Conegliano: Ottobre nel segno di Banksy a Palazzo Sarcinelli

Ottobre nel segno di Banksy. È in preparazione a Conegliano, Palazzo Sarcinelli, la mostra “BANKSY e la Street Art” che si terrà dal 15 ottobre 2025 al 22 marzo 2026. Un viaggio, ricco di 80 opere, dentro uno dei movimenti artistici più dirompenti, controversi e affascinanti dell’epoca contemporanea. Curata da Daniel Buso, la mostra è organizzata da ARTIKA in collaborazione con Deodato Arte e la Città di Conegliano.

BANKSY e la Street Art
Conegliano, Palazzo Sarcinelli
Dal 15 ottobre 2025 al 22 marzo 2026

Mostra a cura di Daniel Buso. Organizzata da ARTIKA in collaborazione con Deodato Arte e la Città di Conegliano.

L’esposizione nasce con l’obiettivo di raccontare la street art e la sua parabola sorprendente: da forma espressiva marginale e spesso illegale, a linguaggio globale, riconosciuto, studiato e persino celebrato nelle sedi istituzionali. Il progetto curatoriale si sviluppa attorno a quattro grandi temi — ribellione, pacifismo, consumismo e lotta anti sistema — che attraversano l’opera di Banksy e dei maggiori street artist contemporanei. C’è spazio anche per interrogarsi sulle contraddizioni di questo movimento: può un’arte nata per contestare il sistema essere oggi esposta nei musei, venduta all’asta, diventare oggetto di mercato? Non vengono offerte risposte, ma contributi per stimolare una riflessione personale in ogni visitatore, lasciando spazio a domande aperte e interpretazioni individuali. Perché, in fondo, anche questa è la forza della street art: porre questioni più che dare certezze.

Le radici della street art affondano in tempi e luoghi lontani: dai graffiti rupestri alle pitture murali medievali, dai murales politici del dopoguerra al muralismo messicano. Negli anni ’70, dopo il golpe cileno, l’arte murale si reinventa come mezzo politico e collettivo. In Francia, durante il Maggio ’68, gli slogan diventano arte; mentre a New York, nel sottosuolo della città, nasce il writing: tag, firme e simboli si moltiplicano sui treni e sui muri. Nasce una grammatica visiva nuova, destinata a lasciare un’impronta indelebile.

In questo contesto prende forma la figura più enigmatica e rivoluzionaria della scena contemporanea: Banksy. Di origine britannica, ma dalla biografia ignota, Banksy ha fatto del mistero la sua cifra espressiva. I suoi lavori – spesso realizzati con tecnica stencil – sono interventi fulminei nello spazio urbano: soldati che disegnano il segno della pace, bambini con maschere antigas, ragazzine che abbracciano armi da guerra. Le sue immagini, ironiche e disturbanti, arrivano dritte al cuore della società contemporanea, svelando ipocrisie e contraddizioni. I luoghi scelti per le sue opere sono parte integrante del messaggio: dal muro che divide Israele e Palestina ai palazzi bombardati in Ucraina. Banksy non si limita a rappresentare il conflitto, lo attraversa. È un artista che non c’è, ma lascia ovunque il segno del suo passaggio. La sua comunicazione si muove con intelligenza tra arte e media: i suoi profili social sono il primo canale di diffusione, seguiti da una risonanza globale che trasforma ogni azione in un evento virale. La sua arte è clandestina, abusiva, ma profondamente politica.

La mostra ospita anche opere di altri protagonisti fondamentali della scena urban: Keith Haring, con il suo linguaggio grafico immediato e universale, nato nei tunnel della metropolitana newyorkese degli anni ’80, e Shepard Fairey, in arte Obey, che ha saputo denunciare la manipolazione delle immagini attraverso manifesti iconici. Accanto a loro, artisti contemporanei come Mr. Brainwash e Mr. Savethewall, che esplorano il confine tra arte, comunicazione e cultura pop.

“BANKSY e la Street Art” non è solo una mostra, ma un racconto immersivo e visivamente potente su un’arte che nasce dal basso, si rivolge a tutti e continua a interrogare il nostro tempo. Un’arte che ha rotto gli schemi, ridefinito il concetto di spazio pubblico e trasformato il muro – da superficie neutra – in luogo vivo, parlante, necessario.


Mostra a cura di
Daniel Buso
 
Organizzata da
ARTIKA di Daniel Buso ed Elena Zannoni
 
In collaborazione con
Comune di Conegliano e Deodato Arte
 
Spazio espositivo
Palazzo Sarcinelli, Via XX Settembre 132, Conegliano
 
Inizio mostra
Dal 15 ottobre 2025 al 22 marzo 2026
 
Per informazioni
+39 351 809 9706
e-mail: mostre@artika.it
website: www.artika.it
 
Ufficio Stampa
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo
Tel. 049.663499
rif. Roberta Barbaro roberta@studioesseci.net
Elisabetta Rosa elisabetta@studioesseci.net
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La Collezione Peggy Guggenheim presenta Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana

Dall’11 ottobre 2025 al 2 marzo 2026, la Collezione Peggy Guggenheim presenta Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana, prima personale mai realizzata in ambito museale ad essere esclusivamente dedicata alle opere in ceramica di Lucio Fontana (1899–1968), tra gli artisti più innovativi, e a suo modo irriverenti, del XX secolo. Sebbene Fontana sia conosciuto soprattutto per le sue iconiche tele violentemente tagliate e bucate degli anni ’50 e ’60, questa mostra pone l’accento su una parte meno nota ma essenziale della sua produzione: il suo lavoro con l’argilla, iniziato in Argentina negli anni ’20 e proseguito poi per tutto il corso della sua vita. A cura della storica dell’arte Sharon Hecker, si tratta della prima monografica a offrire un esame approfondito della produzione in ceramica di Fontana. Come osserva Hecker: “A lungo associata all’artigianato più che all’arte, oggi la ceramica di Fontana sta ricevendo una nuova attenzione grazie al rinnovato interesse per questo materiale nell’arte contemporanea”.

Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana
11 ottobre 2025 – 2 marzo 2026

A cura di Sharon Hecker

Con circa 70 opere storiche, alcune delle quali mai esposte prima, provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, la mostra intende far luce sull’ampia visione scultorea di Fontana attraverso l’utilizzo di un materiale come l’argilla, rivelando come per l’artista abbia rappresentato, nel corso degli anni, un ricco e generativo terreno di sperimentazione. La sua produzione ceramica si distingue per la varietà di forme, tecniche e soggetti: dalle opere figurative che rappresentano donne, animali marini, arlecchini e guerrieri, fino alle sculture astratte, il suo approccio all’argilla recupera i rituali antichi imposti dalla materia, sui quali interviene in modi innovativi. La sua pratica ceramica si sviluppa nell’arco di decenni e in contesti molto diversi: dal primo periodo in Argentina al ritorno in Italia all’epoca del Fascismo, seguito da un ulteriore lungo soggiorno in Argentina durante la guerra, fino al dopoguerra nuovamente in Italia e alla ricostruzione del paese, durante il boom economico. Fontana realizzò anche oggetti per interni privati, dai piatti ai crocifissicaminetti e maniglie, spesso in collaborazione con importanti designer. Con rinomati architetti milanesi creò fregi ceramici per facciate di edifici e sculture per chiese, scuole, cinema, hotel, circoli sportivi e tombe che ancora oggi ornano la città. In mostra saranno presenti sia pezzi unici realizzati a mano che oggetti prodotti in serie, alcuni dei quali sfumano i confini tra le due categorie. Non mancheranno fotografie d’archivio che ritraggono Fontana al lavoro, testimonianza del ruolo fondamentale della mano nella creazione delle sue ceramiche e del rapporto intimo che sempre instaurò con la materia.

Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana invita il pubblico a riconsiderare Fontana non solo come pioniere dello spazialismo e dell’arte concettuale, ma anche come artista profondamente legato alla materia, attento al potenziale tattile ed espressivo dell’argilla. La mostra vuole inoltre sollevare nuove questioni di ordine storico, materiale e tecnico sulla sua pratica ceramica, che un critico dell’epoca definì come la sua “altra metà” e “seconda anima”. In contrasto con l’immagine consolidata di Fontana come figura solitaria, ipermaschile ed eroica che taglia le sue tele con un cutter, l’esposizione rivela un lato più informale, profondo e collaborativo dell’artista, radicato nella fisicità morbida dell’argilla e plasmato da relazioni durature, come quella con il ceramista e poeta Tullio d’Albisola e la manifattura ceramica Mazzotti di Albisola. Come afferma la curatrice: “L’argilla emerge come un contenitore di sperimentazione vitale, di molteplicità e fertilità”.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo illustrato, edito da Marsilio Arte, che includerà nuovi saggi critici della curatrice Hecker, e di Raffaele Bedarida, Luca Bochicchio, Elena Dellapiana, Aja Martin, Paolo Scrivano, Yasuko Tsuchikane, tutti dedicati alla pratica ceramica di Fontana e ai suoi contesti storici, sociali e culturali.

Completa l’esposizione un articolato programma di attività collaterali gratuite, volte ad approfondire e interpretare la pratica e il linguaggio visivo dell’artista, realizzate grazie alla Fondazione Araldi Guinetti, Vaduz.

Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana è sostenuta da Bottega Veneta.


Peggy Guggenheim Collection
Dorsoduro 701, 30123 Venezia
+39 041 2405411
guggenheim-venice.it
 
Per maggiori informazioni e per ricevere il materiale stampa della mostra:

Maria Rita Cerilli
press@guggenheim-venice.it
041.2405415
 
In collaborazione con
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Ref. Roberta Barbaro
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Giovanni Segantini: la grande mostra a Bassano del Grappa

Dal 25 ottobre 2025 al 22 febbraio 2026 Musei Civici di Bassano del Grappa sono lieti di presentare al pubblico Giovanni Segantini, la grande mostra che celebra la vita e l’opera di uno dei massimi esponenti del Divisionismo italiano e tra i più sensibili osservatori del mondo naturale: Giovanni Segantini (1858-1899).

Promossa e organizzata dal Comune e dai Musei Civici di Bassano del Grappa, con il patrocinio della Regione del Veneto, con il supporto del Segantini Museum di St. Moritz e della Galleria Civica G. Segantini di Arco e in collaborazione con Regione Lombardia Dario Cimorelli Editore, l’esposizione ricostruirà la figura di Giovanni Segantini attraverso un’inedita rilettura della sua opera in confronto all’arte coeva, per raccontare una carriera che in soli vent’anni, dagli esordi “scapigliati” agli ultimi slanci simbolisti di catturare la Natura, ha saputo influenzare i maggiori movimenti artistici del suo tempo.

GIOVANNI SEGANTINI
Museo Civico di Bassano del Grappa
25 ottobre 2025 – 22 febbraio 2026

A cura di Niccolò D’Agati.

Una mostra di alto profilo scientifico che, dopo oltre dieci anni dall’ultima grande esposizione italiana, seguirà in ordine cronologico le tappe fondamentali della parabola del pittore arcense attraverso eccezionali prestiti nazionali e internazionali provenienti da alcuni dei più importanti musei d’Europa.

La mostra si inserisce nel programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, un’iniziativa che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali con un ricco calendario di eventi culturali diffusi sul territorio nazionale. In questo contesto, l’esposizione dedicata a Giovanni Segantini rappresenta un’occasione unica per valorizzare il patrimonio artistico italiano ed europeo, offrendo al pubblico internazionale un approfondimento sulla figura di un artista che ha saputo interpretare, con straordinaria sensibilità, il rapporto tra uomo e natura. La partecipazione all’Olimpiade Culturale sottolinea il ruolo centrale della cultura come ponte tra territori, generazioni e linguaggi, in linea con lo spirito dei Giochi.

“Oggi celebriamo non solo un grande artista, ma una visione. La visione di due Regioni – Lombardia e Veneto – che scelgono di fare sistema, mettendo la cultura al centro della preparazione verso un appuntamento storico: le Olimpiadi di Milano Cortina 2026” dichiara Francesca Caruso, Assessore alla Cultura di Regione Lombardia. “Questa mostra è importante anche – e soprattutto – per noi lombardi. Segantini è parte integrante della nostra identità culturale: si è formato all’Accademia di Brera, ha vissuto a Milano e in Brianza, e molte delle sue opere risiedono stabilmente nelle collezioni della nostra Regione – basti pensare alla Pinacoteca di Brera e alla Galleria d’Arte Moderna. Segantini è, a tutti gli effetti, anche un figlio della Lombardia”.

“La cultura è uno strumento straordinario, è sapere, è condivisione e riteniamo sia anche il miglior biglietto da visita per una città e un territorio che vogliano continuare ad aprirsi e farsi conoscere al mondo, a partire dalle proprie eccellenze e dal proprio patrimonio in campo artistico. Un patrimonio composto certamente da opere e luoghi, ma anche da relazioni, visioni e progetti” dichiara Nicola Ignazio Finco, Sindaco di Bassano del Grappa. “Prendercene cura, investire in progetti innovativi, usare con intelligenza le nuove tecnologie per valorizzare il patrimonio ereditato dal passato e allo stesso tempo farlo crescere, sono alcune delle sfide più importati per una Amministrazione che voglia raggiungere importanti risultati a partire dalle proprie caratteristiche e dalle nuove opportunità offerte dal nostro tempo. La mostra dedicata a Giovanni Segantini, artista che nelle sue opere celebra la natura e la montagna, temi strettamente legati al nostro territorio, si inserisce in questa visione ed essere presenti nel programma dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026 è per noi motivo di grande orgoglio”.

“L’Olimpiade Culturale è uno spazio di dialogo tra le arti, i territori e le persone, pensato per accompagnare i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali con un racconto corale della nostra identità culturale” dichiara Domenico De Maio, Education and Culture Director di Milano Cortina 2026. “La mostra dedicata a Giovanni Segantini rappresenta un tassello prezioso di questo mosaico: un progetto che unisce rigore scientifico e visione internazionale, capace di restituire al grande pubblico la forza poetica di un artista che ha saputo interpretare la natura come luogo di bellezza, spiritualità e appartenenza. Siamo orgogliosi che questa iniziativa sia parte del programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026”.

“La grande mostra dedicata a Giovanni Segantini, si inserisce in una stagione museale e culturale particolarmente importante per la nostra città, premiata dalla Regione del Veneto con il titolo di Città Veneta della Cultura 2025” afferma Giada Pontarollo, Assessore alla Cultura di Bassano del Grappa. “Nel comporne la programmazione, abbiamo voluto fare dialogare fra di loro le eccellenze che Bassano del Grappa sa proporre, per creare sinergie in grado di valorizzare al meglio ogni iniziativa. Nel caso specifico, la mostra sarà preceduta da due appuntamenti teatrali, uno in luglio, l’altro in agosto, inseriti nel calendario di Operaestate Festival Veneto, dedicati proprio a Giovanni Segantini e alla montagna come fonte di ispirazione. Siamo convinti che sia importante valorizzare il nostro patrimonio e in particolare gli artisti di ieri e di oggi che, legati a Bassano e ispirati dal nostro territorio, hanno conquistato successo e gloria nel mondo; ma è altrettanto importante dare spazio e disponibilità alle proposte create e condivise con altre realtà, coinvolgendo soprattutto le giovani generazioni con idee dal sapore contemporaneo”.

Nato ad Arco, ma trasferitosi nel 1865 a Milano, Segantini trascorre nella capitale lombarda un’infanzia travagliata, costretto in un istituto correttivo dal quale tenterà più volte l’evasione. L’arte entrerà lentamente a far parte della sua vita, grazie all’esperienza da garzone presso la bottega del maestro Luigi Tettamanzi – fotografo e pittore di striscioni, insegne e stendardi -, ma soprattutto con la frequentazione dell’Accademia di Brera dal 1875, dove avrà modo di avviare la sua ricerca artistica.

È proprio dal suo esordio a Brera che prende avvio la mostra, con un percorso cronologico-geografico, diviso in quattro sezioni e altrettanti focus tematici, che seguirà gli snodi più importanti della sua vicenda biografica in relazione ai suoi spostamenti tra Milano, la Brianza e la Svizzera, ponendo in luce l’evoluzione della sua pittura.

La fase milanese, oggetto della prima sezione, è segnata dall’incontro con Vittore Grubicy De Dragon – gallerista e sodale che influenzerà radicalmente l’evoluzione del suo percorso e della sua fortuna critica -, nonché dal diretto confronto con l’eredità della Scapigliatura e del naturalismo colorista, i cui esponenti venivano definiti da Segantini “il gruppo della rinascenza”. In questo vivace contesto si definisce la sua innata propensione allo studio delle potenzialità espressive di luce e colore, tramite una sorprendente varietà di soggetti: dai ritratti alle nature morte, dalle composizioni di genere alle vedute paesaggistiche e urbane, sino alle più sperimentali opere di matrice letteraria.

Sul finire del 1880 Segantini lascia Milano per trasferirsi in Brianza e abbracciare una vita di campagna dove definire la propria personalità artistica. Nel contesto di una rinnovata concezione dell’uso del colore e nei suoi valori emotivi e sentimentali, si cimenta con più varianti degli stessi soggetti, dedicandosi ad una pittura pastorale che rifiuta il tradizionale generismo italiano. In questa seconda sezione del percorso espositivo, dedicata alla fase brianzola, si concentrano infatti opere caratterizzate da un crescente interesse per la Natura, che è rappresentata nella comunione tra uomo, paesaggio e animali. All’analisi di questa fase, che rappresenta una delle novità più importanti della mostra, si riconduce anche il forte legame con l’artista francese Jean-François Millet, che apre a significativi confronti con la cultura artistica di fine Ottocento, segnata dall’ascendente millettiano, come accade con la produzione di Vincent Van Gogh e, in maniera più diretta, con le opere degli artisti della Scuola dell’Aja che saranno messi per la prima volta in relazione con la sua pittura.

Il percorso proseguirà con una terza sezione dedicata alla fase svizzera, che prende avvio nel 1886 con il trasferimento di Segantini nella piccola cittadina di Savognin. Durante questo soggiorno l’artista potrà dedicarsi alle sue grandi e celebri composizioni della vita montana, nelle quali si legge la sua personale interpretazione del rapporto panteistico tra Uomo e Natura. Una sperimentazione, quest’ultima, che lo porterà a spiccare tra i maggiori protagonisti del Divisionismo italiano, a partire dalla famosa Esposizione Triennale di Belle Arti di Milano del 1891.

L’ultimo decennio della produzione segantiniana è infine oggetto della quarta e ultima sezione di mostra, quando, a partire dal 1894, Segantini si trasferisce a Maloja e la sua ricerca artistica converge nel tentativo di riscrivere gli spazi naturali in termini pittorici, resi da lui assoluti ed eterni. Un obiettivo che raggiungerà attraverso la peculiare formula del “simbolismo naturalistico”: una sperimentazione in chiave simbolista ancorata, cioè, alla forza evocativa delle scene di vita montana che lo circondano. Sarà proprio questa ricerca ossessiva a portare Segantini ad una morte prematura: con lo scopo di finire il dipinto centrale del suo grande trittico, Natura, il pittore arcense si recherà infatti sulle alte montagne vicino a Schafberg, dove il ritmo frenetico del lavoro, unito all’altitudine elevata, lo farà ammalare di peritonite, malattia che porrà fine alla sua vita a soli 41 anni.

Troppo spesso l’opera di Segantini è stata considerata in una dimensione di romantico isolamentoteso a rispecchiare il mito di un artista eroicamente solitario. L’obiettivo di questa mostra è invece quello di ricondurre la sua opera al quadro di una più ampia indagine dei contesti artistici e culturali che lo influenzarono e che risultano dunque fondamentali alla comprensione di questo grande artista.

Attraverso circa 100 opere tra dipinti, disegni, incisioni, ma anche fotografie e documenti archivistici, la grande esposizione dei Musei Civici di Bassano del Grappa, una delle più complete e ricche di novità degli ultimi anni, potrà contare su importantissimi prestiti nazionali e internazionali provenienti dalle principali collezioni pubbliche e private italiane ed europee – dal Musée d’Orsay di Parigi al Rijksmuseum di Amsterdam, dalla Kunsthaus di Zurigo alla Galleria d’Arte Moderna di Milano – che permetteranno al pubblico di scoprire, con occhi del tutto nuovi, uno dei più straordinari artisti dell’Ottocento italiano ed europeo.

“Noi siamo molto felici e anche orgogliosi di poter sostenere quest’importante progetto espositivo, che speriamo avrà il successo che merita” afferma Mirella Carbone, Direttrice artistica Segantini Museum di St. Moritz. “Siamo grati al Comune e ai Musei Civici di Bassano del Grappa per il loro interesse a realizzare una mostra su Giovanni Segantini, sebbene l’artista non abbia un legame diretto con la città o la regione. E siamo grati al Dr. D’Agati per il valido progetto scientifico: grazie a quest’esposizione al grande pubblico Segantini verrà presentato finalmente quale artista strettamente legato alle correnti artistiche europee contemporanee, così da sfatare il mito del vate solitario sulle vette alpine”.

“La Città di Arco e la sua Galleria Civica coltivano con dedizione la memoria del pittore Giovanni Segantini, che proprio ad Arco ha avuto i suoi natali” dichiara Giancarla Tognoni, Direttrice della Galleria Civica G. Segantini del Comune di Arco. “Siamo quindi estremamente lieti di contribuire alla realizzazione di questo progetto davvero straordinario proposto dai Musei Civici di Bassano del Grappa, ritenendo che la figura di Segantini sia estremamente significativa per tutti i territori alpini e quindi identitaria in modo trasversale per la cultura europea. Ringraziamo sinceramente il Comune di Bassano del Grappa ed i suoi Musei Civici, nonché il curatore Niccolò D’Agati, per averci coinvolti in questa esperienza che vede anche la qualificatissima partecipazione del Segantini Museum di St. Moritz, con cui abbiamo condiviso numerosi studi e ricerche negli ultimi anni”.

Ad accompagnare la mostra, infine, un importante catalogo scientifico pubblicato da Dario Cimorelli Editore raccoglierà i contributi dei più importanti studiosi dell’opera segantinana, con ampi apparati dedicati alla ricostruzione del suo percorso artistico, alla sua tecnica pittorica e alle indagini diagnostiche più recenti, che saranno restituite in mostra grazie ad apparati tecnologici interattivi, oltre alle schede ragionate delle opere esposte.

“La mostra Giovanni Segantini riporterà all’attenzione del grande pubblico e degli studiosi uno dei più grandi pittori italiani ed europei dell’Ottocento, grazie ad una retrospettiva densa di novità e sorprese; non ultima la possibilità di ammirare, riuniti assieme per la prima volta dopo oltre un secolo, alcuni dei suoi più significativi capolavori rintracciati per l’occasione. Frutto della collaborazione con il Segantini Museum di St. Moritz e con la Galleria Civica G. Segantini di Arco, la mostra sfaterà il mito del genio isolato per consegnarci un Segantini perfettamente integrato nei dibattiti figurativi del proprio tempo, audace sperimentatore di tecniche pittoriche, inventore di un’iconografia della montagna così potentemente evocativa, carica di poesia e sentimento, da risultare eterna e inscalfibile nella sua laica sacralità. Un’eternità oggi messa in discussione dal repentino cambiamento climatico che rende questo soggetto prepotentemente attuale” conclude Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa.

Promossa e organizzata da Comune Musei Civici di Bassano del Grappa
Nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026
Con il supporto di Segantini Museum di St. Moritz Galleria Civica G. Segantini di Arco In collaborazione con Regione Lombardia e Dario Cimorelli Editore


Ufficio stampa

Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Simone Raddi
+39 049 663499
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Regione Lombardia
Pierfrancesco Gallizzi
+39 02 6765 5699
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Ufficio Stampa Comune di Bassano del Grappa
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Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

A Palazzo Reale, tutto il genio fotografico di Man Ray

Palazzo Reale presenta “Man Ray. Forme di luce”, una grande retrospettiva dedicata a uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento, geniale pioniere di linguaggi visivi che continuano a influenzare l’arte, la fotografia, il design e la cultura contemporanea. Le sue immagini, pervase da ironia, eleganza, provocazione e libertà, restano attualissime e testimoniano il ruolo fondamentale che Man Ray ha avuto nel ridefinire i confini dell’arte del secolo scorso.

L’esposizione, promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, è curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca e aprirà al pubblico dal 24 settembre 2025 fino all’11 gennaio 2026.

MAN RAY
Forme di luce
Milano, Palazzo Reale
24 settembre 2025 – 11 gennaio 2026

Pittore, fotografo, regista e innovatore, Man Ray (Philadelphia, 1890 – Parigi, 1976) è stato una figura centrale nelle avanguardie del XX secolo. Nato Emmanuel Radnitsky da una famiglia ebrea di origini russe, adottò lo pseudonimo “Man Ray” – unione di “Man” (uomo) e “Ray” (raggio di luce) – segnando così l’inizio di una vita e di una carriera profondamente votate alla sperimentazione artistica. Formatasi nell’ambiente vivace dell’arte americana di inizio secolo, la sua personalità artistica si sviluppò grazie al contatto con le avanguardie europee e con figure decisive quali Marcel Duchamp, che lo introdusse a linguaggi artistici radicalmente nuovi. Fin dagli esordi, Man Ray affianca alla pittura e al disegno l’assemblaggio di oggetti e l’uso della fotografia, inizialmente per documentare le sue opere e quelle dei suoi amici, e ben presto come mezzo creativo autonomo.

Nel 1921 si trasferisce a Parigi, dove entra in relazione con il gruppo surrealista guidato da André Breton e stringe rapporti con Louis Aragon, Philippe Soupault, Paul Éluard e Robert Desnos. A Montparnasse conosce Alice Prin, nota come Kiki de Montparnasse, cantante e modella, che diviene compagna dell’artista: insieme danno vita a una serie di immagini destinate a diventare icone della storia della fotografia, tra cui Le Violon d’Ingres e Noire et blanche. Kiki appare anche in tre film diretti da Man Ray: Le Retour à la raison (1923), Emak Bakia (1926) e L’Étoile de mer (1928). È in questi anni che l’artista affina alcune delle sue tecniche più innovative, come la rayografia, procedimento che consiste nell’esporre oggetti direttamente su carta fotosensibile senza l’uso della macchina fotografica. Il termine, coniato da Tristan Tzara, esprime perfettamente l’idea di una composizione creata con la luce, tra sperimentazione e poesia. Alla fine degli anni Venti, con la fotografa Lee Miller – nuova compagna e musa – sviluppa la tecnica della solarizzazione, in cui i contorni delle immagini assumono un’aura luminosa e spettrale, ottenuta attraverso un’esposizione parziale alla luce in fase di sviluppo.

Nel corso degli anni Trenta, Man Ray si dedica anche alla fotografia di moda, rivoluzionando il linguaggio visivo del settore con uno stile sofisticato, ironico e tecnicamente innovativo. Collabora con importanti case di moda e stilisti come Paul Poiret, Elsa Schiaparelli, Jean-Charles Worth e Coco Chanel, pubblicando le sue immagini su riviste internazionali. In parallelo, continua a esplorare le possibilità offerte dal cinema, firmando quattro film fondamentali per la storia dell’avanguardia europea.

Con Meret Oppenheim realizza nel 1933 la celebre serie Erotique-voilée, mentre l’anno successivo conosce Adrienne “Ady” Fidelin, con cui intrattiene una relazione sentimentale e artistica. Dopo la disfatta della Francia nel 1940, Man Ray torna negli Stati Uniti, dove incontra Juliet Browner, ballerina e modella, che diventerà sua moglie e musa. Nel 1951 rientra definitivamente a Parigi, dove continuerà a lavorare fino alla sua morte, avvenuta nel 1976.

La mostra presenta circa trecento opere, tra fotografie vintage, disegni, litografie, oggetti e documenti provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.

Il percorso espositivo consente di ripercorrere l’intera parabola creativa dell’artista attraverso i suoi principali temi e motivi ispiratori: gli autoritratti, dove l’artista gioca con la propria identità e costruisce personaggi ambigui e camaleontici; i ritratti degli amici intellettuali e degli ambienti culturali europei e americani tra le due guerre; la figura femminile, incarnata nelle sue muse, che attraversa tutta la sua opera come fonte di ispirazione e oggetto di sperimentazione visiva; i nudi, trattati come forme astratte, frammenti simbolici e composizioni di luce; le rayografie e le solarizzazioni, testimonianza della sua incessante ricerca tecnica e poetica; la moda, linguaggio in cui eleganza e avanguardia si fondono con naturalezza; i multipli e i ready-made, espressione della sua adesione allo spirito dadaista e della sua indifferenza verso l’unicità dell’opera d’arte; infine il cinema, territorio di libertà assoluta e sperimentazione pura, trova ampio spazio nell’esposizione, con la proiezione dei film Le Retour à la raison (1923), Emak Bakia (1926), L’Étoile de mer (1928), Les Mystères du Château de Dé (1929).

Il suggestivo allestimento della mostra è stato progettato dallo Studio ZDA-Zanetti Design Architettura.

Accompagna la mostra un catalogo edito da Silvana Editoriale, curato da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, corredato dai testi dei curatori e di Raffaella Perna e da apparati bio-bibliografici.

L’esposizione è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026. Il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici e valorizzerà il dialogo tra arte, cultura e sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.

Corriere della Sera e La Lettura sono media sponsor della mostra.  L’esposizione si avvale inoltre della collaborazione degli sponsor tecnici Colli&Vasconi e Dual Italia e del partner Coop Lombardia. Radio Monte Carlo è radio ufficiale della mostra.


Palazzo Reale
Piazza del Duomo, 12 – Milano
 
Informazioni e prenotazioni
T +39 (0)291446160

www.palazzorealemilano.it
www.manraymilano.it
 
Orari
martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 10:00 – 19:30
giovedì 10:00 – 22:30
ultimo ingresso 1 ora prima della chiusura
chiuso lunedì
 
Biglietti
Open € 17,00
Intero € 15,00
Ridotto € 13,00 -€ 10
 
Ufficio stampa Mostra
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
Simone Raddi, simone@studioesseci.net
 
Ufficio stampa Comune di Milano
Elena Conenna elenamaria.conenna@comune.milano.it
 
Ufficio stampa Silvana Editoriale
Alessandra Olivari alessandra.olivari@silvanaeditoriale.it
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Una mostra per raccontare una storia importante, che parla di libertà e scelte controcorrente

A Vercelli, dal 10 settembre, una inedita mostra dedicata all’Espressionismo Italiano.
Le magnifiche opere di Guttuso, De Pisis, Fontana e molti altri, realizzate tra il 1920 e il 1945, saranno esposte allo Spazio ARCA (Ex Chiesa di San Marco) per raccontare una storia importante, che parla di libertà, di scelte controcorrente e coraggiose.
Promossa e organizzata da Comune di Vercelli e dalla Fondazione Giuseppe Iannaccone con la collaborazione con Arthemisia, e curata da Daniele Fenaroli, la mostra è il primo appuntamento di un progetto pluriennale.

“Guttuso, De Pisis, Fontana… L’Espressionismo Italiano”

10 settembre 2025 – 11 gennaio 2026
Ex Chiesa di San Marco – Spazio ARCA, Vercelli

A partire dal 10 settembre 2025, nell’Ex Chiesa di San Marco – Spazio ARCA a Vercelli, apre al pubblico la mostra “Guttuso, De Pisis, Fontana… L’Espressionismo Italiano”.
Per la prima volta, un nucleo significativo di opere realizzate tra il 1920 e il 1945 e appartenenti alla sezione storica della Collezione Giuseppe Iannaccone – alcune delle quali mai esposte prima al pubblico – verranno riunite per raccontare un periodo straordinario della storia dell’arte italiana.

L’Espressionismo Italiano, attraverso i suoi esponenti quali Renato BirolliRenato GuttusoLucio FontanaFausto PirandelloAligi SassuEmilio Vedova e molti altri, ha saputo affermare con forza una visione indipendente, sottraendosi alle imposizioni culturali dominanti scegliendo, attraverso una ricerca personale spesso coraggiosa e controcorrente, di raccontare la fragilità, la solitudine e la tensione esistenziale dell’uomo, anziché aderire ai modelli celebrativi imposti.

Questi artisti hanno costruito una contro-narrazione silenziosa ma potente, fatta di corpi sbilanciati, nature morte inquietanti, città sognanti, figure ai margini e una disarmante quotidianità, lontana dalla retorica imperante.

Tra le opere esposte, ne spiccano alcune realizzate da artisti riconosciuti come i principali esponenti dell’Espressionismo italiano: Nudo in piedi(1939) di Lucio Fontana,Composizione (Siesta Rustica) (1924-1926) di Fausto PirandelloIl Caffeuccio Veneziano (1942) di Emilio VedovaI poeti (1935) di Renato BirolliLo schermidore (1934) di Angelo Del BonRitratto di Antonino Santangelo (1942) e Ritratto di Mimise (1938) di Renato Guttuso.

Le opere provengono prevalentemente dalla Collezione Iannaccone, una delle più rilevanti collezioni private italiane, raccolte con amore da oltre 30 anni dall’Avvocato Giuseppe Iannaccone, grandissimo amante dell’arte e forte promotore della creatività di artisti, del panorama italiano e internazionale, di ieri e di oggi. Una collezione “romantica”, che ha seguito e inseguito quell’arte che – dopo la grande stagione delle avanguardie – non ha coltivato gli ideali classici ma ideali diversi, incentrati sull’intensità del colore; sulla fantasia, la visionarietà e la soggettività dell’io, sull’espressione dei sentimenti e delle emozioni.

Prodotta e organizzata dal Comune di Vercelli e dalla Fondazione Giuseppe Iannaccone in collaborazione con Arthemisia, e curata da Daniele Fenaroli, la mostra è il primo appuntamento di progetto espositivo pluriennale grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, della Provincia di Vercelli e di ASM.

Il progetto, pensato anche per creare un dialogo tra diverse discipline, ha come obiettivo di rivelare come la creatività e l’arte possano arricchirsi attraverso l’interazione tra linguaggi differenti, creando una sinergia tra la storia del luogo, l’arte contemporanea e altre forme di espressione culturale.

In questo contesto, ogni anno si metterà in luce un artista contemporaneo attraverso la relazione con le opere esposte nelle mostre.
Quest’anno l’attenzione sarà rivolta a un giovane artista talentuoso, Norberto Spina.
Classe 1995, Spina si forma tra Milano e Londra e la sua poetica si fonda sulla sovrapposizione di memoria personale e collettiva; un lavoro alimentato dalla ricerca di immagini d’archivio, fotografie storiche, momenti di vita quotidiana e iconografie della tradizione popolare italiana che, rielaborati e sovrapposti, si manifestano come frammenti di ricordi.
Saranno esposti alcuni suoi lavori, oltre ad un prestito proveniente dalla Royal Academy di Londra e altre opere inedite e site specific che lo stesso ha realizzato appositamente per questa occasione.


SPAZIO ARCA
Arca Arte Vercelli è uno spazio nato da un intervento di riqualificazione, promosso nel 2007 dall’amministrazione comunale di Vercelli, che ha realizzato una struttura espositiva all’interno della navata centrale della ex Chiesa di San Marco di Vercelli. Da quel momento Arca ha dedicato il suo impegno alla realizzazione di mostre, esposizioni ed eventi, creando un dialogo continuo tra storia e modernità, tra le più importanti si ricordano le esposizioni in collaborazione con la fondazione Guggenheim, “Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari” e la mostra dedicata alla Magna Charta e agli 800 anni dell’Abbazia di Sant’Andrea. Il luogo è diventato ormai uno dei simboli della città di Vercelli, nonché punto di riferimento culturale per la cittadinanza e attrattore di un turismo culturale e legato all’arte. Per questo, Arca Arte Vercelli, si configura come il contesto ideale per la realizzazione di eventi che promuovono un dialogo significativo tra gli artisti e le tematiche urgenti dell’arte contemporanea che, grazie alla particolarità della sua struttura, permette un’interazione tra passato e presente, dove lo spazio, non solo accoglie le opere, ma diventa un luogo di confronto e riflessione, dove linguaggi e prospettive si intrecciano, generando nuove letture e interpretazioni del mondo.


FONDAZIONE GIUSEPPE IANNACCONE

La Fondazione Giuseppe Iannaccone ETS si è costituita nel novembre 2023 su iniziativa dell’Avvocato e appassionato collezionista d’arte Giuseppe Iannaccone, per promuovere attività senza scopo di lucro, con finalità civiche, di solidarietà e di utilità sociale.
La Fondazione è un’evoluzione e un soggetto che eredita il lavoro promosso in trent’anni dalla Collezione Giuseppe Iannaccone: attività dedicate all’arte, al sostegno e alla promozione della creatività di giovani artisti, soprattutto del panorama italiano. La Fondazione ha l’obiettivo di continuare su questa linea di azione, attraverso la messa in pratica di una serie di progetti che abbiano una ricaduta sociale attraverso lo sviluppo e la promozione della creatività.


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
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Sculture monumentali, installazioni, video e una vera e propria giostra sulla quale salire

Dal 22 luglio 2025Palazzo Reale di Milano presenta la più grande mostra personale mai realizzata di Valerio Berruti, uno degli artisti più significativi e intensi del panorama contemporaneo. Con sculture monumentali, installazioni, video e una vera e propria giostra sulla quale salire, Valerio Berruti conduce i visitatori, attraverso la meraviglia delle sue opere, in un percorso che partendo dall’infanzia – il momento in cui tutto può ancora succedere – tocca temi universali che generano spazi di riflessione profonda, capaci di parlare a grandi e piccoli.

“VALERIO BERRUTI
More than kids”

Dal 22 luglio 2025 a Palazzo Reale di Milano arriva
la prima grande mostra di Valerio Berruti.

Con sculture monumentali, installazioni, video e una vera e propria giostra sulla quale salire, Valerio Berruti ci conduce, attraverso la meraviglia delle sue opere, in un percorso che partendo dall’infanzia tocca temi universali.

L’esposizione è prodotta dal Comune di Milano – Palazzo Reale e da Arthemisia, con il fondamentale sostegno di Fondazione Ferrero.


Palazzo Reale, Milano
22 luglio – 2 novembre 2025

VALERIO BERRUTI. More than kids, promossa dal Comune di Milano – Cultura, è prodotta e organizzata da Palazzo Reale e Arthemisia, in collaborazione con Piuma e con il sostegno della Fondazione Ferrero che ha organizzato ad Alba un’esposizione (aperta al pubblico fino al 4 luglio) con opere inedite e site-specific dell’artista, insieme ad alcuni lavori preparatori in anticipazione della mostra milanese.

Il progetto espositivo, curato da Nicolas Ballario, è un viaggio all’interno della poetica dell’artista attraverso opere cardine della sua produzione – come la grande scultura-carosello con la musica appositamente realizzata da Ludovico Einaudi “La giostra di Nina” – e opere del tutto inedite che vengono presentate per la prima volta a Milano come “Don’t let me be wrong“, la grande scultura allestita nel cortile di Palazzo Reale musicata da Daddy G dei Massive Attack, ma anche due nuove video-animazioni “Lilith”, con la colonna sonora di Rodrigo D’Erasmo, e “Cercare silenzio” con il suono di Samuel Romano-  storica voce dei Subsonica – che si uniscono alle precedenti animazioni musicate, tra gli altri, da Paolo Conte e Ryuichi Sakamoto.

Valerio Berruti ha sviluppato negli anni un linguaggioriconoscibile e profondamente autentico. Attraverso l’antica tecnica dell’affresco, le sculturemonumentali, i disegni, i video e le installazioni, l’artista dà vita a un universo popolato da figure infantili sospese nel tempo

Come si evince dal sottotitolo della mostra “More than kids“, i suoi “bambini” non raccontano una storia soltanto personale, ma diventano simboli collettivi che mostrano l’infanzia come luogo di appartenenza, dove tutti siamo stati, ma anche di futuro possibile e ancora da scrivere.

Le opere di Berruti non sono solo da guardare: sono da attraversare, da abitare. Nel percorrerle si è chiamati a muoversi, a partecipare. Alcune installazioni coinvolgono lo spettatore in modo diretto: un gruppo di bambini, disposti in cerchio, invita a entrare in una dimensione sospesa, una bambina galleggia in acqua evocando la necessità di salvarsi, grandi uccelli trasportano in volo chi sceglie di salire su una grande opera d’arte ispirata alle antiche giostre a carosello, in un equilibrio tra leggerezza apparente e forza naturale.

Altro tema caro all’artista è il cambiamento climatico, protagonista nei suoi ultimi lavori e rappresentato in mostra da “Nel silenzio” che vede tre bambine risposare sulla terra arsa dal sole; o la già citata “Don’t let me be wrong“, scultura monumentale nella quale assistere alla proiezione dell’omonimo cortometraggio realizzato con circa ottocento disegni in sequenza e accompagnato da una colonna sonora originale firmata da Daddy G (fondatore della band di culto Massive Attack) insieme al suo storico produttore Stew Jackson.

“Con questa ampia monografica, Berruti si trasforma in un regista che, stanza dopo stanza, suscita emozioni, sentimenti, fa sussultare, sorridere, commuovere, riflettere – afferma il curatore, Nicolas Ballario -. Le sue opere sono essenziali, potenti, perché rivelano lo sguardo puro e diretto dei bambini, capaci di leggere il mondo con autenticità e senza livelli. Ogni visitatore è invitato a costruire il proprio cammino, a diventare parte attiva del racconto, in un percorso che fonde leggerezza e profondità, sogno e realtà”.La mostra vede come mobility partnerFrecciarossa Treno Ufficiale e media partnerSky Arte.

Nato ad Alba nel 1977, nel 2009 partecipa alla 53a Biennale di Venezia dove ha presentato un video, con la musica di Paolo Conte, composto da 600 disegni affrescati. Nel 2011 il suo video Kizuna, esposto al Pola Museum di Tokyo con la colonna sonora appositamente scritta da Ryuichi Sakamoto, è diventato un progetto benefico per la ricostruzione del Giappone dopo la devastazione dal terremoto. L’anno successivo ha vinto il premio internazionale Luci d’artista di Torino e ha realizzato un’opera permanente di land art alla Nirox Foundation di Johannesburg. Nel 2018 inizia a lavorare al cortometraggio animato, coprodotto da Sky Arte, La giostra di Nina con la colonna sonora di Ludovico Einaudi. La grande giostra viene esposta nell’autunno del 2018 nella Chiesa di San Domenico di Alba e successivamente al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo e alla Reggia di Venaria. Nel 2022 è stata inaugurata la sua opera monumentale Alba, una scultura in acciaio inox bronzato altra oltre 12 metri donata dalla famiglia Ferrero alla Città di Alba, posizionata nella centrale piazza Michele Ferrero, dedicata all’imprenditore albese. A maggio 2024 ha inaugurato Circulating sketch, una personale in Cina nel prestigioso Teagan Space di Youyi Bay, nel distretto di Pechino.


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Gerace, un borgo storico d’inestimabile valore artistico e culturale, tra i più belli d’Italia

PRS Impresa Sociale, nata a Torino con l’obiettivo di promuovere l’arte e la creatività emergente, e punto di riferimento a livello nazionale per la valorizzazione di talenti fuori dai circuiti istituzionali – con progetti come Paratissima e Liquida Photofestival – organizza, su incarico del Comune di Gerace, due workshop residenziali nel borgo storico calabrese nell’ambito del progetto “Gerace Porta del Sole”, finanziato dal PNRR (Misura M1C3 – Borghi Storici, Linea A).

PRS Impresa Sociale presenta:
BEST ARTIST IN GERACE
Aperta la call per partecipare a due workshop residenziali di arte contemporanea nel borgo storico di Gerace in Calabria.​

Gerace, incastonata tra le colline dell’Aspromonte e affacciata sul Mar Ionio, è un borgo storico di inestimabile valore artistico e culturale, riconosciuto tra i più belli d’Italia. La ricchezza del suo patrimonio architettonico e artistico la rende da sempre una meta privilegiata per progetti culturali di vario genere. Un luogo in cui il patrimonio storico è pronto a diventare contesto attivo per la sperimentazione artistica e la produzione di nuovi immaginari. 

È proprio con l’obiettivo di promuovere il linguaggio dell’arte contemporanea e il coinvolgimento attivo degli artisti nella valorizzazione del borgo che, all’interno del progetto “Gerace Porta del Sole” – il programma di rigenerazione culturale e sociale finanziato dal PNRR e dedicato specificamente al territorio di Gerace – è stato previsto un focus mirato sull’arte e la creatività: “ARTINBORGO – Best Artist in Gerace/Gerace Porta del Sole”Due workshop residenziali nel cuore del centro storico, pensati per offrire agli artisti l’opportunità di lavorare all’incrocio tra il passato (il patrimonio storico-architettonico e artistico di Gerace), il presente (la comunità locale) e le visioni future che emergeranno attraverso le pratiche contemporanee sviluppate durante la residenza

La call è ufficialmente aperta: artisti e artiste, in possesso di un interesse verso pratiche come la Land Art, le installazioni site-specific, le sculture ambientali, l’arte pubblica, la street-art e la fotografia, sono invitati a candidarsi entro il 22 luglio 2025, attraverso il modulo presente online sul sito: www.paratissima.it/best-artist-in-gerace-open-call.

Si tratta di una doppia opportunità: due workshop residenziali, intitolati “Best Artist in Gerace: Radici Vive” e “Best Artist in Gerace: Visioni Millenarie”, entrambi della durata di 15 giorni ciascuno (8 in modalità online e 7 in presenza a Gerace), pensati come piattaforme di attivazione sociale per promuovere consapevolezza, riappropriazione e rigenerazione degli spazi urbani.

Il primo workshop, “Best Artist in Gerace: Radici Vive”, invita gli artisti a confrontarsi con i saperi e le pratiche tradizionali del territorio – gli antichi mestieri, il respiro della natura, il gusto e le forme della memoria – con l’obiettivo di produrre opere capaci di attivare nuovi immaginari turistico-culturali. Tra ricerca e immersione, i partecipanti saranno guidati da Alessandra Carloni, pittrice e street-artist romana, attiva nel panorama nazionale e internazionale. La sua poetica si muove tra narrazione pittorica e intervento urbano, con opere realizzate in numerosi borghi italiani e metropoli europee. Ha esposto in gallerie e sedi istituzionali come Palazzo Merulana, la Biennale MArteLive e la Galleria SpazioCima, partecipando inoltre a progetti di arte pubblica in Italia, Portogallo, Francia, Belgio e Germania.

Il secondo workshop, “Best Artist in Gerace: Visioni Millenarie”, propone una riflessione sull’identità profonda del borgo attraverso la rilettura artistica della sua storia, delle sue architetture sacre, dei miti e delle leggende che lo attraversano. A guidare il percorso sarà Ahmad Nejad, artista e ricercatore visivo nato in Iran e attivo tra Parigi e Torino. Pittore, scultore, fotografo e videomaker, Nejad è conosciuto per un linguaggio personale che fonde spiritualità e materia, memoria e simbolo. Ha esposto in istituzioni come il Grand Palais di Parigi, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, il MAXXI di Roma e il Castello di Rivara, oltre che in numerose gallerie tra Francia, Italia e Iran.

A chiudere idealmente il cerchio tra i due percorsi sarà il lavoro di Giuseppe Gallace, artista visivo nato a Soverato e attivo a Torino, la cui ricerca mette in dialogo arte e territori, immagini e silenzi, in una costante sospensione tra visibile e non detto. Il suo ruolo sarà quello di tessere una relazione tra le due esperienze, favorendo un dialogo creativo tra la dimensione narrativa di “Radici Vive” e quella simbolica di “Visioni Millenarie”.

I tutor seguiranno gli artisti partecipanti nella produzione di progetti site-specific e contribuiranno con un proprio intervento artistico, offrendo strumenti, visioni e dialogo. Gli incontri in presenza si svolgeranno in luoghi storici selezionati della città di Gerace, appositamente messi a disposizione per le attività progettuali. Al termine di ciascun workshop è prevista una restituzione pubblica delle opere realizzate, pensate per intrecciarsi con il tessuto architettonico, sociale e simbolico del borgo.

La selezione degli artisti sarà a cura di una giuria composta da referenti del territorio e rappresentanti di Paratissima, i cui nomi verranno comunicati successivamente. A ciascun artista selezionato verrà garantito un contributo economico a titolo di rimborso spese, differenziato in base alla residenza, oltre alla copertura delle spese di ospitalità durante il periodo in loco.

“Best Artist in Gerace” è un progetto del Comune di Gerace affidato a PRS Impresa Sociale, finanziato dal Piano NextGenerationEU, Progetto PNRR M1C3 “Attrattività dei Borghi”, per il progetto “Gerace Porta del Sole” – Intervento 9 “Artinborgo e Festival Il Borgo Incantato” – Lotto 2 – Best Artist in Gerace. 

Tutte le informazioni per partecipare alla call presenti sul sito: 


CONTATTI:
www.paratissima.it
www.comune.gerace.rc.it

UFFICIO STAMPA:

Daccapo Comunicazione

info@daccapocomunicazione.it
+39 339 7050840 / + 39 340 8288293
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Una retrospettiva per celebrare il 170° anniversario della fondazione

Una mostra per celebrare il 170° anniversario della fondazione della ditta Fratelli Toso: una retrospettiva inedita sulla sua produzione più rappresentativa del Novecento, capace di coniugare tradizione e innovazione, artigianato e design. Attraverso opere in vetro, murrine, schizzi originali, bozzetti, fotografie e documenti d’archivio custoditi dalla famiglia, il percorso espositivo narra un’evoluzione stilistica e tecnica che ha saputo rinnovarsi di generazione in generazione.

Fratelli Toso. Storie di fabbriche. Storie di famiglie
dal 12 luglio al 24 novembre 2025

Museo del Vetro, Murano
A cura di Chiara Squarcina e Caterina Toso

Fratelli Toso. Storie di fabbriche. Storie di famiglie, a cura di Chiara Squarcina e Caterina Toso, rappresenta il nuovo capitolo che il Museo del Vetro dedica alla riscoperta e valorizzazione delle grandi famiglie muranesi del vetro, che hanno saputo unire arte, impresa e innovazione proseguendo il racconto avviato con Cento anni di NasonMoretti. Storia di una famiglia del vetro muranese (2023–2024) e Donazione Carlo e Giovanni Moretti 1958–2013 (2024–2025).

Oltre 250 pezzi in mostra per ripercorrere la straordinaria vicenda artistica e imprenditoriale della storica vetreria Fratelli Toso: fondata nel 1854, fu la prima fornace artistica ad avviarsi nuovamente dopo la lunga e grave crisi che aveva colpito l’isola nel primo Ottocento – nei decenni tra la caduta della Serenissima e la dominazione asburgica – e attiva sull’isola di Murano fino agli anni Ottanta. Un’impresa familiare che ha attraversato epoche e stili, lasciando un segno indelebile nella storia del vetro artistico. 

Questa mostra nasce da un percorso che affonda profondamente le sue radici nella storia della mia famiglia, e in particolare nell’archivio Fratelli Toso, custodito e tramandato di generazione in generazione. Oggi, curando questa mostra, riparto dal rigore della ricerca per trasformarlo in racconto visivo, affiancando a questa preziosa eredità nuove chiavi interpretative, approfondimenti e storie ancora inedite, in un dialogo continuo tra passato e presente Caterina Toso, co curatrice della mostra

Profondamente radicata nel territorio e già attiva da generazioni nel settore, poco dopo la metà del XIX secolo, la famiglia Toso raccoglie l’eredità spezzata della tradizione muranese e inaugura un nuovo percorso: l’attività iniziale della fornace si basa, principalmente, sulla replica e sull’imitazione degli stili dei secoli precedenti, rievocando i fasti del Rinascimento e del Barocco, sulla scia del diffuso spirito revivalistico dell’arte di fine Ottocento. 

La prima partecipazione pubblica di rilievo della fornace, nel 1864, è in occasione della Prima Esposizione Vetraria Muranese, allestita proprio al Museo del Vetro di Murano, lo stesso che oggi ospita questa mostra. Per quell’occasione la fornace realizza un monumentale lampadario — oggi parte delle collezioni del museo — simbolo della volontà di riaffermare l’eccellenza muranese attraverso opere di grande impatto formale e tecnico. Vince l’unica medaglia d’oro assegnata e riceve un diploma d’onore.

Fino alla Prima guerra mondiale, la produzione si concentra su modelli in Stile Antico e Stile Moderno, e sulle celebri serie Fenicio e Floreali, senza dimenticare le collaborazioni con artisti internazionali come Hans Stoltenberg Lerche, appassionato di arti applicate e profondamente influenzato dallo spirito dell’Art Nouveau nordico. Con l’inizio degli anni Venti si apre una fase segnata da un’estetica più sobria e sofisticata: vetri soffiati leggeri, essenziali nelle forme e raffinati nelle decorazioni, in sintonia con il gusto déco allora emergente. Tra questi spiccano alcuni modelli disegnati da Guido Cadorin e, nel decennio successivo, da Vittorio Zecchin che realizza per la Fratelli Toso i calici sottilissimi, caratterizzati da steli allungati e minuscole foglie stilizzate applicate ai lati, presentati alla XXI Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nel 1938.

La fornace è presente anche alla Biennale successiva, quella del 1940, con una serie di oggetti soffiati dalle forme naturalistiche che colpiscono per la loro leggerezza estrema e il forte impatto poetico, testimoniando la continua ricerca di equilibrio tra natura, forma e trasparenza. 

Nel frattempo, intorno al 1930, entrano a far parte della produzione anche vetri meno eterei e più materici, come i pulegosi, gli incamiciati e le paste vitree mentre, parallelamente, torna a intensificarsi la sperimentazione sul tema della murrina, che evolve oltre la consueta ricerca di ordine e simmetria. Tra i risultati più originali si distinguono i Mutras e i Marmorini, nuove tipologie che rompono volutamente con la composizione tradizionale per esplorare effetti scultorei, accostamenti irregolari e stratificazioni cromatiche di forte impatto visivo.

Negli anni del dopoguerra, con la direzione artistica di Ermanno Toso, la vetreria rinnova la tecnica della murrina in chiave moderna, creando opere di grande forza espressiva. Accanto a lui, Pollio Perelda, con il suo linguaggio pittorico, e Rosanna Toso, unica donna in ruoli dirigenziali nella storia della ditta, firmano pezzi eleganti e contemporanei, capaci di interpretare anche il minimalismo degli anni Settanta.

A partire dagli anni Sessanta, con Giusto e Renato Toso, la produzione si apre al design per l’arredo e l’illuminazione, con largo impiego di vetro cristallo e monocromatico, trasformando gli oggetti in vere e proprie sculture di luce.

Questa mostra si inserisce all’interno di un programma scientifico dedicato allo studio e alla valorizzazione delle principali dinastie muranesi del vetro. Attraverso una lettura storico-critica dei patrimoni materiali e immateriali conservati, il museo intende restituire la complessità culturale e produttiva di realtà che hanno segnato profondamente l’identità di Murano. La Fratelli Toso è un caso emblematico: una manifattura che, nel corso di oltre un secolo e mezzo, ha saputo coniugare innovazione tecnica, progettualità formale e continuità familiare, contribuendo in modo significativo alla storia del vetro contemporaneo Chiara Squarcina, Direttrice Scientifica di Fondazione Musei Civici di Venezia e responsabile del Museo del Vetro di Murano.  


Informazioni utili 
Museo del Vetro 
Fondamenta Giustinian 8, 
30121 Murano

Aperto tutti i giorni, dalle 10.00 alle 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00)
SPECIALI APERTURE SERALI: fino al 30 settembre 2025, ogni venerdì e sabato apertura fino alle 20.00 (ultimo ingresso ore 19.00)

Informazioni per la stampa
Fondazione Musei Civici di Venezia
Chiara Vedovetto
con Alessandra Abbate
press@fmcvenezia.it
www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa
 
Con il supporto di
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Roberta Barbaro roberta@studioesseci.net
Simone Raddi simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 

Goffredo Fofi, ha intrecciato pensiero e azione, sempre dalla parte degli ultimi

Con la scomparsa di Goffredo Fofi si chiude una delle pagine più vitali e combattive della cultura italiana del secondo dopoguerra. Intellettuale irregolare, pedagogo militante, critico appassionato e creatore instancabile di riviste, Fofi ha attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana intrecciando pensiero e azione, sempre dalla parte degli ultimi. La sua è stata una voce fuori dal coro, capace di unire rigore morale, curiosità intellettuale e impegno civile in una forma rara di coerenza e generosità.

Son nato scemo e morirò cretino. Scritti 1956-2021
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Dalle baraccopoli siciliane alla Torino industriale del boom economico, dal fervore del Sessantotto alla disillusione degli anni Ottanta, fino alle battaglie sociali degli anni Novanta, Goffredo Fofi ha attraversato decenni cruciali del Novecento e ha continuato a interrogare il presente nel nuovo millennio, con uno sguardo limpido e un impegno costante. Instancabile promotore di riviste, autore prolifico, iniziatore di progetti culturali, scopritore di talenti, critico senza timori reverenziali, è stato una fonte inesausta di idee e di confronti, capace di mettere in discussione anche sé stesso. Questa raccolta di scritti, riorganizzata con coerenza e profondità, ripercorre la traiettoria di un intellettuale autentico, dal dialogo serrato con grandi figure del Novecento – come Fellini, Bene, Morante, Calvino – alla riscoperta di voci trascurate, fino all’analisi acuta della cultura popolare più viva, spesso colta ben prima che lo facesse il mondo accademico.

Con la morte di Goffredo Fofi, scomparso l’11 luglio 2025 all’età di 88 anni, si chiude davvero un’epoca. Non è un’espressione di circostanza. Con lui scompare uno degli ultimi grandi intellettuali italiani che abbiano saputo coniugare militanza culturale, impegno sociale e spirito critico in modo radicale, scomodo, ma sempre coerente. Fofi non è stato solo critico cinematografico o animatore di riviste, ma una figura-mondo, un testimone attivo dei fermenti, delle contraddizioni e delle delusioni del dopoguerra italiano. Ha attraversato decenni di battaglie culturali con l’ostinazione del pedagogo popolare, sempre dalla parte degli ultimi, degli emarginati, dei non ascoltati. Un uomo di passioni forti, amicizie sincere, entusiasmi contagiosi e rabbie mai del tutto pacificate.

Un’infanzia tra guerra e cinema

Goffredo Fofi nasce a Gubbio il 13 aprile 1937, ma viene registrato all’anagrafe due giorni dopo, il 15. I genitori sono contadini e artigiani: il padre, riparatore di biciclette, emigra presto in Francia con la famiglia in cerca di lavoro. È a Parigi che il giovane Goffredo conosce gli orrori della guerra – testimone bambino di una strage nazista – e al tempo stesso si innamora del cinema, passione che lo accompagnerà per tutta la vita.

Questo doppio imprinting – la violenza della storia e la potenza dell’immaginazione – segna profondamente la sua traiettoria. A diciassette anni, dopo il diploma magistrale, parte per la Sicilia, attratto dall’utopia concreta di Danilo Dolci, il “Gandhi italiano”. A Partinico, nel cuore della Sicilia contadina e mafiosa, partecipa agli “scioperi alla rovescia” con i disoccupati, finendo con l’essere espulso con un “foglio di via”. Quella stagione di lotta segnerà l’inizio di un lungo cammino tra le periferie d’Italia.

L’impegno radicale: tra i poveri, i matti, gli esclusi

Fofi si immerge in un’attività sociale intensissima: lavora in Calabria con i bambini negli ospizi e negli ospedali psichiatrici, dove si trova a dover accompagnare un piccolo paziente a un elettrochoc, esperienza che lo segnerà profondamente. Si trasferisce poi a Roma, entra in contatto con figure fondamentali dell’intellettualità critica del tempo: da Aldo Capitini a Ernesto De Martino, da Norberto Bobbio a Manlio Rossi-Doria. L’incontro più folgorante sarà forse quello con Elsa Morante, che considerava la sua “rabdomante zingaresca”, e con la sua cerchia di giovani amici.

Negli anni successivi, si sposta a Napoli e contribuisce all’attività della Mensa dei bambini proletari. La sua militanza è tutta sul campo, mai solo teorica. Lavora con immigrati, malati, carcerati, rom e disabili. Dove c’è un margine, lì c’è Fofi. E non come osservatore esterno, ma come parte attiva. Il suo metodo è quello della presenza, dell’ascolto, dell’intervento diretto.

Le riviste: luoghi di pensiero e contaminazione

Ma Fofi è anche e soprattutto un creatore di riviste. Dopo l’esperienza fondativa dei «Quaderni piacentini» negli anni Sessanta, autentico laboratorio della sinistra intellettuale indipendente, ne seguiranno altre, ciascuna con una propria identità ma unite da un medesimo spirito aperto e antidogmatico: «Ombre rosse», «Linea d’ombra», «La terra vista dalla luna», «Lo straniero», «Gli asini». Queste riviste non erano solo strumenti editoriali: erano comunità mobili, spazi di incontro e confronto, crocevia tra vecchie e nuove generazioni, tra politica e cultura, tra teoria e pratica.

Nel 2001, quando «Lo straniero» diventa un mensile, Fofi sintetizza così il senso del suo lavoro: ritrovarsi a discutere con insegnanti, scrittori, operatori del terzo settore, cineasti, fumettisti, anche in disaccordo, perché la curiosità è una forma di speranza, nonostante le delusioni. Una delle più grandi, confessò, fu la mancata saldatura tra le energie della cultura libera di sinistra e una forza politica capace di cambiare le cose davvero, negli anni Novanta.

Un mondo controcorrente

Fofi è stato sempre un intellettuale controcorrente. Ammiratore di Camus e Orwell, di Silone, Carlo Levi, Adriano Olivetti e dei teologi “disobbedienti”, ha incarnato un pensiero libertario e un’etica dell’impegno fortemente radicata nella realtà concreta. Si opponeva all’ideologia del progresso cieco e al consumismo, come pure a ogni forma di omologazione. Non mancavano in lui tratti pasoliniani, sebbene con molti dubbi verso l’antimodernismo di Pasolini stesso. Criticava la cultura “come oppio dei popoli”, denunciava il degrado intellettuale come una forma di stupidità organizzata, senza indulgere mai nel cinismo.

I suoi scritti lo dimostrano: da Zone grigie a Non mangio niente che abbia gli occhi (sintesi della sua etica vegetariana), fino a Sono nato scemo e morirò cretino, antologia di articoli che avrebbe voluto come ironico titolo per la sua autobiografia mai scritta. La sua voce ha trovato spazio nelle pagine de l’Unità, del manifesto, del Sole 24 Ore, di Internazionale, Avvenire, Panorama, a dimostrazione di una capacità di dialogo trasversale, senza perdere mai il rigore delle proprie convinzioni.

Il maestro di molti

Accanto alla critica e all’intervento, Fofi è stato anche un talent scout instancabile. Ha scoperto e sostenuto autori oggi centrali nella letteratura italiana, da Alessandro Leogrande a Niccolò Ammaniti, da Elena Ferrante a Giuseppe Genna, da Benni a Lagioia, da Atzeni a Ermanno Rea. Ha scritto con entusiasmo precoce su Vinicio Capossela, ha sostenuto i film di Ciprì e Maresco, ha promosso il lavoro teatrale di Emma Dante e quello cinematografico di Alice Rohrwacher. Era capace di scovare voci e volti fuori dai radar, con l’occhio attento del pedagogo e il gusto del rabdomante.

Il suo lavoro editoriale è stato altrettanto influente: per decenni consulente di case editrici, ha introdotto in Italia autori francesi, nordamericani e latinoamericani poco conosciuti. È rimasta celebre la bocciatura, da parte della casa editrice Einaudi, della sua Inchiesta sugli immigrati meridionali a Torino (1962), che provocò una rottura interna e fu poi pubblicata da Feltrinelli.

L’eredità di un uomo “ostinato e geniale”

Come scrisse Sandro Ferri, editore di e/o, all’indomani della sua morte, Fofi è stato “ostinato e geniale”, capace di creare luoghi di confronto veri, di tenere insieme il pensiero critico e l’impegno concreto. Ha attraversato il secondo dopoguerra italiano come protagonista di un’intellettualità viva, mobile, irregolare, che non ha mai accettato compromessi con il potere, né si è lasciata sedurre dalla fama.

Amava la solidarietà come forma di rivolta. Credeva che la cultura dovesse servire a trasformare la realtà, non a celebrarla. Ha speso la sua vita accanto agli esclusi, non per carità, ma per giustizia. E proprio per questo lascia un vuoto difficilmente colmabile in un tempo che sembra aver smarrito il senso dell’impegno e della responsabilità. La sua voce, ruvida e limpida, continua a interrogarci. E a ricordarci che pensare, per davvero, è un atto di rivolta.