestita fino al 14 dicembre nella Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo presso Parma – esponendo una selezione di abiti e filmati provenienti dall’Archivio Storico Barilla, in omaggio al ruolo d’eccezione che la cantante ebbe nel campo della moda e della sua promozione. Raffinatissima quanto popolare trasformista, ogni volta si presentava al pubblico con abiti, acconciature e maquillage sorprendenti, spesso anticipando o dettando le tendenze.

    Dal 1965 al 1970, mentre era impegnata in tv per ‘Studio Uno’ e ‘Canzonissima’, Mina prestò il suo volto e la sua voce per oltre sessanta caroselli del pastificio di Parma, in preziosi videoclip. Dotata di una mimica e di una recitazione non comuni, Mina, diretta da grandi registi, come Valerio Zurlini, Antonello Falqui, Piero Gherardi, Enzo Trapani – che non disdegnano di lasciare momentaneamente il cinema o la TV per il mondo della pubblicità – propone le sue canzoni, spesso ripetute in versioni e scenografie differenti; canta dal vivo alla Bussola di Viareggio, registra in sala di incisione e diviene appuntamento fisso per il pubblico televisivo.

    Giochi di luci, di bianchi e di neri si alternano nei caroselli in un rapporto di attrazione – opposizione ripreso anche dai testi delle canzoni, con Mina che da moderna Maga Circe in Se telefonando, si trasforma in una enigmatica creatura preraffaellita negli ultimi filmati. 

    Il messaggio si fa via via più raffinato, graficamente perfetto, e si sposa ben presto con scenografie surreali, abiti estrosi, inquadrature ardite, montaggi aggressivi e dinamici.

    E proprio otto abiti, disegnati per lei dal premio Oscar Piero Gherardi, costumista di Federico Fellini, e successivamente ricostruiti, sono protagonisti della sezione espositiva, permettendo un tuffo negli anni Sessanta e nella straordinaria fucina creativa che fu l’Italia di allora.

    La sezione dedicata a Mina si aggiunge alla mostra ‘Moda e Pubblicità in Italia 1950-2000’, dedicata all’evoluzione della promozione pubblicitaria in Italia nel settore della moda nel corso della seconda metà del Novecento, allestita alla Fondazione Magnani-Rocca nei saloni contigui a quelli che ospitano permanentemente opere capitali di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Renoir, Monet, Cézanne, Morandi e molti altri.

    Più di trecento opere – tra manifesti, riviste, spot, fotografie, cinema, video, gadget pubblicitari e persino le mitiche figurine Fiorucci – in un percorso inedito che attraversa mezzo secolo di trasformazioni dell’immaginario collettivo, con uno sguardo filologico e insieme poetico sulla storia della moda e della sua comunicazione. Il cinema e la televisione ne diventano lo specchio, con spot entrati nel mito collettivo.

    Dal 1950 al 2000 lo stile italiano si lancia nel mondo.

    Armani, Benetton, Dolce & Gabbana, Emilio Pucci, Fiorucci, Gianfranco Ferré, Gucci, Max Mara, Moschino, Salvatore Ferragamo, Valentino, Versace, Coveri, Zegna, Diesel, Walter Albini sono i protagonisti del Made in Italy di quegli anni.

    Gli scatti dei grandi maestri della fotografia di moda – Gian Paolo Barbieri, Giovanni Gastel, Alfa Castaldi, Ugo Mulas – e le illustrazioni di René Gruau, Sepo, Erberto Carboni, Franco Grignani, Guido Crepax, Antonio Lopez, Lora Lamm, le creazioni di Armando Testa, oltre al lavoro particolarissimo e destabilizzante di Oliviero Toscani, restituiscono un’estetica che è insieme racconto pubblicitario e ritratto di un’epoca.

    La moda si conferma una macchina potente di comunicazione e si definisce sempre più come linguaggio e performance del corpo. La mostra racconta come la moda e la pubblicità, insieme, abbiano saputo attraversare i cambiamenti economici, sociali e culturali del nostro paese a generarne i miti, gli stereotipi, la creatività, i desideri.

    L’Italia entra nel secondo dopoguerra timidamente, osservando il dinamismo pubblicitario americano ma restando ancorata a un sistema artigianale: grafici, illustratori, cartellonisti. Lo sviluppo è rallentato da un sistema mediatico rigido e pedagogico: Carosello, con le sue regole e le sue censure, ritarda il confronto con le avanguardie internazionali. Ma proprio questa lentezza rafforza una forma di “italianità pubblicitaria”, un gusto visivo e narrativo che unisce memoria, ironia e affabulazione.

    La vera svolta arriva con le televisioni private, il colore in tv, la disgregazione dei modelli unici: la pubblicità diventa un linguaggio pop, potente, invasivo. È una nuova forma d’arte visiva, e la moda il suo laboratorio più vibrante. Un’importante sezione della mostra viene dedicata proprio alla visione di alcuni degli spot televisivi più iconici di quegli anni, entrati a far parte dell’immaginario collettivo.

    Gli anni Ottanta e Novanta segnano l’apice e vedono l’indiscusso successo mondiale del brand “Made in Italy”. La moda italiana smette di essere solo industria e comunica storie, personaggi, esperienze creando nuovi immaginari.


    Le collaborazioni – Museo nazionale Collezione Salce di Treviso, Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell’Università di Parma, Civica Raccolta delle Stampe ‘Achille Bertarelli’ – Castello Sforzesco del Comune di Milano, Collezione Alessandro Bellenda – Galleria L’IMAGE di Alassio (SV), Mirko Morini – Tortona4arte di Milano, Andrea Re – Milano Manifesti, Giuseppe Moraglia – L’Afficherie a L’Aquila, Marco Cicolini – Libreria Antiquaria Piemontese di Torino, oltre ad archivi aziendali e importanti collezioni private.

    Per tutta la parte filmica la mostra si avvale del contributo dell’Archivio Generale Audiovisivo della Pubblicità Italiana e del personale apporto del suo Fondatore e Direttore, lo storico della pubblicità Emmanuel Grossi.

    La mostra e il catalogo – La mostra – a cura, come il precedente capitolo dedicato al periodo 1850-1950, di Dario Cimorelli, editore ed esperto di comunicazione, Eugenia Paulicelli, Professoressa ordinaria e fondatrice della scuola di specializzazione di “Fashion Studies” presso il Graduate Center e il Queens College della City University di New York, Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca – è accompagnata da un ricco catalogo edito da Dario Cimorelli Editore, dove, oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte, vengono pubblicati saggi di Eugenia Paulicelli, Silvia Casagrande, Vanessa Gavioli, Emmanuel Grossi, Chiara Pompa, Emanuela Scarpellini.   

    La Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo custodisce una delle più importanti collezioni d’arte di origine privata al mondo.

    La Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo, espone infatti le opere appartenute a Luigi Magnani, con autori quali Monet, Renoir, Cézanne, Goya, Tiziano, Dürer, de Chirico, Rubens, Van Dyck, Filippo Lippi, Carpaccio, Burri, de Pisis, Tiepolo, Canova e la più significativa raccolta di lavori di Morandi.

    Immersa nella campagna di Parma, la Villa conserva il fascino senza tempo degli ospiti illustri che l’hanno frequentata, con i suoi arredi di epoca neoclassica e impero, circondata dal Parco Romantico, un grande giardino all’inglese con piante esotiche, alberi monumentali e gli splendidi pavoni bianchi e colorati. Il Parco storico è stato recentemente restaurato grazie ai fondi del PNRR. Si tratta di un unicum per la sua eccezionale stratificazione: pochi luoghi in Italia possono vantare una testimonianza altrettanto completa dell’evoluzione dell’arte del giardino. Nel parco coesistono armoniosamente tre visioni del paesaggio: il giardino formale ottocentesco voluto nel 1819 dal generale Filippo Paulucci delle Roncole, il parco all’inglese romantico realizzato da Marianna Panciatichi tra il 1850 e il 1860, e il giardino all’italiana progettato da Luigi Magnani negli anni ’60 del Novecento.

    A completare questa sintesi viva di tre secoli di paesaggismo, un giardino contemporaneo ispirato al “New Perennial Movement”, che reinterpreta in chiave ecologica e sensibile il rapporto tra natura, estetica e cultura.


    MODA E PUBBLICITÀ IN ITALIA 1950-2000
    Fondazione Magnani-Rocca, Villa dei Capolavori, Mamiano di Traversetolo (Parma)
    Dal 13 settembre al 14 dicembre 2025. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) | sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Aperto anche 1° novembre e 8 dicembre | Lunedì chiuso.
    Biglietti: € 15 valido anche per le Raccolte permanenti e il Parco Romantico | € 13 per gruppi di almeno quindici persone | € 5 per le scuole e sotto i quattordici anni. Il biglietto comprende anche la visita libera agli Armadi segreti della Villa. Per meno di quindici persone non occorre prenotare; i biglietti si acquistano all’arrivo alla Fondazione.
    Info: www.magnanirocca.it | info@magnanirocca.it | 0521 848327 / 848148
    Visite guidate: il sabato ore 16 e la domenica e festivi ore 11.30, 15.30, 16.30, visita alla mostra ‘Moda e Pubblicità in Italia’ con guida specializzata; è possibile prenotare a prenotazioni@magnanirocca.it , oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 20 (ingresso e guida).
     
    Ufficio Stampa: Studio ESSECI  Sergio Campagnolo
    Rif. Simone Raddi  simone@studioesseci.net  tel. 049 663499.
    Cartella stampa e immagini: www.studioesseci.net
     
    La mostra è realizzata grazie al contributo di:
    FONDAZIONE CARIPARMA, CRÉDIT AGRICOLE ITALIA
    Media partner: Gazzetta di Parma, Kreativehouse.
    Con la collaborazione di: AXA XL Insurance e Aon S.p.a.
    Angeli Cornici, Bstrò, Cavazzoni Associati, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.
     
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>