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  • La più grande mostra dedicata all’esperienza londinese di Peggy Guggenheim e alla galleria Guggenheim Jeune

    La più grande mostra dedicata all’esperienza londinese di Peggy Guggenheim e alla galleria Guggenheim Jeune

    “Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.

    Peggy Guggenheim

    Dal 25 aprile al 19 ottobre 2026 la Collezione Peggy Guggenheim presenta Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, la prima e più ampia mostra mai realizzata in ambito museale dedicata all’esperienza londinese di Peggy Guggenheim e alla sua prima galleria, Guggenheim Jeune, attiva al 30 di Cork Street tra il 1938 e il 1939. Curata da Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e da Simon Grant, Guest Curator, l’esposizione ricostruisce un capitolo cruciale della vita di Peggy Guggenheim, destinato a segnare in modo definitivo il suo futuro ruolo di collezionista e mecenate dell’arte del Novecento.

    Peggy Guggenheim a Londra.
    Nascita di una collezionista
     
    25 aprile – 19 ottobre, 2026
    Venezia, Collezione Peggy Guggenheim 

    La galleria svolse un ruolo fondamentale nel plasmare la scena artistica britannica del periodo tra le due guerre, aumentando la visibilità e l’accettazione dell’arte contemporanea in un momento in cui le istituzioni londinesi rimanevano conservatrici. Insieme a gallerie come la Redfern Gallery, la Mayor Gallery e la London Gallery, Guggenheim Jeune sfidò le norme consolidate e offrì una piattaforma essenziale per l’arte d’avanguardia. Questo periodo fu, inoltre, decisivo nella definizione dell’identità di Peggy Guggenheim come mecenate delle arti, decisa nel voler fondare un museo di arte moderna a Londra, una visione questa che sarebbe stata infine realizzata a Venezia. Nell’arco di diciotto mesi Guggenheim Jeune divenne uno dei principali punti di riferimento per le avanguardie artistiche dell’epoca, distinguendosi nella promozione di artisti locali e internazionali, molti dei quali legati alle tendenze artistiche del Surrealismo e dell’astrazione, e per una programmazione audace e sperimentale. In un arco di tempo sorprendentemente breve, dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Peggy Guggenheim organizzò oltre venti mostre e firmò numerosi primati curatoriali, tra cui la prima personale nel Regno Unito di Vasily Kandinsky, una mostra monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima esposizione britannica interamente dedicata al collage, una mostra di scultura contemporanea che suscitò ampio scandalo, e una mostra di opere realizzate da bambini, tra cui figura il dipinto di un giovanissimo Lucian Freud. Si tratta del debutto espositivo del celebre artista britannico.

    L’esposizione riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, e a opere di artisti che Peggy Guggenheim avrebbe successivamente collezionato. Tra questi figurano, tra gli altri, Eileen Agar, Jean (Hans) Arp, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e Yves Tanguy. Il percorso espositivo include dipinti, sculture, opere su carta, fotografie, pupazzi e materiali d’archivio, restituendo la straordinaria varietà dei linguaggi presentati nella galleria e documentando un’epoca di intensa sperimentazione artistica e fermento culturale, segnata da profonde tensioni sociali e politiche alle soglie della Seconda guerra mondiale. Centrale è anche la dimensione relazionale dell’esperienza londinese di Peggy Guggenheim: la mostra mette in luce il ruolo determinante delle sue amicizie e collaborazioni con figure chiave del modernismo, tra cui Arp, Samuel Beckett, Marcel Duchamp, Roland Penrose, Herbert Read, e Mary Reynolds nonché l’importanza della rete di galleristi e intellettuali attivi nella Londra di quegli anni.

    Il percorso espositivo si apre con opere chiave dell’astrazione e del Surrealismo esposte durante la breve ma intensa attività di Guggenheim Jeune, che riflettono le principali tendenze artistiche alla base del programma della galleria. Le sale successive sono dedicate alle singole esposizioni organizzate in questo spazio, tra cui quelle consacrate a Kandinsky, all’artista russa Marie Vassilieff, creatrice del genere delle “bambole artistiche” e figura di riferimento per una pratica transdisciplinare, e alla mostra di scultura contemporanea, che rappresentò un evento di primo piano nella storia culturale londinese del periodo prebellico, dimostrando il ruolo determinante di Peggy Guggenheim nella promozione e nell’accettazione dell’arte moderna e astratta in Inghilterra. Si prosegue con i ritratti di Cedric Morris, artista gallese al centro della scena dell’avanguardia britannica, mentre una sala sarà dedicata alle esposizioni del pittore statunitense Charles Howard, dello scultore tedesco Heinz Henghes, e alla mostra dello Studio 17, laboratorio di incisione fondato da Stanley William Hayter. Segue un omaggio alla storica esposizione Abstract and Concrete Art, con opere di artisti quali Mondrian, Taeuber-Arp e Van Doesburg. Non mancherà una sala dedicata ai ritratti fotografici a colori di Gisèle Freund, presentati originariamente a Guggenheim Jeune in forma di proiezione: una modalità espositiva che l’artista predilesse per tutta la vita per mostrare le sue trasparenze a colori dedicate ad artisti e intellettuali. Le sale finali riuniscono infine opere di quegli artisti inclusi nella mostra sul collage e nelle diverse esposizioni dedicate al Surrealismo, tra cui Kernn-Larsen, André Masson, Reuben Mednikoff, Wolfgang Paalen, Grace Pailthorpe, Man Ray, Tanguy e John Tunnard.

    La mostra vuole inoltre essere un omaggio all’amore che legò Peggy Guggenheim all’Inghilterra, che sempre considerò propria patria spirituale e con cui mantenne numerosi legami. In un’intervista del 1976, riflettendo sulla propria vita, dichiarò: “Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.

    Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà accompagnata da un ricco catalogo illustrato, edito da Collezione Peggy Guggenheim e distribuito da Marsilio Arte, che include nuovi saggi critici da parte di numerosi studiosi, critici e storici dell’arte.

    Dopo la tappa veneziana, Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà presentata alla Royal Academy of Arts di Londra dal 21 novembre 2026 al 14 marzo 2027, rafforzando il dialogo internazionale attorno a una figura centrale della storia dell’arte del XX secolo e al contesto che ne ha segnato la formazione, e al Guggenheim New York nella primavera del 2027.


    Maria Rita Cerilli
    press@guggenheim-venice.it
     
    In collaborazione con
    Studio ESSECI Comunicazione 
    Ref. Roberta Barbaro – Simone Raddi
    roberta@studioesseci.net
    simone@studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
  • Al MAN di Nuoro, la luce di Pellizza e Ballero

    Al MAN di Nuoro, la luce di Pellizza e Ballero

    Una amicizia, un carteggio, una vocazione condivisa. Per il paesaggio, per la pittura, per la trascrizione dei moti della terra in palpiti di colore. Il progetto inedito, varato dal museo MAN di Nuoro, mira a ricostruire per la prima volta il lascito ideale che Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907), padre nobile del divisionismo italiano, consegnò ad Antonio Ballero (1864-1932), grande artista sardo che, a cavallo fra passato e progresso, traghettò una pittura intrisa ancora di istanze realiste verso i modi sperimentali del divisionismo, veicolando la cultura tardo romantica dominante nel panorama dell’isola in direzione di una ricerca scientifica sul colore sposata a una narrazione cangiante del percepito. Stringendo un legame affettuoso con Pellizza da Volpedo, interrotto dalla tragica morte di quest’ultimo, Antonio Ballero contribuì fortemente ad aprire la Sardegna alle indagini su quel nuovo linguaggio della pittura e sulle teorie del colore “diviso” protagonisti del dibattito in corso a livello nazionale e internazionale. Fu merito della lezione di Pellizza da Volpedo e dello scambio intellettuale che ne nacque, se Ballero giunse a ritagliarsi un ruolo da capofila nell’evoluzione della ricerca artistica sull’isola, entrata grazie a lui a pieno titolo nell’attualità della querelle che si agitava in continente.

    Pellizza e Ballero
    La divina luce
    MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro
    13 Marzo –  14 Giugno 2026

    a cura di Chiara Gatti da un progetto di Rita Moro
    con il contributo scientifico di Gabriella Belli e Antonello Cuccu

    Il progetto, curato da Chiara Gatti e coordinato da Rita Moro, con la consulenza scientifica di Gabriella Belli, massima studiosa del Divisionismo italiano (cfr. Divisionismo italiano, a cura di Gabriella Belli, Electa, Milano 1990 e L’età del Divisionismo, a cura di Gabriella Belli e Franco Rella, Electa, Milano 1990), porrà in stretta relazione gli esiti del maestro sardo con gli stimoli ricevuti dal rapporto privilegiato con Pellizza da Volpedo, testimoniati da un confronto iconografico e altresì dalle lettere datate fra il 1904 e il 1907 che ne documentano i contatti e la vivacità del dialogo. Due quadri di Ballero, esposti nell’ambito della Cinquantunesima Esposizione della Società delle Belle Arti di Genova nel 1904 furono lodati da Pellizza al pari di una vera “rivelazione”, come Pellizza stesso confessò al maestro sardo in una missiva di quello stesso anno. Merito di questa vicinanza ideale e di tale dichiarazione di stima se la ricerca espressiva e formale di Ballero imboccò la strada di una maturazione estetica venata anche di nuovi e più potenti contenuti sociali.

    Antonio Ballero era emerso a Sassari all’Esposizione Artistica Sarda allestita al Palazzo della Provincia nel 1896, ma non tardò a segnalarsi per la sua statura di livello nazionale, superando rapidamente il verismo di matrice ancora macchiaiola e il sentimentalismo di certi soggetti di natura agreste, e guardando con piena maturità alla svolta divisionista e alla sua complessa e variabile concezione della luce e del colore, da affrontare con il neonato metodo scientifico del dipingere, che gli valse quell’incoraggiante plauso di Pellizza da Volpedo. Già Salvatore Farina, grande scrittore sperimentale, originario di Sorso e milanese d’adozione, vicino agli Scapigliati e a tutta l’intellighenzia italiana dell’epoca, riconobbe il passo avanti compiuto da Ballero nel mondo dell’arte e ne paragonò gli esiti alle riflessioni di Giovanni Segantini, al suo equilibrio lirico fra realismo e simbolismo, quotidianità pregna di umori terreni e dimensione del sacro che si reifica in terra, nello spettacolo della natura e nei gesti con cui l’uomo la omaggia silenzioso.

    Il legame con Grazia Deledda e il sodalizio con Francesco Ciusa, oltre all’amicizia in continente con Leonardo Bazzaro e Carlo Fornara, accentuarono la vocazione di Ballero per questo sentire e narrare l’esistenza diuturna degli umili. Le sue figure dignitose, solenni e insieme fragili al cospetto del cosmo, abitano orizzonti rurali dove il senso profondo di verità delle cose si sublima in una attesa senza tempo. “La fierezza olimpica dei pastori erranti tra le boscaglie, l’impeto di una corsa di cavalli, le movenze flessuose e festanti di un ballo tondo”: così Ballero affondava nella descrizione dei suoi soggetti aggrappati saldamente alla tradizione della sua terra ma proiettati, allo stesso modo, nell’assoluto. Il passaggio radicale da opere come Paesaggio con alberi del 1890 a tele come Mattino di Marzo del 1903 c. o L’appello serale del 1904 – identificate esattamente con le due opere esposte a Genova e che raccolsero l’entusiasmo di Pellizza – dimostra con chiarezza la svolta del maestro sardo dal giovanile debito verso i modi di Corot e il suo tonalismo, le sue pennellate fluide e il suo naturalismo vibrante, a una pittura fatta invece di piccole tacche, complementarietà dei colori, crepuscoli penetranti e coralità d’azione dei suoi personaggi.

    Pellizza Da Volpedo, quattro anni più giovane di Antonio Ballero, ma già al centro della vita artistica nazionale, condivise con il collega nuorese i suoi pensieri sul tema del paesaggio, sullo spirito di verità e la capacità di osservazione che l’esistenza richiede per essere compresa e tradotta in immagine, nel suo scorrere intimo e feriale. Avvicinare due autori in un percorso che ne testimoni i punti di contatto, significa dunque lavorare sulla ricchezza e sui frutti del loro dialogo, sul lascito che Pellizza consegnò all’amico e come quest’ultimo seppe rigenerarlo alla luce di una cultura diversa, aspra e introversa quale fu quella della sua terra, visceralmente appesa alle asperità dei tacchi montuosi e alla scansione struggente dei compiti pastorali. La stessa genesi dei quadri di Pellizza da Volpedo, gli scenari che riempirono i suoi occhi quando scrutava momenti di quotidianità campestre, dolorose nella miseria ma mistiche nella speranza di una vita migliore, può aiutare nell’analisi della crescita di Ballero, del suo affacciarsi a una rinnovata poetica del quotidiano. La lezione gli venne dai prati della pieve di Volpedo, dove si consumava il celebre Idillio primaverile con il girotondo dei bambini; allegoria dell’infanzia e del tempo che scorre, destinata a ritornare nelle tele dell’artista sardo come Baddemanna del 1903. Speranze deluse è uno dei titoli più sintomatici della ricerca sul senso dell’esistenza che ossessionò Pellizza fino a logorargli l’anima e che Ballero ereditò in altre opere significative come Logu lentu o La seminatrice.

    Attraversando le vie dei borghi, ai margini dei viottoli che affacciano sui fienili, si dipanano allora le tappe di un percorso pensato per temi dominanti.

    Una nuova tecnica per una nuova luce

    All’anno 1894 risale un numero lavori superstiti di Antonio Ballero che documentano la sua sempre più intensa dedizione alla ricerca formale, intorno al problema colore-luce e colore-materia. Da questa data cruciale si sviluppa la crescita, sotto tutti i punti di vista, della sua produzione. All’indomani della partecipazione, nel 1896, alla storica Esposizione Artistica Sarda, dove il suo nome spiccò accanto a quello del più anziano e celebrato Giacinto Satta, Ballero vide il proprio impegno espressivo riconosciuto da un sistema dell’arte aggiornato alle nuove sperimentazioni, divise fra i traguardi del pointillisme francese e il coevo diffondersi del metodo scientifico della divisione del colore in ambito italiano, segnato da una maggiore libertà nel segno e nel gesto rispetto al rigore inflessibile dei colleghi d’oltralpe. Il 1896 è, non a caso, anche l’anno della celebre Triennale torinese, a cui parteciparono nomi del calibro di Morbelli, Grubicy, Longoni, Nomellini, Previati, Tominetti e lo stesso Pellizza, esponendo quadri a tecnica divisa, presenti in netta minoranza rispetto ai linguaggi ancora tradizionali, ma fondamentali per stabilire un punto di avvio della rivoluzione in atto. “Tenere i colori divisi e avvicinati anziché mescolarli sulla tavolozza”, come prescriveva proprio Grubicy in un suo scritto fra le pagine de “La Triennale” del medesimo anno, divenne la prassi comune per acuire la luminosità migliore possibile nelle scene ritratte, mettendo così la tecnica al servizio di una esigenza espressiva, non certo come fine ultimo di un virtuosismo puramente linguistico. “[…] ho la convinzione – aggiungerà Pellizza – essere questa non altro che un mezzo per rendere più efficace l’opera stessa e, aggiungerò, più consona ad esprimere le moderne idealità”. All’alba del Novecento, anche l’artista nuorese, sensibilissimo a tali portati, orientò caparbio le proprie scelte formali verso la medesima separazione degli elementi cromatici, in virtù di effetti luministici avvolgenti, pozzi d’ombre e chiarori lampeggianti di una intensità mai raggiunta in precedenza, tanto da poter paragonare oggi il suo capolavoro Sa ria del 1908 alla lezione di Angelo Morbelli, ne La sedia vuota o Mi ricordo quand’ero fanciulla del 1903. Sulle orme dell’amico Pellizza, Antonio Ballero dichiarò a sua volta: “La divisione del colore a seconda dello scopo che ti prefiggi nei tuoi lavori. Tutta la scienza riguardante la luce ed i colori deve destarti sempre un particolare interesse: solo per mezzo suo puoi avere maggiore coscienza di quel che fai. Quando copierai il vero non pensare a teorie, ma a tradurlo con tutti i mezzi che avrai a tua disposizione. Non fare il divisionismo per partito preso, ma perché devi essere convinto che cosi esplichi meglio le tue tendenze. Il divisionismo troppo apparente nuoce all’opera d’arte: mantenendo ciò che esso ha di buono, bisogna far scomparire ogni apparenza di sforzo, bisogna che l’opera sembri fatta di getto. Così la tecnica secondo me, non dovrebbe essere né tutta a puntini né tutta a lineette né tutta ad impasto; e nemmeno tutta liscia o tutta scabrosa, ma varia come sono varie le apparenze della natura”.

    Il destino degli umili

    Sulla provinciale per Casalnoceto, nel viale del Cimitero, avanzava lento il corteo del Fiore reciso, storia di una morte prematura narrata con dolorosa partecipazione da Pellizza in una delle sue opere più tragiche. Accanto ai fenomeni naturali, esaltati dalla tecnica divisa, risulta centrale l’attenzione rivolta dal maestro di Volpedo e dal collega nuorese a un mondo palpitante di figure misere ed eroiche allo stesso tempo, figure spezzate, volti segnati dalla sofferenza o fermi immobili nella polvere che frulla intorno. “Ritornato in questo mio paese feci primieramente: ritratti dei genitori miei […]” narrava Pellizza nelle note autobiografiche del suo Copialettere e minutari del 1895. La donna dell’emigrato del 1888, la Testa di vecchio, del 1890, così come nel Ritratto di campagnoli del 1894, sembra riecheggiare una lunga letteratura del vero che attraversa il secolo e che Ballero raccolse nel midollo, complici i rapporti amicali con Sebastiano Satta o la Deledda, ambientati sullo sfondo di un paese che – non diversamente da Volpedo – succhiava la linfa dalla natura e restituiva l’amarezza dei giorni in quella «demoniaca tristezza» che, per citare Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, distinse Nuoro «nido di corvi», landa scoscesa, e il suo popolo di notabili e pastori, preti e banditi. Il vero ‘luogo comune’, l’anello di congiunzione che, in questo caso, lega a doppio nodo la narrazione di Ballero a quella di Pellizza è in realtà il senso presente della morte, la metafisica che attraversa gli occhi dei suoi personaggi, vivi e morti, eternamente sospesi a picco sul dirupo dell’esistenza. “Mio scopo fu di farle una figura reale ma circonfusa di un’atmosfera di sogno” scrisse Pellizza in una lettera alla Signora Vittorina Balladore Bidone, in merito a un ritratto del marito commissionato dalla consorte in sua memoria. Dietro un linguaggio che sposa divisionismo e sentimento del sacro, sconfinato nei territori amari della finitudine, i ritratti dei maestri dialogano durissimi nei tratti, ma accarezzati da una luce di compassione. Poche figure divengono allora specchio di un mondo intero che abita la terra e subito si inabissa, grazie alla disperata dolcezza di una pittura che traduce nel colore il destino degli umili. Così come da un lato, all’angolo dell’edificio della Società operaia di Volpedo, sventolavano i Panni al sole di Pellizza, in un’aia rimasta cristallizzata e pigra, come le pieghe segrete del paese di cui riassume l’indole, così i cortili di Ballero, silenziosi e riarsi nelle estati isolane, si fanno simbolo di un mondo sardo, dei suoi ritmi e della sua verità sociale.

    L’arte in funzione sociale

    Sullo sfondo del mondo civile della Sardegna fin de siècle, si agitavano gli stessi drammi di cui Pellizza da Volpedo, con la sua opera, si fece testimone e interprete a livello universale. Lavoro e soprusi, indigenza e malattia, fragilità e violenze che la pittura, nella sua azione militante, contribuì a denunziare con la forza visiva e toccante di un manifesto programmatico. “Le opere che sanno innalzare la dignità e la bellezza del lavoro semplice, e la vita del popolo, che le sanno santificare, e glorificare nei loro dolori e nelle loro gioie, sono quelle che precorrono la vera arte futura. Sorgeranno forse altre forme, ed altri geni dell’arte troveranno vie nuove e formule nuove per commuovere le masse, ma l’arte futura non sarà né mistica, né adulatrice, né volgarmente realista, essa conterrà l’umanità tutta intera, l’umanità che, ammaestrata dai dolori passati della vita, e glorificata dal lavoro libero e rimuneratore corre trionfante e vittoriosa nella grande via del progresso e della civiltà”. Lo slancio accalorato di Ballero in questa sua dichiarazione giovanile dovrà drammaticamente scontrarsi con le delusioni del mondo moderno e di un idealismo romantico affranto dalle logiche del potere e dello sfruttamento. Il disagio sociale che attraversò l’Italia a cavallo del secolo divenne allora lo stimolo per affrontare nuove rappresentazioni della vita quotidiana venate di iniquità, che le poetiche sociali dei maestri del divisionismo resero in immagini dal taglio impegnato e accusatorio, come nel caso dell’eccidio di Buggerru del 1904 avvenuto durante lo sciopero dei minatori e che, idealmente, si può ricollegare al capolavoro di Pellizza, la marcia del Quarto Stato, manifesto di tutte le lotte per la conquista dei diritti all’alba della modernità. Il peso delle tensioni sociali nella Sardegna del tempo non fu minore a quanto si stava verificando sul continente. Nel 1906, sull’Isola furono organizzati tredici scioperi e Cagliari fu scenario della famosa rivolta delle sigaraie: quest’ultimo fatto accadde nello stesso mese di maggio in cui Ballero tenne la sua conferenza sulla scultura, durante la quale affrontò con durezza il concetto di socialità dell’arte citando, non senza enfasi, l’eloquenza civile di opere realmente politiche come il celeberrimo Spartaco di Vincenzo Vela, il gladiatore simbolo della rivolta contro gli oppressori, che procurò all’artista svizzero la condanna degli austriaci.

    Il sentimento di un’epoca intera, concentrato nel cammino dei contadini, con il loro messaggio assoluto di dignità e coraggio, trovò in Pellizza e nella sua eredità consegnata a Ballero l’apice di un’aderenza fra arte e vita, foriera di altre battaglie per la difesa dei braccianti o della classe operaia; l’occupazione delle fabbriche in vista del biennio rosso, registrò, in piena industrializzazione, lotte estenuanti raccolte dai maestri del colore negli “scatti” indelebili di una Italia sospesa in bilico fra tradizione e modernità.


    MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro
    Via Sebastiano Satta 27
    08100 Nuoro tel +39.0784.252110
    Orario: 10:00 – 19:00 (Lunedì chiuso)
    info@museoman.it
     
    Ufficio Stampa
    STUDIO ESSECI Comunicazione

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    Simone Raddi, simone@studioesseci.net
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    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
  • Ferrara: Oltre 140mila visitatori a Palazzo dei Diamanti

    Ferrara: Oltre 140mila visitatori a Palazzo dei Diamanti

    Grande successo per le mostra “CHAGALL.
    Testimone del suo tempo”
    al Palazzo dei Diamanti di Ferrara

    Sono stati 140.402 ivisitatori della mostra Chagall, testimone del suo tempo allestita a Palazzo dei Diamanti dall’11 ottobre 2025 all’8 febbraio 2026. 

    La mostra ha raccontato attraverso 200 opere, tra dipinti, disegni e incisioni, e due sale immersive che hanno consentito al pubblico di ammirare due sue creazioni monumentali (la decorazione del soffitto dell’Opéra Garnier di Parigi e le vetrate della sinagoga dell’Hadassah Medical Center di Gerusalemme) in una dimensione coinvolgente e spettacolare, la biografia e i molteplici aspetti della produzione di uno dei più importanti e amati maestri dell’arte del Novecento. Il percorso espositivo ha evidenziato la profonda umanità dell’opera di Chagall, artista visionario e plurale che è stato capace di trasformare l’esperienza personale in riflessione universale sull’identità, la memoria, l’esilio, la spiritualità, gli affetti e la gioia di vivere.

    L’esposizione è stata prodotta e organizzata da Fondazione Ferrara Arte e Arthemisia, in collaborazione con Servizio Cultura, Turismo e rapporti con l’Unesco del Comune di Ferrara e il contributo della Regione Emilia-Romagna. La rassegna ha avuto Ricola come special partnerFrecciarossa come mobility partner e ha ottenuto il supporto di Copma.

    Sui 140.402 ingressi, i biglietti venduti in prevendita sono stati complessivamente 84.944 mentre i restanti sono stati acquistati presso la biglietteria di Palazzo dei Diamanti. 
    Il giorno più visitato è stato il 6 febbraio, con 2.977 ingressi.
    La rassegna è stata  molto apprezzata dai gruppi scolastici: sono 632 le classi che hanno prenotato e visitato la rassegna per un totale di 13.070 studenti provenienti soprattutto da Ferrara e dalla Provincia (367 classi per un totale di 7.406 studenti), ma altrettanto positivo il numero delle classi prenotate provenienti da altre città, 265 per un totale di 5.664 studenti coinvolti.
    Ottimo risultato anche per il bookshop e in particolare per il catalogo della mostra: sono state vendute 6.036 copie.

    «Si conclude una mostra straordinaria, che ha portato a Ferrara oltre 140 mila visitatori provenienti da tutta Italia e dall’estero, confermando il forte richiamo culturale della nostra città e la sua capacità di ospitare eventi di respiro internazionale. Questo risultato dimostra come gli investimenti nel settore culturale, portati avanti in questi anni, rappresentino una scelta strategica fondamentale per lo sviluppo e l’attrattività del territorio, con ricadute significative sull’indotto complessivo della città, anche in chiave turistica. La partecipazione di moltissime scolaresche e di gruppi organizzati testimonia inoltre la solidità di un progetto pensato per coinvolgere pubblici diversi. Ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questo traguardo: il presidente della Fondazione Ferrara Arte Vittorio Sgarbi, il direttore Pietro Di Natale e il suo staff, Arthemisia, i curatori, i partner e tutto il personale coinvolto. Continueremo su questa strada, con nuove iniziative volte a rafforzare ulteriormente il ruolo di Ferrara come capitale dell’arte e della cultura» afferma Alan Fabbri, Sindaco di Ferrara.

    «La mostra Chagall, testimone del suo tempo ha ottenuto un risultato di assoluto rilievo, confermato non solo dall’ampia partecipazione del pubblico, ma anche da un riconoscimento critico unanime. Un esito che sottolinea in modo chiaro la bontà delle scelte della Fondazione Ferrara Arte e il lavoro di tutti i professionisti che operano a Palazzo dei Diamanti. Ora siamo pronti ad accogliere, dal 14 marzo al 19 luglio, la grande mostra, annunciata da tempo, Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, cui seguirà, dal 19 settembre, l’esposizione Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità, organizzata in collaborazione con il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam» aggiunge Marco Gulinelli, Assessore alla Cultura.

    Il Presidente della Fondazione Ferrara Arte, Vittorio Sgarbi, dichiara «Ci sono artisti che non appartengono soltanto alla storia: sono essi stessi storia. Marc Chagall è uno di questi e il pubblico glielo riconosce, come ha dimostrato il grande successo della mostra che gli abbiamo dedicato a Ferrara. Grazie alle numerose opere presentate in un percorso inedito, costruito con intelligenza e sensibilità, i visitatori hanno potuto entrare in sintonia con il suo mondo interiore e, insieme, ripercorrere la sua vicenda umana e artistica, intrecciata agli eventi del suo tempo. Ognuno ne è uscito portando con sé qualcosa di Chagall, qualcosa di vivo presente nelle sue opere, che, come lui stesso sosteneva, è “il fascino e il profondo significato di ciò che ci sta davvero a cuore”».

    Pietro Di Natale, direttore della Fondazione Ferrara Arte precisa «Marc Chagall, celebrato in tutto il mondo, ha incantato anche i cittadini e i turisti di Ferrara. La mostra ha ricevuto grandi apprezzamenti per la qualità e la ricchezza del percorso espositivo, per l’allestimento coinvolgente ed emozionante e per l’attenzione riservata a lavori di straordinaria importanza ma meno noti, dalle illustrazioni per le Favole di La Fontaine alle monumentali creazioni degli anni Sessanta, come la decorazione del soffitto dell’Opéra di Parigi e la serie di vetrate per la sinagoga dell’ospedale Hadassah di Gerusalemme. I visitatori hanno gradito molto gli affondi sull’eterna memoria della sua terra e delle tradizioni ebraico-russe, sul tema del doppio profilo, che invita a riflettere sull’identità complessa e sfaccettata dell’essere umano, e sui dipinti dedicati ai fiori che, raccolti in vasi, diventano emblemi dello sradicamento, riflettendo la vita stessa di Chagall. Ringrazio tutto il mio staff assieme ad Arthemisia e ai curatori con i quali abbiamo lavorato in grande sintonia».

    Iole Siena, Presidente Arthemisia commenta «Il successo di questa mostra ci emoziona profondamente. Vedere una partecipazione così ampia conferma quanto Chagall sia uno degli artisti più amati di tutti i tempi e come la collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte abbia prodotto un risultato straordinario. Questa esposizione è stata pensata per sorprendere e coinvolgere tutti, grandi e piccoli. L’allestimento, unico nel suo genere, ha permesso ai visitatori di entrare nel mondo di Chagall in modo quasi tangibile. Avere a Ferrara opere così rare è stato un vero privilegio, e vedere il pubblico emozionarsi davanti ad esse è stato impagabile. Ringrazio il Comune di Ferrara, la Fondazione Ferrara Arte e i curatori Francesca Villanti e Paul Schneiter, oltre a tutti coloro che hanno reso possibile questo progetto. Chagall ci ha parlato attraverso le sue opere, e il pubblico lo ha ascoltato».


    Ufficio Stampa Arthemisia
    Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
    press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332
    Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>
  • Luoghi comuni che fanno pensare

    Luoghi comuni che fanno pensare

    Da anni il dibattito pubblico attribuisce alla scuola italiana un orientamento culturale prevalentemente “di sinistra”. Ma cosa significa davvero questa affermazione? E quanto regge alla prova dei fatti, della storia e della complessità del sistema educativo?

    La scuola italiana e i docenti “di sinistra”

    Giulio Rinaldi
    Società, cultura civile e istituzioni

    Un’accusa ricorrente nel dibattito pubblico
    L’idea che la scuola italiana sia dominata da docenti ideologicamente orientati a sinistra è una costante del discorso politico e mediatico da almeno quattro decenni. Riemerge ciclicamente, soprattutto nei momenti di tensione culturale o di riforma dell’istruzione, assumendo spesso i toni di un’accusa: la scuola come luogo di “indottrinamento”, distante dal sentire comune e incapace di rappresentare l’intera società.

    Questa narrazione, tuttavia, semplifica un quadro che è in realtà molto più articolato. La scuola non è un soggetto unitario, ma un sistema vasto, frammentato, attraversato da differenze territoriali, disciplinari e generazionali.

    Le radici storiche di una percezione
    Per comprendere l’origine di questo luogo comune occorre tornare al secondo dopoguerra. La scuola repubblicana nasce come strumento di emancipazione civile e sociale, ispirata ai principi costituzionali di uguaglianza, pluralismo e libertà di pensiero. In questo contesto, molti insegnanti hanno interpretato il proprio ruolo come una missione civile, più che come una funzione meramente educativa.

    Negli anni Sessanta e Settanta, con l’espansione dell’istruzione di massa e l’ingresso di nuove generazioni di docenti, la scuola è diventata anche un luogo di fermento culturale e politico. Da qui prende forma l’associazione, ancora oggi diffusa, tra insegnamento e progressismo.

    Orientamento culturale o funzione critica?
    Uno dei nodi centrali del dibattito riguarda la distinzione tra orientamento politico e funzione critica dell’educazione. Promuovere il pensiero autonomo, il confronto delle idee, la lettura storica dei fenomeni sociali non equivale necessariamente a trasmettere una visione politica precostituita.

    Molti contenuti che vengono etichettati come “di sinistra” – l’attenzione alle disuguaglianze, ai diritti, alla storia del Novecento, ai processi democratici – fanno parte dei programmi scolastici e della tradizione culturale europea, non di un’agenda ideologica specifica.

    La pluralità reale del corpo docente
    L’immagine del docente politicamente omogeneo non regge all’analisi empirica. Il corpo insegnante italiano è numeroso, eterogeneo per età, formazione, provenienza sociale e sensibilità culturale. Accanto a insegnanti fortemente impegnati sul piano civile, ve ne sono molti altri che adottano un approccio pragmatico, disciplinare o strettamente professionale.

    Inoltre, l’orientamento personale di un docente non si traduce automaticamente in pratica didattica. I programmi ministeriali, le verifiche, gli esami di Stato e il controllo istituzionale costituiscono un quadro di riferimento che limita fortemente qualsiasi deriva ideologica sistematica.

    Scuola e conflitto culturale
    Il tema dell’“insegnante di sinistra” emerge spesso come riflesso di un conflitto culturale più ampio. La scuola diventa il campo simbolico su cui si proiettano paure e aspettative della società: il rapporto con il cambiamento, con la globalizzazione, con le nuove identità, con il ruolo dello Stato.

    In questo senso, la polemica sulla presunta parzialità ideologica della scuola parla tanto della scuola quanto del clima culturale che la circonda.

    Il rischio delle semplificazioni
    Ridurre la complessità dell’istituzione scolastica a uno schema ideologico binario – destra/sinistra – comporta un rischio evidente: quello di delegittimare il lavoro educativo e di indebolire la fiducia tra scuola, famiglie e società.

    La scuola è chiamata a formare cittadini consapevoli, non elettori di una parte. Quando il dibattito pubblico ignora questa distinzione, il confronto si trasforma in scontro e la funzione educativa ne risente.

    Neutralità impossibile, equidistanza necessaria
    È illusorio pensare a una scuola completamente “neutra” sul piano dei valori. Ogni sistema educativo trasmette implicitamente una visione del mondo: il rispetto delle regole, la dignità della persona, la centralità del sapere. Ma questa dimensione valoriale non coincide con l’adesione a un’ideologia politica.

    L’equidistanza richiesta alla scuola non è l’assenza di contenuti, bensì la capacità di esporli, discuterli e contestualizzarli, lasciando agli studenti lo spazio per formarsi un giudizio proprio.

    Una questione che riguarda tutti
    Il dibattito sull’orientamento culturale dei docenti non riguarda solo la scuola, ma il modo in cui una società concepisce l’educazione. Considerarla un terreno di scontro ideologico significa impoverirla; riconoscerne la complessità significa invece rafforzarne il ruolo pubblico.

    La scuola italiana, con tutte le sue contraddizioni, resta uno dei pochi luoghi in cui il confronto delle idee può avvenire in modo strutturato, regolato e argomentato. Ed è forse proprio questa funzione critica, più che una reale omogeneità politica, a generare diffidenza e polemica.


    Note essenziali
    Tema: scuola italiana e orientamento culturale dei docenti
    Ambito: educazione, società, dibattito pubblico
    Fonte di riferimento: analisi e rielaborazione indipendente


    Redazione Experiences
  • Una manifestazione che guarda al futuro senza rinunciare alla complessità del passato

    Una manifestazione che guarda al futuro senza rinunciare alla complessità del passato

    Da Torino, il Black History Month 2026 torna come spazio di racconto, confronto e produzione culturale. Un programma diffuso che intreccia storia, arti, musica, pensiero critico e pratiche comunitarie, restituendo complessità alle culture nere nel contesto italiano ed europeo.

    Black History Month
    Torino 2026
    Memorie vive, culture del presente

    Elena Serra
    Cultura contemporanea e politiche della memoria

    Un progetto culturale, non una ricorrenza
    Il Black History Month Torino non è una semplice trasposizione italiana di un modello anglosassone. Nato come progetto culturale indipendente, negli anni si è affermato come piattaforma di ricerca, narrazione e produzione artistica capace di interrogare la storia e il presente delle culture afrodiscendenti in Italia.

    L’edizione 2026 conferma questa impostazione: non una celebrazione episodica, ma un percorso articolato che attraversa linguaggi diversi e coinvolge luoghi, istituzioni e comunità. Torino diventa così un laboratorio in cui la memoria non è mai fissata, ma continuamente rimessa in circolo.

    La storia come campo di tensioni
    Al centro del Black History Month c’è una riflessione sulla storia intesa non come racconto lineare, ma come spazio di conflitto, rimozione e riscrittura. Le vicende delle popolazioni nere, spesso marginalizzate nei manuali e nella narrazione pubblica, vengono rilette attraverso sguardi plurali: artisti, studiosi, musicisti, performer e attivisti.

    Il programma 2026 insiste su un punto cruciale: la storia nera non è un capitolo separato, ma parte integrante della storia europea e italiana. Raccontarla significa interrogare i nodi del colonialismo, delle migrazioni, delle identità multiple e delle disuguaglianze ancora presenti.

    Un programma diffuso tra arti e pensiero
    Come nelle edizioni precedenti, anche nel 2026 il Black History Month Torino propone un calendario diffuso che intreccia arti visive, musica, cinema, letteratura, performance e incontri pubblici. Mostre, concerti, talk, proiezioni e workshop si alternano in diversi spazi della città, costruendo una geografia culturale che va oltre i circuiti tradizionali.

    Le arti visive diventano strumento di indagine politica e poetica; la musica attraversa generi e genealogie; il cinema e la parola scritta offrono dispositivi di racconto capaci di restituire complessità alle esperienze individuali e collettive.

    Identità, rappresentazione, linguaggio
    Uno dei temi centrali dell’edizione 2026 è il rapporto tra identità e rappresentazione. Chi racconta chi? Con quali linguaggi? E per quale pubblico? Il Black History Month non propone risposte univoche, ma apre spazi di discussione in cui la pluralità delle voci è un valore fondante.

    Il linguaggio, in particolare, è inteso come campo di battaglia e di possibilità. Nomi, immagini, suoni e narrazioni contribuiscono a costruire immaginari che possono includere o escludere. Il programma invita a prenderne coscienza, mettendo in discussione stereotipi e semplificazioni.

    Torino come spazio di ascolto
    La scelta di Torino non è casuale. Città industriale, post-industriale e multiculturale, Torino rappresenta un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni sociali dell’Italia contemporanea. Il Black History Month si innesta in questo contesto come spazio di ascolto e di restituzione, capace di coinvolgere pubblici diversi.

    Scuole, università, centri culturali e spazi indipendenti diventano luoghi di incontro, in cui la cultura è intesa come pratica condivisa e non come consumo passivo.

    Un progetto in dialogo con l’Europa
    Pur radicato nel territorio, il Black History Month Torino mantiene uno sguardo internazionale. Artisti e ospiti provenienti da contesti diversi contribuiscono a costruire un dialogo europeo sulle questioni legate alla memoria coloniale, alle migrazioni e alle identità diasporiche.

    Questo respiro internazionale permette di collocare l’esperienza italiana all’interno di un dibattito più ampio, evitando sia l’autoreferenzialità sia l’importazione acritica di modelli esterni.

    Educazione, comunità, futuro
    Accanto agli eventi pubblici, il progetto dedica attenzione particolare alle attività educative e di formazione. Workshop, laboratori e momenti di confronto sono pensati come strumenti per coinvolgere le giovani generazioni e favorire una consapevolezza critica duratura.

    Il Black History Month Torino 2026 guarda al futuro senza rinunciare alla complessità del passato. La memoria, qui, non è nostalgia, ma esercizio attivo di cittadinanza culturale.


    Note essenziali
    Evento: Black History Month Torino 2026
    Luogo: Torino, sedi diffuse
    Periodo: febbraio 2026
    Programma completo: blackhistorymonthtorino.it


    Redazione Experiences
  • Le “alchimiste” evocate da Kiefer non sono personaggi narrativi ma presenze simboliche

    Le “alchimiste” evocate da Kiefer non sono personaggi narrativi ma presenze simboliche

    A Palazzo Reale, nella Sala delle Cariatidi, Anselm Kiefer presenta quarantadue grandi teleri che trasformano lo spazio in un organismo simbolico. “Le alchimiste” è un viaggio nella materia, nella storia e nella possibilità stessa dell’arte di farsi conoscenza.

    Marta Bellomi
    Arte contemporanea e
    storia delle immagini

    Un ritorno monumentale a Milano
    Dal cuore di Milano, la Sala delle Cariatidi accoglie uno dei più imponenti interventi espositivi degli ultimi anni. La mostra Anselm Kiefer. Le alchimiste, ospitata a Palazzo Reale, riunisce quarantadue teleri di grandi dimensioni concepiti come un unico ciclo, pensato per dialogare con uno spazio che porta ancora impressi i segni della distruzione bellica. Non si tratta di una semplice esposizione antologica, ma di un progetto unitario, immersivo, che coinvolge il visitatore in una sequenza visiva e concettuale di forte intensità.

    Kiefer torna a Milano con un lavoro che conferma la sua vocazione monumentale e la sua fedeltà a una pittura intesa non come superficie, ma come campo di stratificazione storica, simbolica e materiale.

    La Sala delle Cariatidi come corpo ferito
    La scelta della Sala delle Cariatidi non è neutra. Questo spazio, segnato dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, è da sempre luogo emblematico per confrontarsi con i temi della memoria, della rovina e della ricostruzione. Kiefer non cerca di neutralizzarne la forza, ma la assume come parte integrante dell’opera.

    I grandi teleri dialogano con le pareti ferite, amplificando la tensione tra passato e presente. La sala diventa così una sorta di camera alchemica, in cui la materia pittorica entra in risonanza con la storia del luogo, trasformando l’architettura in parte attiva del racconto.

    Le alchimiste: figure, processi, metamorfosi
    Il titolo della mostra richiama l’alchimia come pratica conoscitiva, più che come disciplina esoterica. Le “alchimiste” evocate da Kiefer non sono personaggi narrativi in senso tradizionale, ma presenze simboliche: figure del sapere, della trasformazione, del passaggio tra stati diversi della materia e del pensiero.

    Nei dipinti, materiali come piombo, cenere, terra, paglia e pigmenti si stratificano sulla tela, costruendo superfici dense, spesso abrasive. La pittura diventa processo, sedimentazione, gesto che incorpora il tempo. Ogni tela sembra trattenere una memoria fisica, come se fosse il risultato di un lento esperimento più che di un atto immediato.

    Un ciclo unitario, non una somma di opere
    Uno degli aspetti centrali della mostra è la sua natura ciclica. I quarantadue teleri non funzionano come opere autonome, ma come parti di un unico organismo visivo. Il percorso espositivo è pensato come una progressione, in cui temi e immagini ritornano, si trasformano, si contraddicono.

    Questa struttura rafforza l’idea di pittura come processo aperto, mai definitivamente compiuto. Lo spettatore è chiamato a muoversi all’interno di un sistema di rimandi, più che a soffermarsi su singole icone.

    Storia, mito e conoscenza
    Come in gran parte della produzione di Kiefer, anche in Le alchimiste storia e mito si intrecciano senza gerarchie. Riferimenti alla tradizione classica, alla mistica medievale, alla filosofia e alla scienza moderna convivono in un linguaggio che rifiuta la linearità narrativa.

    La storia, per Kiefer, non è mai semplice ricostruzione del passato, ma materia instabile, soggetta a interpretazioni e riscritture. La pittura diventa così uno strumento critico, capace di interrogare le grandi narrazioni occidentali senza offrire risposte consolatorie.

    La materia come linguaggio
    La forza dell’opera di Kiefer risiede anche nella sua insistenza sulla materia. I materiali utilizzati non sono decorativi, ma portatori di senso. Il piombo, elemento ricorrente, richiama il peso della storia e la possibilità della trasformazione; la cenere allude alla distruzione e alla rinascita; la terra rimanda a un’origine comune e a un destino condiviso.

    Questa dimensione materica conferisce alle opere una presenza fisica quasi scultorea, che mette in crisi la distinzione tradizionale tra pittura e installazione.

    Un confronto diretto con il presente
    Pur affondando le radici in un immaginario colto e stratificato, Le alchimiste parla con forza al presente. In un’epoca segnata da crisi ambientali, conflitti e instabilità culturali, l’opera di Kiefer propone una riflessione sulla fragilità delle costruzioni umane e sulla necessità di ripensare il rapporto tra conoscenza e responsabilità.

    La mostra non offre soluzioni, ma invita a sostare nell’ambiguità, a riconoscere la complessità come dato ineludibile della contemporaneità.

    Una mostra che misura lo spazio e il tempo
    L’esposizione milanese conferma Anselm Kiefer come uno degli ultimi artisti capaci di confrontarsi con la scala monumentale senza perdere densità concettuale. Le alchimiste non è solo una mostra da vedere, ma un’esperienza da attraversare, in cui lo spazio diventa tempo e la pittura diventa pensiero visivo.

    Nel dialogo serrato tra opere e architettura, tra materia e memoria, Palazzo Reale si trasforma in un luogo di interrogazione radicale sul senso dell’arte oggi.


    Note essenziali
    Mostra: Anselm Kiefer. Le alchimiste
    Sede: Palazzo Reale, Milano
    Spazio espositivo: Sala delle Cariatidi
    Opere esposte: 42 teleri monumentali


    Redazione Experiences
  • La grande mostra di Palazzo Barberini ricostruisce il rapporto che ha cambiato la storia dell’arte

    La grande mostra di Palazzo Barberini ricostruisce il rapporto che ha cambiato la storia dell’arte

    Non esiste Gian Lorenzo Bernini senza Maffeo Barberini, né il Barocco romano senza il loro sodalizio. La grande mostra di Palazzo Barberini ricostruisce, per la prima volta in modo organico, il rapporto che ha cambiato la storia dell’arte europea.

    Bernini e i Barberini
    Il Barocco che nasce da un’alleanza

    Carlo Venturi
    Storia dell’arte e
    cultura del Seicento

    Un incontro che decise un’epoca
    Nel Seicento romano il talento non basta: serve uno sguardo capace di riconoscerlo e di sostenerlo. Quando Maffeo Barberini incontra il giovane Gian Lorenzo Bernini, intuisce immediatamente di trovarsi davanti a qualcosa di nuovo. Non un semplice scultore, ma un artista in grado di dare forma a un linguaggio inedito, capace di parlare al presente e di rappresentare il potere con una forza mai vista prima.

    La mostra Bernini e i Barberini, ospitata a Palazzo Barberini dal 12 febbraio al 14 giugno 2026, prende le mosse proprio da questo incontro decisivo. Curata da Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, l’esposizione propone una rilettura della nascita del Barocco attraverso il dialogo personale, intellettuale e politico tra l’artista e il suo più importante committente, divenuto papa nel 1623 con il nome di Urbano VIII .

    Maffeo Barberini, il committente come autore
    Il ruolo di Maffeo Barberini emerge come centrale e tutt’altro che passivo. Urbano VIII non fu soltanto il papa che commissionò opere monumentali, ma un vero costruttore di immagini e significati. La mostra insiste su questo punto: il Barocco non nasce per accumulo di capolavori, ma come progetto culturale coerente, in cui committenza e invenzione artistica procedono insieme.

    Studiosi come Cesare D’Onofrio, Francis Haskell e Irving Lavin avevano già messo in luce la funzione decisiva dei Barberini nella maturazione di Bernini. L’esposizione raccoglie e rilancia questa prospettiva, mostrando come molte delle grandi imprese berniniane siano impensabili senza il sostegno, la visione e l’ambizione di Urbano VIII.

    Alle origini del Barocco romano
    Il dibattito sulle origini del Barocco è ancora aperto. C’è chi lo fa risalire ai primi anni del Seicento, con Carracci e Caravaggio, e chi lo colloca più avanti, negli anni Trenta, con Bernini, Pietro da Cortona e Borromini. La mostra sceglie una terza via: mette a fuoco il momento in cui il linguaggio barocco diventa pienamente consapevole di sé, grazie al rapporto privilegiato tra Bernini e il pontefice Barberini.

    Non è un caso che l’esposizione coincida idealmente con il quattrocentesimo anniversario della consacrazione della nuova Basilica di San Pietro, avvenuta nel 1626. San Pietro diventa il grande laboratorio in cui il Barocco prende forma e misura, e Bernini ne è il principale interprete.

    Un percorso in sei sezioni
    Il percorso espositivo si articola in sei sezioni, ciascuna dedicata a un aspetto cruciale del rapporto tra artista e committente. Dalle prime prove segnate ancora dal tardo manierismo paterno, fino alla piena maturità di un linguaggio dirompente, la mostra segue l’evoluzione di Bernini come scultore, pittore, architetto e regista dello spazio.

    Opere come il San Sebastiano del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e il Putto con drago del Getty Museum segnano il momento in cui la scultura barocca nasce davvero. Accanto a queste, il confronto tra Pietro Bernini e il figlio Gian Lorenzo, reso possibile dal prestito delle Quattro Stagioni della collezione Aldobrandini, permette di cogliere il passaggio generazionale e stilistico con rara chiarezza.

    Ritratti, memoria e potere
    Uno dei nuclei più significativi della mostra è la ricostruzione della galleria dei ritratti degli antenati Barberini, per la prima volta nuovamente riuniti a Palazzo Barberini. Busti in marmo scolpiti da Bernini, Giuliano Finelli e Francesco Mochi raccontano come l’arte diventi strumento di autorappresentazione dinastica.

    Un’attenzione particolare è riservata all’immagine di Urbano VIII: busti in marmo e bronzo dialogano con uno dei rarissimi dipinti attribuiti con certezza a Bernini, restituendo un ritratto complesso del pontefice, sospeso tra autorità spirituale e costruzione politica del consenso.

    Bernini pittore e artista totale
    La mostra dedica spazio anche al Bernini pittore, incoraggiato da Maffeo Barberini a sperimentare in questo ambito. Tele presentate per la prima volta al pubblico sono affiancate all’unico importante dipinto “pubblico” di Bernini, esposto in un confronto diretto con il suo pendant di Andrea Sacchi, entrambi provenienti dalla National Gallery di Londra.

    Disegni, incisioni e modelli raccontano poi il ruolo di Bernini nei grandi cantieri di San Pietro: dal Baldacchino alla crociera, fino al monumento funebre di Urbano VIII, vero centro simbolico del pontificato barberiniano.

    Il gusto barberiniano e il contesto europeo
    L’ultima sezione allarga lo sguardo al gusto promosso dai Barberini, le celebri Apes Urbanae evocate da Leone Allacci. Attraverso opere di Guido Reni, Alessandro Algardi, François Duquesnoy e busti raramente esposti – come quelli di Thomas Baker dal Victoria and Albert Museum e di Costanza Bonarelli dal Museo Nazionale del Bargello – emerge un panorama artistico di straordinaria ricchezza, filtrato dall’occhio e dalla personalità di Bernini.

    Una mostra che chiude un ciclo
    Bernini e i Barberini si inserisce in continuità con le recenti esposizioni di Palazzo Barberini dedicate alla famiglia e al suo contesto culturale, come L’immagine sovrana e Caravaggio 2025. Ma qui il discorso si fa più netto: non una celebrazione, bensì una riflessione sul modo in cui il Barocco nasce dall’intreccio tra talento individuale e progetto di potere.

    Il catalogo edito da Allemandi, con saggi dei curatori e di autorevoli specialisti, accompagna la mostra con un apparato critico solido e aggiornato, offrendo una lettura approfondita ma accessibile di una stagione decisiva della storia dell’arte.


    Note essenziali
    Mostra: Bernini e i Barberini
    Sede: Palazzo Barberini, Roma
    Date: 12 febbraio – 14 giugno 2026
    A cura di: Andrea Bacchi, Maurizia Cicconi
    Catalogo: Allemandi


    Redazione Experiences
  • La città diventa un grande palcoscenico dove mito, sport e tradizione s’intrecciano

    La città diventa un grande palcoscenico dove mito, sport e tradizione s’intrecciano

    Nel 2026 il Carnevale di Venezia si lega all’anno olimpico di Milano-Cortina e risale alle origini più profonde della festa: il gioco, la sfida, il rito collettivo. Con “Olympus – Alle origini del gioco”, la città diventa un grande palcoscenico dove mito, sport e tradizione si intrecciano.

    Carnevale di Venezia 2026
    Olympus, il gioco come origine e destino

    Andrea Valenti
    Cultura urbana e
    tradizioni europee

    Un Carnevale che guarda alle Olimpiadi
    Dal 31 gennaio al 17 febbraio 2026 Venezia celebra il Carnevale in dialogo diretto con uno degli eventi simbolo dell’anno: le Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina. Il titolo scelto, Olympus – Alle origini del gioco, non è una semplice citazione mitologica, ma una dichiarazione di intenti. Il Carnevale torna a interrogarsi sul senso primario del gioco come forma di competizione, ma anche come linguaggio universale capace di unire, includere e trasformare la città in una comunità temporanea.

    L’idea di fondo è chiara: Venezia non è soltanto una cornice spettacolare, ma un luogo storicamente vocato al gioco, alla sfida e alla messa in scena del corpo e dell’ingegno. Il Carnevale 2026 si propone così come un ponte simbolico tra la laguna e le montagne, tra la festa urbana e lo spirito olimpico .

    Venezia, città di sfide e di spettacolo
    Nella storia della Serenissima, il gioco non è mai stato un elemento marginale. Dalle regate alle competizioni popolari, dalle acrobazie alle prove di forza collettiva, Venezia ha trasformato la sfida in spettacolo e la competizione in rito pubblico. Il Carnevale era il momento in cui queste pratiche si condensavano, occupando calli, campi e piazze.

    “Olympus” richiama proprio questa tradizione profonda: dalle piramidi umane delle fazioni dei Nicolotti e dei Castellani alle storiche battaglie sul Ponte dei Pugni, fino alle spettacolari cacce dei tori in Campo San Polo. Episodi che oggi possono apparire lontani, ma che raccontano una città abituata a misurarsi con il rischio, l’equilibrio e l’identità collettiva.

    Il mito come chiave contemporanea
    Il riferimento all’Olimpo non è solo evocativo. Il Carnevale 2026 utilizza il mito come strumento di lettura del presente: il dialogo tra dèi e uomini diventa metafora del confronto tra limite e desiderio, tra perfezione e imperfezione. In questo senso, il gioco è inteso come origine di ogni arte e di ogni festa, un gesto primordiale che attraversa epoche e culture.

    L’immagine guida del Carnevale trae ispirazione da La festa del Giovedì Grasso in Piazzetta di Gabriel Bella, dipinto tra il 1779 e il 1792, oggi conservato alla Fondazione Querini Stampalia. Una scelta che ribadisce il legame tra memoria storica e immaginazione contemporanea, tra iconografia settecentesca e narrazione attuale.

    Un racconto diffuso in tutta la città
    Il programma del Carnevale 2026 si sviluppa come un racconto corale che coinvolge l’intera città e la terraferma. Ogni luogo diventa scena: dall’Arsenale a Piazza San Marco, dai campi veneziani alle isole, fino a Mestre e ai quartieri della terraferma. Venezia si trasforma in un organismo narrativo in cui arte, sport, mito, gioco e maschera convivono.

    Per tutta la durata della manifestazione, il Venice Carnival Street Show anima calli e piazze con spettacoli diffusi, portando la festa fuori dai luoghi canonici e restituendole una dimensione popolare e accessibile. Tornano anche le sfilate dei carri allegorici, che attraversano territori diversi – da Dese a Chirignago, da Marghera a Burano, dal Lido a Zelarino – rafforzando l’idea di un Carnevale che unisce centro storico e terraferma.

    Tradizione e grandi appuntamenti
    Accanto agli eventi diffusi, il Carnevale mantiene saldi i suoi appuntamenti storici. La commedia dell’arte con artisti internazionali, il Ballo ufficiale a Ca’ Vendramin Calergi, la rievocazione delle 12 Marie, gli incontri culturali e i Carnevali del mondo in Piazza San Marco compongono un calendario che intreccia spettacolo, memoria e apertura interculturale.

    La musica, in particolare quella delle giovani generazioni, trova spazio all’Arsenale e a Forte Marghera, mentre uno dei momenti più attesi resta il grande spettacolo sull’acqua all’Arsenale: una composizione di danza, musica e luce che rilegge il mito del gioco primordiale, dell’uomo che si misura con la bellezza e con il proprio limite.

    Il gioco come valore civile
    Nel racconto del Carnevale 2026 il gioco assume anche una dimensione etica e civile. Lealtà, passione, coraggio, inclusione: sono gli stessi valori che attraversano lo sport olimpico e che Venezia sceglie di mettere al centro della sua festa più identitaria. Il Carnevale diventa così uno spazio di condivisione, dove la diversità è riconosciuta come valore e la partecipazione come forma di vittoria.

    In un tempo segnato da frammentazioni e conflitti, Olympus – Alle origini del gioco propone una visione della festa come rito universale, capace di riportare al centro il corpo, l’immaginazione e la comunità. Un invito, esplicito e simbolico, a “salire sull’Olimpo” e a giocare.


    Note essenziali
    Evento: Carnevale di Venezia 2026 – Olympus. Alle origini del gioco
    Date: 31 gennaio – 17 febbraio 2026
    Luoghi: Venezia, isole e terraferma
    Programma completo: carnevale.venezia.it


    Redazione Experiences
  • I Macchiaioli raccontarono la realtà prima degli Impressionisti

    I Macchiaioli raccontarono la realtà prima degli Impressionisti

    Prima degli Impressionisti, in Italia un gruppo di pittori scelse di guardare il mondo senza filtri accademici. I Macchiaioli raccontarono la realtà con luce, contrasti e vita quotidiana, cambiando per sempre il modo di dipingere. La grande mostra di Palazzo Reale a Milano ne ricostruisce storia, idee e tensioni.

    I Macchiaioli
    La rivoluzione silenziosa della pittura italiana

    Marta Bellomi
    Storia dell’arte e cultura visiva

    Un movimento nato contro l’accademia
    Nella Firenze di metà Ottocento, attraversata da fermenti politici e culturali, un gruppo di giovani artisti iniziò a mettere in discussione le regole della pittura ufficiale. Erano anni in cui l’arte accademica dominava le esposizioni, imponendo soggetti storici, composizioni studiate e un disegno rigoroso. I Macchiaioli scelsero una strada diversa: dipingere dal vero, osservare la realtà, restituire la luce e i rapporti tonali attraverso la “macchia”, ovvero l’accostamento diretto di zone di colore e chiaroscuro.

    Il termine “Macchiaioli” nacque come definizione polemica, usata in senso dispregiativo dalla critica del tempo. Ma proprio quella parola, legata all’idea di immediatezza visiva, divenne il segno distintivo di una delle più importanti esperienze artistiche dell’Ottocento italiano.

    Il Caffè Michelangiolo e una nuova idea di pittura
    Luogo simbolo di questa rivoluzione silenziosa fu il Caffè Michelangiolo di Firenze. Qui si incontravano Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Silvestro Lega, Cristiano Banti, Odoardo Borrani e altri protagonisti del gruppo. Non un movimento organizzato in senso stretto, ma una comunità di artisti uniti da una visione comune: superare l’idealizzazione accademica e restituire la verità visiva delle cose.

    La “macchia” non era solo una tecnica, ma un modo di pensare l’immagine. Luce e ombra diventavano elementi strutturali della composizione; il disegno non scompariva, ma veniva subordinato alla percezione immediata. Il risultato era una pittura essenziale, costruita per rapporti tonali, capace di trasmettere atmosfera e presenza.

    Tra Risorgimento e vita quotidiana
    I Macchiaioli vissero in prima persona le tensioni del Risorgimento italiano. Molti di loro parteciparono ai moti e alle campagne militari, e questo impegno civile trovò spazio nelle opere. Le scene di battaglia dipinte da Fattori, ad esempio, evitano ogni retorica eroica: soldati stanchi, pause silenziose, momenti marginali raccontano la guerra come esperienza umana prima che come celebrazione storica.

    Accanto ai temi militari, la vita quotidiana occupa un posto centrale. Paesaggi rurali, interni domestici, figure colte in momenti di quiete diventano soggetti privilegiati. La modernità dei Macchiaioli si manifesta proprio qui: nell’attenzione per l’ordinario, per ciò che accade lontano dai grandi eventi, ma definisce l’esperienza reale del vivere.

    Paesaggio, luce, verità
    Il paesaggio è uno dei campi in cui la ricerca macchiaiola trova la sua massima espressione. Le campagne toscane, le marine di Castiglioncello, le periferie urbane vengono osservate senza idealizzazioni. La luce naturale, spesso dura e netta, scandisce le superfici e costruisce lo spazio.

    In opere come quelle di Lega o Signorini, la composizione appare semplice solo in apparenza: ogni macchia di colore è calibrata per restituire equilibrio e profondità. Il paesaggio non è sfondo, ma protagonista, luogo di esperienza e misura del tempo.

    Un confronto inevitabile con l’Impressionismo
    Il paragone con l’Impressionismo francese è frequente e, in parte, inevitabile. I Macchiaioli precedono cronologicamente Monet e compagni e condividono con loro l’interesse per la luce e la pittura en plein air. Tuttavia, le differenze sono sostanziali. Se gli Impressionisti dissolvono la forma nella vibrazione cromatica, i Macchiaioli mantengono una struttura solida, un forte senso del disegno e della composizione.

    La loro è una modernità misurata, legata alla tradizione italiana ma capace di rinnovarla dall’interno. Non un’avanguardia rumorosa, ma una trasformazione profonda e duratura.

    La mostra di Palazzo Reale: una rilettura necessaria
    La grande mostra milanese ricostruisce in modo ampio e rigoroso la storia dei Macchiaioli, presentando un corpus significativo di opere provenienti da musei e collezioni pubbliche e private. Il percorso espositivo segue lo sviluppo del movimento, dalle prime sperimentazioni alle opere della maturità, mettendo in luce le differenze individuali all’interno del gruppo.

    Particolare attenzione è dedicata al contesto storico e culturale, restituendo la complessità di un’esperienza che non può essere ridotta a una semplice anticipazione dell’Impressionismo. I Macchiaioli emergono come protagonisti autonomi della modernità italiana.

    Un’eredità ancora attuale
    A distanza di oltre un secolo, la lezione dei Macchiaioli continua a interrogare il presente. La loro attenzione alla realtà, il rifiuto dell’enfasi, la ricerca di un equilibrio tra osservazione e costruzione formale parlano ancora alla sensibilità contemporanea.

    Rileggere oggi questa esperienza significa anche riconoscere un momento cruciale della storia culturale italiana, in cui arte, politica e vita quotidiana si sono intrecciate in modo indissolubile.


    Note essenziali
    Mostra: I Macchiaioli
    Sede: Palazzo Reale, Milano
    A cura di: progetto scientifico dedicato al movimento macchiaiolo
    Periodo: mostra temporanea
    Catalogo: disponibile in sede


    Redazione Experiences
  • A Bologna, Palazzo Pallavicini arriva la New York di Saul Leiter 

    A Bologna, Palazzo Pallavicini arriva la New York di Saul Leiter 

    “Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici. Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante”

    – Saul Leiter –

    126 fotografie in bianco e nero (tra stampe vintage e moderne), 40 fotografie a colori, 42 dipinti, 5 riviste originali dell’epoca e un documento filmico.
    Saul Leiter raccontò con sguardo lirico e intimista la New York del secondo ‘900, ritraendo scene urbane e ritratti, e prestando il suo obiettivo al mondo della moda.
    Antidivo e refrattario alla fama, stampò in vita solo alcuni dei tanti scatti realizzati, riemersi dopo la sua morte e rappresentativi del realismo fiabesco tipico del suo stile.

    SAUL LEITER
    Una finestra punteggiata di gocce di pioggia
    Bologna, Palazzo Pallavicini
    5 marzo 2026 – 19 luglio 2026

    Vertigo Syndrome
     
    in collaborazione con
    diChroma photography e Saul Leiter Foundation
     
    a cura di
    Anne Morin

    Vertigo Syndrome, in collaborazione con diChroma photography, Saul Leiter Foundation, il patrocinio del Comune di Bologna e con la curatela di Anne Morin, presenta a Palazzo Pallavicini di Bologna, dal 5 marzo al 19 luglio 2026, la grande mostra dedicata a Saul Leiter, uno dei più raffinati maestri della fotografia del XX secolo.

    Intitolata “Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, l’esposizione riunisce 126 fotografie in bianco e nero, 40 fotografie a colori, 42 dipinti e rari materiali d’archivio — tra cui riviste originali d’epoca e un documento filmico. La mostra comprende sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e celebri immagini di moda realizzate per testate come Harper’s Bazaar.

    Un percorso che mette in luce ciò che distingue Leiter dai suoi contemporanei e spiega perché la sua opera continua a ispirare generazioni di fotografi.

    L’allestimento è concepito anche come un’esperienza immersiva e partecipativa: la disposizione degli spazi, delle luci e dei punti di vista invita i visitatori a osservare e a fotografare come faceva lo stesso Saul Leiter. Alcune sezioni della mostra sono studiate per consentire al pubblico di sperimentare in prima persona le sue modalità di inquadratura e composizione, ricreando giochi di riflessi, trasparenze e frammenti visivi tipici del suo sguardo poetico.

    New York in un gesto, un dettaglio, quasi nulla

    Mentre i fotografi della sua epoca miravano a rappresentare la grandezza e la modernità di New York, Saul Leiter scelse una via opposta: trasformare la quotidianità in poesia visiva. Nelle sue immagini il reale diventa lirico — il vapore che sale dai tombini, gli ombrelli nella pioggia, i riflessi sulle vetrine — frammenti discreti e sognanti di una città colta più per allusioni che per descrizioni.

    La sua visione rifiuta l’approccio documentaristico dominante del dopoguerra per creare invece “haiku fotografici”, brevi rivelazioni dove realtà e astrazione si fondono.

    “Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità — spiega la curatrice Anne Morin —. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che si cela negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”

    Perché questa mostra è straordinaria

    Viviamo un paradosso affascinante: mentre gli algoritmi perfezionano ossessivamente ogni pixel, il pubblico, logorato da instagram, torna a desiderare ciò che è fuori fuoco, appena evocato, impreciso. L’arte, ancora una volta, vive di contraddizioni.

    Le fotografie non perfette parlano un linguaggio involontario ma potente.

    Foto che altri avrebbero scartato ma che Saul Leiter ha invece cercato e sono il cuore della sua poetica: l’ostruzione diventa linguaggio, il taglio fotografico non centrato diventa stile. Leiter avrebbe rifiutato la perfezione ossessiva dei nostri contemporanei, preferendo la sporcatura casuale e naturale alla definizione perfetta.

    A differenza dei colleghi che cercavano nitidezza e definizione, Leiter abbracciava l’imperfezione, fotografando attraverso vetri appannati, tende, pioggia o neve — elementi che trasformava in parte integrante della composizione. Le sue immagini, dense di livelli e trasparenze, sfumano il confine tra fotografia e pittura.

    Già nel 1948 iniziò a sperimentare con il colore, in un’epoca in cui questo era considerato commerciale o frivolo. Leiter invece ne fece un linguaggio poetico, anticipando di decenni l’accettazione del colore nell’arte fotografica. Le sue tonalità audaci e vellutate trasformano le scene di strada in composizioni astratte e sensuali, attirando presto l’attenzione del mondo della moda.

    Collaborò così con Esquire, Harper’s Bazaar e, nei due decenni successivi, con Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.

    Un timido pittore con la Leica

    La mostra sottolinea la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, rivelando come la sua sensibilità pittorica abbia modellato il suo sguardo fotografico. La sua formazione nelle arti visive gli permise di affrontare la fotografia a colori con un’eleganza e una delicatezza uniche, trattando ogni immagine come una tela.

    “Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica — diceva Leiter —. Guardo attraverso l’obiettivo e scatto. Le mie fotografie sono solo una piccola parte di ciò che vedo e che potrebbe essere fotografato. Sono frammenti di possibilità infinite.”

    Antidivo per natura, refrattario alla fama, Leiter pubblicò e mostrò solo una parte del suo vasto corpus. Molti negativi rimasero inediti, custodendo l’aspetto più intimo e poetico della sua ricerca. Nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse una serie poco conosciuta di nudi in bianco e nero — scattati tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’60 — realizzati in collaborazione con le donne della sua vita.

    Il suo lavoro, intriso di un ordine segreto e di un equilibrio misterioso, rivela il poeta nascosto dietro il fotografo.

    Saul Leiter secondo Anne Morin

    “Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni di realtà. Realizzate con una maestria e una metrica che ricordano gli haiku. Il suo gesto è quello di un calligrafo: veloce, preciso, senza scuse.”

    Figlio di un noto rabbino, Saul Leiter abbandonò gli studi religiosi per dedicarsi all’arte. Nel 1946 si trasferì a New York per dipingere, entrando presto in contatto con artisti come Richard Pousette-Dart e W. Eugene Smith, che incoraggiarono la sua attività fotografica.

    Fin dagli anni giovanili sperimentò con pellicole Kodachrome 35 mm, ritraendo amici, passanti e scorci di strada nei dintorni della sua casa dell’East Village. Dopo un periodo di successo nella fotografia di moda, visse due decenni lontano dai riflettori.

    La pubblicazione della monografia Early Color (2006) segnò la sua riscoperta internazionale, consacrandolo come pioniere della fotografia a colori.

    Le sue opere oggi fanno parte delle collezioni dei maggiori musei del mondo — dal Whitney Museum of American Art al Victoria and Albert Museum — confermandone il ruolo di figura chiave nella storia della fotografia moderna.

    Saul Leiter è morto il 26 novembre 2013 nella sua casa di New York. Come scrisse Margalit Fox sul New York Times,

    “Delle decine di migliaia di immagini che ha scattato — molte ora considerate tra i migliori esempi di fotografia di strada al mondo — la maggior parte rimane non stampata.”

    La Saul Leiter Foundation, fondata nel 2014, conserva e promuove il suo archivio — un patrimonio di fotografie, dipinti e oggetti personali — attraverso mostre, pubblicazioni e attività culturali. Dopo il centenario della nascita celebrato nel 2023 con The Unseen Saul Leiter e Saul Leiter: The Centennial Retrospective, la Fondazione continua a far emergere nuovi capitoli del suo straordinario universo visivo.

    Saul Leiter attraverso gli occhi di Roby il pettirosso

    Vertigo Syndrome ospita anche questa volta la mostra personale di un artista che ha realizzato otto opere originali ispirate alla vita e al pensiero di Saul Leiter. Per questa mostra è stato scelto  il poliedrico artista Ernesto Anderle, noto sui social per la sua pagina Roby il pettirosso, che con queste parole ha introdotto le sue creazioni.

    “Ho deciso di raccontare la persona dietro l’artista illustrando alcuni suoi pensieri e riflessioni personali che emergono durante la sua intervista e le sue opere. Mi capita spesso di concentrarmi su una sola frase di un libro, o un solo verso di una canzone perché trovo interessante estrapolare un dettaglio da un’opera e invitare il pubblico a soffermarsi su un certo dettaglio che racchiude magari un potente significato.”


    VERTIGO SYNDROME

    Una dichiarazione di guerra alla noia e all’elitarismo culturale

    Vertigo Syndrome è stata fondata da Chiara Spinnato e Filippo Giunti nel gennaio 2022 e si occupa di ideazione, organizzazione e produzione di mostre “dall’idea al chiodo”.

    Il filo rosso che collega insieme tutte le mostre Vertigo Syndrome è la volontà di incoraggiare in Italia una nuova cultura della curiosità, e di questo ne hanno fatto un loro manifesto.

    Il brand Vertigo Syndrome è nato per sfidare il modello dei principali operatori del settore Mostre d’ Arte che spesso condividono un approccio produttivo e creativo tradizionale, didascalico e centrato su target esperti o turisti della cultura.

    Questo ha permesso a Vertigo Syndrome in pochi anni di creare una propria nicchia, con pubblico fidelizzato e una identità fortemente riconoscibile, dove la maggioranza dei visitatori visita le loro esposizioni per affezione e coinvolgimento con il brand qualunque sia il tema della mostra.


    Orari
    Giovedì – Venerdì – Sabato – Domenica – Festivi: 10.00 – 20.00  
    Lunedì – Martedì – Mercoledì: Chiuso
     
    APERTURE STRAORDINARIE:
    ◦ 5 aprile 2026 – Domenica Pasqua
    ◦ 6 aprile 2026 – Lunedì dell’Angelo o Pasquetta
    ◦ 25 aprile 2026 – Sabato Anniversario della Liberazione
    ◦ 1° maggio 2026 – Venerdì Festa dei Lavoratori
    ◦ 10 maggio 2026 – Domenica Festa della Mamma
    ◦ 1 e 2 giugno 2026 – Lunedì e Martedì Festa della Repubblica
     
    Biglietti
    Intero: 16,00€
    Ridotto: 14,00€
    Ridotto bambini dai 7 anni (compiuti) ai 12 anni: 6,00€
    Ridotto speciale scuole: 6,00€
    Ridotto gruppi (min. 15 persone): 14,00€
    Gratuito per bambini fino ai 7 anni (non compiuti), persone con disabilità con certificato superiore al 75%, guide turistiche abilitate, giornalisti con accredito, soci I.C.O.M.
    Biglietto open: 18,00€
    Biglietto solo evento: 5,00€
    Biglietto ritorno mostra: 8,00€
    Ridotto partner, universitari, Card Cultura, Bologna Welcome Card: 13,00€
     
    Informazioni e prevendita
    www.mostrasaulleiter.it
    info@mostrasaulleiter.it
     
    SODDISFATTI O RIMBORSATI: I visitatori insoddisfatti dell’esposizione avranno la possibilità di essere rimborsarti dell’intero importo del biglietto pagato.
     
    Vertigo Syndrome
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    IG vertigo_syndrome_
     
    Ufficio Stampa
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    Tel. 049 663499 – www.studioesseci.net
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    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
  • TEFAF Maastricht 2026 annuncia l’Art Summit e il restauro di un capolavoro di Rubens

    TEFAF Maastricht 2026 annuncia l’Art Summit e il restauro di un capolavoro di Rubens

    La European Fine Art Foundation (TEFAF) ha annunciato che la Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda è la beneficiaria del TEFAF Museum Restoration Fund (TMRF) di quest’anno a Maastricht. Istituito nel 2012, questo fondo annuale sostiene i musei di tutto il mondo nella conservazione e nello studio di importanti opere d’arte, rafforzando l’impegno condiviso dalla comunità artistica nella conservazione del patrimonio culturale.

    TEFAF Maastricht 2026
    Paesi Bassi, Maastricht Exhibition & Conference Centre (MECC)
    14 – 19 marzo 2026

    UN CAPOLAVORO DI RUBENS BENEFICIERA’ DEL FONDO PER IL  RESTAURO PER I MUSEI TEFAF 2026
     
    TEFAF ANNUNCIA QUATTRO MOSTRE DEI MUSEI PARTNER E  l’ART  SUMMIT

    Grazie al finanziamento della TEFAF, la Gemäldegalerie Alte Meister restaurerà La caccia al cinghiale (1616-18), un dipinto monumentale di Peter Paul Rubens (1577-1640). Quest’opera fu probabilmente acquistata direttamente dall’artista nel 1627 da George Villiers, duca di Buckingham, prima di entrare a far parte della collezione imperiale di Praga. Nel 1749 entrò a far parte della collezione di Federico Augusto II di Sassonia e da allora è rimasta a Dresda, sopravvivendo allo spostamento in URSS durante la guerra nel 1945, a un decennio di deposito a Mosca e al ritorno a Dresda a metà degli anni ’50.

    La Caccia al cinghiale è oscurata da uno spesso strato di vernice scura a più strati (probabilmente del XIX secolo) che smorza la tavolozza originale di Rubens. L’imaging tecnico ha anche confermato la presenza di un’estensione superiore in cui il disegno preparatorio originale non continua, sollevando interrogativi fondamentali su quando sia stata realizzata l’estensione e da chi. Le prime prove suggeriscono che l’aggiunta possa essere stata realizzata sotto la direzione di Rubens, mentre la ricerca in corso esplorerà i possibili contributi di artisti della sua cerchia, tra cui Jan Wildens, Lucas van Uden Anthony van Dyck.

    Il restauro fa parte di un programma quadriennale di ricerca ed esposizione dedicato al corpus di quasi 40 opere di Rubens conservate a Dresda, il cosiddetto “Gruppo Rubens”, realizzato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Dresda, il Museo Reale di Belle Arti di Anversa (KMSKA) e l’Università di Anversa (gruppo di ricerca AXIS).

    Il dottor Bernd Ebert, direttore generale delle Collezioni d’arte statali di Dresda, osserva: “Il significato speciale della Caccia al cinghiale di Dresda è evidente dai precedenti proprietari del dipinto: Peter Paul Rubens lo dipinse per sé, senza commissione. Anni dopo, lo vendette al Duca di Buckingham, e in seguito entrò a far parte della collezione imperiale di Praga prima che il re Augusto III lo acquistasse per Dresda nel 1749. Quest’importante opera della Pinacoteca degli Antichi Maestri deve essere restaurata affinché se ne possa riaprezzare l’alta qualità. Siamo estremamente grati al Fondo per il Restauro dei Musei di TEFAF per il suo generoso sostegno”.

    Il Prof. Dr. Holger Jacob-Friesen, direttore della Gemäldegalerie Alte Meister (Galleria dei Maestri Antichi), commenta: “Il dipinto raffigura una scena drammatica di vita e morte. Il dinamismo tipicamente barocco degli animali e delle persone è trasmesso attraverso il magnifico paesaggio forestale. Dopo il restauro, questo capolavoro sarà uno dei pezzi forti della mostra permanente della Galleria dei Maestri Antichi e debutterà nella mostra “Rubens a Dresda” (25 giugno 2027 – 10 gennaio 2028), che segnerà il 450° anniversario della nascita del pittore”.

    Rachel Kaminsky, membro del comitato del TEFAF Museum Restoration Fund, aggiunge: “Il restauro de La caccia al cinghiale rivelerà i colori vivaci del dipinto, nonché lo stile dinamico di Rubens che giustappone dettagli precisi a passaggi eseguiti in modo più libero. Il comitato è lieto di sostenere la Gemäldegalerie Alte Meister nel restauro e nella stabilizzazione di questo capolavoro, rendendolo così più accessibile al pubblico nazionale e internazionale”.

    TEFAF ospiterà nuovamente un TMRF Talk presentato da ICOM-CC, con il supporto di Aon, che si terrà  sabato 14 marzo alle 13:00 durante TEFAF Maastricht 2026.

    PARTNER ISTITUZIONALI
    TEFAF ha stretto una partnership con altre quattro istituzioni, ciascuna delle quali presenterà una mostra tematica in prestito alla TEFAF Maastricht: Kunsthaus ZürichCentraal Museum UtrechtPrince Claus Fund King Baudouin Foundation.
     
    Kunsthaus Zürich: Alberto Giacometti e il dialogo
    Il Kunsthaus Zürich presenterà una mostra dedicata ad Alberto Giacometti, uno degli scultori più influenti del XX secolo. Le opere di Giacometti saranno esposte in dialogo con le sculture di Meret Oppenheim, Cy Twombly Rebecca Warren, esplorando la figura umana e la presenza materiale attraverso le generazioni.
     
    Centraal Museum Utrecht: L’estasi di Maria Maddalena
    In vista della prossima mostra Gerard van Honthorst: Different from Rembrandt (25 aprile-13 settembre 2026), il museo presenterà l’opera recentemente acquisita L’estasi di Maria Maddalenaesposta per la prima volta al pubblico dal Centraal Museum prima del suo debutto museale.
     
    Prince Claus Fund: trent’anni di sostegno agli artisti
    Il Fondo presenterà le opere degli artisti che ha sostenuto negli ultimi trent’anni, mettendo in evidenza le pratiche plasmate dalla resilienza culturale, dall’impegno sociale e dalle prospettive globali.
     
    Fondazione Re Baldovino: salvaguardare i capolavori belgi
    La Fondazione presenterà opere significative della sua collezione, tra cui il Ritratto di un membro della famiglia De Rojas inginocchiato (1460-1470) di Hans Memling, riflettendo il suo impegno nella conservazione e nella condivisione del patrimonio culturale belga.
     
    Paul van den Biesen, responsabile di TEFAF  delle relazioni con i collezionisti e i musei, commenta: “TEFAF Maastricht riunisce il mercato, il mondo accademico e le organizzazioni culturali che salvaguardano e promuovono l’arte. Queste presentazioni dei partner mettono in contatto i visitatori con opere eccezionali e con le storie e la gestione che stanno dietro di esse. Grazie alla comunità dei mercanti di TEFAF, siamo orgogliosi di sostenere i partner istituzionali di quest’anno e di sottolineare l’importanza di investimenti pubblici e privati sostenibili nel patrimonio culturale”.

    TEFAF SUMMIT: OLTRE L’IMPATTO ECONOMICO

    Il terzo TEFAF Summit si terrà il 16 marzo 2026 durante TEFAF Maastricht, in collaborazione con la Commissione olandese per l’UNESCO. Il tema di quest’anno, Oltre l’impatto economico, esamina il valore sociale, culturale e di benessere sociale delle arti e la loro crescente rilevanza per le politiche pubbliche nei Paesi Bassi e a livello internazionale. Il Summit è sostenuto dal partner globale principale di TEFAF, AXA XL.

    Rapporto di Deloitte sull’impatto economico di TEFAF

    Il Summit segnerà il lancio del rapporto di Deloitte sull’impatto economico di TEFAF, che analizza il valore economico e sociale generato da TEFAF Maastricht per la regione. Il rapporto esamina la creazione di posti di lavoro, gli investimenti regionali e l’attività economica a lungo termine, sostenendo al contempo una discussione più ampia sul valore culturale al di là dei parametri finanziari.

    Relatori principali

    Il Summit vedrà la partecipazione della professoressa Daisy Fancourt, massima autorità in materia di arte e salute e autrice di Art Cure: The Science of How the Arts Transform Our Health, che discuterà delle crescenti prove che dimostrano come l’impegno nelle arti possa ridurre l’ansia, la depressione e la solitudine, alleviando al contempo la pressione sui sistemi sanitari. Interverrà anche Kathleen Ferrier, presidente della Commissione olandese per l’UNESCO, che sottolineerà il ruolo della cultura nella coesione sociale e nella cooperazione internazionale.

    Il vertice riunirà inoltre le voci chiave che danno forma alla politica culturale e alla leadership culturale istituzionale, tra cui Christianne Mattijssen, direttrice del patrimonio e delle arti presso il Ministero dell’istruzione, della cultura e della scienza olandese, e Sir Tristram Hunt, direttore del Victoria and Albert (V&A) Museum ed ex deputato laburista, che contribuiranno con le loro prospettive sia dal punto di vista del governo che della leadership museale.

    Le tavole rotonde che si terranno durante la giornata esamineranno come i dati economici possano influenzare le politiche culturali, come le prospettive dell’UNESCO posizionino la cultura come motore di inclusione, istruzione e resilienza sociale e come gli interventi basati sull’arte siano sempre più riconosciuti come strumenti preventivi e terapeutici nella sanità pubblica, nei musei e nei servizi sociali.

    Will Korner, responsabile delle fiere di TEFAF, commenta: “Il Summit TEFAF amplia il dibattito e aumenta la consapevolezza sulle questioni chiave nell’arte e nella cultura in un momento in cui è più importante che mai. In un contesto di incertezza economica e sfide sociali, le arti sono troppo spesso considerate marginali, quando invece non potrebbero essere più importanti e di vasta portata. Non vediamo l’ora di riunire ancora una volta centinaia di partecipanti al Summit per condividere idee e casi di studio su come la cultura rafforzi le economie e le comunità per le politiche pubbliche”.

    Per ulteriori informazioni su TEFAF Maastricht, compresi i dettagli per la registrazione al Summit TEFAF, visitare il sito www.tefaf.com.


    INFORMAZIONI SUL FONDO PER IL RESTAURO DEI MUSEI TEFAF

    Il Fondo per il restauro dei musei TEFAF è stato istituito nel 2012 per sostenere e promuovere il restauro professionale e la relativa ricerca accademica di importanti opere d’arte museali. Promuovendo l’arte in tutte le sue forme, il fondo accetta richieste di sovvenzioni da musei di tutto il mondo, nonché opere d’arte di qualsiasi periodo.

    INFORMAZIONI SU TEFAF  

    TEFAF è una fondazione senza scopo di lucro che promuove la competenza, l’eccellenza e la diversità nella comunità artistica globale. Ciò è dimostrato dagli espositori selezionati per le sue due fiere, che si svolgono ogni anno a Maastricht e New York. TEFAF è una guida esperta per collezionisti privati e istituzionali, fonte di ispirazione per gli amanti dell’arte e gli acquirenti di tutto il mondo.

    INFORMAZIONI SU TEFAF MAASTRICHT  

    TEFAF Maastricht è ampiamente considerata la fiera più importante al mondo per l’arte, l’antiquariato e il design, che copre 7.000 anni di storia dell’arte, dall’antichità al contemporaneo. Con oltre 270 prestigiosi commercianti provenienti da circa 24 paesi, TEFAF Maastricht è una vetrina per le migliori opere d’arte attualmente sul mercato. Oltre alle aree tradizionali dedicate ai dipinti dei maestri antichi, all’antiquariato e alle antichità classiche, che coprono circa la metà della fiera, è possibile trovare anche arte moderna e contemporanea, fotografia, gioielli, design del XX secolo e opere su carta.  

    INFORMAZIONI SU AXA XL

    AXA XL Insurance è la divisione P&C (Property & Casualty) e rischi speciali di AXA, nota per la sua capacità di risolvere anche i rischi più complessi. AXA XL offre soluzioni e servizi assicurativi tradizionali e innovativi in oltre 200 paesi e territori.

    Nell’ambito della sua offerta di rischi speciali, AXA XL protegge una vasta gamma di oggetti, tra cui opere d’arte, antichità, gioielli, orologi, auto d’epoca, pietre preziose grezze e tagliate e lingotti, di età compresa tra migliaia di anni e poche settimane.

    Negli ultimi 50 anni e anche in futuro, AXA XL, uno dei principali assicuratori mondiali di opere d’arte e valori, ha ridefinito e continuerà a ridefinire il modo in cui serve e assiste i suoi clienti collezionisti, musei, aziende, gallerie, conservatori e artisti in Europa, Regno Unito, Americhe, Asia e regione del Pacifico, con una sincera attenzione al modo in cui vengono assicurati gli oggetti di valore e protetto il patrimonio culturale.  


    CONTATTI STAMPA  
     
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  • Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027: online il nuovo sito e primi progetti

    Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027: online il nuovo sito e primi progetti

    Si è tenuta nella Sala Consiliare del Comune di Pordenone la presentazione del nuovo sito ufficiale dedicato a Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027 e un approfondimento sull’avanzamento dei progetti e delle iniziative nel 2026. Sono intervenuti l’Assessore alla Cultura Alberto Parigi, la Dirigente del settore Cultura Flavia Maraston, Flavia Leonarduzzi, Paolo Pascolo per I MILLE, l’agenzia creativa che ha progettato il nuovo sito dedicato e Tomaso Boyer per Itinerari Paralleli.

    PORDENONE CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA 2027: ONLINE IL NUOVO SITO WEB. AVVIATI I PRIMI PROGETTI PER “MILLE GIORNI DI CULTURA”

    Dal giorno della proclamazione di Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027, la macchina organizzativa è al lavoro senza sosta: nel 2026 hanno preso avvio già diversi progetti contenuti nel dossier e, sotto il cappello “Verso Pordenone 2027”, molti altri vedranno la luce nei prossimi mesi, rispettando pienamente le tempistiche previste.

    Il lavoro e le attività svolte, fanno parte integrante di un programma che culminerà nel 2027 ma che la città ha scelto di vivere fin da subito, giorno dopo giorno. Pordenone concepisce infatti la Capitale italiana della Cultura come un’esperienza diffusa e continua con un programma di Mille giorni di cultura per trasformare la cultura in presenza quotidiana nella vita della città.

    Tutti gli aggiornamenti saranno disponibili attraverso i canali social dedicati a Pordenone 2027 già attivi e consultando il sito web ufficiale, online da oggi www.pordenonecapitale2027.it

    Il Sindaco Alessandro Basso“Siamo ormai alle porte di un appuntamento storico per la nostra città: l’anno di Capitale italiana della Cultura rappresenta un traguardo di cui andare orgogliosi e una responsabilità che intendiamo onorare con impegno. Con la presentazione del sito web dedicato, compiamo un ulteriore passo significativo verso questo ambizioso obiettivo. La piattaforma digitale non sarà soltanto una vetrina istituzionale, ma uno strumento strategico e operativo: attraverso di essa comunicheremo al grande pubblico la visione e i valori che animano il nostro progetto “Città che sorprende”, promuoveremo l’identità culturale del nostro territorio e offriremo ai cittadini e ai visitatori un punto di riferimento per orientarsi e partecipare attivamente alla ricca programmazione prevista. La macchina organizzativa è già pienamente operativa. Si percepisce tangibilmente il fermento, l’entusiasmo e la consapevolezza di vivere un momento cruciale per Pordenone. Come amministrazione comunale e come comunità, siamo pronti ad accogliere questa straordinaria sfida con determinazione e spirito di servizio, consapevoli del privilegio e dell’onore di rappresentare l’eccellenza culturale italiana nel 2027.”

    L’Assessore alla Cultura Alberto Parigi: “Il cammino verso il 2027 avanza a pieno ritmo e dei 52 progetti previsti dal dossier, alcuni sono già realtà, altri in fase di perfezionamento, altri ancora in fase di progettazione. Ma Pordenone Capitale italiana della Cultura è un processo già iniziato come testimonia il marchio ‘Verso Pordenone 2027’: nel 2026 infatti decolleranno nuove iniziative che si affiancheranno a quelle già operative. Ad esempio i Mercati Culturali, le Scenografie Urbane Digitali che hanno trasformato Piazza della Motta in un palcoscenico permanente con un proprio cartellone, il Montagna Teatro Festival, così come la stagione di grandi mostre fotografiche. Parallelamente lavoriamo su altri aspetti fondamentali: la governance è in dirittura d’arrivo e presto convocheremo il comitato promotore, a conferma di un processo partecipato. Stiamo anche individuando il ‘quartier generale’ di Pordenone Capitale: un infopoint che sarà anche spazio per piccoli eventi, punto vendita merchandising e temporary shop.”

    I LUOGHI

    Piazza della Motta, che attraverso Scenografie Urbane Digitali si è più volte accesa diventando un palcoscenico multimediale a cielo aperto, vedrà nel 2026 una programmazione strutturata con il direttore artistico Federico Cautero: 10 appuntamenti in collaborazione con 10 realtà cittadine e un evento di caratura nazionale per iniziare a sperimentare la piazza come un vero e proprio teatro urbano.

    L’apertura dei Mercati Culturali Pordenone – da parte dell’associazione Casablu e con il supporto della Regione Friuli Venezia Giulia – ha trasformato un luogo commerciale in un quartiere non centrale in un hub culturale e sperimentale che ha già visto l’avvio della programmazione verso Pordenone 2027. Nel 2026 saranno teatro di molti appuntamenti e a maggio, in concomitanza con l’apertura della Biennale d’Arte di Venezia, si terrà l’inaugurazione ufficiale di Die Gelbe Wand, progetto del dossier e spazio dedicato alla fotografia contemporanea.

    Il progetto Polo del Futuro Musicale (PFM) presso Villa Cattaneo offrirà uno spazio dedicato all’eccellenza in ambito musicale e ai giovani: si è da poco conclusa la “Call for Funders”, avviso pubblico per individuare professionisti, ricercatori e studenti under 35 da accompagnare, nel corso del 2026, alla costituzione dell’ente gestore della Villa. La call ha raccolto 124 candidature, con un’età media poco superiore ai 27 anni provenienti in prevalenza da Pordenone e dai comuni dell’ex provincia (oltre 20 quelli rappresentati), ma anche dal vicino Veneto e da altre regioni italiane. L’esito sarà la definizione di un gruppo che parteciperà ad un percorso per lo sviluppo del Polo del Futuro Musicale (PFM) al termine del quale, entro il 20 marzo, verrà costituito il soggetto gestore. Tra i promotori del progetto, oltre al Comune di Pordenone, realtà prestigiose come il Consorzio Universitario di Pordenone, il Conservatorio di Udine e la Cineteca del Friuli.

    Villa Cattaneo diventerà così un luogo vivo capace di ospitare eventi che abbiano la musica al centro come concerti, festival, mostre d’arte, conferenze. Proprio qui, nell’ambito degli eventi “Verso Pordenone 2027”, verrà inaugurata a maggio 2026 “Miles Davis 2026. Listen to this”, una mostra curata da JazzInsieme che proporrà al visitatore un’esperienza nuova tra suono, immagini e materiali originali con collaborazioni internazionali per un’esposizione da tutta da ascoltare e da vedere.

    Nel 2026 sono previsti inoltre interventi significativi che riguarderanno Galleria Harry Bertoia con l’obiettivo di trasformarla in uno spazio espositivo di eccellenza, capace di ospitare nel 2027 mostre di grande livello e di richiamo nazionale: un investimento strategico per dotare la città di una vetrina culturale all’altezza del ruolo di Capitale italiana della Cultura.

    Contestualmente è stata avviata la mappatura degli spazi culturali dei comuni limitrofi che potranno essere messi a disposizione per iniziative collegate a Pordenone 2027, sempre nell’ottica di una candidatura ampia e inclusiva che coinvolga l’intera comunità e valorizzi ogni risorsa disponibile.

    Si stanno realizzando inoltre delle stele in mosaico con il logo di Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027 che verranno collocate nei vari quartieri della città come segno identitario diffuso e simbolo di una partecipazione corale.

    Infine, è in corso l’identificazione di uno spazio della Capitale in città che possa diventare un hub per le informazioni, il merchandising, l’accoglienza e un temporary shop e l’Amministrazione sta lavorando a un progetto per l’organizzazione di piccoli eventi ed esposizioni in alcuni negozi sfitti del centro.

    MILLE GIORNI DI CULTURA: IL PROGRAMMA E GLI EVENTI

    Nel 2026 ci saranno i primi grandi concerti: nella cornice del parco San Valentino, a giugno sono attesi Riccardo Cocciante e, in collaborazione con il Pordenone Blues Festival, i Dogstar e gli Skunk Anansie che con le loro atmosfere rock porteranno la città a una dimensione internazionale. Inoltre, come simbolico passaggio di testimone tra GO!25 Pordenone 2027 e a testimonianza della stretta collaborazione tra il Comune di Pordenone e la Regione Friuli Venezia Giulia, il 31 maggio si terrà a Gorizia la data zero del tour di Cesare Cremonini.

    A completare il percorso espositivo “Sul Leggere” e arricchire le mostre fotografiche in corso dedicate al maestro Robert Doisneau e agli artisti contemporanei, è in arrivo a Pordenone la fotografa austriaca Stefanie Moshammer. Dal 14 febbraio al 6 aprile esporrà il suo lavoro sia negli spazi del Museo Civico d’Arte – Palazzo Ricchieri, che all’interno dei Mercati Culturali Pordenone.

    Ci saranno poi gli appuntamenti con i grandi festival che caratterizzano la nostra identità culturale e che nel 2026 già guardano all’anno di Capitale: il Montagna Teatro Festival presenta per il 2026 R-Evolution Green, un ciclo di incontri scientifico-divulgativi dedicati alla Montagna, in programma da gennaio a maggio, che esplora il tema del cibo di montagna lungo tutta la filiera, dalla produzione alla trasformazione. Ogni appuntamento sarà focalizzato su una diversa tipologia di prodotto con la partecipazione di esperti del settore con il coordinamento scientifico del professor Mauro Varotto. Il progetto, ideato dal Teatro Verdi di Pordenone in collaborazione con il Club Alpino Italiano – CAI Nazionale, è parte integrante del Montagna Teatro Festival e offre un’occasione di approfondimento sui temi più attuali e delicati legati alle terre alte.

    Il Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi è un progetto annuale promosso da Fondazione Pordenonelegge in collaborazione con Fondazione Treccani Cultura e sotto l’egida di Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027. L’iniziativa coinvolge ragazze e ragazzi delle scuole secondarie di primo grado di tutta Italia, invitandoli a selezionare e definire parole chiave che rappresentano il loro vissuto e la loro visione del mondo. La nuova edizione è stata lanciata all’inizio dell’anno scolastico e prevede la raccolta delle adesioni delle scuole fino al 30 gennaio 2026.

    Prenderà avvio nella seconda parte dell’anno Con Altri Occhi, progetto in collaborazione con il Palazzo del Fumetto che prevede la residenza artistica di alcuni illustratori e fumettisti di livello nazionale e internazionale, volta a realizzare in grande formato un racconto per immagini di alcuni luoghi iconici della città.

    I BANDI: NUMERI E TEMPISTICHE

    Sono tre i bandi dedicati a Pordenone 2027 tra la fine 2025 e l’inizio 2026: il primo, ideato per sostenere progetti da svolgersi durante il 2026, ha raccolto ben 96 domande di contributo: numeri che testimoniano il fermento e la capacità di attivarsi del nostro territorio, soprattutto guardando al domani e alla cultura.

    Le successive due manifestazioni di interesse sono previste in uscita in primavera, a sostegno di proposte progettuali da realizzarsi durante l’anno di Capitale e si rivolgeranno a beneficiari diversi. La prima sarà aperta nuovamente a realtà culturali e sociali del territorio per il 2027 mentre la seconda guarderà al piano nazionale, rivolgendosi a soggetti che operano normalmente oltre i confini dell’ex provincia, per aprirsi alla contaminazione e portare opportunità inedite proprio a Pordenone.

    Capitale per Sempre: il progetto con la Regione Friuli Venezia Giulia

    Con la Regione Friuli Venezia Giulia prenderà avvio il progetto Capitale per Sempre: al fine di sostenere la realizzazione di nuove produzioni culturali nei diversi settori delle attività culturali, l’amministrazione regionale riconoscerà specifici finanziamenti mediante la stipula di convenzioni contributive di durata anche pluriennale con gli operatori culturali regionali.

    Sponsorizzazioni

    Sostenere Pordenone verso Capitale italiana della Cultura 2027 significa far parte di un progetto che valorizza il territorio, la sua identità e il suo patrimonio artistico e culturale, per questo è stato pubblicato sul sito del Comune di Pordenone un avviso pubblico per la ricerca di sponsor che potranno scegliere le iniziative da sostenere. La collaborazione con partner privati permetterà di ampliare ulteriormente le risorse disponibili e realizzare un programma ancora più ricco e articolato per il territorio e la comunità.

    Un sito dedicato

    Il sito dedicato a Pordenone 2027, progettato dall’agenzia creativa I MILLE, non vuole essere solo una vetrina informativa, ma una piattaforma dinamica che crescerà nei prossimi due anni raccontando visione e valori del progetto “Città che sorprende”.

    Ampio spazio viene dato ai progetti culturali, al calendario eventi, alle ultime novità, alle informazioni pratiche e alle indicazioni turistiche per i visitatori italiani e stranieri. C’è inoltre una sezione dedicata a sponsor e partner interessati a sostenere il progetto.

    L’architettura del sito è stata sviluppata ponendo al centro le esigenze dell’utente, con un layout pulito, una navigazione fluida e moduli informativi facilmente consultabili ed è bilingue, italiano e inglese.

    La grafica riflette l’identità visiva della candidatura precedentemente ideata e curata da I MILLE, con colori ed elementi tipografici che dialogano con i valori espressi dai progetti culturali.


    Comune di Pordenone
    Ufficio Comunicazione Istituzionale
    Sarah Gaiotto
    Mail: sarah.gaiotto@comune.pordenone.it
    Telefono: 0434 392223 – 338 1074459
     
    In collaborazione con Studio ESSECI
    roberta@studioesseci.net
    simone@studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>