Categoria: Senza categoria

  • Bologna: restauro e valorizzazione di uno sgabello in avorio etrusco unico al mondo

    Bologna: restauro e valorizzazione di uno sgabello in avorio etrusco unico al mondo

    Si è concluso il progetto di salvaguardia e valorizzazione di un raro sgabello in avorio, tra i più importanti reperti dell’antica Bologna etrusca e unico al mondo, appartenente alle collezioni del Museo Civico Archeologico di Bologna.
    L’intervento è stato realizzato con la collaborazione culturale del Rotary Club Bologna Est in occasione dei 60 anni dalla sua fondazione.

    Settore Musei Civici Bologna | Museo Civico Archeologico

    Nelle terre dei Rasna


    Museo Civico Archeologico 
    Via dell’Archiginnasio 2, Bologna 
    www.museibologna.it/archeologico

    Si è concluso Nelle terre dei Rasna, il progetto per la salvaguardia e la valorizzazione di un reperto prezioso e unico al mondo, appartenente alle collezioni del Museo Civico Archeologico del Settore Musei Civici Bologna: uno sgabello in avorio datato alla fine del VI secolo a.C., raro esempio di manufatto con funzioni di rappresentanza nell’ambito della società etrusca.

    L’iniziativa – a cura scientifica di Federica Guidi e Marinella Marchesi, archeologhe del museo felsineo diretto da Paola Giovetti – è stata avviata nell’ottobre 2024 in stretta collaborazione culturale con il Rotary Club Bologna Est in occasione del 60° anniversario dalla sua fondazione, sotto la presidenza dell’avvocata Silvia Stefanelli.

    Dopo otto mesi lo sgabello in avorio torna ad essere esposto nella Sala X della collezione permanente del Museo, dedicata alla Bologna etrusca, con un nuovo supporto e un nuovo apparato multimediale che ne illustra la struttura e il contesto di rinvenimento, con una narrazione più stimolante e coinvolgente nel rispetto del rigore metodologico.

    Lo sgabello è parte del ricco corredo rinvenuto nella tomba 173 portata alla luce nel 1887 dall’allora direttore del Museo Archeologico Edoardo Brizio (Torino, 1846 – Bologna, 1907) nel parco dei Giardini Margherita a Bologna, in occasione dei lavori di sistemazione per accogliere i padiglioni dell’Esposizione Emiliana del 1888. Già in precedenza l’area aveva restituito 172 tombe di epoca etrusca e, dopo lo scavo di Brizio, le indagini archeologiche proseguirono fino agli anni Ottanta del XX secolo, per restituire complessivamente oltre 230 tombe databili tra la seconda metà del VI e gli inizi del IV secolo a.C.

    Lo sgabello è formato da due coppie di gambe incrociate, fissate fra loro con perno metallico e raccordate nella parte superiore da due traverse, cui era fissata la seduta, che doveva probabilmente essere in cuoio, così da consentirne la chiusura.
    Mentre sono piuttosto frequenti le attestazioni in epoca etrusca di piccoli mobili in legno come sedili o tavolini, la scelta dell’avorio rende questo elemento un reperto di eccezionale rilevanza nel panorama non solo dell’area bolognese ma dell’Etruria in generale.
    La manifattura particolarmente preziosa ha indotto a formulare la suggestiva ipotesi che si tratti di una sella curulis, il sedile pieghevole su cui sedevano i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni. L’oggetto potrebbe dunque essere stato deposto nella sepoltura per ricordare una carica magistratuale ricoperta dal defunto all’interno della comunità civica bolognese.


    Il restauro e le analisi diagnostiche
    L’intervento di restauro è stato realizzato dalla ditta Kriterion e sono state eseguite anche indagini diagnostiche per meglio comprendere la struttura del raro manufatto.
    Il reperto presentava una fragilità elevata dovuta ad un degrado molto avanzato, che aveva comportato fratturazione, frammentazione e disgregazione di alcune parti, oltre al dislocamento parziale di porzioni e a un generale inaridimento della superficie. Nel corso dei precedenti restauri l’avorio era stato pulito, consolidato e incollato, ma in alcuni punti gli adesivi avevano ceduto, provocando altri distacchi di materiale.

    Prima di procedere allo smontaggio dei frammenti dal supporto in plexiglass sono state eseguite la documentazione fotografica e la mappatura descrittiva dei frammenti. Una volta smontati, le singole porzioni di avorio e gli elementi metallici sono stati puliti e consolidati. Poi si è effettuata un’attenta ricerca degli attacchi tra i frammenti già in opera e quelli non assemblati, esclusi dalla ricostruzione precedente. In questa fase è stato possibile ricondurre all’esatta pertinenza e alle giuste connessioni le porzioni, che non sempre erano state collocate correttamente.

    L’attento esame dei frammenti ha anche premesso di individuare alcuni elementi relativi all’originario sistema di montaggio (piccoli fori con tracce di chiodi, tasselli di avorio, ecc.).
    Le indagini radiografiche hanno dato un ulteriore contributo allo studio del sistema di assemblaggio delle parti di avorio per mezzo di elementi metallici. Per quanto riguarda la giunzione tra le coppie di “gambe”, una boccola in ferro alloggia i due perni in bronzo con una estremità decorata in argento, permettendo così allo sgabello di richiudersi con naturalezza e senza attrito.

    Un’altra interessante novità riguarda proprio l’avorio che costituisce la quasi totalità del mobile. Le analisi effettuate dall’archeozoologo Fabio Fiori di ArcheoLaBio – Centro di Ricerche di Bioarcheologia dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna hanno permesso di ricondurre con certezza l’avorio ad un proboscidato, escludendo quindi l’utilizzo dell’avorio di altre specie animali, quali l’ippopotamo, il tricheco e alcuni cetacei.

    Inoltre, contrariamente a quanto presupposto in passato, si è confermato che non si tratta di zanne intere ma di porzioni di esse e, anche se lo stato precario di conservazione non consente una lettura precisa sul metodo di intaglio, tutti i pezzi potrebbero essere stati realizzati anche da una singola zanna.
    Sono attesi nei prossimi giorni i risultati delle analisi di spettrometria LC-MS/MS, una tecnica analitica molto sensibile e precisa che combina cromatografia liquida (LC) e spettrometria di massa tandem (MS/MS). Con questa analisi, condotta dal Laboratorio ArchaeoBiomics dell’Università di Torino, si spera di identificare l’origine dell’avorio, definendo con certezza il proboscidato come elefante africano o asiatico, grazie all’esame dei profili delle proteine specifiche per specie.

    L’intervento di restauro è stato infine completato dalla progettazione e realizzazione di un nuovo supporto espositivo sul quale sono stati fissati i frammenti. Il supporto in plexiglass presenta una robusta stabilità che permette di movimentare l’oggetto archeologico senza che vibrazioni nocive ne alterino la struttura e l’integrità.

    Crediti progetto Nelle terre dei Rasna

    Una collaborazione culturale tra:
     Museo Civico Archeologico | Settore Musei Civici Bologna (Direttrice Paola Giovetti) e Rotary Club Bologna Est (Presidente 2025 Silvia Stefanelli)

    Progetto scientifico e coordinamento: Federica Guidi e Marinella Marchesi (Museo Civico Archeologico | Settore Musei Civici Bologna)

    Restauro: Kriterion, Bologna (Isabella Rimondi, Elena Betti, Silvia Ferucci)

    Esperienza interattiva: Genera, Bologna

    Disegni: Elena Maria Canè (Museo Civico Archeologico | Settore Musei Civici Bologna)

    Analisi archeozoologiche: Fabio Fiori (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Dipartimento di Storia Culture Civiltà-ArcheoLaBio – Centro ricerche di Bioarcheologia, Ravenna)

    Indagini diagnostiche TAC: Maria Pia Morigi e Matteo Bettuzzi (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi”)

    Analisi di spettrometria LC-MS/MS: Beatrice Demarchi e Carmen Domìnguez Castillo, (Laboratorio ArchaeoBiomics, Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi, Università di Torino); Bruno Martínez Haya (Universidad Pablo de Olavide, Siviglia)

    Un ringraziamento particolare a: Giuseppe Sassatelli (Professore emerito Alma Mater Studiorum – Università di Bologna) per i preziosi consigli e il costante supporto.

    Si ringraziano inoltre: Antonio Curci (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Dipartimento di Storia Culture Civiltà); Angelo Febbraro (Museo Civico Archeologico | Settore Musei Civici Bologna); Sara Campagnari e Monica Zanardi (Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara); Beatrice Borghi, Luca Fasano e Maurizio Fusari (Rotary Club Bologna Est).

    L’esperienza interattiva
    Il progetto Nelle terre dei Rasna si è posto anche l’obiettivo di rendere l’esperienza di visita e la fruizione museale inclusiva, accessibile e interattiva. Proprio per questo si è scelto di creare una narrazione completa, offrendo al pubblico un’esperienza interattiva che narra non solo il restauro dello sgabello, ma anche il contesto storico e culturale da cui proviene.

    La ditta Genera ha realizzato un applicativo digitale composto da tre moduli tematici, liberamente fruibile attraverso un’apposita postazione con touch screen installata al lato della vetrina che custodisce il corredo della tomba 173 nota come “tomba dello Sgabello”.
    Il primo modulo tematico permette ai visitatori del Museo Civico Archeologico di ripercorrere le fasi fondamentali del restauro, attraverso un video-racconto realizzato sia in lingua italiana che in lingua inglese con un filmato, appositamente progettato nel rispetto dei criteri di accessibilità per le persone ipoudenti o non udenti.
    Il secondo modulo consente al pubblico di entrare virtualmente all’interno della tomba etrusca, di acquisire informazioni dettagliate sui singoli oggetti e di ricollocarli nella loro posizione originaria, grazie ad una esperienza digitale interattiva ideata e sviluppata secondo i principi del gaming e dell’edutainment. Tutti i reperti sono stati accuratamente digitalizzati in versione tridimensionale grazie all’utilizzo di scanner professionali a luce strutturata: i modelli ottenuti non assolvono solo alla funzione educativa ma sono di grande importanza anche per la tutela e conservazione dei beni stessi.
    Infine, il terzo modulo tematico contiene i reperti del corredo nella versione 3D, per consentire agli utenti di interagire con essi ruotandoli a 360° così da apprezzarne meglio dettagli e caratteristiche.

    Il Museo Civico Archeologico di Bologna è riconosciuto come uno degli Istituti museali più importanti per la conoscenza della civiltà dei Rasna, il nome in cui i popoli Etruschi si riconoscevano. Le sue raccolte comprendono una ricchissima documentazione derivante sia dalla raffinata tradizione collezionistica di antichità propria della storia culturale della città, sia soprattutto dalle testimonianze archeologiche rivenute durante le campagne del XIX e XX secolo che hanno messo in luce il passato etrusco di Bologna, quella Felsina sviluppatasi tra IX e IV secolo a.C. e definita da Plinio il Vecchio “princeps Etruriae”.

    Il Rotary Club Bologna Est ha scelto il Museo Civico Archeologico di Bologna per celebrare la ricorrenza del 60° anniversario dalla sua fondazione. Nel corso della sua lunga attività il Club ha posto una costante attenzione a progetti di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale della città, contribuendo a importanti interventi quali il restauro del modello in cera della Venerina esposta al Museo di Palazzo Poggi, il restauro e riapertura al pubblico dell’Oratorio di Santa Maria della Vita e il restauro del Baldacchino della Madonna del Rosario nella Basilica di San Domenico. In occasione del cinquantenario, nel 2014 il Bologna Est si è fatto carico del restauro conservativo del Bacile Longobardo nel Cortile di Pilato, all’interno del Complesso monumentale di Santo Stefano.


    Informazioni
    Museo Civico Archeologico
    Via dell’Archiginnasio 2 | 40124 Bologna
    Tel. +39 051 2757211
    www.museibologna.it/archeologico
    mca@comune.bologna.it
    Facebook: Museo Civico Archeologico di Bologna
    YouTube: Museo Civico Archeologico di Bologna

    Orari di apertura invernali [dal 4 novembre 2024 all’8 giugno 2025]
    Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì 9.00 – 18.00
    Sabato, domenica, festivi 10.00 – 19.00
    Chiuso martedì non festivi

    Orari di apertura estivi [dal 9 giugno 2025]
    Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, domenica, festivi 10.00 – 19.00
    Chiuso martedì non festivi

    Settore Musei Civici Bologna
    www.museibologna.it
    Facebook: Musei Civici Bologna
    Instagram: @bolognamusei
    YouTube: @musecivicibologna

    Ufficio Stampa / Press Office Settore Musei Civici Bologna
    Tel. +39 051 6496658 / +39 051 2193469
    ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it
    Elisabetta Severino – Silvia Tonelli
    elisabetta.severino@comune.bologna.it – silvia.tonelli@comune.bologna.it
    Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
  • Venezia, Museo Fortuny, punto di riferimento per la cultura della città di Venezia

    Venezia, Museo Fortuny, punto di riferimento per la cultura della città di Venezia

    Da casa e fabbrica di Mariano Fortuny y Madrazo ed Henriette Nigrin, nata tra le mura di Palazzo Pesaro Orfei, a punto di riferimento per la cultura della città di Venezia: il Museo Fortuny festeggia 50 anni e si racconta in una giornata speciale. 

    In programma martedì 10 giugno apertura straordinaria, ingresso gratuito e tante sorprese da scoprire tra le sale e fuori dal museo: oggetti, storie di moda e di invenzioni, filmati inediti e musica. Mezzo secolo di apertura al pubblico, tante vite, una storia ancora da scrivere, una festa per la città e per tutti.

    MUSEO FORTUNY 50
    Celebrazioni per i 50 anni di apertura del Museo Fortuny

    Martedì 10 giugno 2025 
    Venezia, Museo Fortuny 

    Cinquant’anni fa, nel 1975 Palazzo Pesaro Orfei le porte al pubblico come Museo Fortuny: da centro produttivo cosmopolita, simbolo della dirompente creatività dell’artista spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo, il palazzo diventa un luogo per la cultura a Venezia. La città dove Mariano scelse di vivere, lavorare, creare, insieme alla moglie Henriette Nigrin: ispiratrice, compagna di lavoro, artefice con il marito della grande impresa creativa dell’atelier Fortuny, alla cui generosità e visione si deve la donazione alla città del palazzo e delle sue collezioni. 

    Cinquant’anni dopo la sua apertura come museo, Venezia si prepara a festeggiare questo anniversario con una giornata speciale, pensata non solo per ricordare, ma per riscoprire e vivere il museo come luogo di creatività, sperimentazione e dialogo tra le arti. Martedì 10 giugno il museo sarà aperto gratuitamente a tutti, con un percorso arricchito da opere inedite, proiezioni d’archivio, e nel pomeriggio, musica dal vivo in campo, davanti al palazzo, per trasformare la memoria in festa collettiva.

    Un compleanno che è anche un’occasione per riflettere sul significato più profondo di questo luogo nella missione di Fondazione Musei Civici. Il Museo Fortuny non è solo un luogo di culto e una casa-museo ma, ieri come oggi, è un organismo vivo: dove storia e modernità si incontrano, dove la ricerca convive con lo slancio visionario. È un luogo che racconta la straordinaria vicenda di una coppia – Fortuny e Nigrin – che più di tutti ha saputo trasformare la creatività in impresa, la ricerca in uno stile, il laboratorio in poesia. 

    Tra le attività in programma per la giornata del 10 giugno, saranno proiettati film in formato Pathé Baby, di edizione e amatoriali girati da Mariano e Henriette in persona e appartenenti alla collezione del museo, tornati alla luce grazie al riversamento digitale eseguito dal laboratorio La Camera Ottica dell’Università di Udine e dall’Archivio RI-PRESE, nell’ambito del progetto Ininfiammabile promosso da Fondazione di Venezia, Fondazione M9 e Fondazione Iuav.

    Durante l’intera giornata saranno proiettati in loop i film di edizione. Una raccolta straordinaria che restituisce una parte poco nota dei molteplici interessi di Fortuny rimarcando, una volta di più, quanto il genio di questo artista, nella sua versatilità, spaziasse insaziabilmente tra arte, natura e scienza. La collezione dei Fortuny si compone di filmati di culture e tradizioni di altri paesi, dalle danze cambogiane ai rituali islamici, dai beduini nel deserto ai nativi d’America, documenti di carattere etnografico, fino a studi botanici e naturalistici sulla fauna e la flora terrestre e marina, indagini al microscopio, filmati su città e architetture europee e orientali, Bruges, Granada, Algeria, India, film su personalità artistiche dell’epoca, come l’attrice Sarah Bernhardt o la danzatrice Loïe Fuller, fino ai cartoni animati, con le avventure del gatto Felix, prima star mondiale del cinema di animazione.

    Nel pomeriggio il pubblico potrà inoltre partecipare a tre momenti dedicati alla proiezione dei filmati d’autore, accompagnati da improvvisazioni sonore dal vivo di Sofia Pozdniakova ed Emanuele Wiltsch Barberio. Preziosi documenti che trasporteranno i visitatori nel cuore dei loro viaggi tra gli anni Venti e Trenta. Attraverso la visione di paesaggi, architetture e scene di vita quotidiana, si parte da Venezia per percorrere insieme l’Andalusia e raggiungere il Marocco e le sue magiche atmosfere.

    Per questa occasione il percorso espositivo al primo e secondo piano si arricchirà con oggetti e documenti d’archivio che, per fragilità e delicatezza, non sono generalmente esposti in modo permanente e, per la prima volta in assoluto, alcuni manufatti di recente acquisizione che fanno ritorno a casa, nel luogo dove sono stati creati, pezzi finora noti solo tramite documentazione fotografica. Oltre a disegni preparatori, schizzi, matrici e prove di stampa, campionari, fotografie, affiche e depliant pubblicitari, i significativi registri di vendita, stampe antiche patrimonio della collezione di Mariano, tra cui l’album dei Capricci di Goya, incisioni di Rembrandt, Tiepolo, Canaletto, trovano spazio pregiati sete parietali, teli e velluti di seta stampato. 

    E ancora, in mostra gli esemplari della collezione che hanno creato il patrimonio visivo e immaginifico di Mariano; nei disegni di tessuti Fortuny rivivono motivi copti, persiani, turchi, cretesi e minoici, l’architettura gotica e i codici medievali, l’arte medio-orientale, i motivi ispano-moreschi, le geometrie e il dinamismo dell’architettura islamica, la calligrafia araba, il rinascimento italiano e spagnolo, merletti e ricami antichi, il barocco, il rococò e il neoclassicismo, le figurazioni zoomorfe, l’arte giapponese, il decorativismo ottocentesco e le influenze Art déco. A testimonianza delle ricerche e delle sperimentazioni effettuate da Fortuny per l’ideazione di processi produttivi e pattern, il pubblico avrà l’opportunità di ammirare alcuni katagami, stencil giapponesi realizzati con carta Washi finemente intagliata, volumi sulle antiche tecniche di stampa e ricettari presenti nella sua biblioteca privata. 

    Fondamentali per la storia della moda, le cinque copie anastatiche di brevetti che svelano l’innovazione fortunyana nel campo del tessile. Tra questi il brevetto della plissettatura della seta e un particolare tipo di abito femminile, alla base dell’abito Delphos, l’iconica tunica in seta plissettata ispirata alla statuaria ellenistica e la sua variante, il Peplos.

    Proprio l’immortale Delphos è la chiave di volta per raccontare l’apporto rivoluzionario dei Fortuny nella moda: un abito senza tempo e senza taglia, nato per liberare il corpo e per adattarsi a qualsiasi sua forma, amato da personalità del cinema e della cultura pop fino ai nostri giorni, indossato da Geraldine Chaplin a Barbara Streisand, protagonista assoluto negli anni Novanta nel film The Wings of the Dove, fino alla serie Downtown Abbey. Un abito che inventa e brevetta, letteralmente, il “made in Italy“: una dicitura mai vista prima che compare sull’etichetta dell’abito, decenni prima della nascita di questo concetto negli anni Cinquanta del Novecento.  

    Un abito che è un simbolo e che restituisce, al contempo, la centralità nell’avventura artistica, creativa e imprenditoriale ad Henriette Nigrin: non solo musa di Mariano ma figura cardine della storia dell’impresa e dello stesso Museo. Insieme ai cinquant’anni dall’apertura del museo, ricorrono i sessant’anni dalla morte di Henriette Nigrin e Fondazione Musei Civici intende raccontare e ripercorrere la grandezza della sua personalità. Dal suo fondamentale apporto nell’invenzione e creazione degli abiti, tra cui proprio il Delphos, fino alla gestione della fabbrica, del personale e delle vendite. Una general manager e, allo stesso tempo, una creativa. 

    Alla coppia saranno dedicate le conferenze, Eternità e impermanenza. Segno, traccia e archetipo nell’opera di Mariano e Henriette Fortuny in programma dall’autunno del 2025, fino alla primavera 2026, illustrate nel corso della mattinata.

    Compito di Fondazione Musei Civici è stato, negli anni, raccogliere, conservare e raccontare l’incredibile vicenda artistica di Mariano Fortuny, con il suo immenso patrimonio declinato in tutte le discipline – pittura, scultura, fotografia, incisione, teatro, scenografia, illuminotecnica, design, moda, tessuti, fino alle invenzioni, marchi e brevetti – mantenendo viva questa fiamma, aprendosi a contaminazioni tra antico e contemporaneo, alla narrazione delle arti applicate e all’indagine estetica come materia viva, tra la Venezia antica e quella dell’innovazione. Trasportando nel contemporaneo un mondo in cui si sono mescolate idee, influssi, materiali, storie di rapporti artistici, di studio e ricerca.  

    La festa del 10 giugno è l’occasione per ripercorrere le molteplici, straordinarie esperienze museali nate e vissute tra le mura Palazzo Pesaro Orfei; con i primi passi da casa a museo, dopo la morte di Mariano Fortuny (1949) e la donazione di Henriette al Comune di Venezia nel 1956, con l’intento che diventasse un centro culturale dedicato alle arti; il museo-laboratorio quando nel 1969 si insediò qui l’Università Internazionale dell’Arte (UIA), nata dopo l’alluvione del 1966, laboratorio aperto al mondo, luogo di sperimentazione tra arte, restauro e visual design; il centro di documentazione, officina per fotografia, video, grafica, design e arti applicate nata nel 1979 con Venezia ‘79 la fotografia, uno dei più grandi eventi dedicati alla fotografia realizzati in Italia. Un centro che ospitò workshop, mostre e seminari con grandi nomi della scena internazionale; e ancora negli anni ’90, quando si apre il capitolo del museo civico e Palazzo Pesaro Orfei entra a far parte dei Musei di Venezia, ospitando in questa veste eventi memorabili nel panorama artistico e culturale internazionale come la mostra Watching Water, esplorazione spaziale e multisensoriale di Peter Greenaway. Dal 2007 prende avvio il fortunato ciclo di esposizioni organizzate in occasione della Biennale di Venezia tra cui Artempo, Infinitum, Tra.The Edge of Becoming, Tapiès. Lo sguardo dell’artista. Tra i temi indagati, fotografia, pittura del ’900, figure femminili e il mondo di Fortuny.

    Lascia un segno il 2019 con i gravi danni per l’acqua alta che portano a lunghi restauri, conclusi nel 2022 con la riapertura al pubblico e l’impegno di MUVE per aprire il museo in modo permanente, durante tutto l’anno. Una storia ancora da scrivere, con Fortuny e il suo tempo / Il nostro tempo e Fortuny e i progetti futuri dedicati al dialogo con i contemporanei di Mariano e Henriette e con i linguaggi dell’attualità. Un museo, una voce unica e potente, centro dell’invenzione e della visione: un luogo che ricorda come la cultura possa nascere anche dalla contaminazione, dal lavoro quotidiano, dall’ardire di immaginare forme nuove. 

    Per questo, oggi più che mai, è importante aprire le sue porte, viverlo, farlo conoscere. E il 10 giugno sarà l’occasione perfetta per farlo: una giornata di festa aperta a tutta la città – e a tutti – per celebrare non solo un anniversario, ma un’eredità ancora viva e una parte di storia ancora da scrivere

    La giornata di celebrazioni del Museo Fortuny 50 è parte del palinsesto de Le Città in Festa. Un ringraziamento a Endar – Venezia per il prezioso supporto come sponsor tecnico.


    Museo Fortuny
    San Marco 3958
    30124   Venezia
    Tel. +39 041 5200995
    fortuny.visitmuve.it

    Fondazione Musei Civici di Venezia
    Chiara Vedovetto 
    con Alessandra Abbate
    press@fmcvenezia.it
    www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa

    Con il supporto di 
    Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
    Roberta Barbaro
    roberta@studioesseci.net
    Simone Raddi
    simone@studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
  • La mostra che invita il visitatore a interrogarsi sul ruolo dell’arte oggi

    La mostra che invita il visitatore a interrogarsi sul ruolo dell’arte oggi

    Al PALP – Palazzo Pretorio di Pontedera, oltre 70 opere raccontano l’arte come atto di ribellione. Un percorso che attraversa linguaggi irriverenti e visioni controcorrente, con Banksy e altri protagonisti dell’arte contemporanea impegnati a interrogare il presente.

    “BANKSY & FRIENDS. Storie di artisti ribelli”

    7 giugno – 9 novembre 2025
    PALP – Palazzo Pretorio, Pontedera

    Dal 7 giugno al 9 novembre 2025, il PALP – Palazzo Pretorio di Pontedera apre le sue porte a “BANKSY & FRIENDS. Storie di artisti ribelli”, la mostra che invita il visitatore a interrogarsi sul ruolo dell’arte oggi, sulla sua capacità di raccontare, provocare, denunciare.

    Oltre settanta opere tra le più iconiche e spiazzanti della scena artistica internazionale tracciano un racconto visivo che attraversa linguaggi e stili, accomunati da uno spirito ribelle e da una volontà profonda di rottura con i codici tradizionali dell’arte.
    Cuore pulsante della mostra è Banksy, artista enigmatico e simbolo universale della street art e della protesta visiva. Intorno a lui, si muove una costellazione di autori che hanno saputo, ciascuno con la propria voce, raccontare il mondo con occhi nuovi: da TvBoy a Mario Schifano, da Andy Warhol a Damien Hirst, da David LaChapelle a Mr. Brainwash, Obey, Takashi Murakami, Liu Bolin, Kaws, Angelo Accardi, Donald Baechler, Sara Pope, Odinakachi Okoroafor, Adam Handler, Giuseppe Veneziano e Patrizia Casagranda fino a nomi come Petrucci, Likissas, Lo Giudice, Pau, MaPo e molti altri.

    A impreziosire ulteriormente il progetto, una significativa presenza di artisti legati al territorio e alla scena artistica contemporanea italiana, tra cui Francesco Barbieri, Nico Löpez Bruchi, Cristina Gardumi, Enrico Pantani, Valentina Restivo e Aleandro Roncarà.
    Le loro opere dialogano con quelle dei grandi protagonisti internazionali, contribuendo a costruire una narrazione collettiva che è al tempo stesso locale e globale.

    Il nucleo principale delle opere in mostra proviene dalla collezione privata della Pop House Gallery, realtà di riferimento nel panorama dell’arte contemporanea che da anni si dedica con passione alla promozione di linguaggi visivi innovativi e alla valorizzazione delle espressioni artistiche più audaci e significative.

    Curata da Piernicola Maria Di Iorio, la mostra si configura come un racconto corale, una raccolta di storie “controcorrente” che parlano di vita e di morte, di ingiustizia sociale, di conflitti e identità, narrate con toni che spaziano dal lirico al satirico, dall’intimo all’esplicitamente politico. Un’esposizione che non si limita a mostrare, ma che sfida, interpella e commuove.
    Questi artisti, spesso nati ai margini del sistema ufficiale dell’arte, hanno saputo costruire un linguaggio accessibile e immediato, capace di parlare direttamente allo spettatore. Oggi le loro opere sono oggetto di grande attenzione da parte di pubblico, collezionisti e istituzioni, a dimostrazione del fatto che l’arte, quando sa raccontare la complessità del presente, riesce a rompere barriere e diventare patrimonio condiviso.

    “BANKSY & FRIENDS. Storie di artisti ribelli” è più di una mostra: è un invito a guardare il mondo con occhi nuovi, attraverso l’arte di chi ha scelto di non restare in silenzio.

    Con il patrocinio della Regione Toscana, promossa da Comune di Pontedera, Fondazione per la Cultura Pontedera, PALP Palazzo Pretorio di Pontedera e Fondazione Fabbrica Europa per le Arti Contemporanee, la mostra è prodotta e organizzata da Piuma in collaborazione con Arthemisia, Pop House Gallery e Trium Art Gallery.

    La mostra vede come main sponsor Londinese, Banca Popolare di Lajatico e Unicoop Firenze e come sponsorDecorarte, Gruppo Lupi, HTA, Intergomma, LB Toscana Service, Lenergy, Orsini Costruzioni, Pisa Utensili, Sofisport, Toscoservice, Valpetrol e Diemme srl.


    Sede
    PALP
    Palazzo Pretorio
    Piazza Curtatone e Montanara
    56025 Pontedera (PI)

    Date al pubblico
    7 giugno – 9 novembre 2025

    Informazioni
    www.palp-pontedera.it
    T. +39 0587 468487
    M. +39 331 1542017

    Ufficio Stampa Arthemisia
    Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
    press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332
    Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 
  • I maestri del Novecento in viaggio fra Mediterraneo e Mari del Sud

    I maestri del Novecento in viaggio fra Mediterraneo e Mari del Sud

    ISOLE E IDOLI
    Museo MAN, Nuoro
    27 Giugno – 16 Novembre 2025

    Inaugurazione: venerdì 27 giugno ore 19
     
    a cura di Chiara Gatti e Stefano Giuliani
    con il contributo di Matteo Meschiari
     
    Progetto realizzato grazie alla partecipazione di
    Fundació Pilar i Joan Miró, Mallorca, Musée du Louvre e Fondation Giacometti, Parigi

    La mostra “ISOLE E IDOLI”, che inaugura la stagione estiva del Museo MAN di Nuoro, nasce per rispondere a queste domande e per comprendere come il potere simbolico e mitico delle figure arcaiche, custodite entro i confini dell’insularità, si sia rigenerato, a distanza di secoli, nelle forme del moderno.

    In bilico fra neolitico e alba del Novecento, fra archeologia ed avanguardia, fra gli idoli cicladici e le sculture lignee che Gauguin intagliò nei suoi anni di Tahiti, il percorso fluttua fra passato e presente in cerca di ritorni, sentimenti condivisi, eredità genetiche, spinte effusive destinate a riaffiorare a fasi alterne, come nei cicli geologici, e a guidare le mani degli autori tese a plasmare forme affini. Non, dunque, l’idea del viaggiatore che, esplorando, trova, assorbe e replica. Ma il concetto, più vitale, che l’antico e il moderno si tocchino al di fuori del tempo e dello spazio, fortissimamente nutriti da una medesima necessità: rappresentare l’altrove attraverso statue, steli, monoliti che personifichino l’invisibile in terra.

    «Non serve – scrive Chiara Gatti nel suo testo – il revisionismo postcoloniale per affermare che, nella loro statura ieratica, non vi sia nulla di primitivo, esotico, conturbante. È astrazione allo stato puro. Sono dee madri, pietose e grandiose allo stesso tempo, come prefiche egizie, come offerenti etrusche, come ancelle rubate alla pittura vascolare greca. E i loro sguardi che scrutano nel vuoto, immersi in un’attesa casoratiana, ricordano l’immobilità disarmata della Melencolia di Dürer, allegoria dell’intelletto umano che medita sul destino del cosmo».

    Ponendosi criticamente come una riflessione sui concetti odierni di alterità, primitivismo e sulle loro ricadute nel cuore del dibattito postcoloniale – esteso ben oltre la storia dell’arte – la mostra affonda dentro ragioni antropologiche connaturate alla presenza di figure totemiche nei circoscritti perimetri di un’isola e spiega quanto maestri del calibro di Gauguin, Pechstein, Miró, Arp o Matisse, nel corso dei loro viaggi, abbiano rielaborato tale convivenza, proiettando le loro stesse icone statuarie nella dimensione assoluta del sacro.

    Partendo dalla prima “fuga” di Gauguin verso la Bretagna, nel 1886, secondo un concetto di isola come luogo ideale, immune dalle derive del mondo civilizzato, il percorso narra l’esperienza di Jean Arp, che collezionava statuette cicladiche, irretito dal loro magnetismo concentrato in un pugno, e di Max Pechstein approdato nel 1914 nell’arcipelago di Palau, dove visse a contatto con le comunità locali sull’isola di Angaur e vi ritrasse volti maschili solenni come divinità. «Vedevo gli idoli scolpiti in cui una trepidante pietà e il timore reverenziale di fronte all’imperscrutabile potere della natura avevano impresso speranza, paura e soggezione, davanti al loro ineluttabile destino». Joan Miró, nei suoi appunti quotidiani, evocava le statue Moai dell’Isola di Pasqua, come riferimento potente per nuove forme scultoree, riconoscendo in esse l’incarnazione di uno spirito ancestrale. E ancora, Alberto Giacometti che aveva trovato la propria isola fra i massi erratici del Maloja, fece di ogni suo ritratto un idolo, un custode del tempio, inginocchiato al cospetto dell’immateriale.

    Scrive Matteo Meschiari nel suo testo a catalogo: «Il punto è cercare di capire non tanto la sociologia, la filosofia e la geopolitica dell’essere e vivere l’isola, quanto in che modo la geomorfologia Terra-Mare contenga in sé dei fossili di pensiero mitico, in che modo l’incontro tra roccia e acqua sia una specie di campo morfogenetico in grado di generare mito. Gli stereotipi concettuali legati all’isola sono un filtro oscurante: esclusione, separatezza, solitudine, naufragio, arroccamento, prigione, esilio, confino, sono solo i più diffusi, ma appena ci spostiamo in culture Ocean-centered come quella vichinga o quella polinesiana, ci rendiamo conto che l’Occidente è impastoiato in un paradigma coloniale geocentrico che dà sempre priorità alle terre, uno sguardo continentale che perpetua un modello geografico egemonico dove il mare è il vuoto. Per chi vive in mare, al contrario, l’acqua è il centro del mondo, le sue mappe indicano paesaggi sommersi e moti di correnti, mentre le isole, soprattutto quelle oceaniche, sono piccole pause, zone di sospensione nell’immensità salata, e l’arcipelago è un iperoggetto bucherellato tenuto assieme dal dinamismo delle acque, dal pieno del mare».

    Una selezione di oltre 70 opere conta reperti archeologici in arrivo dai maggiori musei di archeologia della Sardegna, dal Menhir Museum di Laconi e dai Musei della Bretagna, oltre al prestito eccezionale concesso dal Dipartimento di antichità greche, etrusche e romane del Musée du Louvre di Parigi. Accanto a questi, le opere dei maestri moderni giungono da importanti collezioni europee, fra cui la National Gallery Prague (per le sculture lignee di Gauguin), la Galleria d’arte moderna di Milano, il Musée départemental Maurice Denis, il Museo della città di Locarno, la Fondation Giacometti e gli Archives Henri Matisse, cui si aggiungono l’Archivio Florence Henri e collezioni private italiane come Diffusione Italia International Group srl e la collezione di stampe di Enrico Sesana.

    Un affondo dedicato alla Sardegna preistorica offre, infine, un approfondimento sul mondo dell’idolo in terra sarda, articolato intorno a quattro nuclei tematici principali: il toro (simbolo maschile associato al culto del potere e della fertilità), la Dea Madre (figura femminile legata alla nascita e alla continuità della vita), il “capovolto” (rappresentazione dell’aldilà e del rovesciamento rituale), e le statue menhir antropomorfe, veri idoli scolpiti nella pietra e destinati a dominare il paesaggio come presenze eterne.

    L’allestimento, curato dall’architetto Giovanni Maria Filindeu, organizza l’insieme delle opere esposte in una forma spaziale che richiama la configurazione di un arcipelago formato da piccoli raggruppamenti tematici. A guidare l’articolazione degli elementi, sia a parete che a pavimento, sono l’uso intenzionale e critico del colore e la scelta dei materiali. In particolare, il celenit (un aggregato di fibre di legno e cemento) utilizzato per le basi espositive, oltre all’impiego della sabbia lavata, legante naturale ed evocativo, i cui toni algidi sposano la palette estiva delle trame che disegnano mappe metafisiche.


    ISOLE E IDOLI
    ISLANDS AND IDOLS
    Museo MAN, Nuoro
    27 Giugno – 16 Novembre 2025

    a cura di Chiara Gatti e Stefano Giuliani
    col contributo di Matteo Meschiari
     
    coordinamento di Rita Moro e Myrtille Montaud
    allestimento di Giovanni Maria Filindeu
    con Giampaolo Scifo, Anna Usai e Bartolomeo Filindeu
    immagine grafica Gianfranco Setzu
    catalogo edizioni Interlinea (italiano|inglese)
     
    Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro
    tel +39.0784.252110
    Orario: 10:00 – 19:00
    (Lunedì chiuso)
    info@museoman.it
     
    Ufficio Stampa
    STUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo
    Via San Mattia 16, 35121 Padova
    Tel. +39.049.663499
    referente Simone Raddi, simone@studioesseci.net
    www.studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>