Al Museo di Palazzo Mocenigo di Venezia, il mito intatto di Casanova e del Settecento europeo

Giacomo Casanova in occasione delle celebrazioni per i 300 anni dalla nascita. Scrittore, poeta, avventuriero, diplomatico, icona di un mondo e di una civiltà: Casanova è fondamentale chiave di lettura del Settecento europeo, del mondo delle grandi corti e delle potenti dinastie, protagonista di esaltanti incontri con i protagonisti del mondo culturale e artistico, delle seducenti incognite del gioco e delle sconfinate, poliedriche metamorfosi. Allo stesso tempo, il suo mito arriva intatto al mondo contemporaneo; complice un immaginario che si sviluppa mentre Casanova ancora in vita – anche grazie al suo racconto delle Mémoires – tenacemente alimentato nei secoli successivi. 

Casanova 1725 – 2025
L’eredità di un mito tra storia, arte e cinema

Venezia, Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo 

29 agosto – 2 novembre 2025

La mostra ricostruisce così il personaggio tra storia, attraverso l’esposizione di parte dei documenti del fondo del casanovista Aldo Ravà, dalla Biblioteca Correr;  arte, con dipinti dell’epoca, tra cui il ritratto di Casanova attribuito a Pietro Longhi; il suo immaginario nel XX secolo attraverso la lente d’ingrandimento del cinema, con un focus sul capolavoro Casanova (1976) di Federico Fellini, bozzetti di scenografie cinematografiche e abiti della collezione della Fondazione Massimo e Sonia Cirulli, disegnati da Danilo Donati, fino ai costumi di scena originali, custoditi dalla Sartoria Teatrale Farani. 

Un racconto tra vicende storiche e immaginifiche, per restituire la grandezza di una figura affascinante, complessa, immortale.

 

IL PERCORSO ESPOSITIVO

L’approfondimento cinematografico apre con Un dipinto e una locandina. Due ritratti a confronto dove prende forma il parallelismo tra l’immagine storica di Casanova, nel presunto ritratto attribuito a Pietro Longhi, proveniente dalla collezione Beryl e Giovanni Cavallini, e la sua reinterpretazione cinematografica da parte di Fellini, che lo trasformò in simbolo del vuoto esistenziale. 

Non può mancare un omaggio al grande regista con un approfondimento dedicato a Tra sogno e cinepresa Una biografia di Federico Fellini per raccontare il maestro del cinema e il suo stile visionario, sospeso tra sogno, memoria e satira, che rivoluzionò la narrazione cinematografica. Uno spazio che introduce Tessuti e mode eloquenti. I costumi del Casanova di Fellini con le creazioni di Danilo Donati. Per questo film, lo scenografo italiano ottenne l’Oscar 1977 per il Best Costume Design – il suo secondo, dopo quello per il Romeo e Giulietta di Zeffirelli nel 1969 – a cui si 

aggiunsero due Nastri d’argento 1977 per la miglior scenografia e per i migliori costumi.

I sei pezzi originali in mostra, confezionati dalla storica Sartoria Teatrale Farani e oggi parte del loro archivio, sottolineano la convivenza, nello stesso film, di mondi diversi, frutto delle fantasie oniriche e surreali di Fellini in cui Danilo Donati esaspera il gusto per l’esagerazione e il grottesco dello stile rococò. Enfatizzando, talvolta trasfigurando in funzione critica, le già eccessive mode del tempo. Le silhouette volumizzate, i merletti strabordanti e i tessuti sontuosi trasformano così i personaggi in maschere del desiderio, della decadenza e della solitudine.

In Fare di una pellicola un quadro. I bozzetti del Casanova di Fellini protagonisti sono i disegni preparatori. Una selezione che raccoglie e testimonia il lavoro di Donati attraverso una serie di bozzetti di scenografie cinematografiche e di costumi, importanti prestiti provenienti dalle collezioni della Fondazione Massimo e Sonia Cirulli, con cui Donati ha prima immaginato e poi dato corpo alle fantasie oniriche e surreali di Fellini. 

Il respiro di un’epoca apre l’indagine storico artistica: Un camerino del Settecento. Dipinti tra mitologia e licenziosità pone al centro le tre tele settecentesche raffiguranti Apollo, Venere e Diana, attribuite a al pittore settecentesco Giambattista Pittoni, provenienti dalla Steven V. Maksin Family Collection: espressione raffinata ed erotica del rococò veneziano, in cui le tre divinità dialogano in un coinvolgente intreccio di sguardi sensuali, un gioco d’amore nel quale si può scorgere l’atmosfera del tempo di Giacomo Casanova,  protagonista assoluto di una moltitudine di stagioni erotiche.

Giacomo Casanova, una biografia rocambolesca offre un approfondimento sulla vita avventurosa del celebre veneziano: dalle origini incerte, alla fuga dai Piombi, all’esilio e al ritorno, fino agli ultimi anni trascorsi a Dux, in Boemia, come bibliotecario al castello del conte di Waldstein dove scrisse le sue Memorie.  

Il percorso si conclude con Aldo Ravà e il Settecento. Un’apologia di Casanova. Un riconoscimento al collezionista e studioso veneziano Aldo Ravà (Venezia, 1879-1923); tra i primi e più importanti studiosi impegnati alla riscoperta e diffusione degli aspetti meno noti di Giacomo Casanova, atti a riabilitarne la figura, fino ad allora associata alla fama, anche coeva, di impenitente libertino, truffatore, avventuriero e spia, per riproporre insieme, la dimensione di acuto interprete del suo tempo. 

Il fondo Ravà, pervenuto negli anni Sessanta del Novecento al Museo Correr, contiene tra le molte testimonianze documentarie, anche una preziosissima raccolta di prime edizioni delle opere casanoviane; tra queste, l’eccezionale Icosameron, del 1787, e dell’Histoire de ma fuite, del 1788, insieme a esemplari di successive edizioni, di varia natura e formato, e in più lingue europee, testimoni di un nuovo successo della figura di Giacomo Casanova.


Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo
Santa Croce 1992
30135 Venezia
041 721798
mocenigo@fmcvenezia.it
 
Informazioni per la stampa
Fondazione Musei Civici di Venezia
Chiara Vedovetto 
con Alessandra Abbate 
press@fmcvenezia.it
tel. +39 041 2405225
www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa
 
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Roberta Barbaro
roberta@studioesseci.net  
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Le Corbusier, il visionario che cambiò il volto del Novecento

Le Corbusier (1964) Stedelijk Museum Sikkensprijzen 916-9288 (ritagliato) – Di Joop van Bilsen

Prendete diecimila svizzeri ed educateli all’arte, magari in Francia. 9999 sarete tentati di abbandonarli in un bosco, l’altro è Le Corbusier. Sarà lui che vi spiegherà come progettare la città nel bosco.

Luigi Prestinenza Puglisi

Sessant’anni fa, il 27 agosto 1965, le onde del Mediterraneo accolsero per l’ultima volta Le Corbusier. Architetto, urbanista, pittore e teorico, la sua vita fu un continuo esperimento. Ancora oggi, il suo nome evoca l’idea di un’architettura moderna, radicale e visionaria.

Il mare lo sorprese durante una nuotata al largo di Roquebrune-Cap-Martin, sulla Costa Azzurra. Era il 27 agosto 1965. Così si spense Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Édouard Jeanneret-Gris, uno degli architetti più influenti e discussi del XX secolo. Sessant’anni dopo, la sua figura resta divisiva: genio per alcuni, dogmatico per altri, ma indiscutibilmente protagonista di una stagione che ha ridisegnato il modo di pensare e abitare le città.

Dalla Svizzera al mondo

Nato nel 1887 a La Chaux-de-Fonds, un piccolo centro svizzero noto per l’orologeria, Le Corbusier cresce in una famiglia di artigiani. Avrebbe potuto seguire la tradizione, invece preferì guardare oltre. I suoi insegnanti lo indirizzarono verso l’architettura, che allora era meno un mestiere e più un’avventura intellettuale. Giovanissimo, parte per l’Italia, visita Venezia, Ravenna e Firenze: un vero viaggio di formazione che lo mette in contatto con la storia dell’arte europea. Poi approda a Parigi, dove negli studi dei fratelli Perret scopre il cemento armato, materiale destinato a cambiare la sua visione.

Un’idea radicale: la casa come macchina

Nel 1923 pubblica Vers une Architecture, il libro-manifesto che scuote la cultura del tempo. Qui lancia la sua celebre definizione: «Una casa è una macchina per abitare». Per molti suona freddo e provocatorio, ma dietro quella formula c’è la convinzione che l’architettura debba rispondere prima di tutto ai bisogni reali delle persone, con razionalità e funzionalità. È la nascita di un linguaggio nuovo, destinato a diventare internazionale.

I cinque punti e una villa che sembra una nave

Le Corbusier traduce le sue idee in cinque principi, semplici e rivoluzionari: pilastri che sollevano gli edifici da terra, piante libere senza vincoli portanti, facciate indipendenti, finestre orizzontali a nastro, tetti-giardino. Il manifesto prende forma nella Villa Savoye a Poissy, alle porte di Parigi: un parallelepipedo bianco sospeso su esili colonne, con grandi vetrate che lasciano entrare la luce. Ancora oggi sembra una nave astrale atterrata in campagna.

Dal sogno urbano alle polemiche

Le sue ambizioni non si fermano alla casa. Sogna città ordinate, funzionali, razionali. Nel dopoguerra disegna Chandigarh, in India, un’intera capitale costruita dal nulla: viali diritti, edifici pubblici monumentali, piazze austere. Un laboratorio di modernità, che ancora oggi divide urbanisti e storici. In Francia sperimenta l’Unité d’Habitation di Marsiglia, un gigantesco condominio pensato come città verticale: dentro ci sono appartamenti, negozi, palestra, persino una scuola. Un modello innovativo, ma anche contestato da chi lo considera impersonale.

La spiritualità del cemento

Nonostante l’immagine di architetto “razionale”, Le Corbusier sorprende con opere di grande intensità emotiva. La cappella di Ronchamp, con le sue forme curve e le pareti spesse traforate da piccole finestre colorate, sembra scolpita dal vento. Qui il cemento, materiale della modernità, diventa poesia e spiritualità. È uno dei suoi capolavori più amati.

Una personalità complessa

Le Corbusier non fu solo architetto. Dipinse, scrisse, progettò mobili, disegnò città ideali. Fondò il CIAM (Congrès Internationaux d’Architecture Moderne), il principale movimento del modernismo. Ma fu anche una figura controversa: accusato di rigidità ideologica, criticato per alcune posizioni politiche e per un’idea di città che talvolta sacrificava la dimensione umana alla geometria.

Un’eredità monumentale

Oggi diciassette sue opere, dalla Villa Savoye all’Unité d’Habitation, sono riconosciute patrimonio UNESCO. Il suo nome resta sinonimo di architettura moderna, e anche chi non lo conosce direttamente ha visto tracce della sua eredità in tanti edifici contemporanei. Se i suoi modelli urbani hanno suscitato dibattiti accesi, nessuno può negare che abbia lasciato un segno profondo e duraturo.


Conclusione
Sessant’anni dopo la sua morte, Le Corbusier continua a dividere e a ispirare. Visionario e radicale, ha immaginato un mondo in cui l’architettura fosse al servizio della vita moderna. Le sue opere restano lì, bianche, geometriche, luminose, a ricordarci che il Novecento ha avuto un suo architetto-filosofo capace di parlare al futuro.


Cinque opere per conoscere Le Corbusier

Villa Savoye (Poissy, 1928-1931)
Forse la sua creazione più celebre: un cubo bianco sospeso su sottili pilastri (pilotis), con grandi finestre “a nastro” orizzontali e un tetto trasformato in giardino. Un manifesto in cemento del Modernismo, che mostra come la casa possa essere anche un oggetto elegante e leggero.

Unité d’Habitation (Marsiglia, 1945-1952)
Un condominio alto diciassette piani, concepito come una città verticale, “una macchina per abitare”: appartamenti, negozi, servizi, persino una scuola sul tetto. È il prototipo dell’edilizia sociale del dopoguerra e un laboratorio di convivenza urbana che ancora oggi suscita dibattiti.

Cappella di Notre-Dame du Haut (Ronchamp, 1950-1955)
Un’opera sorprendente: muri spessi e curvi, tetto dalle linee irregolari, piccole finestre che proiettano fasci di luce colorata. Qui il rigore lascia spazio all’emozione: il cemento diventa spirituale e poetico, un rifugio per l’anima.

Chandigarh (India, anni ’50-’60)
Un’intera città progettata da zero, voluta da Nehru come simbolo dell’India indipendente. Le Corbusier disegna il piano urbanistico e gli edifici principali: viali diritti, piazze monumentali, un’idea di modernità ordinata e geometrica. Un sogno utopico che ancora oggi divide urbanisti e cittadini.

Carpenter Center for the Visual Arts (Cambridge, 1961-1965)
È l’unico edificio progettato da Le Corbusier negli Stati Uniti, all’interno dell’università di Harvard. Celebre la rampa che lo attraversa, quasi un percorso urbano dentro l’edificio. È il segno conclusivo della sua carriera, realizzato poco prima della morte.


Mostra del Cinema di Venezia al crocevia tra istituzionalità culturale e coscienza civile

Gerard Butler e Gal Gadot in un link a La Stampa

Alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 monta la tensione politica: il collettivo Venice4Palestine chiede il ritiro degli inviti a Gal Gadot e Gerard Butler, suscitando un acceso dibattito sul ruolo del festival in tempi di crisi umanitaria.

Venezia 2025, tra cinema e conflitto

La 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è aperta in un clima più carico di tensioni che di glamour. Mentre il Lido si prepara ad accogliere star internazionali, il collettivo Venice4Palestine (V4P) ha tentato di trasformare il festival in una piattaforma di denuncia, chiedendo l’esclusione di Gal Gadot e Gerard Butler per il loro presunto sostegno alle politiche israeliane

Le richieste del collettivo: identità, identità negate

Oltre 1.500 personalità – tra registi, attori e attivisti – hanno firmato un appello a favore di una «passeggiata judenfrei»: un invito paradossale, volto a rifiutare la presenza di due attori che si sono rifiutati di rinnegare la loro identità e il supporto al proprio Paese. L’accusa verso Butler si fonda soprattutto su una sua partecipazione a un evento benefico per l’IDF nel 2018, mentre Gadot è al centro delle controversie per la sua storia personale (ex militare israeliana) e per i suoi legami simbolici con lo Stato di Israele.

Il festival resiste: nessuna esclusione, apertura al confronto

Il direttore della Mostra, Alberto Barbera, ha ribadito con fermezza che non saranno ritirati gli inviti: Venezia resta un “luogo di dibattito e confronto”, non un’arena per boicottaggi. Tuttavia, fonti ufficiali chiariscono che sia Gadot sia Butler non avrebbero mai confermato la loro presenza al Lido – una coincidenza temporale con le pressioni del collettivo, ma non necessariamente causa-effetto.

Cinema e realtà: quando le pellicole riflettono la contemporaneità

Il festival ospita film che affrontano frontalmente la guerra, come The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania — dedicato alla morte di una bambina palestinese in fuga — e Of Dogs and Men di Dani Rosenberg, che racconta le conseguenze drammatiche del conflitto. In un contesto sempre più politicizzato, il cinema sembra tornare a un impegno reale, interrogandosi senza fornire risposte ma con esemplare senso critico.

Una Mostra segnata dal presente

L’edizione 2025 si è inaugurata con La grazia di Paolo Sorrentino, sotto la presidenza di giuria di Alexander Payne. Ma l’autore italiano è intervenuto anche sul tema politico: definendo la situazione in Gaza un “genocidio”, ha rifiutato di discutere questioni legate alle compagnie coinvolte nel festival, demandando ogni eventuale chiarimento agli stessi soggetti.

Un festival tra arte e protesta

La Mostra del Cinema di Venezia si trova al crocevia tra istituzionalità culturale e coscienza civile. Da una parte, il red carpet e le star continuano a brillare; dall’altra, cresce una domanda urgente: può il cinema restare neutrale in tempi in cui la realtà impone scelte morali?


I capolavori che gli editori non vollero pubblicare

Molti capolavori della letteratura moderna, da Proust a Nabokov, da Orwell a Lampedusa, furono inizialmente respinti dagli editori con giudizi sprezzanti e miopi. Considerati troppo lunghi, cupi, immorali o inattuali, finirono invece per conquistare milioni di lettori e trasformarsi in classici assoluti della cultura contemporanea.

La storia dell’editoria letteraria è punteggiata da clamorosi errori di valutazione. Opere oggi considerate fondamentali della modernità furono respinte con motivazioni che, lette col senno di poi, appaiono imbarazzanti. Lente, cupe, troppo violente, inadatte al mercato o addirittura moralmente inaccettabili: così furono bollati alcuni dei romanzi e dei diari più letti del Novecento. A conferma di quanto spesso il genio creativo non trovi immediata comprensione, nove grandi classici – da Proust a Nabokov, da Orwell a Lampedusa – attraversarono veri e propri calvari editoriali prima di raggiungere il pubblico.

Proust e l’incomprensione dei salotti parigini

Il caso più celebre riguarda À la recherche du temps perdu di Marcel Proust. Rifiutato prima da Calmette e poi dalla prestigiosa Nouvelle Revue Française, il romanzo fu liquidato da André Gide come il frutto di uno “snob arrampicatore sociale”, indegno della rivista. Gide stesso, anni dopo, confessò con imbarazzo di averne letto appena qualche pagina “con occhio ostile”. L’opera, accusata di prolissità e indecenza, trovò infine spazio presso Bernard Grasset, ma solo a spese dell’autore. La prima tiratura di 1.200 copie vendute a 3,50 franchi segnò l’inizio della lenta consacrazione di un capolavoro oggi imprescindibile.

Orwell e la satira scomoda

Quando La fattoria degli animali fu completata nel 1944, l’Europa viveva ancora nel pieno della guerra e la solidarietà con l’alleato sovietico rendeva la satira di George Orwell impronunciabile. Victor Gollancz, editore comunista, non volle pubblicarlo; Jonathan Cape lo ritirò su pressioni del Ministero dell’Informazione; persino T. S. Eliot, direttore della Faber & Faber, ne fraintese il senso, giudicando i maiali “intellettuali” e dunque legittimi leader della fattoria. Alla fine fu la piccola Secker & Warburg a coglierne il valore, pubblicandolo nell’agosto 1945. L’opera, insieme a 1984, consacrò Orwell e rese celebre l’editore che lo aveva accolto quando altri l’avevano respinto.

Il diario di Anne Frank, “troppo cupo”

Il destino del Diario di Anne Frank non fu meno accidentato. Ritrovato e salvato da Miep Gies dopo l’arresto della famiglia, il manoscritto passò di mano in mano incontrando continui rifiuti: troppo doloroso, troppo ebraico, addirittura “noioso”, dissero diversi editori inglesi e americani. Alla fine fu Valentine Mitchell a Londra, nel 1952, a pubblicarlo in una prima edizione di 5.000 copie. Negli Stati Uniti l’interesse fu rilanciato da Doubleday, che ne propose una veste più accessibile e ottenne l’entusiastica recensione sul New York Times Book Review. Da lì iniziò una diffusione planetaria: tradotto in 70 lingue, il Diario vendette decine di milioni di copie, con particolare successo in Giappone.

Golding, dalla pila dei rifiuti al Nobel

Nemmeno Il Signore delle mosche di William Golding ebbe vita facile. Il romanzo, inizialmente intitolato Strangers From Within, fu respinto da Jonathan Cape e da numerosi altri editori, definito “fantasia assurda e noiosa”. Alla Faber & Faber un giovane redattore, Charles Monteith, ne intuì il potenziale, lo salvò dalla pila dei dattiloscritti scartati e lavorò con Golding per affinarne la struttura. Pubblicato nel 1954, il libro fu lodato da critici e scrittori di primo piano, convincendo persino T. S. Eliot – che in un primo momento non lo aveva letto – della sua forza morale e teologica. Il romanzo divenne un classico studiato nelle scuole e contribuì al Nobel per la Letteratura conferito a Golding nel 1983.

Nabokov e lo scandalo di Lolita

Quando Vladimir Nabokov presentò Lolita agli editori americani, le porte si chiusero una dopo l’altra: Viking, Simon & Schuster, Farrar Straus e Doubleday temevano accuse di oscenità. Persino l’amico critico Edmund Wilson rimase perplesso. L’opera trovò infine accoglienza a Parigi, presso la controversa Olympia Press di Maurice Girodias, già editrice di Beckett e Miller. L’etichetta di pornografia accompagnò a lungo il libro, ma fu proprio questa aura a garantirne notorietà. Pubblicato nel 1955, Lolita divenne uno dei romanzi più discussi del secolo, consacrando Nabokov come maestro di stile e innovatore della narrativa.

Il Gattopardo, l’Italia che non capì

In Italia, il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, fu scartato prima da Mondadori e poi da Einaudi. A stroncarlo fu soprattutto Elio Vittorini, scrittore neorealista e consulente editoriale, che lo giudicò antiquato, privo di rilevanza sociale e “reazionario”. L’autore morì poco dopo, senza vedere il romanzo in stampa. Sarà Giorgio Bassani a riconoscerne il valore e a promuoverne la pubblicazione da parte di Feltrinelli, nel 1958. Il successo fu immediato: premi letterari, oltre cinquanta edizioni in pochi anni e un adattamento cinematografico di Luchino Visconti che fece epoca.

Errori che diventano lezione

Le vicende editoriali di questi libri rivelano quanto il mercato letterario sia stato spesso incapace di riconoscere il talento. Questioni politiche, timori morali, pregiudizi stilistici o semplicemente miopia intellettuale hanno rischiato di condannare all’oblio testi oggi considerati colonne della cultura mondiale. Eppure, malgrado i rifiuti, i loro autori hanno finito per trovare lettori e critici pronti a comprenderli.

Ignoranza, signora, pura ignoranza”: così Samuel Johnson, nel XVIII secolo, giustificava un errore lessicale. La stessa formula può descrivere le decisioni di quegli editori che, temendo scandali o perdite economiche, lasciarono sfuggire capolavori destinati a segnare la storia della letteratura.


Piernicola Musolino: il colore come linguaggio dell’anima

Piernicola Musolino ha sviluppato un linguaggio pittorico che trasforma l’immagine in vibrazione cromatica. La sua ricerca, nutrita dal Divisionismo ma aperta al lirismo personale, privilegia il colore come voce emotiva e poetica.

Piernicola Musolino, la copertina del suo terzo romanzo

Architetto, pittore, designer, ed anche pregevole scrittore, Piernicola Musolino è nato a Messina, la città dello Stretto. La sua carriera intreccia discipline diverse, ma è soprattutto nella pittura che la sua ricerca si è espressa con maggiore intensità, elaborando una cifra stilistica personale che si colloca nella scia del Divisionismo, ma se ne distacca per approdare a una dimensione più lirica e visionaria.

La tecnica di Musolino trasforma l’immagine in vibrazione cromatica: il pigmento diventa materia viva, capace di dare voce alle emozioni più profonde. In questo processo, il colore prevale sul disegno, il ritmo sull’armonia, generando opere che non descrivono ma evocano. Le forme, trattate in chiave non narrativa, emergono come segni poetici, aperture verso un immaginario in cui la fantasia e l’irrazionale assumono il ruolo di guida.

La sua pittura non si limita a rappresentare il visibile: costruisce invece un percorso che conduce lo spettatore in un mondo altro, fatto di forme pure e di un cromatismo meditato. Ogni composizione si ricompone attraverso la sensibilità di chi guarda, in un dialogo che non ha bisogno di significati preconfezionati. Musolino non è interessato alla provenienza dei mezzi espressivi, ma alla loro forza e funzione nel mondo una volta che sono stati tradotti in segni, linee e colori.

Le sue tele nascono da un equilibrio attento, in cui ogni elemento – dal tratto al colore – è calibrato per fissare criteri estetici essenziali, senza mai rinunciare a una componente emotiva. Ne risulta una pittura meditata, ma allo stesso tempo vibrante, che unisce rigore e sensibilità, tecnica e immaginazione.

Critici e osservatori hanno sottolineato come le sue composizioni sappiano tenere insieme controllo e lirismo, dando vita a un linguaggio in cui il colore diventa veicolo privilegiato di significati e suggestioni. È un’arte che affonda le radici nella tradizione, ma che cerca costantemente nuove possibilità espressive, orientata non tanto alla narrazione quanto all’esperienza estetica e sensoriale.

Piernicola Musolino, architetto e artista, si conferma così una figura capace di muoversi tra progettazione e immaginazione, elaborando un universo pittorico in cui la vibrazione cromatica diventa l’essenza stessa della visione.



Aprirsi al mondo o restare fermi? C’è una terza soluzione

Bouillabaisse marsigliese
Käsespätzle
Pastis
Focaccia messinese
Granita al caffè con panna e brioche

Scrivo come genitore di due figli che “vivono e lavorano fuori”, come sempre più spesso sentiamo dire. A differenza di quanto pensano alcuni, non considero la mia famiglia spezzata, ma soltanto lontana. Non credo che Messina, la mia città, debba necessariamente essere il posto migliore dove vivere, lavorare e morire soltanto perché nati messinesi. Non credo che la granita al caffè con panna e la focaccia siano il cibo degli dei.

Al contrario credo che dobbiamo tutti insieme superare un atteggiamento di fatalismo e provincialismo in merito alla questione della fuga dei cervelli e pensare invece che partire, per i nostri figli, possa essere un forte stimolo di curiosità e rappresenti una delle opportunità culturali legate al nostro tempo (cosiddetta generazione Erasmus). In Europa, infatti, ci si sposta sempre più facilmente da un luogo all’altro, giusto per la voglia di conoscere le lingue e i coetanei di un altro paese; insomma, per abbattere le barriere culturali e fisiche del dopoguerra, proprio adesso che un certo populismo e la politica della chiusura stanno prendendo il sopravvento.

Sono molto orgoglioso dei messinesi che vivono e lavorano fuori con grande successo (potrei fare una lunga lista di amici e conoscenti che si fanno apprezzare ad altissimi livelli in Italia e all’estero), come credo che Messina debba diventare a sua volta un polo di attrazione culturale e lavorativa per giovani provenienti da altri paesi e che, l’Università principalmente si possa fare protagonista di un rinnovamento generale per la nostra realtà cittadina.

Sono ancora più d’accordo con necessità di spezzare le catene della casta e delle raccomandazioni che mantengono la città ai livelli di mediocrità che tutti conosciamo.

E per concludere, solo seguendo i miei figli ho imparato ad apprezzare la bouillabaisse marsigliese, le Käsespätzle tedesche, il pastis (come si fa a rinunciare al pastis una volta apprezzato) e perfino lo stocco genovese che non ha nulla da invidiare alla nostra ghiotta.


L’Anpi e la Cgil di Messina ricordano l’eccidio di Orto Liuzzo del ’43

Le sezioni Anpi e la Cgil di Messina e provincia, anche quest’anno, ricordano la strage di Chiusa Gesso (Orto Liuzzo), compiuto dai tedeschi a Messina durante la seconda guerra mondiale, il 14 agosto 1943. Le vittime furono cinque carabinieri e un civile.

Un altro carabiniere, Santo Graziano, si salvò poiché i tedeschi lo credettero morto.

Vittime:
• Antonino Caccetta, 33 anni, carabiniere
• Antonino Da Campo, 29 anni, carabiniere
• Stefano Giacobbe, 40 anni, civile
• Nicola Pino, 33 anni, carabiniere
• Tindaro Ricco, 43 anni, carabiniere
• Antonio Rizzo, 42 anni, carabiniere

Per 80 anni questo eccidio è stato cancellato dalla memoria della città di Messina e del Paese per discutibili ragioni di opportunità politica intese a non creare interferenze con il processo di normalizzazione europea.

Nonostante fosse stata aperta un’inchiesta della magistratura militare gli assassini non furono mai individuati.

In tempi recenti il ritrovamento delle carte processuali, un articolo sulla rivista dell’Arma dei Carabinieri e vari articoli sulla stampa locale e nazionale hanno fatto riemergere il ricordo di questa strage caduta nel dimenticatoio e rimasta impunita.

L’Anpi e la Cgil avendo tra i loro compiti storici quello di tenere viva la memoria del grande sacrificio di vite umane che ha accompagnato il secondo conflitto mondiale, la caduta della dittatura e la creazione della nostra Democrazia, hanno assunto l’iniziativa di ricordare alla cittadinanza di Messina e al Paese questi tragici avvenimenti con una lapide in cui sono riportati i nomi delle vittime all’interno di un’opera artistica. Detta lapide è stata scoperta in occasione di una rievocazione che si è tenuta due anni fa, a ottanta anni dalla strage.

Sabato 16 agosto 2025, alle ore 19, davanti al sagrato della chiesa della Madonna di Montalto a Orto Liuzzo si terrà una breve cerimonia commemorativa, per ricordare, assieme ai parenti delle vittime, gli innocenti caduti nell’eccidio.

Seguirà alle ore 20 una Messa in suffragio celebrata da padre Franco Arrigo, con un momento di preghiera a cura della Comunità di S. Egidio.


Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia
Comitato provinciale di Messina
comunicato stampa – 13 agosto 2025
Da Salvatore Drago <redazione.soldo@gmail.com> 

Intelligenza Artificiale: il futuro è già qui, silenzioso e potente

Video di Yerson Retamal da Pixabay

Un tempo la chiamavamo fantascienza. Oggi l’intelligenza artificiale si insinua nei gesti più ordinari: traduce le nostre parole, riconosce i volti, scrive testi che imitano gli stili dei grandi autori. Non è più un’ipotesi futura, ma una trama invisibile che attraversa la nostra vita culturale e sociale. E mentre ci abituiamo a convivere con macchine capaci di dialogare con la memoria millenaria dell’umanità, resta aperta la domanda decisiva: stiamo davvero comprendendo il potere che abbiamo tra le mani?

Non possiamo ignorare la trasformazione in atto: La Lettura, supplemento culturale del Corriere della Sera, ha recentemente incaricato ChatGPT e altri tre modelli di intelligenza artificiale di immaginare un racconto nello stile delle Città invisibili di Italo Calvino. I risultati hanno lasciato il pubblico sbalordito, suggerendo che ciò che molte menti restie faticano a riconoscere come reale, è già quotidianità.

Il nostro mondo, un tempo confinato alla fantascienza, è divenuto orizzonte della vita pratica: testi emergono da trascrizioni vocali automatizzate; traduzioni nascono da complessi algoritmi; dialoghi con amici lontani appaiono nitidi in videochiamate; l’identificazione facciale governa l’accesso; tassì senza conducente circolano ormai tra noi; ogni giorno la televisione informa in tempo reale su massacri mirati, operati da droni.

Sorprende la velocità con cui tutto questo si è realizzato e, ancor più, la mente matematica capace di orchestrarlo – macchine che conversano con l’immenso patrimonio di conoscenze umane. Eppure, la scuola continua a indugiare: nei licei, si passano anni non sul testo di Dante, ma sulle sue note critiche. Pensate: una chatbot risponderebbe alla frase “Il professore legge Dante” producendo sequenze numeriche astratte, testimonianza di un linguaggio interno fondato su vettori matematici, non sulle emozioni o il senso letterario.

Nell’abbondanza di scritti che affrontano le conseguenze dell’intelligenza artificiale, manca spesso la concretezza tecnica. Alfio Ferrara, nel suo volume Le macchine del linguaggio. L’uomo allo specchio dell’intelligenza artificiale (Einaudi, 2025), puntualizza questa carenza. A suo avviso, ignorare il funzionamento delle reti neurali e delle operazioni che trasformano dati in output significa restare alla superficie, senza penetrare il cuore del tema.

Il libro — lungo 432 pagine e uscito nel luglio 2025 — offre un’indagine approfondita sul nesso tra linguaggio umano e intelligenza artificiale. Ferrara rifiuta le eccessive semplificazioni e gli allarmismi: l’IA generativa non è una minaccia da demonizzare né un miracolo da celebrare acriticamente. Piuttosto, è una lente capace di riflettere e ripensare la nostra cultura e i nostri modi di pensare, purché ne facciamo un uso attivo, consapevole, critico.

Secondo l’autore, chi desidera comprendere davvero il fenomeno AI non può limitarsi a domande di superficie. Serve interrogarsi su come le reti neurali “imparano”, sulle ambiguità che affrontano nel riconoscimento vocale, nel contesto linguistico, nella traduzione automatica, e sulle trasformazioni concettuali che attivano nel convertire significati in risposte coerenti.


Forse il vero confine non è tra uomo e macchina, ma tra uso consapevole e passività. L’intelligenza artificiale non ci sostituirà di per sé: siamo noi a decidere se diventerà un’estensione della nostra creatività o il pretesto per smettere di pensare. In questo equilibrio sottile si gioca il futuro, non di una tecnologia, ma della nostra stessa capacità di immaginare e di comprendere.


Contro il turismo di massa: un malessere antico

Il conflitto con il turismo non è una moda: è un richiamo antico e rinnovato. Dalla Roma di Seneca all’Europa del Grand Tour, fino alle ondate globali di questi giorni: l’eccesso di visitatori è sempre stato percepito come un’invasione dello spazio, della cultura, e del quotidiano. Oggi, questa consapevolezza sta generando una nuova politica territoriale e civile, in cui si mescolano resilienza, governance locale e ricerca di equilibrio. Il turismo può e deve essere ripensato: per essere un veicolo di incontro anziché di estrazione.

In questa estate rovente, l’Europa ha visto moltiplicarsi le proteste contro il turismo di massa: cortei e sit-in da Barcellona a Venezia, dalle Baleari alle Canarie, passando per Atene e Lisbona. Non si tratta di episodi isolati. A Città del Messico, una manifestazione pacifica contro la gentrificazione e il dilagare dei “nomadi digitali” si è trasformata in un’azione violenta, con vetrine distrutte e negozi saccheggiati.

Persino in Giappone, l’ente nazionale del turismo ha invitato i visitatori australiani a preferire mete meno battute rispetto a Tokyo e Kyoto, dove i turisti sono accusati di aver disturbato le geishe. Bali — dove il turismo incide per il 60–70 % del PIL — e l’Antartide sono altri esempi di luoghi che denunciano comportamenti irrispettosi o danni ambientali gravi.

Quest’anno, per la prima volta, le proteste in Europa sono state coordinate: graffiti anti-turismo ad Atene, attacchi con pistole ad acqua in Italia, Portogallo e Spagna, una parata di imbarcazioni contro le navi da crociera a Venezia. Con la stagione estiva dell’emisfero nord, alcuni Paesi hanno perfino emesso avvisi di sicurezza per i viaggiatori diretti nel continente.

Una lunga storia di insofferenza

L’ostilità verso l’eccesso di visitatori non è un’invenzione del XXI secolo. Già nel 51 d.C., Seneca scriveva con fastidio dei bagnanti che affollavano le spiagge:«Perché devo guardare gli ubriachi che barcollano lungo la riva o le rumorose feste in barca? Chi vuole ascoltare i litigi dei cantanti notturni?». Parole che oggi potrebbero uscire dalla bocca di un residente esasperato di Amsterdam, stanco del cosiddetto “turismo degli addii al celibato”.

Nell’Ottocento, con l’avvento del turismo moderno in Gran Bretagna — reso possibile da Thomas Cook, dalle ferrovie e dai piroscafi, e alimentato dal Grand Tour europeo — le tensioni non tardarono a emergere.

A Brighton, nel 1827, i turisti si lamentarono delle reti da pesca stese sulla spiaggia e della presenza dei pescatori. Le autorità rimossero le barche dal lungomare, provocando scontri. Nel Lake District, negli anni 1880, gli abitanti cercarono di impedire ai treni carichi di vacanzieri di raggiungere le località più pittoresche. Il filosofo John Ruskin descrisse l’arrivo dei visitatori con un’immagine icastica: «Le stupide mandrie di turisti moderni si sono lasciate scaricare come carboni ardenti da un sacco a Windermere e Keswick.»

Dal boom post-bellico al marketing “aloha”

Dopo la Seconda guerra mondiale, il turismo di massa esplose: la crescita della classe media, le ferie retribuite e i trasporti di massa resero i viaggi più accessibili e frequenti. Alcune comunità iniziarono a vedere le vacanze come un diritto, altre come un’invasione.

Il saggio The Golden Hordes (1975) di Louis Turner e John Ash racconta episodi di aperta ostilità in Caraibi, Hawaii ed Europa. Nelle isole hawaiane, gli indigeni Kanaka Maʻoli protestano da decenni contro un’industria che — sotto la patina del marketing dell’“aloha” — sfrutta e banalizza la loro cultura. Dal 2004 alcuni attivisti organizzano “Detour” per raccontare ai turisti storie alternative alla narrazione ufficiale.

Dopo gli incendi di Maui del 2023, la riapertura anticipata al turismo ha spinto i residenti a organizzare un “fish-in” di protesta di fronte ai resort di Kaanapali Beach, richiamando l’attenzione sulla crisi abitativa e sulla lentezza della ricostruzione.

Proteste e nuove strategie

Non mancano esempi recenti di proteste contro eventi sportivi usati come attrattori turistici. In Brasile, nel 2014, le manifestazioni contro i costi esorbitanti della Coppa del Mondo hanno mobilitato migliaia di persone, represse con l’intervento della polizia antisommossa.

Oggi si tenta di trasformare la rabbia in azione organizzata. Dal 3 al 6 luglio di quest’anno, a Barcellona, si è tenuto un congresso promosso dalla rete Stay Grounded: attivisti da tutta Europa si sono confrontati per costruire alleanze e rafforzare le comunità.

L’etichetta “anti-turismo” rischia di essere fuorviante: le comunità non sono contrarie ai visitatori in sé, ma a un’industria che li considera un numero da massimizzare, a governi che trascurano l’impatto sui residenti, e a comportamenti irrispettosi che svuotano di senso i luoghi.

In conclusione
Dalla Roma di Seneca alle calli di Venezia, dal Grand Tour ottocentesco ai voli low cost contemporanei, la tensione tra residenti e visitatori è rimasta costante. Oggi, però, la scala è globale e l’urgenza crescente. Ripensare il turismo non è più un’opzione, ma una necessità: trasformarlo da pratica estrattiva a scambio culturale, in cui la parola “ospitalità” torni a significare rispetto reciproco.


Bologna racconta il genio belga tra viaggi, romanzi e leggende

Georges Simenon, il viaggiatore dell’animo umano

Dal 10 aprile 2025 all’8 febbraio 2026, la Galleria Modernissimo di Bologna ospita una grande retrospettiva dedicata a Georges Simenon, uno degli autori più prolifici e influenti del Novecento. La mostra, intitolata Georges Simenon. Otto viaggi di un romanziere, curata da Gian Luca Farinelli e John Simenon con scenografie di Giancarlo Basili, è frutto di oltre dieci anni di lavoro sugli archivi custoditi dal figlio dello scrittore. Realizzata con il sostegno del Comune di Bologna, della Regione Emilia-Romagna e del Ministero della Cultura, in collaborazione con Adelphi Edizioni, invita i visitatori a seguire le tracce del narratore attraverso itinerari geografici e interiori: manoscritti, fotografie, film tratti dalle sue opere, reportage dall’Europa all’Africa, fino agli angoli più remoti del globo.
Un percorso che restituisce il ritratto complesso di un autore capace di trasformare ogni esperienza in materia narrativa, oscillando tra la curiosità instancabile del viaggiatore e la precisione chirurgica dell’osservatore di anime.

GEORGES SIMENON.
Otto viaggi di un romanziere


10 aprile 2025 – 8 febbraio 2026
Galleria Modernissimo, Bologna

Chiusura estiva dal 4 al 19 agosto

Dallo scrittore di genere al romanziere universale

Il caso di Simenon è raro nella storia della letteratura: un autore partito dal romanzo poliziesco, che ha saputo emanciparsi dai confini del genere fino a essere riconosciuto come un grande narratore tout court. I suoi oltre quattrocento titoli, scritti a un ritmo leggendario – spesso in pochi giorni – raccontano un mondo in cui la vita più ordinaria può precipitare all’improvviso in un abisso morale. Nei romans durs, che lui stesso considerava la sua vera eredità letteraria, la trama non è mai il centro: ciò che conta è la lenta erosione delle certezze, l’irrompere di un dettaglio banale – un gesto, un incontro, un bicchiere di troppo – che disgrega un’esistenza fino a mostrarne il vuoto.

Come ha osservato Anne-Marie Jaton, la forza di Simenon sta nell’essenzialità dello stile, che rende più incisiva la tensione drammatica. Ambientazioni provinciali, mestieri e ambienti descritti con l’oggettività di un cronista, assenza di riferimenti diretti alla storia contemporanea: una scelta che, in tempi di forte impegno politico, contribuì a far sottovalutare la sua opera, ma che oggi appare come una cifra distintiva. François Ozon, maestro del thriller psicologico, ha colto bene questo aspetto: “Non gli interessa il plot poliziesco, ma le relazioni umane, la complessità e il buio dell’animo”.

Un coro di illustri ammiratori

Se Maigret lo rese celebre al grande pubblico, il consenso della critica non fu meno significativo. Walter Benjamin leggeva ogni suo nuovo romanzo, André Gide lo definiva “forse il più grande romanziere della letteratura francese contemporanea”, Céline ne ammirava la scrittura, François Mauriac parlava di “una bellezza disarmante”. Oltre a questi, Ernest Hemingway, Henry Miller, Jean-Luc Godard e, in Italia, Alberto Savinio, Leonardo Sciascia e Alberto Arbasino contribuirono a consacrarne la fama internazionale. Pochi detrattori, tra cui Jean-Paul Sartre.

Curioso anche l’accostamento fatto da alcuni tra Maigret e Magritte, connazionali che non si conobbero mai: il pittore della “pipa che non è una pipa” e il commissario che la fuma senza sosta, entrambi giocando con i limiti della rappresentazione.

Leggende, sfide e ossessioni

La velocità di scrittura di Simenon alimentò aneddoti memorabili, come la telefonata di Hitchcock interrotta con un “attendo in linea” quando seppe che lo scrittore stava lavorando a un nuovo romanzo. O la famosa – e mai confermata – “gabbia di vetro”: una sfida lanciata da un editore parigino per scrivere un libro sotto gli occhi dei passanti, in mezzo alla strada, anticipando di decenni le logiche dell’esibizione pubblica.

Simenon amava definirsi un esploratore dell’inconscio, vicino per metodo a Federico Fellini: entrambi, diceva, procedevano come minatori in territori sconosciuti, seguendo soltanto la propria bussola interiore. Al regista italiano dedicò parole di ammirazione assoluta, riconoscendolo come il prototipo del “creatore” libero da mode e condizionamenti.

Occasioni mancate e inquietudini

Tra le pagine della sua biografia spicca anche l’incontro mai avvenuto con Carl Gustav Jung. Lo psicologo svizzero lo invitò più volte nella sua casa, annotando minuziosamente molti romanzi dello scrittore, ma un susseguirsi di rinvii e circostanze fece sì che la visita non si realizzasse. Alcuni hanno letto in questa mancata occasione un timore inconscio: il rischio di confrontarsi troppo da vicino con chi avrebbe potuto sondare le radici stesse della sua creatività.

La mostra di Bologna

Otto viaggi di un romanziere non è solo un’esposizione biografica, ma un itinerario nella costruzione di un immaginario. Dai reportage fotografici in Africa alle inchieste in Europa, dalle copertine originali dei libri alle trasposizioni cinematografiche, il percorso restituisce l’ampiezza dello sguardo di Simenon, capace di partire da un orizzonte vastissimo per concentrarsi infine sulle più intime dinamiche delle passioni umane.

Chi visiterà la Galleria Modernissimo fino all’8 febbraio 2026 potrà scoprire non solo il creatore di Maigret, ma un osservatore lucido e spietato, un autore che ha saputo fondere la rapidità dell’istinto narrativo con una profonda consapevolezza del lato oscuro della vita.


Simenon visto dagli altri

Walter Benjamin – Filosofo e critico culturale
“Leggo ogni nuovo romanzo di Simenon.”

André Gide – Premio Nobel per la Letteratura
“Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi.”

Louis-Ferdinand Céline – Scrittore
“Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, ad esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni.”

François Mauriac – Premio Nobel per la Letteratura
“La sua arte è di una bellezza disarmante.”

Ernest Hemingway – Scrittore
“Se siete bloccati dalla pioggia mentre siete accampati nel cuore dell’Africa, non c’è niente di meglio che Simenon.”

Jean-Luc Godard – Regista
“In lui si realizza la felice unione tra Dostoevskij e Balzac.”

François Ozon – Regista
“Unico nel descrivere la vita delle cittadine di provincia, dove tutto sembra perfetto, ma dietro le finestre chiuse succedono cose strane, a volte terribili.”

Leonardo Sciascia – Scrittore
“Uno scrittore capace di trasformare la cronaca in letteratura, con un linguaggio essenziale e implacabile.”



Fonte: https://cinetecadibologna.it/programmazione/mostra/georges-simenon-otto-viaggi-di-un-romanziere