Giorgio Armani, lo stilista che ha definito l’eleganza moderna con sobrietà, rigore e visione

Giorgio Armani in una foto di Giuliano De Rosa (link a www.townandcountrymag.com)

Si è spento a Milano all’età di 91 anni Giorgio Armani, il grande stilista che ha ridefinito l’eleganza contemporanea e reso Milano capitale della moda. Instancabile fino all’ultimo, ha lavorato alla collezione dei 50 anni e lasciato un’eredità culturale e imprenditoriale che andrà oltre la moda.

Questo è l’annuncio ufficiale del Gruppo Armani

Milano, 4 settembre 2025 – Con infinito dolore, il Gruppo Armani annuncia la scomparsa del suo creatore, fondatore e instancabile motore: Giorgio Armani.
Il Signor Armani, come è sempre stato chiamato con rispetto e ammirazione da dipendenti e collaboratori, si è spento serenamente, circondato dai suoi cari. Instancabile fino alla fine, ha lavorato fino agli ultimi giorni, dedicandosi all’azienda, alle collezioni e ai numerosi progetti in corso e futuri.
Nel corso degli anni, Giorgio Armani ha elaborato una visione che dalla moda si è estesa a ogni aspetto della vita, anticipando i tempi con straordinaria chiarezza e pragmatismo. È stato guidato da una curiosità instancabile e da una profonda attenzione al presente e alle persone. Lungo questo percorso, ha instaurato un dialogo aperto con il pubblico, diventando una figura amata e rispettata per la sua capacità di entrare in contatto con tutti. Sempre attento alle esigenze della comunità, è stato attivo su molti fronti, soprattutto a sostegno della sua amata Milano.
Giorgio Armani è un’azienda con cinquant’anni di storia, costruita con emozione e pazienza. Giorgio Armani ha sempre fatto dell’indipendenza – di pensiero e di azione – il suo tratto distintivo. L’azienda è, ora e sempre, un riflesso di questo spirito. La sua famiglia e i suoi dipendenti porteranno avanti il ​​Gruppo nel rispetto e nella continuità di questi valori.

Con profonda emozione, il Gruppo Armani ha annunciato la scomparsa del suo fondatore: “Il Signor Armani… ci ha lasciati serenamente, circondato dall’affetto delle persone care. Instancabile fino all’ultimo, ha continuato a dedicarsi all’azienda, alle collezioni e ai nuovi progetti.”

Un tecnico della raffinatezza

Nato l’11 luglio 1934 a Piacenza, Armani studiò brevemente medicina all’Università di Milano prima di iniziare la sua carriera nel mondo della moda come vetrinista alla Rinascente nel 1957, e poi come collaboratore per la casa di moda Nino Cerruti (UNHCR). Nel 1975, affiancato da Sergio Galeotti (compagno di lavoro e di vita, scomparso nel 1985) fondò l’omonima maison nel cuore di Milano.

Rivoluzionando il vestire

Armani rivoluzionò l’abbigliamento con giacche destrutturate, linee morbide e tonalità neutre, introducendo uno stile che è diventato riferimento universale, tanto nel rigido contesto professionale quanto nel glamour delle star hollywoodiane. Il celebre “power suit” femminile degli anni Ottanta lo consacrò come creatore di icone (The Telegraph).

Alla moda, Armani affiancò un impero variegato: prêt‑à‑porter, occhiali, profumi, cosmetici, mobili, dolci, fiori, hotel, ristoranti e club esclusivi. Tra le sue iniziative di sostenibilità, fu il primo a trasmettere in streaming una sfilata di alta moda, nel 2007, e si batteva per un’industria responsabile e inclusiva (Legacy.com).

Gli ultimi mesi, tra impegno e serenità

Nei giorni precedenti la morte, Armani aveva personalmente supervisionato gli abiti della collezione celebrativa per i 50 anni della maison, destinata alla prossima Milano Fashion Week (companieshistory.com, Town & Country). Pochi giorni prima aveva acquisito «La Capannina», simbolico ritorno alle origini e gesto carico di affetto. Purtroppo, un malore improvviso ha preceduto gli eventi finali (The Economic Times).

Secondo fonti recenti, Armani aveva predisposto un assetto ereditario solido, basato su una fondazione e la nomina di successori quali Leo Dell’Orco e la nipote Silvana, affinché lo spirito dell’impresa continui senza compromessi (AP News).

Un’eredità che va oltre la moda

Oltre al valore commerciale, Armani ha lasciato un’eredità culturale: si stima un patrimonio personale di oltre 12 miliardi di dollari, frutto di una vita dedicata alla bellezza, al distacco dalla spettacolarizzazione e all’innovazione discreta. Celebrità, istituzioni e colleghi hanno ricordato l’uomo che ha reso Milano la capitale globale del buon gusto (The Sun).


Trieste: sede di uno tra i più grandi Festival europei di musica

Trieste si prepara ad accogliere nuovamente le note del “Festival di Trieste – Il Faro della Musica”, che dal 5 al 14 settembre 2025 tornerà per la sua terza edizione nell’ambito di Trieste Estate con un programma tra tradizione e innovazione pensato per stupire. 

La Società dei Concerti Trieste
 terza edizione del
Festival di Trieste
Il Faro della Musica 

Dal 5 al 14 settembre 2025
Trieste è sede di
uno tra i più GRANDI festival europei di musica con un ricco programma tra 
Tradizione e Innovazione

Ideato e organizzato dalla Società dei Concerti Trieste, con la co-organizzazione del Comune di Trieste nell’ambito di Trieste Estate 2025 e la collaborazione della Fondazione Teatro Lirico G. Verdi di Trieste, del Conservatorio G. Tartini di Trieste e della Scuola di Musica 55 – Casa della Musica, il Festival di Trieste – Il Faro della Musica promette dieci giorni di indimenticabili eventi musicali tra tradizione e innovazione. 

L’iniziativa, resa possibile grazie al contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale dello Spettacolo, della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Comune di Trieste, del main sponsor Generali Italia SpA – Valore Cultura, dello sponsor CiviBank SpA – Gruppo Sparkasse, della Fondazione CRTrieste e delle Fondazioni Benefiche Casali ETS nonché di mecenati Artbonus  è statapresentata oggi, martedì 1° luglio, presso la Sala conferenze del Civico Museo di Arte Orientale nel corso di una conferenza stampa  introdotta dall’Assessore alle Politiche della Cultura e del Turismo, Giorgio Rossi alla presenza del Presidente, Piero Lugnani e del Direttore artistico della Società dei Concerti TriesteMarco Seco.

Anche quest’anno, il prestigioso festival trasformerà Trieste, crocevia di genti e culture, con i suoi meravigliosi teatri, edifici, piazze e paesaggi unici al mondo, in un palcoscenico anche a cielo aperto. Artisti di fama mondiale e eventi incomparabili racconteranno e faranno vivere la città attraverso l’emozione della musica.

La terza edizione si contraddistingue per un focus speciale chiamato “Nuovi Orizzonti” sulle sorprendenti esperienze di ascolto che possono nascere dal connubio tra musica e intelligenza artificiale econcerti che esplorano la musica elettronica e live visuals. Inoltre, una parte del repertorio in programma sarà una dedica speciale ai 200 anni dalla nascita di Johann Strauss, per celebrare il genio del valzer, e ai 150 anni di Maurice Ravel, il compositore francese rivoluzionario e “virtuoso della forma”. Non mancheranno spettacoli pensati per la famiglia e il ritorno del Festival nel Festival con l’Hausmusik nelle dimore private e nelle sedi più rappresentative della città. 

«Il Festival di Trieste – spiega il Direttore artistico, M° Marco Seco – si propone ancora una volta di esplorare le infinite sfumature della musica, creando ponti tra tradizione e futuro, e offrendo al pubblico occasioni uniche per vivere la musica in contesti sempre nuovi e suggestivi. L’omaggio a Strauss e a Ravel e il coinvolgimento durante l’esecuzione dell’intelligenza artificiale sono solo alcune delle novità che renderanno questa edizione davvero speciale».

Il programma si aprirà venerdì 5 settembre 2025 con l’inaugurazione istituzionale del Festival nella Sala del Consiglio Comunale di Trieste – evento anche in diretta streaming – dove alle 18.30 si esibirà Giulia Rimonda, giovanissima e già direttrice artistica della sezione giovani del Viotti Festival di Vercelli, al violino in un programma che spazia dalle musiche di Bach a quelle di Ysaye e Kreisler.  Il giorno seguente, sabato 6 settembre, l’atmosfera si farà festosa e danzante con il Gran Ballo di Gala Straussiano, un omaggio al 200° anniversario della nascita di Johann Strauss che animerà il Ridotto del Teatro Verdi di Trieste. L’Imperial Orchestra di Vienna, guidata dal maestro di cerimonia Alessio Colautti, promette una serata indimenticabile, tra valzer e polke che riporteranno in vita lo sfarzo dell’epoca.

Il festival inaugura ufficialmente con un’anteprima assoluta per un festival di musica, un appuntamento innovativo per la sezione “Nuovi Orizzonti” al Generali Convention Center di Trieste domenica 7 settembre 2025, alle 20.30. Protagonisti della serata il più grande violinista dei nostri tempi,  Maxim Vengerov insieme a Polina Osetinskaya al pianoforte con il loro “Tour Live Music. Living films”, in collaborazione con OOVIE Studios. L’interpretazione della Tzigane di Ravel prenderà vita sui maxi schermi del più grande centro congressi del Friuli Venezia Giulia attraverso un film straordinario, realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale. Grazie a un innovativo processo di sincronizzazione, l’opera visiva si adatta in tempo reale all’esecuzione del musicista, trasformandosi ogni volta in un’esperienza unica e irripetibile. L’evento sarà presentato in anteprima assoluta alla Biennale del Cinema di Venezia, pochi giorni prima della tappa triestina.

Lunedì 8 settembre 2025 alle 20.30, il giardino del Civico Museo Sartorio ospiterà sempre per la sezione “Nuovi Orizzonti” l’evento “Traces – The No Way Experience”, che vedrà Riccardo Acciarino al clarinetto e Pietro Dossena al sintetizzatore modulare e live visuals, creare un’esperienza sonora e visiva davvero innovativa. In caso di pioggia, il concerto si terrà nella Sala Lelio Luttazzi del Magazzino 26 al Porto Vecchio.

Martedì 9 settembre, il Teatro Verdi tornerà a essere il fulcro della programmazione serale. Dopo l’incontro con gli artisti, alle 20:30, sarà la volta di Francesco Corti, direttore musicale del Teatro di Corte di Drottingholm, residenza estiva dei reali di Svezia, al clavicembalo e dell’Ensemble Il Pomo d’Oro, ensemble di altissimo livello nel campo delle performance storicamente informate, che ci guideranno in un viaggio affascinante attraverso le composizioni di Johann Sebastian Bach e Carl Philipp Emanuel Bach, promettendo un’esecuzione al top che metterà in risalto la ricchezza di un repertorio davvero affascinante, quello barocco.

Il Festival di Trieste propone anche quest’anno la sezione “Festival in Città” con i concerti nelle dimore private dei triestini nella tradizione della Hausmusik e in alcuni dei luoghi più significativi della vita cittadina come l’Auditorium della sede della RAI regionale per il FVG, il Conservatorio G. Tartini che sarà collegato a Brno tramite il progetto Lola per celebrare insieme Strauss con i suoi valzer.

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Mercoledì 10 settembre dalle ore 17 il festival si diffonderà nella varie sedi con concerti realizzati in collaborazione con il Conservatorio Tartini di Trieste e la giornata si concluderà all’Antico Caffè San Marco, alle 20.30 con la nota cantante delle Babettes in versione band: l’Eleonora Lana Quintet e il loro “Once Upon a Waltz”, un viaggio musicale che toccherà Johann Strauss, Frederic Chopin, Bill Evans, Bobby Mc Ferrin e Tom Jobim. 

Giovedì 11 settembre 2025, al Teatro Verdi si terrà, alle 19.30, il concerto con Vadym Kholodenko al pianoforte, Hartmut Haenchen alla direzione e l’Orchestra della Fondazione Teatro Lirico G. Verdi di Trieste. In programma tutto Brahms. Il noto direttore guiderà l’orchestra del Verdi nel secondo concerto e nella quarta sinfonia del compositore di Amburgo.

“Nuovi Orizzonti” tornerà venerdì 12 settembre 2025 alle 20.30 al giardino del Civico Museo Sartorio con un’esibizione di Kety Fusco all’arpa… elettronica! La musicista è nota per aver portato alla ribalta il suono trasfigurato dello strumento, avventurandosi ben oltre la sua dimensione tradizionale. La giovane regina dell’arpa elettrica, come l’ha definita Swiss Live Talents CH, Kety Fusco è l’artista emergente tra le più originali e interessanti del panorama svizzero ed europeo di oggi. L’arpista ticinese ha recentemente accompagnato Joan Thiele e Frah Quintale nella serata dedicata alle cover durante l’ultima edizione di Sanremo.

Il fine settimana si aprirà sabato 13 settembre 2025 alle 20.30 con “Vivaldi e Goldoni” alla Sala Lelio Luttazzi Magazzino 26 Porto Vecchio-Porto Vivo, uno spettacolo che vedrà Lorenzo Acquaviva voce recitante, il M° Marco Seco al clavicembalo e il Quartetto New Era. Un omaggio ad Elsa Fonda recentemente scomparsa, un connubio affascinante tra musica e parola che affiancherà a Vivaldi un altro genio del Settecento veneziano: Carlo Goldoni, l’illustre drammaturgo.

Il Festival si chiuderà in grande stile domenica 14 settembre 2025 al Teatro Lirico G. Verdi: alle 19.30, Jan Lisiecki al pianoforte e Luka Hauser alla direzione guideranno l’Orchestra della Fondazione Teatro Lirico G. Verdi di Trieste in un programma con tre capolavori di Ludwig van Beethoven: Ouverture da Coriolan-musiche di scena,  il Concerto n. 5 “Imperatore”, un’opera grandiosa che mette in relazione solista e orchestra  in un dialogo vibrante e coinvolgente, e la magistrale Sinfonia n. 5

Ogni sera prima dei concerti che si terranno al Teatro Verdi, sarà possibile partecipare alle “Note d’artista”, incontri che si terranno un’ora e mezza prima con gli ospiti del festival al Ridotto del Teatro Verdi di Trieste introdotti dal direttore artistico della Società dei Concerti Trieste, il M° Marco Seco. 

La musica si rivolgerà anche ai più piccoli con due appuntamenti ideati da Vincenzo Stera, attività pensate per avvicinare i bambini al mondo della musica in modo ludico e coinvolgente, che si terranno alla Casa della Musica 55.

Lunedì 8 settembre, alle 16.30, appuntamento con “Zoo Party” in cui Stera, autore dei testi e delle musiche (composte assieme a Daniele Dibiaggio), dà voce ai protagonisti della storia dell’omonimo libro, accompagnato dalle illustrazioni di Fabio Magnasciutti. Sul palco, insieme agli autori, anche Clara Di Giusto al violoncello e Gabriele Centis alla batteria. Questo concerto, reso speciale dalla fantastica band che il gabbiano sognatore ha riunito, è una vera e propria Festa della Musica che rivela attenzione ai temi della diversità, dell’accoglienza e dell’inclusione.

Mercoledì 10 settembre, alle 16.30, debutta in prima esecuzione assoluta il suo nuovo progetto musicale “Sol Nascente – La musica e le storie della natura“, un’opera originale sviluppata assieme a Daniele Dibiaggio – coautore delle musiche e curatore della produzione dell’omonimo album – con la preziosa partecipazione di Clara Di Giusto al violoncello e Dario Savron alle percussioni. Un concerto pensato per incantare i bambini, ma capace di parlare anche al pubblico adulto grazie alla forza evocativa della narrazione e alla ricchezza espressiva della musica.

«Sono entusiasta di presentare – ha dichiarato il Presidente della Società dei Concerti Trieste, l’avv. Piero Lugnani – la terza edizione del “Festival di Trieste – Il Faro della Musica” che anno per anno cresce e percorre strade sempre nuove per la divulgazione della cultura musicale. Tradizione e innovazione sono i binari di questa edizione che offre, in una città votata alla cultura e alla scienza come Trieste, un nuovo spazio di fruizione della musica per un’occasione davvero unica: l’Auditorium Generali del Generali Convention Center in cui la Società dei Concerti di Trieste farà il suo primo incontro con l’Intelligenza Artificiale al servizio della Musica.»

Il “Festival di Trieste – Il Faro della Musica” si conferma così un appuntamento imperdibile per gli amanti della musica e un’occasione unica per scoprire o riscoprire Trieste sotto una luce nuova, quella delle sue melodie di ieri, oggi e del futuro.

Le informazioni su biglietteria, acquisto e riduzioni saranno indicate in dettaglio, per ciascun concerto, sul sito del festival https://www.societadeiconcerti.it/fest25 .

Durante il festival la sede in Piazza Unità d’Italia della CiviBank SpA – Gruppo Sparkasse, sponsor da quest’anno del festival, diverrà Infopoint e Biglietteria. I biglietti si potranno acquistare anche sui circuiti Vivaticket, Ticket Point, nella sede della Società dei Concerti Trieste e prima dell’inizio dello spettacolo nel suo luogo di svolgimento. 

Per informazioni/appuntamenti: tel. +39040362408, info@societadeiconcerti.net.

Il Festival di Trieste-Il Faro della Musica con i suoi appuntamenti di settembre anticipa l’offerta musicale della Società dei Concerti, ovvero la sua Stagione concertistica che quest’anno raggiungerà quota 94 edizioni.

Il Festival di Trieste – Il Faro della Musica è organizzato dalla Società dei Concerti Trieste in co-organizzazione con il Comune di Trieste nell’ambito di Trieste Estate 2025, la collaborazione della Fondazione Teatro Lirico G. Verdi di Trieste, del Conservatorio G. Tartini di Trieste, della Scuola di Musica 55 – Casa della Musica ed è realizzato grazie al contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale dello Spettacolo, della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Comune di Trieste, del main sponsor Generali con il progetto “Valore Cultura”, dello sponsor CiviBank SpA – Gruppo Sparkasse, della Fondazione CRTrieste e delle Fondazioni Benefiche Casali ETS nonché di mecenati Artbonus.


Ufficio Stampa
Daniela Sartogo
Da Daniela Sartogo <daniela.sartogo@gmail.com> 

L’idea alla base va bel oltre il semplice festival musicale

L’edizione 2025 del festival Forma e Poesia nel Jazz si annuncia dilatata nel tempo (dal 12 settembre al 31 ottobre) e nello spazio (col suo ‘flusso urbano’ che distribuisce concerti, incontri, proiezioni, masterclass, degustazioni nei luoghi più rappresentativi della città, dal centro alla periferia). Un festival ‘multipiano’: la sezione principale esplora il jazz italiano in maniera trasversale, affiancando i nomi più illustri ai giovani ancora tutti da scoprire e agli artisti del territorio (dal 18 al 22 settembre con, tra gli altri, Danilo ReaSimona MolinariChiara Civello); il prologo esplora i rapporti tra cinema e jazz, sia dal vivo che su pellicola (dal 12 al 14 settembre con anche la presenza di Remo Anzovino); l’epilogo, tra settembre e ottobre, aggiunge alcune perle all’enciclopedica esplorazione del jazz nazionale (come Luca Mannutza e Francesco Turrisi, uno dei pochissimi italiani ad aver vinto un Grammy Award).

Forma e Poesia nel Jazz
XXVIII Edizione
12 settembre – 31 ottobre 2025
Cagliari

L’idea alla base di Forma e Poesia nel Jazz va bel oltre il semplice festival musicale: la manifestazione si pone come laboratorio culturale, luogo d’incontro tra generazioni, linguaggi artistici e comunità. La parte principale del festival si svolgerà, non a caso, durante la settimana della mobilità sostenibile: tema da lungo tempo al centro dei contenuti del festival, con i suoi trekking urbani, i concerti all’alba e al tramonto in luoghi di notevole valore paesaggistico, la pedalata jazz, il jazz in metrò, i momenti d’inclusione.

Giunto alla ventottesima edizione, con la direzione artistica di Nicola Spiga, il festival si conferma come una delle rassegne più longeve e significative del panorama musicale isolano.

Un prologo cine-jazz

La fase di riscaldamento del festival inizierà con due proiezioni cinematografiche a Sa Manifattura in collaborazione col Cinema Odissea nell’ambito della rassegna Nottetempo. Il 12 settembre si vedrà “Stolen Moments“di Stefano Landini mentre il 13 sullo schermo passerà “La cantina, altri appunti sul jazz” di Stefano Landini e Andrea Polinelli, con la presenza in sala di Polinelli e del produttore Roberto Gambacorta. Entrambe le proiezioni saranno precedute da un aperitivo di benvenuto con intrattenimento musicale del Duo Gipsy.

Il 14 settembre, Remo Anzovino, pianista e compositore particolarmente noto per le sue musiche per cinema e teatro, anche in chiave jazz, si esibirà in piano solo al tramonto nella necropoli punica di Tuvixeddu, la più vasta di tutto il bacino del Mediterraneo, un sito di enorme importanza archeologica da cui si ha una visuale su tutta Cagliari. Il solo di Anzovino ripercorre la sua lunga carriera all’insegna della fusione tra musica, cinema e arti performative. Le parole d’ordine del festival, musica, ambiente, storia, archeologia, sostenibilità, si trovano riassunte questo concerto ambientato in uno dei luoghi simbolo della Sardegna.

Un festival itinerante

La parte centrale del festival si aprirà, il 18 settembre, con una serata all’EXMA in collaborazione con Radio X in cui il palcoscenico sarà lasciato ad artisti locali: una lunga e festiva maratona con il trio Tajazz, il quartetto Grasa de pollo e gli Space Germs.

Il 19 settembre ci si sposta a Il Lazzaretto per una serata dedicata alle giovani promesse del jazz, con talenti emergenti che hanno già fatto parlare di sé a livello nazionale e internazionale. Matteo Paggi è il vincitore del Top Jazz 2024 come Miglior nuovo talento: il trombonista marchigiano si presenta con il suo quintetto “Giraffe”, band che crea una cornice jazz per accogliere influenze dal rock e la musica melodica, producendo risultati di notevole drammaturgia sonora e ritmica. A seguire Daniele Gottardo, eclettico musicista segnalato da Steve Vai come uno dei più brillanti talenti della chitarra elettrica moderna: col suo trio propone un jazz-rock dalle venature sperimentali.

Il 20 settembre ci si trasferisce a teatro: l’Auditorium del Conservatorio ospiterà prima il quartetto di Alessandro Di Liberto, pianista cagliaritano che con il suo progetto “Punti di Vista” si immerge nel paesaggio isolano attraverso sonorità non convenzionali che evitano i facili folklorismi. La serata sarà completata dall’esibizione di un pianista simbolo del jazz (ma anche del pop) italiano, Danilo Rea, che offrirà un omaggio poetico e visionario all’universo musicale di Ryūichi Sakamoto. Ad amplificare l’onda emotiva di queste riletture interverrà l’elettronica dello special guest Martux_m.

Doppio set anche il 21 settembre sempre all’Auditorium del Conservatorio. Si inizia con la vocalist Vanessa Bissiri, che proporrà una versione cameristica del suo progetto “Empatica”, in duo con il chitarrista Carlo Doneddu. Un’altra fascinosa voce femminile è quella di Simona Molinari, che coronerà la serata con il suo spettacolo “La donna è mobile”,che celebra la forza, la versatilità e la libertà espressiva delle donne. Un omaggio potente e poetico alle donne che hanno osato, aperto strade e reso possibile il canto libero di oggi. Accanto alla celebre cantautrice ci sarà una band tutta al femminile.

Nuovo cambio di scena il 22 settembre: l’ultima serata della parte centrale del festival si terrà al Teatro Massimo e sarà aperta dal pianista Marco Morandini: giovane talento cagliaritano il cui trio si muove nel massimo rispetto dei canoni jazzistici di questo format. Apice della serata sarà l’esibizione della cantante Chiara Civello, col suo progetto in trio “Acustica”: una musica diafana, caratterizzata dalle sonorità cameristiche di un trio con chitarra e violoncello con delicate incursioni dell’elettronica. La canzone incontra l’improvvisazione.

Due degli artisti principali del festival, Danilo Rea e Simona Molinari, saranno anche impegnati come docenti di masterclass gratuite riservate agli studenti del conservatorio (20 settembre, Conservatorio “G. P. da Palestrina”).

Epilogo e altri eventi tra musica, movimento, natura, sostenibilità

Forma e Poesia nel Jazz 2025 continuerà, tra la fine di settembre e ottobre con altri appuntamenti dalla spiccata caratterizzazione.

Numerosi saranno gli esempi di integrazione tra musica jazz e tematiche ambientali. Dove arriva la musica di Forma e Poesia nel Jazz quest’anno arriva anche l’arte contemporanea, nella sua forma più sostenibile, quella dedita all’arte del riuso, della rivalutazione in forma artistica di materiali e oggetti destinati a diventare rifiuti, simbolo del soffocamento delle terre e delle acque del nostro pianeta. Dal 12 al 22 settembre, Matteo Ambu, affermato artista sardo, propone, con la curatela di Ivana Salis, un percorso visivo che unisce gli spazi in cui si realizzano i concerti e le attività del festival.

La sensibilizzazione alla mobilità sostenibile è al centro della pedalata in musica itinerante per le vie della città del 18 settembre (con arrivo all’EXMA in concomitanza col concerto serale) come anche di Jazz in metrò (19 settembre).

Il 20 settembre torna il consueto trekking con arrivo alla Sella del Diavolo, promontorio simbolo di Cagliari. L’escursione, a cura di Stefania Contini, prevede anche l’esibizione del Duo Gipsy in uno dei luoghi più suggestivi del territorio.

La mattina del 28 settembre, Stefania Contini, esperta guida escursionista, traccerà la strada per una passeggiata ecologica nel territorio di San Pietro Paradiso. Durante la mattinata l’archeologa Patrizia Zuncheddu curerà la visita alla Tomba dei Giganti Sa Domu e S’Orku, seguita da un concerto del trio di Gavino Murgia e da una degustazione di prodotti del territorio a cura della Pro Loco di Quartucciu.

Il pomeriggio dello stesso giorno, nell’ambito delle Giornate europee del patrimonio, aVilla Binaghi il polistrumentista Nicola Agus darà vita a un concerto-laboratorio utilizzando 80 strumenti, molti dei quali autocostruiti con materiali riciclati. Con il suo progetto “Ombre di plastica” Agus diffonde un messaggio di sensibilizzazione ambientale attraverso la musica.

La musica live tornerà protagonista in due appuntamenti nel mese di ottobre. Il 18 il Teatro Intrepidi Monelli ospiterà il pianista Francesco Turrisi, un “alchimista musicale” che ha raggiunto un traguardo quasi impensabile per un artista italiano: ha vinto il Grammy Award nella categoria Miglior album folk (2022). Il 31 il pianista Luca Mannutza porterà al Bflat il suo nuovo progetto in quintetto.

Il festival Forma e Poesia nel Jazz 2025 è organizzato dalla Cooperativa FPJ con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna (Assessorato all’Istruzione, Spettacolo e Sport, Assessorato dei Beni Culturali, Assessorato del Turismo, Commercio e Artigianato), del Comune di Cagliari (Assessorato alla Cultura), della Fondazione di Sardegna e della Banca di Cagliari.

Partner tecnici: Bflat Festival, Associazione Event’s Partners, MIC –  Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, ARST, Museo del Sassofono di Fiumicino, Conservatorio “G. P. da Palestrina” di Cagliari, ABC Sardegna, Associazione Baetorra, Tourist Smile, Cinema Odissea, FIAB Cagliari, Play Car, Asteras , Cantine Paulis.

Media partner:  Tiscali, Nara Comunicazione e Radio X.
Forma e Poesia nel Jazz aderisce al progetto Jazz Takes the Green e a I-Jazz.



Organizzazione:
FPJ – Forma e Poesia nel Jazz soc. coop.
e-mail: formaepoesianeljazz@gmail.com
www.formaepoesianeljazz.com
www.facebook.com/FormaePoesianelJazz
www.instagram.com/formaepoesianeljazz
 
Prevendite online:
www.boxofficesardegna.it
tel.: 070 657428
 
Biglietti:
12/13 settembre: 3,50 euro
19 settembre: 20 euro + 3 euro prevendita (posto unico)
20/21/22 settembre: 27 euro + 3 euro prevendita (posti numerati)
18 ottobre: 17 euro + 3 euro prevendita
31 ottobre: 15 euro
 
14 settembre: ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria
 
Abbonamento:
75 euro +5 euro prevendita
(concerti del 19-20-21-22 settembre)
 
Tutti gli altri appuntamenti sono a ingresso gratuito
 
Direttore artistico: Nicola Spiga
 
Ufficio stampa nazionale: Daniele Cecchini
e-mail: dancecchini@hotmail.com
 
Ufficio stampa Sardegna: Riccardo Sgualdini
e-mail: tagomago.1@gmail.com
Da Daniele Cecchini <daniele@musicforward.it>

Inge Morath apre la nuova stagione della grande fotografia internazionale a Pordenone 

A Pordenone la nuova stagione della grande fotografia internazionale si apre con un’esposizione inedita sull’autrice Inge Morath.

Questa esposizione rappresenta l’inizio di un percorso espositivo ricco ed articolato, che nei mesi successivi porterà a Pordenone grandi protagonisti della fotografia internazionale, con molte anteprime nazionali. Una nuova stagione dedicata all’esercizio “Del leggere”: l’avvio di un progetto culturale che pone al centro il tema della lettura in tutte le sue declinazioni, rimarcando così il ruolo culturale di Pordenone che negli anni ha costruito una straordinaria offerta culturale di rilievo nazionale.  Un contributo che s’integrerà nel percorso operativo che porterà Pordenone verso il 2027, anno in cui alla città verrà riconosciuto il ruolo di Capitale Italiana della Cultura.

INGE MORATH. Le mie storie
Pordenone, Galleria Harry Bertoia

13 settembre -16 novembre 2025

Promosso dal Comune di Pordenone e organizzato da Suazes.

A partire dal 13 settembre 2025, la città si prepara ad accogliere una nuova ed ambiziosa stagione dedicata alla fotografia d’autore, con un calendario di mostre che porterà in città alcuni tra i nomi più rilevanti del panorama fotografico internazionale. Ad aprire questa nuova proposta, sarà una grande esposizione dedicata a Inge Morath (Graz 1923 – New York 2002), figura centrale del fotogiornalismo del Novecento e prima donna entrata a far parte della celebre agenzia Magnum Photos. Un progetto, promosso dal Comune di Pordenone ed organizzato da Suazes.

In questi anni le occasioni in Italia per approfondire aspetti del suo lavoro diverse, ma la mostra di Pordenone, intitolata “Inge Morath. Le mie storie“, svela ed approfondisce una nuova parte della sua produzione, quella rappresentata dal ritratto con un’attenzione particolare al mondo della letteratura. 

La mostra, che resterà aperta fino al 16 novembre 2025, proporrà un approccio originale e poco esplorato nella produzione della fotografa austriaca, focalizzandosi prevalentemente sulla seconda parte della sua vita, segnata dall’incontro avvenuto nel set del film “The Misfits” di John Houston e dal successivo matrimonio con il drammaturgo Arthur Miller.

Il percorso espositivo raccoglierà circa 110 fotografie e sarà ospitato all’interno degli spazi espositivi di Galleria Harry Bertoia, luogo dove lo scorso si sono tenute le due anteprime nazionali dedicate a Italo Zannier e Bruno Barbey con il progetto “Les Italiens”.

La mostra è promossa dal Comune di Pordenone e organizzata da Suazes in collaborazione con Fotohof. Sarà curata da Brigitte Blüml Kaindl, Kurt Kaindl e Marco Minuz.

Il progetto espositivo gode del sostegno della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e del supporto di Fondazione Pordenonelegge.

La mostra sarà aperta dal 13 settembre al 16 novembre 2025. Gli orari di mostra saranno venerdì dalle 15.00 alle 19.30, il sabato, domenica e festivi dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.30. Prezzi d’ingresso 7 euro intero e 4 ridotto.

In occasione delle giornate di Pordenonelegge la mostra rimarrà aperta da mercoledì 17 a sabato 20 settembre dalle ore 8.30 alle 22.00, mentre domenica 21 settembre dalle 8.30 alle 20.00. Nell’occasione i biglietti d’ingresso saranno 5 euro per gli interi e 4 per i ridotti.

Il programma completo della prossima stagione verrà annunciato nelle prossime settimane.


Ufficio Stampa: Studio ESSECI  Sergio Campagnolo
Rif. Simone Raddi  simone@studioesseci.net  tel. 049 663499
www.studioesseci.net
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Wangechi Mutu alla Galleria Borghese: poesia, mito e metamorfosi

Alla Galleria Borghese di Roma, fino al 14 settembre 2025, è in corso “Poemi della terra nera”, prima mostra italiana di Wangechi Mutu, artista keniota e statunitense. Le sue sculture, installazioni e video dialogano con la classicità della collezione Borghese attraverso sospensioni, metamorfosi e nuove mitologie. Un percorso che trasforma il museo in spazio vivo, dove memoria e immaginazione si intrecciano.

Nairobi, Kenya- Feb. 14, 2023. Wangechi Mutu at her studio in Nairobi, Kenya. Photography by Khadija Farah.
Suspended Playtime attiva il museo con una costellazione di elementi sospesi. 

Fino al 14 settembre 2025, la Galleria Borghese apre le sue sale, la facciata e i Giardini Segreti a un progetto inedito: “Poemi della terra nera”, personale dell’artista keniota e statunitense Wangechi Mutu, a cura di Cloé Perrone. È la prima volta che l’opera di Mutu approda nella storica residenza del cardinale Scipione, e lo fa con un intervento site-specific che sfida la tradizione classica, attraversando sospensioni, forme frammentate e nuove mitologie immaginate.

L’esposizione si inserisce nella linea di ricerca che la Galleria dedica al rapporto tra arte e poesia, già esplorato nella mostra su Giovan Battista Marino. In questo caso, però, il dialogo si estende oltre la parola scritta: Mutu intreccia linguaggi visivi e sonori, immagini e materiali, restituendo al visitatore un’esperienza stratificata che abbraccia tanto la classicità quanto l’urgenza del presente.

La “terra nera”: metafora generativa

Il titolo allude alla duplice pratica dell’artista, sospesa tra poesia e mito, ma sempre radicata nei contesti sociali contemporanei. La “terra nera”, fertile e malleabile come argilla dopo la pioggia, attraversa le geografie reali e immaginate di Mutu, trovando eco nei Giardini Segreti della Galleria Borghese. Da questo suolo simbolico emergono sculture che sembrano plasmate da forze primordiali, capaci di dar vita a storie, memorie e visioni future. È una metafora potente della capacità trasformativa dell’arte, al tempo stesso materiale e immaginifica.

Sculture sospese e nuove prospettive

All’interno del museo, Mutu ricompone lo spazio con leggerezza. Le sue opere non oscurano la collezione Borghese, ma vi si affiancano come presenze eteree: Ndege, Suspended Playtime, First Weeping Head e Second Weeping Head pendono dai soffitti, fluttuano nell’aria o si adagiano su superfici orizzontali, sfidando la logica gravitazionale.
Questa sospensione è anche concettuale: le narrazioni storiche e le gerarchie materiali si spostano, offrendo al visitatore nuove possibilità di percezione. Il museo smette di apparire come contenitore statico e diventa organismo vivo, capace di trasformarsi attraverso perdita, adattamento e metamorfosi.

Materiali ancestrali e metamorfosi

La scelta dei materiali è parte integrante della poetica di Mutu. Bronzo, legno, piume, terra, carta, acqua e cera convivono in un lessico che accosta la durezza dei metalli alla fragilità delle sostanze organiche. Il bronzo, liberato dal suo significato classico, si fa veicolo di memoria collettiva; le componenti organiche introducono fluidità e precarietà in un contesto dominato da marmi e stucchi. Questo ribaltamento anticipa un tema che guiderà anche il programma espositivo della Galleria nel 2026: le metamorfosi.

Tra mito, suono e memoria

All’esterno, la mostra si espande con opere già icone del percorso di Mutu. The Seated I e The Seated IV, create nel 2019 per la facciata del Metropolitan Museum di New York, assumono qui il ruolo di moderne cariatidi, in dialogo con la severità classica della residenza romana. Nei giardini, lavori come Nyoka, Heads in a Basket, Musa e Water Woman evocano vasi archetipici trasformati in corpi ibridi, a metà tra l’umano e il mitologico, radicati nelle tradizioni dell’Africa orientale ma aperti a cosmologie globali.

Il linguaggio si fa anche sonoro: dai ritmi sospesi di Poems for my great Grandmother I al testo inciso di Grains of Words, che rimanda al celebre discorso di Haile Selassie alle Nazioni Unite nel 1963, poi trasposto in musica da Bob Marley in War. Il suono diventa memoria, la parola assume forma scultorea, e la mostra vibra di echi politici e spirituali.

Il dialogo con l’American Academy

Il percorso prosegue all’American Academy in Rome, dove è esposta Shavasana I: una figura in bronzo distesa, coperta da una stuoia di paglia intrecciata. L’opera, ispirata alla posizione yoga della “posa del cadavere” e a un fatto di cronaca, trova eco nelle epigrafi funerarie romane dell’atrio che la ospita. È una riflessione intensa sul rapporto tra morte, dignità e memoria, che amplia ulteriormente il raggio d’azione della mostra.

Un impegno per l’arte contemporanea

Con “Poemi della terra nera”, la Galleria Borghese consolida la sua apertura al contemporaneo, dopo i progetti dedicati a Giuseppe Penone (2023) e Louise Bourgeois (2024). Il museo non rinuncia al suo ruolo di custode del passato, ma lo mette alla prova, lo sfida, lo rinnova con prospettive nuove.

La mostra è resa possibile grazie al sostegno di FENDI, sponsor ufficiale dell’iniziativa, e si presenta come una delle tappe più significative del programma espositivo romano del 2025: un incontro fra l’autorità della classicità e la forza dirompente di una voce internazionale che sa parlare di metamorfosi, identità e memoria collettiva.


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Geografie lontane, sensibilità diverse, e una convinzione: nessuna guerra è inevitabile

La nuova esposizione di CHEAP, ospitata nelle sale di Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, si intitola “CONTRO LA GUERRA – sguardi e immaginari” e sarà aperta al pubblico con ingresso gratuito dal 5 settembre, all’interno del programma della quinta edizione del Festival di EMERGENCY, e sarà visitabile fino al 26 ottobre.

“CONTRO LA GUERRA
sguardi e immaginari”
un progetto di EMERGENCY
a cura di CHEAP

presso:

Palazzo dei Musei | Via Lazzaro Spallanzani 1 | Reggio Emilia

La mostra è un progetto di EMERGENCY a cura di CHEAP ed è un percorso immersivo, attraverso diversi livelli visivi e gradi di coinvolgimento, nella guerra, nei suoi effetti fisici, psicologici e sociali, politici. Così come nella resistenza etica di chi vi si oppone, praticando la disobbedienza civile, protestando pubblicamente, rivendicando disarmo e solidarietà. E curando le ferite degli altri, come fa EMERGENCY dal maggio 1994, data di fondazione di un’organizzazione che pratica la medicina anche come strumento di pace.

Per progettare questa mostra ci siamo chieste di cosa parliamo quando parliamo di guerra, interrogandoci lungamente sulla possibilità di entrare, in modo intimo ma non voyeuristico, nelle storie delle vittime. Abbiamo aperto una riflessione sugli immaginari da costruire, per sabotare la retorica bellica e riprenderci lo spazio pubblico, dando spazio a chi ripudia la guerra in tutte le sue forme. Infine, abbiamo indagato le nostre responsabilità individuali e collettive, per non rimanere semplici spettatrici e spettatori della violenza che colpisce le vittime civili“.

Tratte dall’archivio storico, le grandi fotografie in bianco e nero sulle attività di cura di EMERGENCY, dall’Afghanistan all’Iraq, si alternano ai poster di CHEAP e a quelli delle artiste e degli artisti invitate/i a partecipare, dall’Italia al Brasile, dalla Spagna alla Polonia. Geografie lontane, sensibilità diverse, accomunate da una convinzione  – nessuna guerra è inevitabile.

Con le fotografie di: Alessandro Annunziata, Linzy Billing, Victor Blue, Paula  Bronstein, Matthias Canapini, Francesco Cocco, Mario Dondero, Giles Duley, Simona Ghizzoni, Diambra Mariani, Giulio Piscitelli, Francesco Pistilli, Teba Sadiq, Mattia Velati, Mathieu Willcocks

Con i poster di CHEAP, Jacopo Camagni, DeeMo, Joanna Gniady, Coco Guzmán, Infinite, Luchadora, Dario Manzo, MilitanzaGrafica, Rita Petruccioli, Camila Rosa, Testi Manifesti, Tomo77

E una selezione di manifesti di FUCK WAR a firma di ALECT, Alessandro Maria Papale, Andrea Musso, Andrea Papi, Associazione Malafimmina, Barbabietola Studio, BETTA CAVALIERI_BCSTUDIO, Bianca Consiglio, BOGDAN ANDREI CRACIUN e GIACOMO GUCCINELLI, Bright Woo, Chasel Peng, Code2, COLLETTIVO SGAM, corp0_fluido, Costanza Rosi, Cristiano Andreani – disegnare le idee, Dario Manzo, Dark Kitchen, DeeMo, Erica Borgato, Federico Ruxo, FUMETTINERI, GBRLSTRCX, Giacomo Cigolotti, Giacomo Falcinelli, Giorgia Lancellotti, Giorgibel, Giulia Ananìa – AlmostRomantic, Giulia Ceccarani, Jose Luis Lopez, Keith Kitz, KSDSGN, KTRLV, Lorenzo Colmaer, LUO YIMIN, Lynn, Mabel Morri, MALACARTA, Manuela Mapelli, mastrone_life – Nazario Petrucci, Matteo Facchini, MILITANZA GRAFICA, MTT, Noe Gamma, projektado collective, Salvatore Costante, Serena Brancati – Arabella, Stefano Puccio, Terri Bile, TESTI MANIFESTI, Tomas Ives, Valerio De Luca, Vittorio Giannitelli, WANG Bin, YI LIN, Zhang Yi, Zuo Biao Peng, TOMO77


CONTATTI:
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Per ulteriori informazioni
Daccapo Comunicazione
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Marcello Farno / Ester Apa
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Al Museo di Palazzo Mocenigo di Venezia, il mito intatto di Casanova e del Settecento europeo

Giacomo Casanova in occasione delle celebrazioni per i 300 anni dalla nascita. Scrittore, poeta, avventuriero, diplomatico, icona di un mondo e di una civiltà: Casanova è fondamentale chiave di lettura del Settecento europeo, del mondo delle grandi corti e delle potenti dinastie, protagonista di esaltanti incontri con i protagonisti del mondo culturale e artistico, delle seducenti incognite del gioco e delle sconfinate, poliedriche metamorfosi. Allo stesso tempo, il suo mito arriva intatto al mondo contemporaneo; complice un immaginario che si sviluppa mentre Casanova ancora in vita – anche grazie al suo racconto delle Mémoires – tenacemente alimentato nei secoli successivi. 

Casanova 1725 – 2025
L’eredità di un mito tra storia, arte e cinema

Venezia, Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo 

29 agosto – 2 novembre 2025

La mostra ricostruisce così il personaggio tra storia, attraverso l’esposizione di parte dei documenti del fondo del casanovista Aldo Ravà, dalla Biblioteca Correr;  arte, con dipinti dell’epoca, tra cui il ritratto di Casanova attribuito a Pietro Longhi; il suo immaginario nel XX secolo attraverso la lente d’ingrandimento del cinema, con un focus sul capolavoro Casanova (1976) di Federico Fellini, bozzetti di scenografie cinematografiche e abiti della collezione della Fondazione Massimo e Sonia Cirulli, disegnati da Danilo Donati, fino ai costumi di scena originali, custoditi dalla Sartoria Teatrale Farani. 

Un racconto tra vicende storiche e immaginifiche, per restituire la grandezza di una figura affascinante, complessa, immortale.

 

IL PERCORSO ESPOSITIVO

L’approfondimento cinematografico apre con Un dipinto e una locandina. Due ritratti a confronto dove prende forma il parallelismo tra l’immagine storica di Casanova, nel presunto ritratto attribuito a Pietro Longhi, proveniente dalla collezione Beryl e Giovanni Cavallini, e la sua reinterpretazione cinematografica da parte di Fellini, che lo trasformò in simbolo del vuoto esistenziale. 

Non può mancare un omaggio al grande regista con un approfondimento dedicato a Tra sogno e cinepresa Una biografia di Federico Fellini per raccontare il maestro del cinema e il suo stile visionario, sospeso tra sogno, memoria e satira, che rivoluzionò la narrazione cinematografica. Uno spazio che introduce Tessuti e mode eloquenti. I costumi del Casanova di Fellini con le creazioni di Danilo Donati. Per questo film, lo scenografo italiano ottenne l’Oscar 1977 per il Best Costume Design – il suo secondo, dopo quello per il Romeo e Giulietta di Zeffirelli nel 1969 – a cui si 

aggiunsero due Nastri d’argento 1977 per la miglior scenografia e per i migliori costumi.

I sei pezzi originali in mostra, confezionati dalla storica Sartoria Teatrale Farani e oggi parte del loro archivio, sottolineano la convivenza, nello stesso film, di mondi diversi, frutto delle fantasie oniriche e surreali di Fellini in cui Danilo Donati esaspera il gusto per l’esagerazione e il grottesco dello stile rococò. Enfatizzando, talvolta trasfigurando in funzione critica, le già eccessive mode del tempo. Le silhouette volumizzate, i merletti strabordanti e i tessuti sontuosi trasformano così i personaggi in maschere del desiderio, della decadenza e della solitudine.

In Fare di una pellicola un quadro. I bozzetti del Casanova di Fellini protagonisti sono i disegni preparatori. Una selezione che raccoglie e testimonia il lavoro di Donati attraverso una serie di bozzetti di scenografie cinematografiche e di costumi, importanti prestiti provenienti dalle collezioni della Fondazione Massimo e Sonia Cirulli, con cui Donati ha prima immaginato e poi dato corpo alle fantasie oniriche e surreali di Fellini. 

Il respiro di un’epoca apre l’indagine storico artistica: Un camerino del Settecento. Dipinti tra mitologia e licenziosità pone al centro le tre tele settecentesche raffiguranti Apollo, Venere e Diana, attribuite a al pittore settecentesco Giambattista Pittoni, provenienti dalla Steven V. Maksin Family Collection: espressione raffinata ed erotica del rococò veneziano, in cui le tre divinità dialogano in un coinvolgente intreccio di sguardi sensuali, un gioco d’amore nel quale si può scorgere l’atmosfera del tempo di Giacomo Casanova,  protagonista assoluto di una moltitudine di stagioni erotiche.

Giacomo Casanova, una biografia rocambolesca offre un approfondimento sulla vita avventurosa del celebre veneziano: dalle origini incerte, alla fuga dai Piombi, all’esilio e al ritorno, fino agli ultimi anni trascorsi a Dux, in Boemia, come bibliotecario al castello del conte di Waldstein dove scrisse le sue Memorie.  

Il percorso si conclude con Aldo Ravà e il Settecento. Un’apologia di Casanova. Un riconoscimento al collezionista e studioso veneziano Aldo Ravà (Venezia, 1879-1923); tra i primi e più importanti studiosi impegnati alla riscoperta e diffusione degli aspetti meno noti di Giacomo Casanova, atti a riabilitarne la figura, fino ad allora associata alla fama, anche coeva, di impenitente libertino, truffatore, avventuriero e spia, per riproporre insieme, la dimensione di acuto interprete del suo tempo. 

Il fondo Ravà, pervenuto negli anni Sessanta del Novecento al Museo Correr, contiene tra le molte testimonianze documentarie, anche una preziosissima raccolta di prime edizioni delle opere casanoviane; tra queste, l’eccezionale Icosameron, del 1787, e dell’Histoire de ma fuite, del 1788, insieme a esemplari di successive edizioni, di varia natura e formato, e in più lingue europee, testimoni di un nuovo successo della figura di Giacomo Casanova.


Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo
Santa Croce 1992
30135 Venezia
041 721798
mocenigo@fmcvenezia.it
 
Informazioni per la stampa
Fondazione Musei Civici di Venezia
Chiara Vedovetto 
con Alessandra Abbate 
press@fmcvenezia.it
tel. +39 041 2405225
www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa
 
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Roberta Barbaro
roberta@studioesseci.net  
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Le Corbusier, il visionario che cambiò il volto del Novecento

Le Corbusier (1964) Stedelijk Museum Sikkensprijzen 916-9288 (ritagliato) – Di Joop van Bilsen

Prendete diecimila svizzeri ed educateli all’arte, magari in Francia. 9999 sarete tentati di abbandonarli in un bosco, l’altro è Le Corbusier. Sarà lui che vi spiegherà come progettare la città nel bosco.

Luigi Prestinenza Puglisi

Sessant’anni fa, il 27 agosto 1965, le onde del Mediterraneo accolsero per l’ultima volta Le Corbusier. Architetto, urbanista, pittore e teorico, la sua vita fu un continuo esperimento. Ancora oggi, il suo nome evoca l’idea di un’architettura moderna, radicale e visionaria.

Il mare lo sorprese durante una nuotata al largo di Roquebrune-Cap-Martin, sulla Costa Azzurra. Era il 27 agosto 1965. Così si spense Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Édouard Jeanneret-Gris, uno degli architetti più influenti e discussi del XX secolo. Sessant’anni dopo, la sua figura resta divisiva: genio per alcuni, dogmatico per altri, ma indiscutibilmente protagonista di una stagione che ha ridisegnato il modo di pensare e abitare le città.

Dalla Svizzera al mondo

Nato nel 1887 a La Chaux-de-Fonds, un piccolo centro svizzero noto per l’orologeria, Le Corbusier cresce in una famiglia di artigiani. Avrebbe potuto seguire la tradizione, invece preferì guardare oltre. I suoi insegnanti lo indirizzarono verso l’architettura, che allora era meno un mestiere e più un’avventura intellettuale. Giovanissimo, parte per l’Italia, visita Venezia, Ravenna e Firenze: un vero viaggio di formazione che lo mette in contatto con la storia dell’arte europea. Poi approda a Parigi, dove negli studi dei fratelli Perret scopre il cemento armato, materiale destinato a cambiare la sua visione.

Un’idea radicale: la casa come macchina

Nel 1923 pubblica Vers une Architecture, il libro-manifesto che scuote la cultura del tempo. Qui lancia la sua celebre definizione: «Una casa è una macchina per abitare». Per molti suona freddo e provocatorio, ma dietro quella formula c’è la convinzione che l’architettura debba rispondere prima di tutto ai bisogni reali delle persone, con razionalità e funzionalità. È la nascita di un linguaggio nuovo, destinato a diventare internazionale.

I cinque punti e una villa che sembra una nave

Le Corbusier traduce le sue idee in cinque principi, semplici e rivoluzionari: pilastri che sollevano gli edifici da terra, piante libere senza vincoli portanti, facciate indipendenti, finestre orizzontali a nastro, tetti-giardino. Il manifesto prende forma nella Villa Savoye a Poissy, alle porte di Parigi: un parallelepipedo bianco sospeso su esili colonne, con grandi vetrate che lasciano entrare la luce. Ancora oggi sembra una nave astrale atterrata in campagna.

Dal sogno urbano alle polemiche

Le sue ambizioni non si fermano alla casa. Sogna città ordinate, funzionali, razionali. Nel dopoguerra disegna Chandigarh, in India, un’intera capitale costruita dal nulla: viali diritti, edifici pubblici monumentali, piazze austere. Un laboratorio di modernità, che ancora oggi divide urbanisti e storici. In Francia sperimenta l’Unité d’Habitation di Marsiglia, un gigantesco condominio pensato come città verticale: dentro ci sono appartamenti, negozi, palestra, persino una scuola. Un modello innovativo, ma anche contestato da chi lo considera impersonale.

La spiritualità del cemento

Nonostante l’immagine di architetto “razionale”, Le Corbusier sorprende con opere di grande intensità emotiva. La cappella di Ronchamp, con le sue forme curve e le pareti spesse traforate da piccole finestre colorate, sembra scolpita dal vento. Qui il cemento, materiale della modernità, diventa poesia e spiritualità. È uno dei suoi capolavori più amati.

Una personalità complessa

Le Corbusier non fu solo architetto. Dipinse, scrisse, progettò mobili, disegnò città ideali. Fondò il CIAM (Congrès Internationaux d’Architecture Moderne), il principale movimento del modernismo. Ma fu anche una figura controversa: accusato di rigidità ideologica, criticato per alcune posizioni politiche e per un’idea di città che talvolta sacrificava la dimensione umana alla geometria.

Un’eredità monumentale

Oggi diciassette sue opere, dalla Villa Savoye all’Unité d’Habitation, sono riconosciute patrimonio UNESCO. Il suo nome resta sinonimo di architettura moderna, e anche chi non lo conosce direttamente ha visto tracce della sua eredità in tanti edifici contemporanei. Se i suoi modelli urbani hanno suscitato dibattiti accesi, nessuno può negare che abbia lasciato un segno profondo e duraturo.


Conclusione
Sessant’anni dopo la sua morte, Le Corbusier continua a dividere e a ispirare. Visionario e radicale, ha immaginato un mondo in cui l’architettura fosse al servizio della vita moderna. Le sue opere restano lì, bianche, geometriche, luminose, a ricordarci che il Novecento ha avuto un suo architetto-filosofo capace di parlare al futuro.


Cinque opere per conoscere Le Corbusier

Villa Savoye (Poissy, 1928-1931)
Forse la sua creazione più celebre: un cubo bianco sospeso su sottili pilastri (pilotis), con grandi finestre “a nastro” orizzontali e un tetto trasformato in giardino. Un manifesto in cemento del Modernismo, che mostra come la casa possa essere anche un oggetto elegante e leggero.

Unité d’Habitation (Marsiglia, 1945-1952)
Un condominio alto diciassette piani, concepito come una città verticale, “una macchina per abitare”: appartamenti, negozi, servizi, persino una scuola sul tetto. È il prototipo dell’edilizia sociale del dopoguerra e un laboratorio di convivenza urbana che ancora oggi suscita dibattiti.

Cappella di Notre-Dame du Haut (Ronchamp, 1950-1955)
Un’opera sorprendente: muri spessi e curvi, tetto dalle linee irregolari, piccole finestre che proiettano fasci di luce colorata. Qui il rigore lascia spazio all’emozione: il cemento diventa spirituale e poetico, un rifugio per l’anima.

Chandigarh (India, anni ’50-’60)
Un’intera città progettata da zero, voluta da Nehru come simbolo dell’India indipendente. Le Corbusier disegna il piano urbanistico e gli edifici principali: viali diritti, piazze monumentali, un’idea di modernità ordinata e geometrica. Un sogno utopico che ancora oggi divide urbanisti e cittadini.

Carpenter Center for the Visual Arts (Cambridge, 1961-1965)
È l’unico edificio progettato da Le Corbusier negli Stati Uniti, all’interno dell’università di Harvard. Celebre la rampa che lo attraversa, quasi un percorso urbano dentro l’edificio. È il segno conclusivo della sua carriera, realizzato poco prima della morte.


Mostra del Cinema di Venezia al crocevia tra istituzionalità culturale e coscienza civile

Gerard Butler e Gal Gadot in un link a La Stampa

Alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 monta la tensione politica: il collettivo Venice4Palestine chiede il ritiro degli inviti a Gal Gadot e Gerard Butler, suscitando un acceso dibattito sul ruolo del festival in tempi di crisi umanitaria.

Venezia 2025, tra cinema e conflitto

La 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è aperta in un clima più carico di tensioni che di glamour. Mentre il Lido si prepara ad accogliere star internazionali, il collettivo Venice4Palestine (V4P) ha tentato di trasformare il festival in una piattaforma di denuncia, chiedendo l’esclusione di Gal Gadot e Gerard Butler per il loro presunto sostegno alle politiche israeliane

Le richieste del collettivo: identità, identità negate

Oltre 1.500 personalità – tra registi, attori e attivisti – hanno firmato un appello a favore di una «passeggiata judenfrei»: un invito paradossale, volto a rifiutare la presenza di due attori che si sono rifiutati di rinnegare la loro identità e il supporto al proprio Paese. L’accusa verso Butler si fonda soprattutto su una sua partecipazione a un evento benefico per l’IDF nel 2018, mentre Gadot è al centro delle controversie per la sua storia personale (ex militare israeliana) e per i suoi legami simbolici con lo Stato di Israele.

Il festival resiste: nessuna esclusione, apertura al confronto

Il direttore della Mostra, Alberto Barbera, ha ribadito con fermezza che non saranno ritirati gli inviti: Venezia resta un “luogo di dibattito e confronto”, non un’arena per boicottaggi. Tuttavia, fonti ufficiali chiariscono che sia Gadot sia Butler non avrebbero mai confermato la loro presenza al Lido – una coincidenza temporale con le pressioni del collettivo, ma non necessariamente causa-effetto.

Cinema e realtà: quando le pellicole riflettono la contemporaneità

Il festival ospita film che affrontano frontalmente la guerra, come The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania — dedicato alla morte di una bambina palestinese in fuga — e Of Dogs and Men di Dani Rosenberg, che racconta le conseguenze drammatiche del conflitto. In un contesto sempre più politicizzato, il cinema sembra tornare a un impegno reale, interrogandosi senza fornire risposte ma con esemplare senso critico.

Una Mostra segnata dal presente

L’edizione 2025 si è inaugurata con La grazia di Paolo Sorrentino, sotto la presidenza di giuria di Alexander Payne. Ma l’autore italiano è intervenuto anche sul tema politico: definendo la situazione in Gaza un “genocidio”, ha rifiutato di discutere questioni legate alle compagnie coinvolte nel festival, demandando ogni eventuale chiarimento agli stessi soggetti.

Un festival tra arte e protesta

La Mostra del Cinema di Venezia si trova al crocevia tra istituzionalità culturale e coscienza civile. Da una parte, il red carpet e le star continuano a brillare; dall’altra, cresce una domanda urgente: può il cinema restare neutrale in tempi in cui la realtà impone scelte morali?


I capolavori che gli editori non vollero pubblicare

Molti capolavori della letteratura moderna, da Proust a Nabokov, da Orwell a Lampedusa, furono inizialmente respinti dagli editori con giudizi sprezzanti e miopi. Considerati troppo lunghi, cupi, immorali o inattuali, finirono invece per conquistare milioni di lettori e trasformarsi in classici assoluti della cultura contemporanea.

La storia dell’editoria letteraria è punteggiata da clamorosi errori di valutazione. Opere oggi considerate fondamentali della modernità furono respinte con motivazioni che, lette col senno di poi, appaiono imbarazzanti. Lente, cupe, troppo violente, inadatte al mercato o addirittura moralmente inaccettabili: così furono bollati alcuni dei romanzi e dei diari più letti del Novecento. A conferma di quanto spesso il genio creativo non trovi immediata comprensione, nove grandi classici – da Proust a Nabokov, da Orwell a Lampedusa – attraversarono veri e propri calvari editoriali prima di raggiungere il pubblico.

Proust e l’incomprensione dei salotti parigini

Il caso più celebre riguarda À la recherche du temps perdu di Marcel Proust. Rifiutato prima da Calmette e poi dalla prestigiosa Nouvelle Revue Française, il romanzo fu liquidato da André Gide come il frutto di uno “snob arrampicatore sociale”, indegno della rivista. Gide stesso, anni dopo, confessò con imbarazzo di averne letto appena qualche pagina “con occhio ostile”. L’opera, accusata di prolissità e indecenza, trovò infine spazio presso Bernard Grasset, ma solo a spese dell’autore. La prima tiratura di 1.200 copie vendute a 3,50 franchi segnò l’inizio della lenta consacrazione di un capolavoro oggi imprescindibile.

Orwell e la satira scomoda

Quando La fattoria degli animali fu completata nel 1944, l’Europa viveva ancora nel pieno della guerra e la solidarietà con l’alleato sovietico rendeva la satira di George Orwell impronunciabile. Victor Gollancz, editore comunista, non volle pubblicarlo; Jonathan Cape lo ritirò su pressioni del Ministero dell’Informazione; persino T. S. Eliot, direttore della Faber & Faber, ne fraintese il senso, giudicando i maiali “intellettuali” e dunque legittimi leader della fattoria. Alla fine fu la piccola Secker & Warburg a coglierne il valore, pubblicandolo nell’agosto 1945. L’opera, insieme a 1984, consacrò Orwell e rese celebre l’editore che lo aveva accolto quando altri l’avevano respinto.

Il diario di Anne Frank, “troppo cupo”

Il destino del Diario di Anne Frank non fu meno accidentato. Ritrovato e salvato da Miep Gies dopo l’arresto della famiglia, il manoscritto passò di mano in mano incontrando continui rifiuti: troppo doloroso, troppo ebraico, addirittura “noioso”, dissero diversi editori inglesi e americani. Alla fine fu Valentine Mitchell a Londra, nel 1952, a pubblicarlo in una prima edizione di 5.000 copie. Negli Stati Uniti l’interesse fu rilanciato da Doubleday, che ne propose una veste più accessibile e ottenne l’entusiastica recensione sul New York Times Book Review. Da lì iniziò una diffusione planetaria: tradotto in 70 lingue, il Diario vendette decine di milioni di copie, con particolare successo in Giappone.

Golding, dalla pila dei rifiuti al Nobel

Nemmeno Il Signore delle mosche di William Golding ebbe vita facile. Il romanzo, inizialmente intitolato Strangers From Within, fu respinto da Jonathan Cape e da numerosi altri editori, definito “fantasia assurda e noiosa”. Alla Faber & Faber un giovane redattore, Charles Monteith, ne intuì il potenziale, lo salvò dalla pila dei dattiloscritti scartati e lavorò con Golding per affinarne la struttura. Pubblicato nel 1954, il libro fu lodato da critici e scrittori di primo piano, convincendo persino T. S. Eliot – che in un primo momento non lo aveva letto – della sua forza morale e teologica. Il romanzo divenne un classico studiato nelle scuole e contribuì al Nobel per la Letteratura conferito a Golding nel 1983.

Nabokov e lo scandalo di Lolita

Quando Vladimir Nabokov presentò Lolita agli editori americani, le porte si chiusero una dopo l’altra: Viking, Simon & Schuster, Farrar Straus e Doubleday temevano accuse di oscenità. Persino l’amico critico Edmund Wilson rimase perplesso. L’opera trovò infine accoglienza a Parigi, presso la controversa Olympia Press di Maurice Girodias, già editrice di Beckett e Miller. L’etichetta di pornografia accompagnò a lungo il libro, ma fu proprio questa aura a garantirne notorietà. Pubblicato nel 1955, Lolita divenne uno dei romanzi più discussi del secolo, consacrando Nabokov come maestro di stile e innovatore della narrativa.

Il Gattopardo, l’Italia che non capì

In Italia, il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, fu scartato prima da Mondadori e poi da Einaudi. A stroncarlo fu soprattutto Elio Vittorini, scrittore neorealista e consulente editoriale, che lo giudicò antiquato, privo di rilevanza sociale e “reazionario”. L’autore morì poco dopo, senza vedere il romanzo in stampa. Sarà Giorgio Bassani a riconoscerne il valore e a promuoverne la pubblicazione da parte di Feltrinelli, nel 1958. Il successo fu immediato: premi letterari, oltre cinquanta edizioni in pochi anni e un adattamento cinematografico di Luchino Visconti che fece epoca.

Errori che diventano lezione

Le vicende editoriali di questi libri rivelano quanto il mercato letterario sia stato spesso incapace di riconoscere il talento. Questioni politiche, timori morali, pregiudizi stilistici o semplicemente miopia intellettuale hanno rischiato di condannare all’oblio testi oggi considerati colonne della cultura mondiale. Eppure, malgrado i rifiuti, i loro autori hanno finito per trovare lettori e critici pronti a comprenderli.

Ignoranza, signora, pura ignoranza”: così Samuel Johnson, nel XVIII secolo, giustificava un errore lessicale. La stessa formula può descrivere le decisioni di quegli editori che, temendo scandali o perdite economiche, lasciarono sfuggire capolavori destinati a segnare la storia della letteratura.