Per il maestro italiano della pittura metafisica “Dipingere è l’arte magica”

Una retrospettiva di grande respiro riporta alla capitale ceca il maestro italiano della pittura metafisica: oltre 50 opere in dialogo con lo spazio storico dell’Istituto Italiano di Cultura raccontano le molteplici fasi della sua opera, dalla metafisica alle nature morte, fino ai raffinati studi grafici. Curata da Lorenzo Canova, la mostra apre il 3 marzo e resterà aperta fino al 26 aprile 2026.

di Elena Serra
Storia dell’arte moderna e cultura visiva.

Un ritorno atteso dopo quasi un secolo

Praga si prepara ad accogliere una mostra di ampio profilo dedicata a Giorgio de Chirico, uno dei protagonisti indiscussi dell’arte italiana del Novecento. Intitolata Giorgio De Chirico – Dipingere è l’arte magica, l’esposizione sarà inaugurata il 3 marzo 2026 e si svolgerà nelle sale dell’Istituto Italiano di Cultura della capitale ceca, nel quartier Malá Strana, restando aperta al pubblico fino al 26 aprile. Promossa dalla Fondazione Aledya e organizzata in collaborazione con l’Istituto e Casa d’Arte San Lorenzo, la rassegna vede il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Praga e include un catalogo trilingue (italiano, inglese, ceco) con saggi e contributi istituzionali.

Un percorso in tre sezioni

Il progetto espositivo, curato dal professor Lorenzo Canova, membro del Consiglio scientifico della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, si articola in tre sezioni concepite per dialogare con l’architettura storica dell’Istituto. Nella Cappella barocca saranno esposte opere che coprono un arco temporale significativo della produzione di de Chirico, dagli anni Trenta agli anni Settanta, con paesaggi metafisici, vedute di Venezia e le celebri piazze italiane che hanno segnato il volto poetico della sua arte.

La Sala Capitolare accoglierà una selezione di lavori della cosiddetta fase “barocca” e neometafisica: dipinti con cavalli e cavalieri, vedute di forte impatto formale e le cosiddette “nature silenti”, nature morte in cui l’artista esplora la densità degli oggetti con un linguaggio di sorprendente sintesi visiva.

Infine, nel Foyer, sarà proposta una sezione dedicata alla grafica, un aspetto centrale nell’opera di de Chirico a cui egli attribuiva grande importanza: disegni, bozzetti, litografie e incisioni, molti dei quali tratti dagli archivi dello stampatore Alberto Caprini, offriranno una lettura più intima del processo creativo.

Oltre 50 opere e significati in dialogo

Le opere in mostra, oltre cinquanta, provengono da collezioni private italiane ed europee di rilievo e offrono un panorama completo delle fasi più significative dell’artista. Non mancheranno rimandi alle precedenti presenze di de Chirico a Praga e ai legami culturali con il pittore ceco Jan Zrzavý, testimonianza di un dialogo artistico tra Italia e Europa centrale. Un omaggio del pittore italiano Mario Schifano, protagonista dell’arte italiana del secondo dopoguerra, completa il percorso con un richiamo generazionale e simbolico.

De Chirico e la metafisica: un’eredità culturale

Figura chiave nella nascita e nello sviluppo della pittura metafisica, de Chirico ha trasformato il modo di intendere l’esperienza visiva nel XX secolo. Attraverso spazi urbani sospesi, architetture silenziose e oggetti carichi di presenza enigmatica, la sua arte ha proposto un’interpretazione della realtà oltre l’apparenza sensibile, influenzando non solo il surrealismo ma anche molte correnti artistiche successive.

Un’occasione per il dialogo culturale
La mostra di Praga si presenta come un evento di rilievo non solo per gli appassionati d’arte ma anche per la comunità internazionale, favorendo un dialogo tra culture e linguaggi. Il catalogo trilingue e la scelta della sede, in un edificio storico di grande fascino, amplificano il carattere diplomatico e culturale dell’iniziativa, in linea con il ruolo dell’Istituto Italiano di Cultura come ponte tra Italia e mondo.


Note essenziali

  • Giorgio De Chirico – Dipingere è l’arte magica, Istituto Italiano di Cultura, Praga.
  • Inaugurazione: 3 marzo 2026; visita dal 4 marzo al 26 aprile 2026.
  • Catalogo trilingue disponibile.
  • Curatore: Lorenzo Canova; patrocinio dell’Ambasciata d’Italia.

Redazione Experiences

L’iniziativa si inserisce in una rete museale regionale che valorizza il patrimonio dell’Isola

Una nuova istituzione culturale riporta al pubblico i tesori sommersi dei fondali siciliani: oltre alla nave arcaica, un percorso espositivo che valorizza la storia marittima e l’identità della città. Un volano per turismo e archeologia.

Recuperare il mare antico
A Gela apre il Museo dei Relitti Greci

diPaolo Ferranti
Archeologia e Patrimonio culturale

Il 24 febbraio Gela (CL) sarà inaugurato il Museo dei Relitti Greci, nuova istituzione museale dedicata alla valorizzazione dei rinvenimenti subacquei recuperati nei fondali antistanti la costa siciliana, in particolare nell’area di Bulala, dove sono emersi relitti di enorme valore storico. L’apertura segna un capitolo atteso da almeno venticinque anni e proietta il centro del Nisseno nel circuito delle destinazioni archeologiche più affascinanti del Mediterraneo.

Un luogo e un progetto per la storia navale antica

Il museo sorge nel cuore dell’area archeologica di Bosco Littorio, già nota per i ritrovamenti dell’antico emporio greco e per le precedenti esposizioni temporanee dedicate alla navigazione antica. L’istituzione museale è concepita come spazio espositivo permanente per i relitti greci rinvenuti nelle campagne di scavo condotte tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Tra i pezzi forti figura la nave arcaica databile tra il VI e il V secolo a.C., protagonista del percorso, di cui saranno esposti i resti lignei insieme a un ricco corredo di materiali associati.

Secondo quanto dichiarato dalle istituzioni coinvolte, il museo non è una struttura isolata ma parte di una “rete” museale regionale che include anche altri poli come il Parco archeologico di Lipari, il Parco e Museo Archeologico Lilibeo di Marsala e il futuro Museo della Navigazione a Palermo. Questo sistema punta a offrire un quadro più ampio della storia marittima e culturale della Sicilia e del Tirreno, rafforzando l’attrattiva turistica dei luoghi coinvolti.

Dalla scoperta all’esposizione

La nave, recuperata in località Bulala, era conservata quasi intatta grazie alle condizioni del fondale argilloso che ne ha protetto la struttura lignea per oltre due millenni. Il relitto è un esempio raro di imbarcazione mercantile antica costruita con tecniche di carpenteria tipiche dell’età arcaica, con fasciame “cucito” da fibre vegetali, una pratica documentata anche nella letteratura classica.

Il recupero, avviato nei primi anni Duemila, è stato realizzato in diverse fasi: la prua e la poppa furono riportate in superficie nei periodi 2003–2004 e 2007–2008 rispettivamente, mentre il restauro è avvenuto in laboratori specializzati nel Regno Unito, con la riconsegna del materiale restaurato avvenuta nel 2014. Prima dell’allestimento definitivo nel nuovo museo, parti di questa imbarcazione e altri reperti furono già esposti in occasione della mostra “Ulisse in Sicilia”, allestita proprio nell’area di Bosco Littorio e visitata da oltre 45 mila persone, segno dell’interesse suscitato da questo patrimonio unico.

Un patrimonio, una città, un progetto di rilancio

L’inaugurazione è stata salutata come un tassello fondamentale per il rilancio culturale ed economico di Gela. Le istituzioni locali – dal sindaco all’assessore regionale ai Beni culturali – hanno sottolineato come il museo rappresenti non solo un’occasione di crescita turistica, ma anche un modo per restituire alla comunità un pezzo importante della propria identità storica.

Oltre alla cava di materiali esposti, il progetto museale punta a sviluppare percorsi didattici e spazi fruibili per un pubblico vario, compresi i più giovani e i visitatori internazionali. La collocazione all’interno di una cornice archeologica più ampia, con la presenza di altri ritrovamenti e di aree di scavo, arricchisce ulteriormente l’esperienza di chi si avvicina alla storia antica attraverso le tracce materiali delle antiche rotte marittime.

Verso il futuro

La struttura museale non rappresenta la conclusione di un percorso, ma piuttosto un punto di partenza. Sono infatti in corso di studio ulteriori interventi per completare l’allestimento, con l’inserimento di altri reperti e materiali recuperati, e per ampliare il dialogo con istituzioni culturali nazionali e internazionali. In questo senso, il Museo dei Relitti Greci si candida a diventare un riferimento per gli studi sulla navigazione antica e un elemento cardine nella narrazione dell’antichità mediterranea.


Note essenziali
• Il nuovo museo è stato inaugurato il 24 febbraio 2026 a Gela (CL).
• Ubicato nell’area di Bosco Littorio, espone relitti greci recuperati nei fondali di Bulala.
• L’imbarcazione principale esposta è databile tra il VI e il V secolo a.C. ed è un esempio significativo di archeologia navale antica.
• L’iniziativa si inserisce in una rete museale regionale che valorizza il patrimonio archeologico siciliano.


Redazione Experiences

Milano: quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro di HANS MEMLING

Stefano Arienti (Asola, Mantova, 1961) Crocefisso a punti oro (da Hans Memling), 2026, Vernice base oro su telo antipolvere, 168 x 250 cm, Courtesy l’artista – Teschio (da Vincent van Gogh), 2025, Cera pongo su manifesto montato su pannello, 69 x 49 x 2 cm, Courtesy l’artista

Matteo Fato (Pescara, 1979) Sacrificio smontato (d’après Hans Memling, Crocifissione, dal Trittico di Jan Crabbe, 1470 circa) – 2026, N.3 olio su lino, 86 x 66 cm, cassa da trasporto in multistrato; pulitura pennello su straccio, cassa da trasporto in multistrato; n. 3 incisioni calcografiche, acquaforte su rame, 50 x 35 cm, 52 x 42 cm, 57 x 42 cm, cornice in multistrato; cavalletto in legno di multistrato, neon soffiato, dimensioni ambientali variabili, Courtesy l’artista & Monitor, Rome – Lisbon – Pereto (AQ)

Julia Krahn (Jülich, Germania, 1978) Non si può dividere ciò che è uno (per Memling), 2025-2026, Fotografia da installazione scultorea (argilla bianca, lino blu e bianco), stampa fine art su Canson Platine 310 g, Cornice in legno di noce, 225 x 145 cm, Edition: unique piece, Courtesy l’artista

Danilo Sciorilli (Atessa, Chieti, 1992) Il Cristo di stracci (Silentium Lucis), 2026, Video più due video-animazioni, durata 2’54” (sincro e loop continuo), Olio su tela, 5 x 5 cm, Courtesy l’artista

Il Museo Diocesano di Milano, in occasione della Quaresima e della Pasqua, ospita dal 19 febbraio al 17 maggio 2026 la Crocifissione di Hans Memling (Seligenstadt, Germania, 1435/1440 circa – Bruges 1494), databile intorno al 1467-1470 circa e proveniente dal Museo Civico di Palazzo Chiericati del Comune di Vicenza.

MILANO
MUSEO DIOCESANO CARLO MARIA MARTINI
 
HANS MEMLING
La Crocifissione


Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro

Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn, Danilo Sciorilli
 
A cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi
 
Dal 19 febbraio al 17 maggio 2026

L’opera, capolavoro di uno dei più importanti artisti del Rinascimento fiammingo, è al centro della mostra HANS MEMLING. La Crocifissione. Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro, a cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi. In un percorso realizzato in collaborazione con Casa Testori, l’esposizione mette in dialogo il capolavoro di Memling con le opere di Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn e Danilo Sciorilli.

La Crocifissione, posta al centro dell’allestimento, diventa così il punto di riferimento per gli artisti, chiamati a guardarlo con rispetto e discrezione, lasciandosi ispirare da dettagli compositivi, cromatici e iconografici che ciascuno rielabora in chiave attuale e contemporanea.

La mostra, con il patrocinio del Comune di Milano, è realizzata grazie a PwC Italia, main sponsor; Fiera Milano, sponsor; sostenitori: Fondazione Grana Padano e Fondazione Maurizio Fragiacomo; sponsor tecnico: Zeroglass.

Anche quest’anno, per il tempo di Quaresima e Pasqua proponiamo ai nostri visitatori un percorso che aiuti a guardare un capolavoro osservandolo da tanti punti di vista – afferma Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano di Milano e co-curatrice della mostra. Come negli ultimi due anni, il percorso di mostra, grazie alla collaborazione con Casa Testori, è arricchito dalla presenza di quattro opere di artisti contemporanei che hanno accettato di dialogare con il dipinto di Memling. Siamo grati ai Musei Civici di Vicenza per aver voluto collaborare con noi a questo progetto: la Crocifissione è un lavoro di grande raffinatezza che quasi obbliga a fermarsi davanti ad esso, a osservare ogni singolo, delicato dettaglio e a “stare” – ciascuno secondo i propri tempi – davanti al crocifisso”.

“Sono lieta – dichiara Valeria Cafà, direttrice dei Musei Civici di Vicenza e co-curatrice della mostrache uno dei capolavori custoditi al Museo Civico di Palazzo Chiericati, di qualità altissima, sia ospitato dal Museo Diocesano di Milano nell’ambito di un’iniziativa ormai consolidata, capace di promuovere un dialogo rigoroso e consapevole tra grandi maestri del passato e il linguaggio del contemporaneo. Non si tratta di semplici accostamenti, ma di un confronto rispettoso e profondo che, a partire dalla straordinaria densità del testo pittorico della Crocifissione di Hans Memling, richiama il momento più doloroso e intenso che precede la Pasqua. Con soddisfazione, rinnoviamo oggi, con questo prestito, il rapporto di collaborazione tra le nostre istituzioni, fondato sulla condivisione del patrimonio e sulla valorizzazione comune dei suoi significati”. 

“L’opera di Memling – afferma Giuseppe Frangi, presidente dell’Associazione Giovanni Testori e co-curatore della mostra ha una caratteristica di dolorosa intimità e chiede da parte degli artisti un atteggiamento di grande discrezione. È un’opera che gli artisti sono chiamati a “scrutare”, per intercettare tanti dettagli, compositivi, cromatici e iconografici. “Scrutare Memling” per mettersi al lavoro su suggestioni che stabiliscano una relazione stringente tra questo capolavoro e il nostro tempo”.

“Abbiamo scelto di proseguire il rapporto di collaborazione e sostegno alle iniziative del Museo Diocesano Carlo Maria Martini perché rappresenta indubbiamente uno dei punti di riferimento culturali più iconici per la città di Milano. Una scelta curatoriale virtuosa che ci ha da subito conquistati. Siamo fermamente convinti dell’importanza della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale presente nel nostro Paese ed è per questo che il nostro percorso a supporto della cultura si arricchisce di un nuovo tassello. L’obiettivo è continuare ad alimentare il nostro dialogo con le più importanti istituzioni museali su tutto il territorio nazionale, un percorso che trova grande apprezzamento da parte di tutti i nostri professionisti” afferma Chiara Carotenuto, Partner PwC Italia, responsabile della comunicazione PwC e del progetto PwC per la cultura.

L’opera di Memling, donata ai Musei Civici di Vicenza nel 1865 dai conti vicentini Matteo e Ludovico Folco, raffigura al centro Cristo Crocifisso, circondato sulla sinistra da San Giovanni Evangelista, che sorregge la Vergine addolorata, e dalla Maddalena, inginocchiata ai piedi della croce; mentre dall’altro lato appaiono San Giovanni Battista, che regge un agnello, e San Bernardo di Chiaravalle, protettori del committente, l’abate cistercense Jan Crabbe (1426-1488), nel dipinto inginocchiato in primo piano, che tra il 1467 e il 1470 avrebbe richiesto l’opera per l’Abbazia delle Dune presso Bruges, di cui era titolare. Formatosi probabilmente tra Colonia e Bruxelles, proprio intorno al 1465 il giovane Memling si era trasferito nella città delle Fiandre, da tempo un fiorente centro artistico.

Sullo sfondo della scena si apre un fiabesco paesaggio collinare a volo d’uccello, reso con meticolosità tipicamente fiamminga, dove si scorgono una città circondata da mura, con torri e campanili, alberi, rocce e un fiume che scorre placido verso l’alto orizzonte. I colori smaltati e brillanti, la resa analitica dei volti dei personaggi, i contorni nitidi e taglienti dei panneggi richiamano i modelli di Rogier van der Weyden, punto di riferimento fondamentale per Memling.

La tavola costituiva in origine il pannello centrale di un trittico, smembrato in un momento non precisato e ricostruito idealmente grazie ad una copia settecentesca, realizzata probabilmente proprio allo scopo di fissarne il ricordo prima dello smembramento. Secondo una pratica piuttosto diffusa nel XVIII secolo, le ante laterali sono state recise in modo da poter vendere separatamente le varie sezioni. I recti dei due sportelli laterali sono conservati alla Pierpont Morgan Library di New York e raffigurano probabilmente la madre e il fratello di Jan Crabbe, Anna e Guglielmo, affiancati dai santi omonimi. Sui versi delle ante, conservate al Groeningemuseum di Bruges, appaiono invece le due figure dell’Annunciazione, la Madonna e l’Arcangelo Gabriele.

I lavori degli artisti chiamati a mettersi in dialogo con il capolavoro di Memling sono caratterizzati dal ricorso a linguaggi diversi. Stefano Arienti (Asola, 1961) propone una riflessione sul tema del Crocifisso, asse visivo e simbolico dell’opera di Memling. È pittura su tela quella proposta da Matteo Fato (Pescara, 1979) concepita come parte di un’installazione di cui il cavalletto costruito dall’artista è parte integrante. Julia Krahn (Jülich,1978) offrirà con un dittico fotografico un’immedesimazione nella figura di Maria sotto la croce. Danilo Sciorilli (Atessa, 1992) lavora su un trittico di video, mettendo al centro le immagini di una perfomance realizzata nel suo paese d’origine.

L’opera di Hans Memling sarà presentata in un percorso espositivo che consente un approfondimento sia storico artistico che spirituale, con l’ausilio di apparati didattici, immagini, video e musiche, che permettono una riflessione sul dipinto e sul suo significato.

Sono inoltre previste visite guidate, laboratori per i bambini e un ciclo di conferenze di approfondimento.

Nell’ambito del percorso educativo e formativo “Cultura Accessibile”, avviato presso la Cooperativa Arcipelago – Anffas Nordmilano di Cinisello Balsamo, alcune persone con disabilità, dopo la collaborazione intrapresa nel 2024 in occasione della mostra “Divine Creature. Arte e disabilità”, condivideranno con i visitatori il loro personale pensiero emerso dal percorso di significazione a partire dalla Crocifissione di Hans Memling.

Catalogo Dario Cimorelli Editore


HANS MEMLING. La Crocifissione
Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro
Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn, Danilo Sciorilli
A cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi
Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (piazza Sant’Eustorgio 3 – MM Vetra)
19 febbraio – 17 maggio 2026
 
ORARI
Martedì – domenica, ore 10.00-18.00 (ultimo ingresso ore 17.30)
lunedì chiuso
 
BIGLIETTI €9 intero, €7 ridotto, €23 famiglia (2 adulti+max 4 giovani 7-18 anni)
 
CONTATTI: T +39 02 89420019; www.chiostrisanteustorgio.it
 
CATALOGO  Dario Cimorelli Editore
 
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UFFICIO STAMPA MUSEO DIOCESANO
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L’Uomo Vitruviano evirato nello spot Rai: censura, identità culturale e diritto d’autore

La decisione di trasmettere nella sigla televisiva delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 una versione dell’Uomo Vitruviano priva dei genitali ha scatenato un acceso dibattito politico, culturale e giuridico. La questione riguarda autorizzazioni, tutela del patrimonio artistico e il ruolo dei soggetti coinvolti nella produzione delle immagini.

L’Uomo Vitruviano evirato nello spot Rai: censura, identità culturale e diritto d’autore

Andrea Valenti
Analisi culturale e media coverage degli eventi culturali internazionali.

L’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, celebre disegno rinascimentale conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e simbolo universale delle proporzioni e dell’armonia tra uomo e universo, è finito al centro di una disputa nazionale. La sigla televisiva delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, trasmessa su vari canali, presenta l’immagine del disegno con un dettaglio che non è passato inosservato: i genitali del protagonista maschile sono stati alterati o rimossi.

Questo intervento grafico ha innescato critiche di varia natura, dalla politica alla comunità culturale, sollevando questioni che vanno ben oltre lo spazio di pochi secondi di una sigla televisiva.

La genesi della polemica e le accuse di censura

La prima segnalazione dell’anomalia nella sigla è arrivata da quotidiani nazionali, che hanno messo in evidenza come l’immagine riprodotta fosse ampiamente fedele all’originale leonardesco, tranne per l’assenza degli attributi anatomici maschili. Secondo alcuni critici, questa modifica configurerebbe una forma di censura applicata a uno dei capolavori della storia dell’arte.

Il caso ha preso rapidamente un tono politico: il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle hanno indirizzato interrogazioni al Ministero della Cultura per chiedere spiegazioni formali sulla legittimità dell’uso e della modifica dell’immagine. Nel mirino c’è in particolare la mancanza di chiarezza su chi abbia autorizzato l’impiego dell’opera e con quali condizioni, oltre alla presunta violazione delle norme che tutelano le riproduzioni di opere d’arte di rilevanza nazionale.

I rappresentanti delle forze di opposizione hanno qualificato l’intervento come un atto di “censura”, sostenendo che si tratti di un ingiustificato tentativo di adattare un’opera d’arte a presunte esigenze di “sensibilità contemporanea”.

Rai: responsabilità limitata e ruolo di Olympic Broadcasting Services

Di fronte alle accuse, Rai – l’emittente televisiva di Stato che sta trasmettendo le immagini – ha respinto ogni responsabilità diretta. L’emittente ha chiarito che non ha prodotto né modificato le immagini della sigla: queste sono state realizzate da Olympic Broadcasting Services (OBS), l’ente del Comitato Olimpico Internazionale incaricato di fornire contenuti visivi a tutte le tv titolari dei diritti di trasmissione.

Secondo Rai, OBS avrebbe creato il pacchetto grafico da trasmettere in maniera uniforme, senza che l’emittente potesse intervenire su di esso. Questa spiegazione, però, non ha placato le critiche, poiché la questione principale rimane l’utilizzo e la modifica di un’opera d’arte così significativa sul servizio pubblico radiotelevisivo.

Il patrimonio culturale in gioco: tutela vs diffusione

La disputa non si limita alla singola trasmissione televisiva. Per molti osservatori, infatti, la vicenda solleva un tema più ampio: come conciliare la tutela di opere patrimonio dell’umanità con la loro utilizzazione in contesti di comunicazione di massa, come campagne promozionali, eventi sportivi o media internazionali.

L’Uomo Vitruviano non è un semplice disegno: è un emblema della cultura italiana e mondiale, la rappresentazione di un’idea di armonia che ha attraversato secoli. Per questo motivo, la sua riproduzione e ogni possibile modifica sono disciplinate da normative stringenti che mirano a preservare l’integrità dell’opera e il rispetto della sua dimensione simbolica.

Alcuni esperti di diritto d’autore e tutela del patrimonio culturale hanno sottolineato come, anche in casi di eventi globali come le Olimpiadi, sia fondamentale garantire che l’utilizzo di immagini di opere storiche rispetti non solo le norme tecniche, ma anche i valori culturali e identitari che esse rappresentano.

La reazione delle istituzioni locali e culturali

La protesta non si è limitata alle stanze di Montecitorio. La città natale di Leonardo da Vinci, Vinci, ha espresso un forte disappunto per quella che è stata definita una “violazione simbolica” dell’eredità culturale. Il sindaco ha chiesto spiegazioni pubbliche, sostenendo che l’Uomo Vitruviano non dovrebbe essere oggetto di manipolazioni in contesti televisivi, anche se legati a eventi internazionali.

La vicenda ha stimolato riflessioni anche sul ruolo del servizio pubblico televisivo nella promozione culturale: se da un lato l’uso di un’icona del Rinascimento in una sigla può essere visto come un omaggio alla cultura italiana, dall’altro la sua alterazione pone interrogativi su quali siano i limiti di tale promozione.

Conclusioni: tra patrimonio culturale e comunicazione globale

La controversia sull’Uomo Vitruviano nelle Olimpiadi di Milano-Cortina va oltre la semplice immagine di una sigla televisiva: tocca nodi delicati come il rispetto delle opere d’arte, la responsabilità dei media pubblici, la tutela del patrimonio culturale e la gestione delle immagini in un contesto globalizzato.

Al centro resta la domanda: può una delle opere più iconiche del Rinascimento essere adattata, anche graficamente, per fini comunicativi senza perdere il rispetto dovuto alla sua storia e al suo valore simbolico? Una risposta articolata non potrà prescindere da un dibattito pubblico e istituzionale che consideri non solo aspetti legali, ma anche culturali e identitari.


Note essenziali:
• L’opera di Leonardo resta soggetta a norme sulla tutela e riproduzione iconografica.
• Rai sostiene di non aver modificato le immagini, che sono fornite da OBS.
• La polemica ha assunto rilievo politico e culturale a livello nazionale.


Redazione Experiences

Un acquisto strategico per il patrimonio pubblico

Il Ministero della Cultura acquisisce l’Ecce Homo attribuito ad Antonello da Messina. Ora si apre il dibattito sulla destinazione dell’opera: patrimonio nazionale o ritorno simbolico alla città natale del maestro?

Un Ecce Homo per lo Stato,
dimenticando il legame con Messina

di Marta Bellomi
ExperiencesStoria dell’arte e patrimonio museale

L’Ecce Homo attribuito ad Antonello da Messina entra ufficialmente nelle collezioni dello Stato. L’annuncio dell’acquisto da parte del Ministero della Cultura segna un passaggio rilevante nella politica di tutela: l’opera, al centro di attenzione critica per qualità esecutiva e attribuzione, viene sottratta al rischio di dispersione sul mercato e assicurata alla fruizione pubblica.

Non si tratta soltanto di un’operazione amministrativa. L’Ecce Homo – soggetto ricorrente nella produzione antonelliana – è uno dei vertici della pittura devozionale del Quattrocento italiano: il Cristo presentato al popolo, con la corona di spine, lo sguardo diretto verso l’osservatore, la tensione emotiva concentrata in pochi, calibrati elementi. Un’immagine che annulla lo sfondo e costringe chi guarda a un confronto ravvicinato con il dolore e la dignità.

L’acquisizione conferma una linea di intervento che negli ultimi anni ha visto il Ministero impegnato nel rafforzamento delle collezioni pubbliche attraverso acquisti mirati di opere ritenute strategiche per la storia dell’arte italiana.

Antonello e il linguaggio della modernità

Attribuito ad Antonello da Messina, il dipinto si inserisce in quel nucleo di opere che hanno contribuito a definire l’identità stilistica del maestro siciliano: rigore formale, introspezione psicologica, uso sapiente della luce e della tecnica a olio di matrice fiamminga.

L’Ecce Homo non è solo un’immagine devozionale. È una costruzione mentale. Antonello riduce l’apparato narrativo, elimina ogni distrazione e concentra l’attenzione sul volto, sulle mani legate, sulla tensione dello sguardo. La sofferenza non è gridata: è trattenuta, quasi sospesa. In questo equilibrio sta la sua modernità.

L’opera appena acquisita si colloca in questa linea espressiva, contribuendo ad arricchire il corpus antonelliano conservato in Italia, già presente in musei come Palermo, Venezia e – naturalmente – Messina.

La richiesta di Messina: un ritorno alle origini

Ed è proprio Messina ad aver riacceso il dibattito. L’Ordine degli Architetti della città ha chiesto che l’Ecce Homo venga esposto stabilmente nel museo cittadino, rivendicando il legame storico e identitario tra l’opera e il territorio.

La richiesta non si limita a una questione affettiva. L’argomento è culturale e strategico: rafforzare il polo museale messinese attorno alla figura di Antonello significherebbe consolidare un progetto di valorizzazione territoriale fondato su una delle personalità più rilevanti del Rinascimento meridionale.

Messina, città segnata da distruzioni e ricostruzioni, vede in Antonello un elemento di continuità storica, un riferimento simbolico capace di superare fratture urbanistiche e memorie spezzate. Riportare l’Ecce Homo in Sicilia sarebbe, in questa prospettiva, un gesto di ricucitura culturale.

Patrimonio nazionale o identità locale?

La questione è complessa. Una volta acquisita dallo Stato, l’opera diventa patrimonio dell’intera collettività. La scelta della sede espositiva deve rispondere a criteri di conservazione, accessibilità, coerenza scientifica e programmazione museale.

Tuttavia, in un Paese come l’Italia, dove il patrimonio è profondamente radicato nei territori, il legame tra opera e luogo non è mai secondario. L’Ecce Homo, pur potendo essere valorizzato in qualsiasi grande museo nazionale, acquista un significato ulteriore se collocato nel contesto della città natale dell’artista.

La decisione finale dovrà tenere insieme questi due livelli: la dimensione nazionale e quella locale, evitando tanto il centralismo automatico quanto il localismo rivendicativo.

Una politica culturale sotto osservazione

L’acquisto dell’Ecce Homo offre anche l’occasione per riflettere sulla politica delle acquisizioni pubbliche. In un mercato internazionale sempre più competitivo, assicurare opere di qualità alle collezioni statali è un obiettivo strategico. Ma altrettanto strategica è la loro collocazione.

Un’opera può diventare motore di sviluppo culturale e turistico se inserita in un progetto coerente. Può rafforzare un museo, consolidare una narrazione storica, attrarre studiosi e visitatori. Oppure può restare un tassello isolato, privo di un contesto capace di valorizzarla pienamente.

Nel caso dell’Ecce Homo, la posta in gioco è alta: non solo per l’importanza dell’opera, ma per ciò che rappresenta nel dibattito tra centro e periferia, tra capitale e territorio.

Il volto di Cristo come specchio civile

Al di là delle dinamiche istituzionali, resta il dipinto. Un volto coronato di spine che continua a interrogare chi guarda. L’Ecce Homo, nella sua apparente semplicità, è un dispositivo di relazione: mette lo spettatore davanti a una presenza che non chiede pietà, ma consapevolezza.

Antonello, con il suo equilibrio tra tradizione italiana e suggestioni nordiche, ha trasformato un tema religioso in un’esperienza umana universale. È questo il valore che oggi lo Stato ha deciso di proteggere.

Dove sarà esposto l’Ecce Homo è una decisione ancora aperta. Ma qualunque sarà la scelta, dovrà essere all’altezza di quella lezione di misura e intensità che il pittore messinese ci ha consegnato.


Note essenziali

– Il Ministero della Cultura ha acquisito l’Ecce Homo attribuito ad Antonello da Messina, destinandolo alle collezioni pubbliche.
– L’Ordine degli Architetti di Messina ha chiesto che l’opera venga esposta nella città natale dell’artista.
– La decisione sulla sede espositiva è oggetto di dibattito tra istanze nazionali e valorizzazione territoriale. Un dibattito scontato in paretenza.


Redazione Experiences

Museo civico del Risorgimento, Bologna: Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860

È un oggetto rarissimo, unico esemplare noto al mondo, e appartiene al Museo civico del Risorgimento di Bologna. Per una serie di improbabili circostanze una giubba garibaldina non rossa, ma di color caffè, si è conservata fino ai giorni nostri e, dopo essere stata restaurata grazie all’Art Bonus, viene esposta al pubblico per la prima volta.

Settore Musei Civici Bologna | Museo civico del Risorgimento

Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860 
A cura di Otello Sangiorgi

14 febbraio – 22 marzo 2026  
Museo civico del Risorgimento
Piazza Giosue Carducci 5, Bologna
www.museibologna.it/risorgimento

Con la mostra Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860, visitabile dal 14 febbraio al 22 marzo 2026, il Museo civico del Risorgimento del Settore Musei Civici del Comune di Bologna è lieto di presentare un oggetto di eccezionale valore storico appartenente alle proprie collezioni.
Si tratta dell’unico esemplare rimasto di uniforme garibaldina del Reggimento Malenchini, un corpo di volontari organizzati tra Livorno e la Toscana che raggiunse i Mille di Giuseppe Garibaldi in Sicilia poco tempo dopo lo sbarco nel 1860, e le cui uniformi avevano una peculiarità singolare: erano di una sfumatura color caffè anziché rosse, secondo l’iconica divisa simbolo del percorso verso l’unità nazionale guidato dall’Eroe dei Due Mondi.
Ne accennavano alcune memorie scritte dai protagonisti, ne restavano testimonianze nell’iconografia dell’epoca, ma di queste uniformi così particolari sembrava essersi persa ogni traccia.

Il capo di vestiario, appartenuto al volontario Primo Baroni (Modena, 1840 ca. – Bologna, 1918), che lo donò al costituendo Museo civico del Risorgimento di Bologna nel 1888 (inv.  n. 641), viene esposto per la prima volta al pubblico dopo il recente restauro tessile finanziato attraverso la campagna di erogazioni liberali Art Bonus In Mille per la giubba da salvare, che nel 2025 ha consentito di raccogliere l’importo di 5.000 euro necessario per un intervento urgente sulle precarie condizioni di conservazione.

Il recupero alla fruizione pubblica di questo pezzo assolutamente unico contribuisce ad approfondire le conoscenze delle vicende legate alla cosiddetta Spedizione dei Mille, con particolare riferimento alle tematiche del vestiario e dell’approvvigionamento dei volontari militari.

All’interno della mostra, a cura di Otello Sangiorgi, sono inoltre esposti diversi cimeli e documenti di Baroni – tra cui il manoscritto originale delle sue memorie Da Genova a Gaeta e Milazzo -, ricordi della battaglia di Milazzo (20 luglio 1860) e altre uniformi garibaldine originali risalenti alla Spedizione dei Mille.
Un’opportunità preziosa e sorprendente per scoprire una pagina sconosciuta ai più dell’epopea risorgimentale italiana.

Alla vicenda di questo rarissimo oggetto e alla storia del suo proprietario Primo Baroni è dedicato l’ultimo numero del Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna (anno LXX, 2025), a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi, che sarà presentato al Museo civico del Risorgimento giovedì 5 marzo 2026 alle ore 17.00.  Il volume è disponibile presso la biglietteria del Museo al prezzo di vendita di € 15.

Durante il periodo di apertura della mostra, sono inoltre proposti appuntamenti di approfondimento in programma tra il Museo civico del Risorgimento e il Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna.

Domenica 22 febbraio 2026 ore 11.00
Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5
Visita guidata alla mostra con Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore)
Costo di partecipazione: biglietto museo

Giovedì 5 marzo 2026 ore 17.00

Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5
Presentazione del volume Un mese di cattura, un giorno di marcia, mezza giornata al fuoco, e due mesi di ospedale. Storia del garibaldino Primo Baroni e della sua uniforme a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi (Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna, anno LXX, 2025)
Intervengono:
Mirtide Gavelli (storica)
Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore mostra)
Andrea Spicciarelli (storico e direttore Ufficio Storico dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini “Giuseppe Garibaldi”)
Andrea Viotti (studioso di storia del costume e delle uniformi e collaboratore dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito)
Ingresso: libero

Domenica 15 marzo 2026 ore 11.00
Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5
Visita guidata alla mostra con Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore)
La visita si svolge nell’ambito della rassegna La Cucina Letteraria di Slow Food Bologna.
Costo di partecipazione: biglietto museo

Domenica 15 marzo 2026 ore 15.00
Cimitero Monumentale della Certosa | Via della Certosa 18
Si scopron le tombe, si levano i morti… Garibaldi e garibaldini in Certosa
Visita guidata con Mirtide Gavelli (storica)
Una passeggiata alla coperta di chi ha contribuito alla causa nazionale durante il Risorgimento, al fianco dell’Eroe dei Due Mondi.
Costo di partecipazione: gratuito
Prenotazione consigliata: prenotazionicertosa@gmail.com
Ritrovo: Info Point storico artistico (cortile chiesa di San Girolamo della Certosa)

Il progetto espositivo si avvale del patrocinio dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini “Giuseppe Garibaldi”ed è realizzato in collaborazione con l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano – Comitato di Bologna e dell’Associazione Amici della Certosa di Bologna.

La storia
Il nome di Giuseppe Garibaldi è spesso associato alla sua impresa più importante, la cosiddetta Spedizione dei Mille volontari partiti da Quarto che nel 1860 abbatterono la dinastia borbonica, e consegnarono la Sicilia e l’Italia meridionale a Vittorio Emanuele II, poi proclamato primo Re d’Italia. In realtà, nel corso di quella campagna militare – che iniziò a maggio e si concluse a ottobre – furono organizzate molte altre spedizioni di volontari che si aggiunsero ai più celebri Mille. A una di queste, comandata da Clemente Corte, partecipò anche Primo Baroni.
La spedizione di Corte fu probabilmente la più sfortunata: i suoi 900 volontari, partiti da Genova un mese dopo i Mille, pochi giorni dopo furono bloccati da navi borboniche e portati al porto di Gaeta, dove rimasero molti giorni. La nave che li portava batteva bandiera americana, e questo permise di evitare loro l’arresto, ma dovettero tornare a Genova. Il 10 luglio partirono di nuovo e questa volta giunsero a Palermo il 18 luglio.
Non ebbero nemmeno il tempo di sbarcare: Garibaldi aveva fretta di prendere Milazzo, l’ultima piazzaforte della Sicilia ancora in mano ai borbonici, e quindi Baroni e gli altri uomini di Conte furono mandati là per combattere.
Mentre erano nel porto di Palermo furono loro consegnati armamento e uniformi: “una blouse di cotonata mista, filettata in rosso, con calzoni di tela crociata”. Quelle uniformi, dall’inconfondibile color caffè, in realtà appartenevano alla spedizione comandata da Vincenzo Malenchini e arrivata da Livorno poco tempo prima; vista l’urgenza, quegli ultimi arrivati furono vestiti alla svelta attingendo ai depositi del Reggimento Malenchini. 
Giunti a Milazzo il 20 luglio, Baroni e i suoi compagni furono subito mandati in battaglia e spediti in un punto particolarmente critico, dove subirono pesanti perdite. Baroni fu proprio uno dei primi a cadere, come lui stesso racconta: “Passammo il canneto al grido di viva Garibaldi, caricando il nemico alla baionetta. Avevo fatto poco più di cento passi, quando mi sentii come un grosso colpo di bastone alla coscia sinistra. Appena avuto il tempo di scorgere il buco prodotto dalla palla caddi a terra”.
Fu proprio grazie a queste circostanze che la sua uniforme color caffè poté essere conservata, l’unica ad arrivare fino a noi.
A causa della cattiva qualità del tessuto, le uniformi color caffè si rovinavano subito, così nel corso della campagna furono distribuite camicie rosse per sostituire quelle logore, che vennero buttate. Ma per Baroni e per la sua uniforme le cose andarono diversamente, come lui stesso annota nelle sue Memorie: la sua “non molto fortunata campagna si riassume in un mese di cattura, un giorno di marcia, mezza giornata al fuoco e due mesi d’ospedale”.
E così ebbe modo di conservare gelosamente il ricordo di quella memorabile giornata e di donarlo nel 1888 al costituendo Museo del Risorgimento di Bologna, città in cui si era trasferito attorno al 1880. 
La giubba reca ancora, nella falda inferiore, il foro della palla di piombo che lo ferì alla gamba sinistra e rappresenta, oggi, un’uniforme unica al mondo.

Le caratteristiche e il restauro
La giubba risulta realizzata in tela mélange di cotone marrone, con ampia bordatura in tela di lana rossa allo sparato anteriore e al bavero, piccoli bottoni semisferici e filettature rosse alle manopole, realizzate in tela di lana rossa su imbottitura in cordonetto di canapa.
La giubba conserva la traccia di un foro di proiettile nella parte anteriore, lungo il margine finale della parte sinistra. Primo Baroni stesso evidenziò il foro cucendovi attorno un cartoncino.
Prima del restauro la giubba appariva interessata da depositi superficiali di polvere e sporco, con una evidente disidratazione delle fibre. Erano visibili numerose lacerazioni in senso ordito su tutto il capo, incluse le tasche con brandelli di tessuto
parzialmente staccati. Si notavano rammendi con filato incongruo e punti grossolani e lacune di diverse dimensioni. Le profilature in lana rossa presentavano piccole rosure di insetto. Si evidenziavano anche macchie dovute probabilmente all’uso, mentre i peduncoli dei bottoni risultavano in precario stato conservativo.
Dopo un attento studio del materiale, la giubba è stata depolverata delicatamente e pulita mediante vaporizzazione ad ultrasuoni a freddo con leggero passaggio di morbide microfibre per la rimozione dello sporco superficiale. 
È seguita poi la messa in forma della giubba mediante imbottitura realizzata ad hoc. 
Quanto al consolidamento, lo stato precario del materiale non avrebbe consentito il passaggio dell’ago senza provocare ulteriori danni al tessuto. È stato quindi tinto in tono e trattato col film termoadesivo un leggerissimo velo di seta che è stato poi applicato all’interno della giubba, in modo da creare una sorta di “seconda pelle” trasparente a sostegno totale del capo.
Le lacune più significative sono state integrate mediante fissaggio a cucito di supporti locali tinti nel colore idoneo, rimuovendo i rammendi incongrui che trattenevano il tessuto in posizione scorretta.
Lungo la fascia in pannetto rosso dell’allacciatura, le numerose piccole lacune sono state integrate inserendo al di sotto un pannetto di lana del medesimo colore, applicando localmente un velo termoadesivo a rinforzo delle parti lacerate e ripristinando tutte le cuciture mancanti.
I peduncoli dei bottoni, in precario stato conservativo, sono stati rinforzati.
Le operazioni di restauro sono state supportate dall’analisi merceologica delle fibre tessili completata da una scheda tecnica corredata da immagini a microscopio digitale.
Il manichino utilizzato per l’esposizione è stato modellato e adattato alla giubba con imbottiture su misura, partendo da un busto preformato standard, per fornire adeguato sostegno al capo e consentirne una corretta lettura tridimensionale.

La ricostruzione grafica
Nella mostra Garibaldini in uniforme dall’Uruguay alle Argonne (1843-1915), organizzata dal Museo civico del Risorgimento di Bologna dal 30 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, sono state esposte le ricostruzioni grafiche di uniformi indossate da diversi corpi di volontari garibaldini tra 1843 e 1915, realizzate nel corso degli anni dal pittore e disegnatore Pietro Compagni sulla base dell’iconografia e di descrizioni coeve.
In quell’occasione Compagni “scoprì” che nel museo era conservata anche la giubba garibaldina color caffè qui esposta, che egli riconobbe essere un reperto assolutamente unico.
Già lo studioso Andrea Viotti nel 1979 aveva scritto un saggio sul Reggimento Malenchini, ipotizzando anche una ricostruzione grafica dell’uniforme unicamente in base alle memorie scritte. Compagni decise così di realizzare, basandosi su quello studio e sul reperto originale, un figurino attendibile dell’uniforme da volontario del Reggimento Malenchini (1860).
Al momento dell’inaugurazione della mostra il disegno non era ultimato, ma si decise di esporlo ugualmente, anche perché questo ci servì per attirare l’attenzione sul cattivo stato di conservazione del reperto, e per lanciare una campagna di raccolta fondi attraverso l’Art Bonus, operazione andata a buon fine.
Nel frattempo, Compagni ha potuto portare a termine anche la ricostruzione grafica dell’uniforme, che viene ora esposta accanto a quella originale, finalmente restaurata.

Il nucleo di uniformi garibaldine del Museo civico del Risorgimento di Bologna 
Il Museo civico del Risorgimento di Bologna conserva un nucleo di 30 uniformi di corpi garibaldini, quasi tutte rosse. 
Di queste poche risalgono al 1860, la maggior parte sono invece relative alla Terza Guerra di Indipendenza (1866), alcune alla Campagna dell’Agro romano (1867) e alla campagna a fianco della Francia contro la Prussia (1870).
Come è noto, le uniformi dei garibaldini vennero spesso realizzate in mancanza di regolamenti precisi che le codificassero e, anche nel caso in cui questi fossero presenti, come nel 1866, i volontari spesso li adattavano alle proprie esigenze e gusti personali. Nella loro multiforme varietà, le uniformi garibaldine del Museo esprimono pertanto quell’approssimazione e quella scarsa attenzione agli aspetti formali che, espresse icasticamente nel modo di dire “alla garibaldina” , consegnano al tempo presente la memoria dei seguaci dell’Eroe dei Due Mondi.

Per approfondire
Presentazione della campagna Art Bonus In mille per la giubba da salvare:
https://www.youtube.com/watch?v=lGOnloPzE2M&list=PLc1n2eDjgXeegS3j9-KaHOfUl-tzSCwSb&t=3s

Relazione di restauro della giubba di color caffè di Primo Baroni eseguito da R.T. Restauro Tessile, Albinea (RE):
https://storiaememoriadibologna.it/archivio/opere/giubba-garibaldina-di-primo-baroni

Schedatura delle uniformi garibaldine conservate al Museo civico del Risorgimento di Bologna:
https://www.storiaememoriadibologna.it/archivio/eventi/le-uniformi-garibaldine-del-museo-civico-del-risorgimento


Mostra
Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860

A cura di
Otello Sangiorgi

Promossa da
Settore Musei Civici Bologna | Museo civico del Risorgimento

Periodo di apertura
14 febbraio – 22 marzo 2026

Orari di apertura
Martedì e giovedì 9.00 – 13.00
Venerdì 15.00 – 19.00
Sabato, domenica 10.00 – 18.00
Chiuso lunedì, mercoledì

Ingresso
Intero € 5 | ridotto € 3 | ridotto speciale visitatori di età compresa tra i 19 e i 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura

Informazioni
Museo civico del Risorgimento
Piazza Giosue Carducci 5 | 40125 Bologna
Tel. + 39 051 2196520
www.museibologna.it/risorgimento
museorisorgimento@comune.bologna.it
Facebook: Museo civico del Risorgimento – Certosa di Bologna
YouTube: Storia e Memoria di Bologna

Settore Musei Civici Bologna
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Ufficio Stampa / Press Office 
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Corpi, luce e desiderio: un’ampia retrospettiva su Robert Mapplethorpe

A Milano, Palazzo Reale ospita fino al 17 maggio 2026 l’ampia retrospettiva Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio, che offre un incontro profondo e coinvolgente con la poesia visiva di uno dei fotografi più influenti e controversi del Novecento, attraverso immagini potenti, sensuali e formalmente rigorose.
Questa mostra, inserita nel programma culturale dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026, richiama l’attenzione sul corpo, sull’identità e sulle possibilità espressive della fotografia come forma d’arte.

Elena Serra
Commentatrice di Experiences
Fotografia e linguaggi visivi contemporanei.

Un’indagine sull’estetica del desiderio

Dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, Palazzo Reale di Milano accoglie una delle retrospettive più attese della stagione espositiva italiana: Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio. Curata da Denis Curti e promossa dal Comune di Milano – Cultura, l’esposizione propone una vasta selezione di opere iconiche, potenti e anticonformiste di Robert Mapplethorpe, fotografo statunitense considerato tra i protagonisti della cultura visiva del XX secolo.

L’allestimento si inserisce nella Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il palinsesto culturale plurale e diffuso che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali, con l’intento di coniugare sport, patrimonio e linguaggi artistici contemporanei in un dialogo interdisciplinare.

Il corpo come architettura di significati

La mostra milanese rappresenta il secondo capitolo di una trilogia dedicata a Mapplethorpe, iniziata a Venezia (Le Stanze della Fotografia) e destinata a concludersi a Roma. In questo contesto, il percorso espositivo si concentra sull’aesthetic research del fotografo: i nudi sensuali, le composizioni rigorose e le immagini in bianco e nero che traducono il desiderio in forma, luce e contrasto. In queste fotografie il corpo umano è rappresentato con la stessa disciplina compositiva dell’architettura classica, diventando misura ideale e simbolo di bellezza assoluta.

Mapplethorpe, nato a New York nel 1946 e scomparso nel 1989, ha saputo trasformare la fotografia in uno strumento di indagine culturale e politica. La sua ricerca visiva esplora le tensioni tra classicismo e libertà espressiva, tra forma e sensualità, proponendo immagini che invitano lo spettatore a confrontarsi con le categorie del desiderio, dell’identità e del corpo come opera d’arte.

Un percorso espositivo tra potenza e poesia

L’allestimento milanese riunisce una selezione ampia e inedita di scatti che attraversano gli esordi e le fasi più mature della produzione di Mapplethorpe: nudi, ritratti, composizioni che dialogano con la statuaria antica e ricordano l’etica classica della perfezione formale. La scelta delle opere riflette l’attitudine dell’artista a confrontarsi con paradigmi estetici e sociali, dando vita a immagini che sono al tempo stesso immediate e concettualmente complesse.

Accanto alle fotografie più celebri, la mostra propone scatti meno noti e materiali di approfondimento che permettono di cogliere la portata di una ricerca che ha segnato profondamente la storia della fotografia contemporanea. La tensione tra rigore e sensualità, tra disciplina e provocazione, è al centro di ogni scelta espositiva.

Milano, capitale dell’immagine nel tempo dei Giochi

Con Le forme del desiderio, Milano conferma la sua vocazione come capitale dell’immagine e del linguaggio visivo, capace di accogliere linguaggi radicali e di porre la fotografia al centro di una riflessione estetica e culturale di ampio respiro. Palazzo Reale, con la sua grande sala espositiva, diventa teatro di un confronto tra passato e presente, classico e contemporaneo, disciplina e libertà.

In un periodo segnato dall’energia degli eventi sportivi e dalla partecipazione internazionale, la mostra invita il pubblico a riscoprire – attraverso lo sguardo di Mapplethorpe – il corpo come forma, il desiderio come principio estetico e la fotografia come linguaggio universale di espressione artistica.


Note essenziali:
Date: 29 gennaio – 17 maggio 2026.
Sede: Palazzo Reale, Milano.
Curatela: Denis Curti.
Promossa da: Comune di Milano – Cultura; prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation (New York).


Redazione Experiences

Memory Bricks nell’ambito delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina 2026

In Via Montenapoleone, cuore simbolico del lusso milanese, un’installazione urbana temporanea intitolata Memory Bricks mette in relazione Milano e Shanghai nell’ambito delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina 2026. Un progetto che intreccia design, memoria e identità urbana, trasformando la strada in spazio di riflessione pubblica.

Moda, design e Olimpiadi
Memory Bricks tra Milano e Shanghai

Luca Ferraris – Experiences, Cultura contemporanea, design urbano e politiche culturali internazionali.

Un’installazione nel cuore della città

Via Montenapoleone è sinonimo di eleganza, moda e potenza economica. È una delle arterie più celebri del Quadrilatero della Moda, luogo di passaggio internazionale dove il lusso è linguaggio quotidiano. Proprio qui, in un contesto dominato da vetrine e marchi globali, prende forma Memory Bricks, un’installazione urbana che introduce una pausa riflessiva nel ritmo accelerato della città.

L’opera nasce all’interno del programma delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina 2026, il palinsesto di eventi artistici che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali. Se lo sport è il centro simbolico dell’evento, la cultura ne rappresenta la trama diffusa: un sistema di interventi che coinvolge musei, spazi pubblici, quartieri e luoghi simbolici.

Mattoni come frammenti di memoria

Il titolo è semplice e diretto: Memory Bricks. Mattoni della memoria. L’installazione si compone di elementi modulari che evocano l’idea del costruire, dell’edificare relazioni, del sovrapporre storie. Il mattone è l’unità primaria dell’architettura urbana, ma qui diventa metafora di identità condivise e di dialogo tra culture.

Il progetto mette in comunicazione Milano e Shanghai, due metropoli che negli ultimi decenni hanno conosciuto trasformazioni profonde e rapidissime. Se Milano è laboratorio storico del design e dell’industria creativa europea, Shanghai rappresenta uno dei poli più dinamici dell’Asia contemporanea. L’installazione suggerisce un ponte simbolico tra queste due realtà, attraverso un linguaggio visivo essenziale ma denso di rimandi.

Ogni “brick” è concepito come frammento narrativo: non solo oggetto fisico, ma supporto di un racconto. L’opera invita il pubblico a riflettere su cosa significhi memoria in un’epoca dominata dalla velocità e dalla trasformazione costante.

Moda, design e sport: un triangolo inatteso

La scelta di Via Montenapoleone non è casuale. Collocare un intervento culturale in uno dei luoghi più iconici del consumo globale significa interrogare il rapporto tra estetica e mercato, tra identità e rappresentazione. In questo contesto, Memory Bricks introduce una dimensione pubblica in uno spazio percepito spesso come esclusivo.

Le Olimpiadi Culturali ampliano così il loro raggio d’azione: non solo musei e istituzioni, ma anche spazi urbani aperti, attraversati quotidianamente da cittadini e visitatori. Lo sport diventa pretesto per attivare riflessioni su città, relazioni internazionali e futuro delle metropoli.

Milano Cortina 2026 non è solo un evento sportivo: è un momento di ridefinizione dell’immagine della città. E questa installazione si inserisce in una narrazione più ampia che vuole presentare Milano come capitale culturale aperta al dialogo globale.

Milano e Shanghai: due città in trasformazione

Il dialogo con Shanghai introduce un livello ulteriore di complessità. Entrambe le città hanno vissuto negli ultimi trent’anni una profonda riconfigurazione urbanistica e identitaria. Milano ha riconvertito aree industriali in quartieri creativi, ha ridefinito il proprio skyline e ha consolidato il proprio ruolo internazionale nel design e nella moda. Shanghai, con la sua crescita vertiginosa, è diventata simbolo della modernità asiatica.

Memory Bricks suggerisce che le città non sono soltanto insiemi di edifici, ma archivi viventi. Ogni mattone è memoria sedimentata. Mettere in dialogo Milano e Shanghai significa interrogare il modo in cui le metropoli costruiscono la propria narrazione, oscillando tra tradizione e innovazione.

L’arte urbana come dispositivo relazionale

L’installazione non impone un percorso obbligato. Si offre allo sguardo, invita all’attraversamento, sollecita una lettura libera. In questo senso, assume una funzione relazionale: crea uno spazio di incontro inatteso in un luogo dominato dalla dimensione commerciale.

L’arte pubblica, soprattutto quando inserita in contesti centrali e altamente visibili, ha la capacità di interrompere la routine percettiva. Qui il gesto è misurato, non invasivo, ma significativo. I mattoni, ripetuti e modulati, suggeriscono costruzione collettiva: nessuna memoria è isolata, ogni identità è frutto di stratificazioni.

Olimpiadi Culturali: oltre la retorica dell’evento

L’iniziativa si inserisce in una strategia più ampia che vede le Olimpiadi Culturali come occasione di produzione simbolica. Non solo celebrazione, ma attivazione di processi. Milano Cortina 2026 sta costruendo un calendario diffuso che coinvolge istituzioni, spazi pubblici e realtà private, trasformando l’evento sportivo in catalizzatore culturale.

In questo scenario, Memory Bricks rappresenta una curiosità olimpica solo in apparenza marginale. In realtà, intercetta una questione centrale: come si costruisce un’immagine internazionale della città? Attraverso quali linguaggi? Con quali alleanze?

Il dialogo con Shanghai assume così una dimensione diplomatica, oltre che artistica. Le città diventano interlocutrici dirette, superando la dimensione strettamente nazionale.

Un gesto discreto ma strategico

Nel contesto spettacolare delle grandi installazioni urbane, Memory Bricks sceglie una via più sobria. Nessuna monumentalità, nessuna retorica eccessiva. Solo un sistema modulare che richiama l’idea di costruzione lenta e condivisa.

Via Montenapoleone, attraversata ogni giorno da migliaia di persone, diventa spazio di riflessione su cosa significhi memoria in un tempo dominato dall’immagine istantanea. Il mattone, elemento arcaico e primario, contrasta con la fluidità digitale che caratterizza la contemporaneità.

Costruire ponti, non solo scenografie

Le Olimpiadi generano spesso scenografie temporanee. Qui, invece, si tenta di costruire un ponte simbolico che superi la durata dell’evento. Milano e Shanghai sono chiamate a riconoscersi come città in dialogo, non solo come poli economici ma come laboratori culturali.

L’installazione suggerisce che l’identità urbana non è data una volta per tutte: si costruisce, si stratifica, si reinventa. Proprio come un muro fatto di mattoni, che può essere ampliato, modificato, restaurato.


Note essenziali
• Installazione: Memory Bricks
• Luogo: Via Montenapoleone, Milano
• Ambito: Programma delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina 2026
• Tema: Dialogo simbolico tra Milano e Shanghai attraverso un’installazione urbana modulare


Redazione Experiences

In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026

In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026, il Museo del Novecento di Milano presenta Urrà la neve! Armando Testa e lo sport, una mostra-focus che esplora il rapporto tra sport e immaginario nella grafica italiana attraverso una selezione di manifesti e opere del maestro della comunicazione visiva. L’esposizione racconta oltre trent’anni di sperimentazione visiva in cui movimento, gesto e velocità diventano simboli culturali.

Andrea Valenti – Commentatore di Experiences, Grafica, design e cultura visiva del Novecento.

Milano celebra un linguaggio visivo del Novecento

Dal 22 gennaio al 30 aprile 2026 il Museo del Novecento di Milano dedica uno sguardo tematico alla produzione grafica di Armando Testa (Torino, 1917–1992), protagonista indiscusso della comunicazione visiva italiana del Novecento. Inserita nel calendario culturale dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina, la mostra Urrà la neve! Armando Testa e lo sport propone un percorso concentrato sul tema dello sport come terreno di sperimentazione estetica e simbolica.

L’iniziativa, a cura di Gemma De Angelis Testa e Gianfranco Maraniello, realizzata in collaborazione con Testa per Testa, si concentra su una selezione di opere grafiche – sette manifesti accompagnati da un contributo audiovisivo – che testimoniano la capacità di Testa di tradurre in immagini il gesto atletico, l’energia del movimento e la compenetrazione tra sport e cultura di massa.

Un linguaggio fatto di segno, movimento e ironia

Armando Testa è stato figura chiave nella definizione del linguaggio visivo italiano: fin dalla fondazione della sua agenzia nel 1946 ha saputo coniugare essenzialità formale, ironia e sperimentazione, attraversando i confini della pubblicità, dell’arte, del cinema e della televisione. Il suo approccio alla comunicazione visiva ha influenzato profondamente la percezione collettiva di immagini e messaggi, facendo della grafica strumento di comprensione culturale oltre che di persuasione.

Nel contesto della mostra milanese, questo linguaggio si confronta con il tema sportivo: le opere selezionate, datate dagli anni Cinquanta ai primi anni Novanta, mostrano come Testa abbia saputo cogliere la modernità e la dinamicità dello sport, cogliendo spunti dalla cultura visiva del suo tempo e traducendo segmenti di realtà in icone memorabili.

I protagonisti della mostra: manifesti e audiovisivi

Tra i pezzi in mostra figurano manifesti storici come il celebre “Moto Guzzi Lodola Sport 175” del 1954, dove l’energia della velocità e la sintesi cromatica restituiscono un mito moderno del movimento, e manifesti realizzati per eventi olimpici e sportivi, che riflettono l’evoluzione dell’estetica e della comunicazione pubblicitaria in Italia.

Il contributo audiovisivo inserito nel percorso arricchisce la lettura delle opere, mettendo in relazione il linguaggio dei manifesti con il ritmo e la teatralità dello sport: la serie di lavori di Testa diventa così occasione per riflettere sulla relazione tra figura e movimento, tra forma visiva e percezione collettiva.

Sport come metafora culturale

La scelta di dedicare una mostra proprio al rapporto tra Testa e lo sport non è casuale: nelle immagini del grafico torinese lo sport emerge non soltanto come attività fisica, ma come metafora delle trasformazioni culturali e sociali del secondo Novecento. La capacità di sintetizzare gesto, velocità e simbolo in poche linee e colori conferisce a queste opere una forza comunicativa che trascende il puro ambito pubblicitario.

Attraverso il dinamismo compositivo, la tensione formale e l’approccio innovativo, Testa ha saputo creare immagini in cui l’icona sportiva diventa veicolo di significati più ampi: una cartografia visiva della modernità, in cui il corpo che si muove, il paesaggio stilizzato, la forza del segno grafico si intrecciano con la memoria collettiva.

Milano, design e Olimpiadi: la città come palcoscenico

La mostra si inserisce organicamente nella cornice culturale milanese che accompagna l’appuntamento olimpico: città e istituzioni culturali hanno voluto attribuire alle arti visive un ruolo centrale nel raccontare l’identità del tempo presente. In questo senso, la retrospettiva su Testa non è solo un omaggio a un protagonista della grafica italiana, ma un invito a guardare allo sport come fenomeno estetico e culturale, capace di dialogare con design, comunicazione e identità collettiva.

Allo stesso tempo, Urrà la neve! rappresenta un’occasione per riscoprire uno dei linguaggi visivi più influenti del Novecento italiano in un luogo simbolico come il Museo del Novecento, spazio che da sempre promuove la riflessione sull’arte e la società del secolo trascorso.


Note essenziali:
Date della mostra: 22 gennaio – 30 aprile 2026.
Luogo: Museo del Novecento, Milano.
Curatela: Gemma De Angelis Testa e Gianfranco Maraniello; in collaborazione con Testa per Testa.
• Opere esposte: sette manifesti e un contributo audiovisivo focalizzati sul tema dello sport nella grafica di Armando Testa.


Redazione Experiences

Il 15 febbraio di ogni anno satira e memoria si intrecciano

Ogni anno, il 15 febbraio, la cittadina fiamminga di Aalst, nel nord del Belgio, inaugura il suo celebre carnevale, una festa popolare lunga tre giorni fatta di maschere, carri e satira sociale. Antico di oltre sei secoli, il Carnevale di Aalst è noto per il suo umorismo irriverente e per la partecipazione collettiva, ma negli ultimi anni è finito sotto i riflettori internazionali per le controversie che ne hanno portato alla rimozione dalla lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, nel 2019.

Il Carnevale di Aalst (Belgio)
fra tradizione millenaria e polemiche globali

Elena Serra – Commentatrice di Experiences: Tradizioni popolari, patrimonio culturale immateriale e dinamiche globali della cultura.

Una tradizione che affonda le radici nel Medioevo

Il Carnevale di Aalst è uno degli eventi popolari più antichi d’Europa: le sue origini risalgono al Medioevo e la forma attuale della festa, con cortei, carri allegorici, cerimonie rituali e travestimenti, si è consolidata nel corso di oltre 600 anni. L’appuntamento cade ogni anno nella settimana che precede il Mercoledì delle Ceneri e mobilita l’intera comunità locale in preparativi durati mesi. La celebrazione porta in strada danze, maschere irriverenti, danze popolari come quella della scopa e una serie di figure tradizionali – dal Principe del Carnevale, che riceve simbolicamente le chiavi della città, alle sfilate di giganti e di gruppi mascherati che interpretano la realtà sociale con spirito provocatorio.

Questo carnevale è stato – e per la comunità di Aalst rimane – più di una semplice festa: è un rito collettivo che scandisce il cambio di stagione e cancella temporaneamente le gerarchie sociali attraverso il rovesciamento delle norme, la parodia politica e l’umorismo acceso.

Un riconoscimento UNESCO e la rimozione controversa

Nel 2010 il Carnevale di Aalst ricevette un riconoscimento internazionale: fu iscritto nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, un riconoscimento ufficiale che valorizza tradizioni comunitarie, rituali e pratiche simboliche degne di tutela e trasmissione generazionale.

Tuttavia, nel corso degli anni successivi, alcune edizioni della festa suscitarono forti critiche per la presenza di carri allegorici e rappresentazioni satiriche ritenute offensive o stereotipate, in particolare nei confronti di gruppi e comunità etniche o religiose. Nel 2019, una delle parate attirò l’attenzione internazionale per un carro giudicato da molte organizzazioni come basato su stereotipi antisemiti.

In risposta a queste controversie, l’UNESCO avviò un esame della situazione e, nel dicembre dello stesso anno, l’Intergovernmental Committee for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage ha deciso di rimuovere il Carnevale di Aalst dalla sua lista, sulla base del fatto che la ripetuta presenza di rappresentazioni ritenute discriminatorie era “incompatibile con i principi fondamentali della Convenzione sul patrimonio immateriale”.

La decisione fu storica: si trattò della prima volta che un elemento veniva depennato dalla lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO per ragioni di questo tipo.

Satira e polemica: libertà d’espressione contro rispetto e inclusione

La rimozione dal registro UNESCO ha aperto un dibattito più ampio sulla natura del Carnevale di Aalst e sul confine tra satira sociale e rappresentazioni offensive. Da una parte, gli organizzatori e molti abitanti di Aalst hanno difeso la manifestazione come espressione genuina di libertà d’espressione e spirito critico, una tradizione radicata nella loro cultura locale e nella capacità di ridicolizzare – senza gerarchie – politici, eventi globali e personaggi pubblici.

Dall’altra, organismi per i diritti umani, rappresentanti di comunità religiose e osservatori internazionali hanno criticato l’uso di immagini stereotipate che possono evocare ferite storiche profonde, sottolineando come certi simboli e caricature possano nuocere alla convivenza civile e alimentare pregiudizi.

Questo confronto tra satira e sensibilità collettiva rimane al centro del discorso pubblico attorno al Carnevale di Aalst, una festa che continua a riunire decine di migliaia di visitatori ogni anno ma che è anche simbolo di un’intricata tensione culturale.

Il carnevale oggi: identità, partecipazione e futuro

Nonostante la perdita dello status UNESCO, il Carnevale di Aalst resta una delle manifestazioni popolari più seguite in Belgio e nel panorama carnascialesco europeo. La sua formula di satira aperta e partecipazione collettiva continua ad animare la città per tre giorni, tra coriandoli, costumi elaborati e gruppi mascherati che ogni anno reinventano la tradizione.

Al di là delle polemiche, la festa di Aalst è osservata come esempio di folclore urbano che riflette con vigore il rapporto tra cultura locale e dinamiche globali: una manifestazione che è al tempo stesso rito sociale, critica umoristica e — per alcuni — terreno di sfida alle convenzioni moderne di inclusione e rispetto.


Note essenziali:
• Il Carnevale di Aalst si celebra annualmente nei tre giorni che precedono il Mercoledì delle Ceneri, con il culmine il 15 febbraio nella tradizione di quest’anno.
• È una manifestazione plurisecolare che unisce satira, cortei, carri allegorici e rituali popolari trasmessi da generazioni.
• Fu iscritto nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO nel 2010, ma rimosso nel 2019 per controversie legate ad alcune rappresentazioni considerate discriminatorie.


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