Messaggera dell’invisibile: vita e opere di Hilma af Klint

Hilma af Klint, Autoritratto

Hilma af Klint (1862-1944), pittrice svedese, è oggi riconosciuta come una pioniera dell’arte astratta: le sue opere simboliche e spirituali, realizzate ben prima che altri teorizzassero l’astrattismo, sono rimaste nascoste per decenni per volontà della stessa artista. Recentemente, retrospettive nei principali musei stanno ridisegnando la sua importanza storica.

Libretto con disegni di Hilma af Klint.
Hilma af Klint, studi
Hilma af Klint, 
Il punto di vista del Buddha nella vita terrena, n. 3a , (1920), per gentile concessione dell’Hamburger Bahnhof
Betulla. Dalla serie “Osservando fiori e alberi”, dipinto nel 1922. Da una mostra al Moderna Museet di Stoccolma.
Hilma af Klint:
 Grano e assenzio , 1922

Hilma af Klint emerge oggi non solo come figura pionieristica nell’astrattismo – ancora prima di Wassily Kandinsky, Piet Mondrian o Kazimir Malevich – ma come esempio di integrità artistica e personale: un’artista che mobilitò la spiritualità, la natura e la scienza in un discorso visivo radicale, pur accettando il proprio isolamento volontario e la marginalità per molti decenni. Riprendere il suo lavoro significa aggiornare la storia dell’arte moderna, includere una voce fino a poco tempo fa silenziata, e interrogarsi su che cosa significhi “presto” nel riconoscimento del genio. Ma chi era Hilma af Klint?

Nata il 26 ottobre 1862 a Karlberg, nella contea di Solna vicino a Stoccolma, Hilma af Klint proveniva da una famiglia aristocratica con profonde sensibilità scientifiche. Suo padre, Victor af Klint, capitano della marina svedese, e sua madre, Mathilda, trasmisero a Hilma un precoce amore per la botanica e la matematica, passioni che avrebbero nutrito il suo sguardo artistico. L’infanzia trascorsa in ambienti naturali — gli estati con la famiglia sull’isola di Adelsö, sul lago Mälaren — e poi l’educazione artistica a Stoccolma segnarono l’inizio di un percorso che alternò rigoroso addestramento accademico e un intenso interesse per il mistero.

Tra il 1882 e il 1887 Hilma studiò al Tekniska skolan (oggi Konstfack) e poi all’Accademia reale svedese delle arti (Royal Swedish Academy of Fine Arts), dove apprese tecniche tradizionali: ritratti, paesaggi, disegni botanici. Queste attività furono la sua principale fonte di reddito per molti anni, mentre coltivava in parallelo pratiche spirituali che sarebbero diventate determinanti nella sua produzione meno visibile.

Spiritualità, gruppi esoterici e la pittura automatica

Il 1880 fu segnato dalla morte della sorella minore, evento che accelerò in Hilma un interesse profondo per le dimensioni spirituali dell’esistenza. Si avvicinò allo spiritismo, alla teosofia di Helena Blavatsky, e successivamente all’antroposofia, fondata da Rudolf Steiner.

Nel 1896 fondò o entrò nel gruppo “De Fem” (“Le Cinque”), formato da artiste donne come Anna Cassel, Cornelia Cederberg, Sigrid Hedman, Mathilda Nilsson. In questo ambito, pratiche medianiche, sedute spiritiche, disegni e scritture automatiche divennero momenti di esplorazione creativa: il medium, in queste pratiche, non sceglieva forme già codificate, ma riteneva di ricevere istruzioni spirituali per mezzo dell’arte.

Fu nel 1906 che Hilma af Klint realizzò i suoi primi dipinti astratti consciamente intenzionali, assai prima che Wassily Kandinsky, Piet Mondrian o Kazimir Malevich manifestassero pubblicamente un’arte non figurativa. Queste opere non erano semplici astrazioni di forme geometriche o colori: erano visualizzazioni di concetti spirituali complessi, di dualità (ad esempio tra maschile e femminile, spirituale e terreno), con un uso simbolico della forma e della geometria (cerchi, spirali, diagrammi) e della cromia.

Una delle sue serie più monumentali è nota in svedese come De Tio Största (Le Dieci Più Grandi), composta da dieci tele (o grandi pannelli) realizzate nel 1907, ciascuna di dimensioni imponenti (~ 328 × 240 cm), che intendono rappresentare le fasi della vita: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia.

L’isolamento dell’artista e la riservatezza

Hilma af Klint impose nel suo testamento che gran parte della sua opera astratta restasse segreta per almeno vent’anni dopo la sua morte. Ella stessa riteneva che il pubblico del suo tempo non fosse pronto a comprendere tali visioni. Per anni le sue opere furono conservate senza esposizioni pubbliche; molti disegni, appunti, schizzi spirituali rimasero in soffitta, esposti a condizioni non idonee (temperature estreme, umidità), rischiando di andare perduti.

Fu solo nel 1972 che il nipote ed erede Erik af Klint fondò la Stiftelsen Hilma af Klints Verk (Fondazione per l’opera di Hilma af Klint), per catalogare, preservare e organizzare l’eredità artistica. Da quel momento l’opera omnia cominciò a emergere gradualmente dalla marginalità.

Riconoscimento e retrospettive

L’opera di af Klint ha cominciato ad attirare l’attenzione critica internazionale nella seconda metà del XX secolo. Un punto di svolta fu l’esposizione Hilma af Klint: Pionjär, Förskare, Medium al Moderna Museet di Stoccolma nel 2012, che ricollocò la pittrice nel dibattito sull’astrattismo e sulle pratiche spirituali nelle arti.

Nel 2018-2019 il Solomon R. Guggenheim Museum di New York le dedicò la retrospettiva Paintings for the Future, che divenne la mostra più visitata nella storia del museo fino ad allora, con oltre 600.000 visitatori.

Nel 2025, una mostra al Guggenheim di Bilbao ha offerto un’ulteriore occasione per rivedere Le Dieci Più Grandi e orientare di nuovo il riconoscimento della sua opera verso un pubblico europeo più ampio.

Temi, linguaggio estetico e significati

L’opera di af Klint intreccia natura, scienza, spiritualità. La rappresentazione botanica e naturale, già presente nei suoi disegni giovanili, convive con l’astrazione, ma non si dissolve in pure forme decorative: ogni elemento ha valore simbolico. I colori non sono scelti solo per l’impatto visivo, ma per alludere a stati dell’anima, energie opposte, dualità interiori. Nei suoi quaderni esoterici e filosofici affiora un discorso che unisce filosofia, teologia, idee scientifiche emergenti (come immersioni nella geometria, nelle proporzioni e nella struttura naturale) con pratiche medianiche.

Alcuni elementi ricorrenti nelle sue opere sono la spirale, la chiocciola, il cerchio, diagrammi e figure che suggeriscono una crescita, una progressione, un conflitto risolto in armonia. Tematiche come la tensione tra maschile e femminile, la spiritualità, la dualità, il mistero dell’esistenza sono al centro.

Persistenza e conflitti contemporanei

Nonostante il crescente riconoscimento, la gestione dell’eredità artistica di Hilma af Klint non è esente da controversie. Recentemente, membri della famiglia e della fondazione che custodisce le sue opere si sono trovati in disaccordo su questioni di commercializzazione e sulla conservazione del rispetto delle volontà dell’artista.


Leggi anche: L’astronomia ha ispirato un pioniere dell’arte astratta?
Mag. 06, 2025 https://www.experiences.it/archives/89102


Fotografia Etica di Lodi pone l’attenzione su questioni di interesse globale

©Afshin Ismaeli: Il prezzo della guerra

Dal 27 settembre al 26 ottobre il Festival della Fotografia Etica torna a Lodi, pronto ad accogliere migliaia di visitatori provenienti da tutta Italia. Un mese intero per lasciarsi guidare da storie che arrivano dai quattro angoli del pianeta, per riflettere, emozionarsi e sorprendersi.
La sedicesima edizione porta con sé numeri imponenti: oltre 20 mostre, quasi 150 fotografi da 40 Paesi e 5 continenti e quasi un migliaio di immagini esposte. Un festival di questa portata non è soltanto una celebrazione della fotografia, ma diventa anche un’occasione collettiva di confronto. Come sottolinea Alberto Prina, Direttore del Festival, “attraverso le immagini si raccontano questioni sociali spesso dimenticate, che qui trovano spazio e voce. Il linguaggio visivo ha la capacità di scuotere le coscienze e generare dialogo, creando ponti tra culture diverse. Così il pubblico non è solo spettatore, ma parte attiva di una riflessione più ampia che riguarda diritti, dignità, ambiente e memoria. È in questo intreccio tra arte e impegno civile che il Festival trova la sua vera forza e il suo senso più profondo”.

In un mondo che si intreccia di sfide e cambiamenti,
il Festival della Fotografia Etica di Lodi pone l’attenzione su questioni di interesse globale
©Federico Ríos: Paths of Desperate Hope

Il cuore pulsante resta il World Report Award – Documenting Humanity. Nella categoria MASTER spicca Federico Ríos con Paths of Desperate Hope, reportage che segue le sofferenze e le speranze di coloro che attraversano il Darién per tentare di raggiungere gli Stati Uniti. Una menzione speciale va a Cinzia Canneri con Women’s Bodies as Battlefields, che racconta l’esodo e le violenze vissute dalle donne eritree e tigrine, inizialmente fuggite dalla dittatura eritrea e poi coinvolte nella guerra nel Tigray. La categoria SPOTLIGHT premia Diego Fedele con In The Shadow of a Deadly Sky , un resoconto spietato di tre anni di guerra in Ucraina, tra distruzione e paralisi di un intero Paese.

©Loay Ayyoub: La tragedia di Gaza

Per la SHORT STORYLoay Ayyoub documenta in The Tragedy of Gaza uno dei conflitti più devastanti del nostro tempo, con decine di migliaia di vittime e un esodo senza precedenti dal 1948. La categoria STUDENT va a Md Zobayer Hossain Joati con We Live to Fight, un viaggio tra le comunità di arti marziali del Bangladesh, dove emergono culture, tensioni e storie nascoste; menzione speciale a Julius Nieweler con Whispers Say: “War is Coming”, uno sguardo sulla Moldavia alla vigilia delle elezioni dell’ottobre 2024. Infine, la sezione SINGLE SHOT premia Afshin Ismaeli con The Price of War, potente immagine che lega la ferita di un padre mutilato al silenzio fragile del figlio: due generazioni unite da una sofferenza collettiva. La mostra, esposta sempre presso lo storico e prestigioso palazzo sede della BCC Centropadana, vedrà un innovativo sistema di esposizione e proiezione. 

Anche quest’anno Lodi ospita, in collaborazione con Spazio Bipielle Arte della Fondazione Banca Popolare di Lodi, l’unica tappa lombarda del World Press Photo, la celebre mostra internazionale itinerante che da quasi 70 anni racconta il mondo attraverso la fotografia documentaria. L’edizione 2025 raccoglie oltre 150 scatti provenienti dai cinque continenti, firmati da autori che collaborano con testate come The New York Times, Associated Press, TIME, Agence France Presse e NPR.

La sezione Uno Sguardo sul Mondo propone due mostre: The Dark Side of Fast Fashion di Magnus Wennmann, che smaschera i falsi miti del riciclo e mostra il costo ambientale e umano della moda veloce; e Sudan Under Siege di Giles Clarke, che rivela gli effetti drammatici della guerra e la lenta erosione di identità, memoria e giustizia.

Presso la Cavallerizza si apre lo Spazio Storia con la mostra Srebrenica. A trent’anni dal genocidio, curata insieme alla Fondazione VII: un’occasione per ricordare il piano di sterminio contro il popolo bosniaco, il fallimento della comunità internazionale e l’importanza del ruolo dei media.

Lo Spazio Outdoor, nei giardini pubblici, accoglierà il lavoro del fotografo del National Geographic Ronan Donovan che dal 2014 approfondisce la relazione tra i lupi selvatici e gli esseri umani, con l’obiettivo di comprendere più a fondo questi animali e le cause del persistente conflitto uomo-lupo.

Lo Spazio No Profit, nel chiostro dell’Ospedale vecchio, presenta invece quattro progetti: Lorenzo Foddai con Le emozioni che ci regala il calcio per l’ASD Roma Blind Football, un inno alla capacità di superare i limiti fisici; Bente Stachowske con Le apicoltrici di Mosolula Gardino per Nyodeema Foundation, che segue 30 giovani donne del Gambia impegnate nell’apicoltura come mezzo di sostentamento e difesa della  foresta; Giammarco Sicuro con Gli artigiani delle protesi per EMERGENCY, reportage dall’Iraq, tra le terre più contaminate da mine al mondo dove c’è un solo Centro gratuito e specializzato nella realizzazione di protesi per arti amputati che ha permesso a molti iracheni, iraniani e rifugiati siriani di ricostruire la propria vita, lavorare e sostenere le loro famiglie; infine Karol Grygoruk per Minority Rights Group International, con un racconto sullo sradicamento dei migranti e sulle fragilità dell’Europa di fronte alla crisi umanitaria.

Lo spazio tematico Le vite degli altri, a Palazzo Modignani, ospita quattro approfondimenti fotografici che esplorano i legami tra persone, territori e tradizioni. David J Show con Caeadda segue la vita degli allevatori nella valle di Dyfi; Khlif Skander con Where Dust and Water Dream Together ci porta in Tunisia, dove l’uomo lotta con desertificazione e scarsità d’acqua; Jana Margarete Schuler con Between Blood and Glitter documenta le “Luchadoras” di Ciudad Juarez, donne wrestler che combattono per diritti e dignità; infine Adriana Zehbrauskas con Becoming a Father indaga la paternità come esperienza universale oltre culture e confini.

Infine, per celebrare i 15 anni del World Report Award|Documenting Humanity, il concorso a cui partecipano ogni anno migliaia di fotografi, il Festival ospita una mostra tributo dove si potrà ammirare una selezione delle  immagini di alcuni dei vincitori premiati in questi anni e sostenuti economicamente attraverso il premio (oltre 70 fotografi). La mostra all’ex-Chiesa dell’Angelo sarà accompagnata da un ciclo di proiezioni con protagonisti alcuni dei reportage premiati.

Accanto al Festival ufficiale si svolge FFE – OFF, circuito diffuso di mostre in negozi, bar, gallerie e spazi pubblici della città, aperto a chiunque desideri esporre i propri lavori, senza vincoli tematici o di genere.

Il team educational organizzerà visite guidate per scuole di ogni ordine e grado, università e accademie dal lunedì al venerdì, mentre le domeniche di ottobre saranno dedicate ai Kids Labs, laboratori fotografici per bambini e ragazzi dai 5 agli 11 anni.

Questa edizione è resa possibile grazie al sostegno del Comune di Lodi, sostenuta da Strategia Fotografia 2024, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Si ringraziano per il sostegno la Fondazione Comunitaria della Provincia di Lodi e la Fondazione LGH Gruppo a2a.

Epson, Imaging Partner del Festival, renderà possibili le proiezioni su grandi schermi anche grazie al nuovo sistema Immersive Pro Wall, dando vita a un’esperienza emozionale e immersiva. Prosegue inoltre il sostegno alle mostre outdoor, con la sfida tecnologica di portare le immagini all’aperto in grande formato per una nuova modalità di fruizione fotografica.

L’Erbolario, azienda cosmetica lodigiana, al nostro fianco sin dalla prima edizione e molto vicina ai temi legati alla salvaguardia del nostro Pianeta e al rispetto delle risorse.

Fujifilm Italia, presente nell’area dedicata alla mostra World Press Photo, premio supportato da Fujifilm Corporation, sostiene il Festival nelle sue attività a sostegno della cultura fotografica anche mettendo a disposizione le sua tecnologia istantanea per i laboratori fotografici dedicati ai più piccoli.

Si ringrazia inoltre per il sostegno alle mostre IBSA Italy, le concessionarie BMW-MINI del gruppo Carteni, Enercom e Maugeri in Arte.

Montanaso Lombardo, partner ufficiale della XVI edizione, ospiterà Elegia lodigiana di Gabriele Cecconi, progetto finanziato dal bando Strategia Fotografia 2022 promosso dal Ministero della Cultura in collaborazione con la Provincia di Lodi.

Tutte le mostre, incluso il World Press Photo, saranno visitabili con biglietto giornaliero o abbonamento, acquistabili online e in loco. Rimangono invece a ingresso libero le esposizioni nei giardini pubblici e nel Comune di Montanaso Lombardo.

Un grande appuntamento che trasforma Lodi in capitale della fotografia documentaria e necessaria.


Per tutte le informazioni e dettagli visitate il sito del Festival www.festivaldellafotografiaetica.it
 
Ufficio Stampa                                   
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Alla Züst di Rancate/Mendrisio, accessori di classe tra moda e identità sociale

Da sempre considerati fondamentali per completare l’abbigliamento, cappelli, borse, scarpe, guanti, bastoni, ombrelli, fazzoletti e ventagli non sono solo oggetti d’uso che da secoli ci accompagnano nella nostra quotidianità ma sono anche elementi che contribuiscono a definire lo status e l’appartenenza sociale degli uomini e delle donne che li indossano o che li utilizzano. Con un gioco di parole si potrebbe dire che si tratta di oggetti di classe che servono anche a segnare le differenze di classe all’interno della società.

ACCESSORI DI CLASSE
Complementi di moda tra uso quotidiano e identità sociale
1830-1930
Rancate/Mendrisio, Svizzera, Pinacoteca cantonale Giovanni Züst
19 ottobre 2025 – 22 febbraio 2026

A cura di Elisabetta Chiodini con Mariangela Agliati Ruggia

Spesso associati al lusso e al potere, gli accessori di moda, grazie alle loro fogge ricercate e alla raffinatezza e alla preziosità dei materiali con cui sono realizzati, sottolineano però anche l’irriducibile unicità dei loro possessori.

Attraverso un confronto serrato con la loro rappresentazione nelle opere d’arte dell’epoca, l’esposizione si propone di illustrare la storia e l’evoluzione di diverse tipologie di complementi di moda tra gli anni trenta dell’Ottocento e i primi tre decenni del Novecento. Un arco di tempo che coincide in gran parte con quello che, non a caso, è stato definito il “secolo della borghesia” e che mostra come nel tempo i gusti di uomini e donne cambino velocemente: così elementi considerati per secoli “indispensabili” hanno talvolta perso un po’ del loro charme.

È il caso del cappello, fino ad un recente passato l’accessorio per eccellenza, oggi indossato molto meno frequentemente; o ancora del ventaglio, utilizzato fin dai tempi degli antichi Egizi per rinfrescarsi o allontanare gli insetti molesti, oggetto popolare e regale insieme, che ha raggiunto l’apice del successo durante il regno di Luigi XIV per poi perdere via via il suo fascino fino a qualche estate fa quando, inaspettatamente, è tornato di tendenza, diventando il più utile ed “ecosostenibile” tra i must-haves. Al contrario, altri accessori si sono trasformati in oggetti del desiderio solo nel corso degli ultimi cento anni; tra questi, scarpe e borse.

Ad importanti ritratti di rappresentanza, a vivaci e animate scene di genere, a manifesti pubblicitari, figurini, cataloghi di vendita e riviste di moda, lungo il percorso espositivo fanno da controcanto oggetti reali. Oggetti che non sono quasi mai semplici manufatti d’uso quotidiano ma veri e propri testimoni del gusto e della società del tempo, oltre che esempi di grande qualità artigianale che incuriosiscono, affascinano e inducono tutti noi a riflettere sia sulle vite di coloro che con cura e grande creatività li hanno ideati e abilmente confezionati, sia su quelle di chi li ha acquistati e indossati.

Tra gli oltre 200 oggetti esposti figurano una sessantina di dipinti e sculture provenienti da collezioni pubbliche e private di autori sia di area ticinese che italiana, tra cui si segnalano alcuni nomi celebri della storia dell’arte quali Giacomo Balla, Giovanni Boldini, Telemaco Signorini, Mosè Bianchi, Eliseo Sala, Vincenzo Cabianca, Vittorio Matteo Corcos, Bernardino Pasta, Spartaco Vela, Filippo Franzoni, Adolfo Feragutti Visconti e Luigi Rossi.

La mostra offre però anche molto altro, non ultima l’opportunità di approfondire la produzione e la commercializzazione di alcuni di questi manufatti.

Grazie alla collaborazione del Centro di dialettologia e di etnografia dello Stato e in particolare del Museo Onsernonese di Loco, un focus è infatti posto sulla confezione di cappelli, cestini e borse di paglia, un’attività tipica della Val Onsernone, che esportava questi prodotti sui mercati lombardi e piemontesi, ma anche in Germania e in Francia. Un’ampia sezione storica intende inoltre far rivivere, anche attraverso fotografie, attrezzi di lavoro e documentazione originale, l’atmosfera che si respirava nell’ambiente della produzione e del commercio dei cappelli sul territorio ticinese con un excursus dedicato ai più importanti negozi di moda e ai grandi magazzini attivi in quel periodo in particolare sulla scena luganese.

La mostra si chiude con la figura della stilista luganese Elsa Barberis. Le forme semplificate e moderne dei suoi abiti segnano infatti l’inizio, dagli anni Quaranta, di una nuova stagione della moda e inaugurano una nuova maniera di disegnare e vivere gli accessori.

Nel catalogo, interamente illustrato, che accompagna l’esposizione, oltre agli interventi delle curatrici Elisabetta Chiodini e Mariangela Agliati Ruggia sono inclusi saggi di approfondimento e schede di: Beatrice Balzarini, Francina Chiara, Alberto Corvi, Mattia Dellagana, Marco Marcacci, Sara Miconi, Claudia Quadri, Andrea Sorze.


Informazioni
 
Orari
19 ottobre 2025
22 febbraio 2026
 
Martedì-venerdì
9-12, 14-17
 
Sabato-domenica,
novembre,
8 e 26 dicembre,
e 6 gennaio
10-12, 14-18
 
Lunedì,
24, 25 e 31 dicembre
Chiuso
 
Inaugurazione:
Sabato 18 ottobre, ore 17:00
 
Ingresso e servizi
intero: CHF/€ 10.-
ridotto (pensionati, studenti, gruppi): CHF/€ 8.-
 
Visite guidate su prenotazione anche fuori orario; bookshop; parcheggi nelle vicinanze.
Si accettano carte di credito.
 
Come raggiungerci
La Pinacoteca è raggiungibile in pochi minuti sia dalla stazione ferroviaria che dall’uscita autostradale di Mendrisio.
 
Ufficio stampa
 
per la Svizzera:
Pinacoteca Züst, Rancate/Mendrisio Tel. +41 (0)91 816.47.91
pinacoteca.zuest@ti.ch; www.ti.ch/zuest
per l’Italia:
Studio ESSECI Sergio Campagnolo Padova, Italia
Tel. +39 049.663.499 (Simone Raddi) simone@studioesseci.net www.studioesseci.net
Mostra realizzata con il contributo di
 
Fondazione Lucchini, Lugano
Fondazione Dr. Martin Othmar Winterhalter, Stans
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Un nucleo significativo di opere appartenenti alla Collezione Giuseppe Iannaccone 

A partire dall’11 settembre, nell’Ex Chiesa di San Marco – Spazio ARCA a Vercelli, apre al pubblico Guttuso, De Pisis, Fontana… L’Espressionismo Italiano”, una mostra che riporta al centro dell’attenzione un movimento potente, viscerale, che ha saputo dare voce al turbamento e alla passione del Novecento italiano.

Per la prima volta, un nucleo significativo di opere realizzate tra il 1920 e il 1945 e appartenenti alla sezione storica della Collezione Giuseppe Iannaccone – alcune delle quali mai esposte prima al pubblico – verranno riunite per raccontare un periodo straordinario della storia dell’arte italiana.

A Vercelli, dall’11 settembre, un’inedita mostra dedicata all’Espressionismo Italiano.

Le magnifiche opere di Guttuso, De Pisis, Fontana e molti altri, realizzate tra il 1920 e il 1945, saranno esposte allo Spazio ARCA (Ex Chiesa di San Marco) per raccontare una storia importante, che parla di libertà, di scelte controcorrente e coraggiose.

La mostra rappresenta anche un’occasione unica per vedere da vicino il dialogo tra grandi Maestri e una giovane voce del contemporaneo. Esposti, infatti, anche lavori inediti dell’artista Norberto Spina, tra cui una preziosa opera prestata dalla Royal Academy di Londra e opere site specific.

Promossa dal Comune di Vercelli e organizzata da Arthemisia in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Iannaccone, e curata da Daniele Fenaroli, la mostra è il primo appuntamento di un progetto pluriennale.

L’Espressionismo Italiano, attraverso i suoi esponenti quali Renato BirolliRenato GuttusoLucio FontanaFausto PirandelloAligi SassuEmilio Vedova e molti altri, ha saputo affermare con forza una visione indipendente, sottraendosi alle imposizioni culturali dominanti scegliendo, attraverso una ricerca personale spesso coraggiosa e controcorrente, di raccontare la fragilità, la solitudine e la tensione esistenziale dell’uomo, anziché aderire ai modelli celebrativi imposti.

Questi artisti hanno costruito una contro-narrazione silenziosa ma potente, fatta di corpi sbilanciati, nature morte inquietanti, città sognanti, figure ai margini e una disarmante quotidianità, lontana dalla retorica imperante.

Tra le opere esposte, ne spiccano alcune realizzate da artisti riconosciuti come i principali esponenti dell’Espressionismo italiano: Nudo in piedi(1939) di Lucio Fontana,Composizione (Siesta Rustica) (1924-1926) di Fausto PirandelloIl Caffeuccio Veneziano (1942) di Emilio VedovaI poeti (1935) di Renato BirolliLo schermidore (1934) di Angelo Del BonRitratto di Antonino Santangelo (1942) e Ritratto di Mimise (1938) di Renato Guttuso.

Le opere provengono prevalentemente dalla Collezione Iannaccone, una delle più rilevanti collezioni private italiane, raccolte con passione da oltre 30 anni dall’Avvocato Giuseppe Iannaccone, grandissimo amante dell’arte e forte promotore della creatività di artisti, del panorama italiano e internazionale, di ieri e di oggi. Una collezione “romantica”, che ha seguito e inseguito quell’arte che – dopo la grande stagione delle avanguardie – non ha coltivato gli ideali classici ma ideali diversi, incentrati sull’intensità del colore; sulla fantasia, la visionarietà e la soggettività dell’io, sull’espressione dei sentimenti e delle emozioni.

Con il patrocinio della Regione Piemonte, promossa dal Comune di Vercelli, prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Iannaccone e curata da Daniele Fenaroli, la mostra è il primo appuntamento di un progetto espositivo pluriennale grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, della Provincia di Vercelli, di ASM e della Fondazione CRT.
La mostra vede come sponsor tecnicoOpen Care – Servizi per l’arte.

PRIMO CAPITOLO DEL PROGETTO PLURIENNALE
Il progetto, pensato anche per creare un dialogo tra diverse discipline, ha come obiettivo di rivelare come la creatività e l’arte possano arricchirsi attraverso l’interazione tra linguaggi differenti, creando una sinergia tra la storia del luogo, l’arte contemporanea e altre forme di espressione culturale.

In questo contesto, ogni anno si metterà in luce un artista contemporaneo attraverso la relazione con le opere esposte nelle mostre.

Quest’anno l’attenzione sarà rivolta al giovane e talentuoso artista Norberto Spina.
Classe 1995, Spina si forma tra Milano e Londra e la sua poetica si fonda sulla sovrapposizione di memoria personale e collettiva; un lavoro alimentato dalla ricerca di immagini d’archivio, fotografie storiche, momenti di vita quotidiana e iconografie della tradizione popolare italiana che, rielaborati e sovrapposti, si manifestano come frammenti di ricordi.
Saranno esposti alcuni suoi lavori, oltre ad un prestito proveniente dalla Royal Academy di Londra e altre opere inedite e site specific che lo stesso ha realizzato appositamente per questa occasione.

La rilettura storica che ispira le opere di Norberto Spina suggerisce una possibile linea di continuità nel modo in cui l’arte può divenire una fedele, seppur personale, visione della realtà. Se negli anni Trenta gli artisti selezionati si sono sottratti alla monumentalità celebrativa del potere, Spina, da artista contemporaneo, si muove a lato della memoria collettiva, rielaborando figure, gesti, e atmosfere che sembrano emerse da un archivio dimenticato, che risuonano, oggi più che mai, come una potente cassa di risonanza. Le sue opere non illustrano la storia, la attraversano.

Prendere in mano un’immagine del passato e farla rivivere – o semplicemente rievocarla – non è un’operazione neutra, non è sinonimo di nostalgia ma significa, al contrario, tornare consapevolmente a quei momenti che hanno inciso a fondo il nostro immaginario collettivo.

Tra i linguaggi pittorici che si confrontano con la storia come materia viva, si inserisce anche il dialogo tra La battaglia dei tre cavalieri di Aligi Sassu (1941) e l’opera Presente di Norberto Spina (2024), che rielabora un particolare del Sacrario di Redipuglia voluto da Mussolini nel 1938.
Se Sassu, nel pieno del secondo conflitto mondiale e da poco uscito dal carcere, sceglie di evocare il mito per denunciare l’inutilità della guerra attraverso una pittura epica e tragica in cui non traspare, nonostante le pallide vittime, nemmeno un goccio di sangue, Spina, in modo più asciutto e concettuale, isola la parola incisa su pietra per metterla a confronto con il nostro sguardo. L’uno utilizza il corpo dei cavalieri per rappresentare l’assurdità della battaglia e lo smarrimento dell’individuo, la consapevolezza che a morire in quella guerra era lo spirito umano e non i soli corpi; l’altro, con un linguaggio completamente diverso, si concentra sulla monumentalità del potere, che a distanza di decenni continua a porci interrogativi.

Guardare oggi le opere in mostra, accanto a quelle di Norberto Spina, significa non soltanto recuperare una pagina fondamentale della storia dell’arte italiana, ma anche riconoscere quanto quella stagione parli ancora al nostro presente. Non come immagine passata, ma come un linguaggio vivo, capace di dirci ancora molto, e forse più che mai, su libertà, responsabilità e visione.

LA MOSTRA
Cosa accade quando le immagini del passato si confrontano con lo sguardo del presente? Quando l’arte non si limita a raccontare “com’era”, ma interroga il nostro “come siamo”? Questa mostra nasce da un incontro: quello tra il nucleo storico delle opere della Collezione Giuseppe Iannaccone, che custodisce capolavori dell’Espressionismo italiano realizzate tra il 1920 e il 1945, e la ricerca contemporanea di Norberto Spina, artista classe 1995. Un dialogo non illustrativo, ma profondamente critico e viscerale, che mette in moto le possibilità più vitali dell’arte: riattivare la memoria, rivelare ciò che è stato rimosso, restituire umanità a ciò che la storia ufficiale ha talvolta semplificato o dimenticato.
Le opere qui raccolte non cercano né la celebrazione né il compiacimento. Sono immagini che raccontano fratture, inquietudini, solitudini, dolori: realtà profondamente umane che, allora come oggi, resistono alle semplificazioni ideologiche. Gli artisti dell’Espressionismo italiano, pur appartenendo a scuole diverse e percorsi individuali eterogenei, hanno saputo dar voce a una sensibilità antiretorica, capace di opporsi, con mezzi propri, spesso silenziosi ma incisivi, all’estetica dominante del regime.
Birolli, Guttuso, Fontana, Pirandello, Sassu e molti altri protagonisti di questa stagione artistica hanno scelto l’empatia alla monumentalità, la deformazione all’ordine, l’indagine del sé e dell’altro all’adesione al potere. E proprio in questa tensione si innesta, oggi, la pittura di Norberto Spina: un lavoro che non copia, non cita, ma interpreta. Le sue immagini evocano archivi smarriti, memorie spezzate, identità fratturate. Rielabora l’eredità visiva degli anni Trenta restituendole complessità, distanza, e soprattutto nuove domande.
Lungo un percorso espositivo che si sviluppa per nuclei tematici, il colore come forma di resistenza, il ritratto come ricerca dell’identità, il presente come soglia inquieta della memoria, il visitatore è invitato a mettere in discussione ogni idea pacificata di storia e di rappresentazione. Perché non è solo questione di ciò che vediamo, ma di come lo guardiamo. E da dove.
In un tempo che tende a semplificare, questa mostra difende l’ambiguità. In un presente che spesso dimentica, riattiva la memoria. In un contesto che premia la superficie, propone profondità.
Non si tratta dunque di un’esposizione “sulla storia”, ma di una mostra “dentro la storia”: dentro le sue ferite, le sue tensioni, i suoi fantasmi. E soprattutto dentro le sue possibilità di trasformazione. Perché, come ci suggeriscono le opere esposte, la pittura, oggi come ieri, può ancora essere uno strumento critico, un atto etico, una forma di resistenza.


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
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Passariano di Codroipo (Udine): Villa Manin. Capolavori senza Confini

Ben 136 capolavori di una cinquantina di grandi artisti dell’Ottocento e del Novecento e provenienti da 43 musei europei e americani. Una mostra unica, di respiro internazionale e allestita negli spazi restaurati dell’Esedra di Levante del magnifico complesso dogale di Villa Manin a Passariano di Codroipo, in provincia di Udine.
È “Confini da Gauguin a Hopper. Canto con variazioni”, l’attesissima esposizione che apre al pubblico il prossimo 10 ottobre, uno degli eventi di punta di GO! 2025&Friends, il cartellone di appuntamenti che affianca il programma ufficiale di GO! 2025 Nova Gorica – Gorizia Capitale europea della Cultura, offrendo proposte culturali in tutto il territorio regionale.

CONFINI DA GAUGUIN A HOPPER
Canto con variazioni

Villa Manin, Esedra di Levante, Passariano di Codroipo (Udine)
11 ottobre 2025 – 12 aprile 2026

Mostra a cura di Marco Goldin, promossa dalla Regione Friuli Venezia Giulia e da ERPAC FVG
all’interno del programma di “GO! 2025&Friends” per celebrare Nova Gorica – Gorizia Capitale europea della Cultura
Coordinamento organizzativo di
ERPAC FVG – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia

Promossa dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale – ERPAC FVG, la mostra è stata progettata e curata da Marco Goldin, con l’organizzazione dello stesso ERPAC FVG e di Linea d’ombra.

In quello che potrebbe essere definito a pieno titolo il “museo ideale” dell’arte internazionale degli ultimi due secoli, i visitatori vengono accompagnati in un emozionante percorso delle meraviglie e poi coinvolti in un piacere visivo che va di pari passo con il coinvolgimento e la riflessione intorno a un tema di eterna attualità, quello dei “confini”: fisici, geografici, culturali, i propri intimi confini, il qui e l’altrove, il qui che si fa altrove, confine come limite e come punto di partenza…

La mostra prende avvio da una sala introduttiva, che già ne delinea i contenuti: alcuni capolavori, anche di grandi dimensioni, come le opere di Anselm Kiefer e Mark Rothko, dove il confine si fa, seppure in modo diverso tra i due, dilagante, a fissare linee che sono orizzonti. E ancora la famosissima “Onda” di Gustave Courbet, movimento verso l’immenso, vicina all’unione di montagne e cielo fissati sulla tela da Ferdinand Hodler. Per poi andare a Monet che, con “La chiesa di Varengeville”, va a proporre spazi sul mare di cui non si intravede la fine.

I due successivi percorsi sono riservati al confine interiore, allo sguardo dentro sé stessi, all’autoritratto. La sequenza è mozzafiato: Munch, Gauguin, Van Gogh, Hodler, Kirchner… Poi la galleria di splendidi ritratti: Courbet, Manet, Degas, Renoir, Modigliani, Bacon, Giacometti, nella ricerca nei volti di un confine quotidiano, anche con tutte le “bruciature” novecentesche.

Le successive due sale (la terza, fondamentale area) sono dedicate al rapporto tra l’uomo e la natura, figure e spazio soprattutto nella grande pittura americana tra Ottocento e Novecento. Molte sono le opere che per la prima volta giungono in Italia e in Europa, dai protagonisti della “Hudson River School” per giungere alla figura chiave di Homer a cavallo tra i due secoli, e poi nel Novecento soprattutto Hopper e Diebenkorn, due artisti che hanno reso la pittura americana uno scrigno di meraviglie. Infine, le modulazioni fantastiche di Andrew Wyeth. Per tornare quindi in Europa con l’interpretazione del rapporto figure e natura in grandi maestri come Segantini, Böcklin e Matisse.

“Alla ricerca del Paradiso perduto” potrebbe essere indicato come tema della quarta, ampia sezione. Eden esotici o più prossimi, espressi in opere universali, pietre miliari della storia dell’arte, da Gauguin a Monet, da Van Gogh a Cezanne e Bonnard.

Quando la ricerca dei confini non porta gli artisti verso la dimensione del lontano, accade che quei confini si spingano a farsi vicinanza, confidenza d’immagini altrimenti distanti. A questo è dedicata la quinta sezione, dove una quarantina di straordinarie xilografie giapponesi, raccolte in due successive sequenze (per non esporre troppo a lungo alla luce quei fogli preziosi), sono presenti. Provengono da un’unica collezione privata, con i maggiori nomi dell’ukiyo-e, da Utamaro a Eisen, da Hokusai a Hiroshige.

Monet e Van Gogh possedevano molte centinaia di quelle xilografie. L’arte, e quella francese in primis, ne fu ampiamente toccata. Il confine si tendeva al di là degli oceani e raggiungeva chi aveva lo spirito giusto per accogliere quel mondo incantato.

Tutto questo, già tantissimo, non è che il preludio per il gran finale di una mostra che resterà nella memoria di chi avrà la fortuna di ammirarla.

Impossibile sintetizzare ciò che attende i visitatori nella sesta sezione, che occupa l’intero piano terra dell’Esedra, con 60 opere che conducono verso i diversi confini compresi negli elementi naturali: montagne, mari, cieli e infine l’Universo. Insieme ad artisti come Caspar David Friedrich, l’immenso romantico tedesco, anticipatore tra l’altro delle atmosfere della pittura americana del primo Ottocento, di Cole, Bierstadt e Gifford.

A irrompere, a questo punto, è la montagna Sacra di Cezanne, la Sainte-Victoire, affiancata dalle cime dipinte da Hodler e dalle alpi svizzere di Segantini, a saldare l’immagine di vette con l’eterno della natura.

E il mare, confine da percorrere e attraversare: William Turner e Gustave Courbet, poi Monet. E ancora, Bonnard, Nolde, De Staël, qui in una sequenza mozzafiato nel segno dell’arancio del tramonto.

Il cielo, sopra a tutto, quando a interpretarlo sono Friedrich, Turner, Constable, Boudin, per sfociare infine nei cieli impressionisti di Monet, Sisley, Pissarro. Il passaggio tra Ottocento e Novecento è segnato dai cieli dipinti da Munch, e ancora Monet, Piet Mondrian, Edward Hopper, Emil Nolde.

Un’intera sala è riservata alle ninfee di Monet, in cui il cielo di Normandia si specchia nello stagno di Giverny.  Mentre arriva la transizione verso i cieli piatti di De Staël sopra la Senna a Parigi, per assurgere ai cieli interiori di un pittore immenso come Mark Rothko.

Confini. Da Gauguin a Hopper è una delle mostre più importanti a livello europeo e con essa il Friuli Venezia Giulia ribadisce la sua apertura internazionale e la volontà di offrire ai cittadini e ai visitatori un’esperienza culturale di altissimo livello – afferma il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga -. Villa Manin, restituita nella sua piena funzionalità, diventa oggi luogo simbolo non solo della nostra storia, ma anche della capacità della regione di guardare al futuro, trasformando i confini in opportunità di dialogo e crescita condivisa”.

Le dichiarazioni del vicepresidente e assessore regionale alla Cultura e allo Sport, Mario Anzil: “La Regione Friuli Venezia Giulia ha fortemente voluto questa mostra capace di sottolineare continuità tematiche fra opere realizzate anche a decenni di distanza e animate da poetiche diverse – dal romanticismo di J.M.W. Turner all’impressionismo lirico di Paul Gauguin, dagli spazi aperti di Claude Monet alle atmosfere di Edward Hopper – e capace altresì di interpretare attraverso di esse il tema del confine in modo del tutto originale.

Il nostro obiettivo, infatti, è quello di promuovere una nuova chiave di lettura del concetto di confine: non più inteso come limite o fine di qualcosa, bensì come luogo di incontro e di scambio, come occasione di conoscenza e di amicizia tra i popoli, nel rispetto delle diverse identità culturali e storiche. 

Ma il confine non è solo geografico: la cultura di frontiera canta anche quello, ora netto, ora labile, tra realtà e fantasia, tra ricordo e immaginazione del ricordo, tra passato e futuro, tra altezze e profondità. È in una molteplicità di declinazioni che la mostra intende immergere il visitatore, esplorando come le opere, attraverso differenti linguaggi e differenti sensibilità, disegnino questi spazi di passaggio e di trasformazione. Ogni limite si trasforma in un’opportunità di scoprire nuovi orizzonti interiori ed esteriori.

Un progetto così ambizioso ha potuto realizzarsi grazie alla sapiente regia di ERPAC, di Linea d’ombra e grazie alla collaborazione delle più importanti collezioni museali e private in tutto il mondo. È grazie ai radicali lavori di restauro e adeguamento dell’esedra intrapresi dalla Regione che le prestigiose opere di livello internazionale sono state concesse in prestito. Oggi la grande ala architettonica di Villa Manin non è più semplice elemento scenografico, ma spazio espositivo in grado di garantire i più alti livelli di sicurezza e di conservazione e capace così anche in futuro di ospitare mostre con i più grandi capolavori”.

Dichiara il curatore della mostra, Marco Goldin: “Quando, nella primavera del 2023, ho per primo proposto al Presidente Fedriga il progetto, così ampio e articolato, di questa mostra, pensavo anche con un certo timore all’ambizione che vi era compresa. E in effetti, avendo poi dialogato in questi due anni di preparazione con decine di direttori e curatori di musei di tutto il mondo, la cosa che mi sono sentita ripetere un po’ da tutti loro è stata proprio questa: l’ambizione del progetto.

Adesso che la mostra si apre e scorro dentro di me i tantissimi quadri che raccoglie, da oltre quaranta musei sia americani sia europei, penso che tutto questo lavoro non sia stato fatto invano. Sono orgoglioso di poter consegnare a una terra come il Friuli Venezia Giulia un simile progetto diventato realtà”. 

E se posso esprimere un sentimento più personale, nel ringraziare il Presidente della Regione e tutta la giunta, è che colloco Confini da Gauguin a Hopper ai primissimi posti tra le centinaia di esposizioni che ho curato nella mia lunga attività. Perché da essa scaturisce, almeno per me, un’emozione senza fine. Un brivido che coglie al cospetto dello spazio dell’universo, quando l’anima vi si fonde.”   


INFO UTILI:
 
ORARIO MOSTRA
da martedì a domenica: ore 9.30 – 18.00
chiuso il lunedì e il 24 dicembre
(vendita dei biglietti sospesa 75 minuti prima della chiusura della mostra)

SERVIZIO PRENOTAZIONI E INFORMAZIONI
(dal lunedì al venerdì: ore 9-13)
TEL 0422 429999
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Ridotto € 8

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Questo autunno, Milano si conferma la vera capitale della cultura italiana

Dall’avanguardia surrealista di Leonora Carrington ai capolavori di Beato Angelico, passando per Escher, Man Ray e Kandinskij: l’autunno 2025 segna un’agenda fitta di mostre in tutta Italia. Milano, Firenze, Roma e altre città si trasformano in poli culturali dove dialogano secoli di storia dell’arte e linguaggi contemporanei.

Dorothea Lange, Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue – Nipomo, California. 1936 – The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Il capoluogo lombardo si conferma cuore pulsante dell’offerta espositiva. Palazzo Reale, in particolare, diventa epicentro di un autunno straordinario con tre mostre di rilievo.

Leonora Carrington (20 settembre 2025 – 11 gennaio 2026) approda per la prima volta in Italia con una grande retrospettiva. Pittrice, scrittrice e intellettuale, la Carrington attraversò il surrealismo senza mai piegarsi alle sue rigide formule, trasformando l’immaginazione in strumento di resistenza. La mostra ricostruisce il suo universo simbolico, popolato da mitologia celtica, spiritualità, femminismo e richiami rinascimentali nati dalla formazione fiorentina. Dipinti, fotografie e documenti inediti raccontano una figura complessa e cosmopolita, tra esilio e creatività visionaria.

Sempre a Palazzo Reale, Andrea Appiani torna protagonista (23 settembre 2025 – 11 gennaio 2026). Maestro del Neoclassicismo e “primo pittore” del Regno d’Italia, fu interprete della Milano napoleonica. Oltre cento opere provenienti da musei italiani e internazionali rivelano il volto di una città che, tra fine Settecento e inizio Ottocento, si pose come capitale culturale europea. La mostra, a cura di Fernando Mazzocca, Francesco Leone e Domenico Piraina, si inserisce nel programma dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026.

Il 24 settembre si apre, infine, Man Ray. Forme di luce, retrospettiva che restituisce il percorso di uno dei protagonisti delle avanguardie del Novecento. Tra rayografie, solarizzazioni e celebri ritratti – come Le Violon d’Ingres o Noire et blanche – la mostra racconta l’americano trapiantato a Parigi che seppe trasformare la fotografia in arte autonoma, legando il proprio nome a Kiki de Montparnasse, Marcel Duchamp e ai surrealisti.

Accanto a Palazzo Reale, il MUDEC rilancia Maurits Cornelis Escher (25 settembre 2025 – 8 febbraio 2026). Dopo dieci anni di assenza, l’artista olandese torna con novanta opere tra incisioni e litografie, accostate a manufatti islamici che ne evidenziano le fonti d’ispirazione. Dalle vedute italiane alle complesse tassellazioni geometriche, la mostra sottolinea il dialogo tra arte e matematica, e come le simmetrie islamiche abbiano influenzato le sue celebri illusioni ottiche.

Il panorama milanese si completa con la retrospettiva dedicata a Dorothea Lange al Museo Diocesano (fino al 19 ottobre 2025), che attraverso 140 scatti ripercorre la vita della fotografa della Grande Depressione e della Farm Security Administration. Tra le immagini esposte, i celebri ritratti dei migranti colpiti dalle tempeste di sabbia delle Dust Bowl, che ispirarono Steinbeck per Furore.

Firenze tra Rinascimento e Belle Époque

Nel capoluogo toscano, due mostre riportano Firenze al centro della scena.

La Fondazione Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco dedicano a Beato Angelico (26 settembre 2025 – 25 gennaio 2026) la prima grande retrospettiva dal 1955. Oltre 140 opere, tra dipinti, miniature e sculture, provenienti da musei internazionali – Louvre, Metropolitan, Rijksmuseum, Musei Vaticani – restituiscono la profondità spirituale e l’innovazione formale dell’artista domenicano.

Pochi giorni dopo, il 27 settembre, il Museo degli Innocenti apre a Henri de Toulouse-Lautrec. La mostra racconta l’artista della Parigi di Montmartre, tra cabaret, manifesti pubblicitari e ironiche litografie. Accanto alle sue opere spiccano quelle di Mucha, Chéret e altri protagonisti dell’Art Nouveau, restituendo un’epoca di vivacità visiva e grafica.

Il Nord tra astrattismo e espressionismo

A Gallarate (VA), il MA*GA ospita Kandinskij e l’Italia (30 novembre 2025 – 12 aprile 2026), con 130 opere che indagano l’influenza del maestro russo sull’astrattismo italiano degli anni Trenta e Quaranta, in dialogo con Ca’ Pesaro e la Fondazione Musei Civici di Venezia.

A Vercelli, l’Ex Chiesa di San Marco presenta L’Espressionismo Italiano (10 settembre 2025 – 11 gennaio 2026). Dalla collezione Giuseppe Iannaccone emergono capolavori di Guttuso, Fontana, Pirandello e Vedova, restituendo l’urgenza espressiva di un’epoca segnata da crisi e conflitti.

Nelle Dolomiti, infine, Michelangelo Pistoletto porta il suo Terzo Paradiso a Colfosco (Bolzano), nell’ambito della Biennale SMACH, confermando il ruolo dell’arte pubblica come segno di dialogo tra natura e cultura.

Roma tra antichità e modernità

La capitale accoglie due eventi di grande richiamo.

Il Museo Storico della Fanteria ospita Paul Gauguin (6 settembre 2025 – 25 gennaio 2026), ricostruendo i suoi viaggi attraverso il diario Noa Noa e una selezione di xilografie e litografie. Tra le opere spicca il dialogo con Van Gogh e i Nabis, in un racconto che intreccia vita, arte e mito.

Alle Scuderie del Quirinale arrivano i Tesori dei Faraoni (24 ottobre 2025 – 3 maggio 2026). Oltre 130 reperti provenienti dal Museo Egizio di Torino e da importanti istituzioni egiziane ripercorrono il millenario splendore della civiltà faraonica, con gioielli, statue e sarcofagi esposti per la prima volta in Italia.

Un autunno senza pause

Dal Rinascimento al Surrealismo, dall’arte africana evocata da Gauguin alle geometrie di Escher, dalle fotografie sociali di Lange alle visioni spirituali di Beato Angelico, il calendario espositivo di quest’autunno è un invito al viaggio. Un viaggio che attraversa secoli e continenti, trasformando l’Italia in una mappa viva di linguaggi artistici, dove passato e presente si incontrano nel segno della cultura.


L’artista ribelle che ha rivoluzionato la fotografia e contaminato pittura

Ritratto di Man Ray (a destra) e Salvador Dalì, Parigi 
Abstract/meccanica: 1 stampa fotografica: gelatina d’argento.

Dal 24 settembre 2025 all’11 gennaio 2026, Palazzo Reale ospita una retrospettiva monumentale con oltre 300 opere che ripercorrono l’universo creativo di Man Ray, artista ribelle e poliedrico che ha rivoluzionato la fotografia e contaminato pittura, cinema e oggetti dadaisti. La mostra “Man Ray. Forme di luce”, curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, raccoglie a Palazzo Reale circa 300 opere.

Scultura Cadeau di Man Ray, ferro e chiodi, 1921, replica modificata 1972, Tate Modern
Donna addormentata, di Man Ray
Un’immagine della stampa fotografica di Man Ray 
Alice. B. Toklas e Gertrude Stein (1922) esposta alla National Gallery of Art nel 2022. Una stampa in bianco e nero alla gelatina d’argento dei due personaggi letterari citati, nel salotto di Stein nel 1922. Sotto l’immagine si trovano la firma di Man Ray e l’anno scritti a matita.
Marcel Duchamp (Rrose Selavy), Man Ray, 1920-21, 
Belle Haleine, Eau de Voilette . Riprodotto sulla copertina della rivista New York Dada . Fotografia di un “readymade” realizzato con una bottiglia di profumo del marchio Rigaud con un’etichetta modificata. La fotografia fu pubblicata sulla copertina di New York Dada , New York, aprile 1921 (cfr. The Oxford Critical and Cultural History of Modernist Magazines: Volume III: Europe

“Uomo raggio”: così amava farsi chiamare Emmanuel Radnitsky, nato a Filadelfia nel 1890 da una famiglia ebraica russa emigrata negli Stati Uniti. Con questo pseudonimo – Man Ray – costruì una delle carriere più eclettiche e visionarie del Novecento. Fotografo, pittore, regista, inventore di oggetti dadaisti e sperimentatore instancabile, incarnò lo spirito delle avanguardie europee con una libertà che ancora oggi resta esemplare.

La mostra “Man Ray. Forme di luce”, curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, raccoglie a Palazzo Reale circa 300 opere tra fotografie vintage, disegni, litografie, film, sculture e documenti. È un percorso che attraversa sessant’anni di creatività, tra surrealismo, dadaismo, moda e cinema. In catalogo, edito da Silvana, compaiono testi dei curatori e un contributo di Raffaella Perna.

Oggetti che fanno pensare

Il cuore dell’esposizione è popolato da icone che hanno fatto la storia dell’arte del XX secolo. In mostra tornano oggetti carichi di ironia e provocazione come Cadeau (un ferro da stiro chiodato), Objet indestructible (un metronomo con l’occhio di una musa), Obstruction (installazione di grucce sospese), insieme a pezzi meno noti ma altrettanto destabilizzanti. Sono oggetti che rovesciano l’uso comune e introducono lo spettatore in un mondo in cui l’arte non illustra la realtà, ma la sovverte.

Accanto a essi, i celebri ritratti e nudi femminili: corpi trasformati in forme astratte e al tempo stesso intensamente sensuali, immagini che hanno definito un’estetica duratura della modernità.

Parigi, capitale delle avanguardie

Dopo gli esordi a New York, dove fu vicino a Marcel Duchamp e conobbe le avanguardie europee, Man Ray si trasferì a Parigi nel 1921. Nella capitale francese entrò in contatto con il gruppo surrealista di André Breton, stringendo rapporti con Louis Aragon, Paul Éluard e altri protagonisti dell’epoca.

Sono gli anni della sua relazione con Kiki de Montparnasse, modella e cantante, immortalata in fotografie destinate a entrare nell’immaginario collettivo: Le Violon d’Ingres (1924) e Noire et blanche (1926) restano ancora oggi due immagini-simbolo della fusione tra corpo e metafora.

Negli stessi anni sperimenta i rayograph, fotogrammi realizzati senza macchina fotografica, in cui gli oggetti posati direttamente sulla carta fotosensibile lasciano impronte enigmatiche. Tristan Tzara, poeta dadaista, descrisse quelle immagini come “quando gli oggetti sognano”.

Solarizzazioni, moda e cinema

Alla fine degli anni Venti, l’incontro con Lee Miller aprì una nuova fase: insieme perfezionarono la tecnica della solarizzazione, che circonda i soggetti di un alone luminoso dall’effetto spettrale. Man Ray portò questa sperimentazione anche nel campo della moda, lavorando per couturier come Paul Poiret, Elsa Schiaparelli, Coco Chanel, contribuendo a dare un volto nuovo alla fotografia editoriale.

Nel 1933, con Meret Oppenheim, realizzò la serie Érotique-voilée, tra le più audaci della sua produzione. Parallelamente, si dedicò al cinema d’avanguardia: film come Le Retour à la Raison (1923), Emak Bakia (1926) e L’Étoile de Mer (1928) restano prove pionieristiche di un linguaggio visivo che intrecciava poesia, movimento e sperimentazione tecnica.

Dall’esilio americano al ritorno in Europa

Con l’occupazione nazista, Man Ray rientrò negli Stati Uniti nel 1940, stabilendosi a Los Angeles. Qui conobbe la ballerina e modella Juliet Browner, che sposò e che divenne musa di numerosi ritratti. Nel 1951 tornò definitivamente a Parigi, dove rimase fino alla morte nel 1976.

Il suo lascito è immenso: ha legittimato la fotografia come forma d’arte, anticipato pratiche concettuali e installative, influenzato la moda e il design editoriale, aperto la strada a un’idea di arte come esperienza libera, ironica, poetica e multimediale.

Un’eredità che parla al presente

La retrospettiva milanese dialoga, quasi in contemporanea, con quella del Metropolitan Museum of Art di New York (Man Ray: When Objects Dream, 14 settembre 2025 – 1 febbraio 2026), più focalizzata sui rayograph. L’Italia sceglie invece di restituire al pubblico l’ampiezza dell’universo manrayano, con un percorso che non si limita alle fotografie ma include oggetti, disegni, film e documenti.

Per i curatori, l’obiettivo è chiaro: mostrare l’intera portata di un artista che non accettò mai barriere di medium o di linguaggio. La sua lezione, affermano, “continua a influenzare generazioni di artisti e fotografi: l’idea che l’arte possa essere assurda, poetica o provocatoria è oggi onnipresente”.


Due mostre complementari, a Mesagne e Lecce

Giuseppe de Nigris, un medico in erba, 1875, olio su tela 52 × 67 cm
– foto Amedeo Gioia

Due mostre complementari, a Mesagne e Lecce, riportano al centro della scena l’arte meridionale dell’Ottocento, in dialogo con Parigi e con il mito dell’Impressionismo. Curate da Isabella Valente, entrambe offrono l’occasione per ripensare un secolo ricco di contraddizioni, troppo a lungo ridotto a semplice “eco francese”.

L’estate pugliese ha visto nascere due progetti espositivi gemelli, che proseguiranno nel cuore dell’autunno. Entrambi hanno come timoniera Isabella Valente, tra le massime studiose della pittura e scultura meridionale tra Ottocento e primo Novecento.

La prima mostra, “Negli anni dell’Impressionismo. Da Monet a Boldini: artisti in cerca di libertà”, è ospitata al Castello Svevo di Mesagne (Brindisi) fino al 26 novembre 2025. Con oltre 150 dipinti, si propone come una ricca antologia che racconta le tensioni del genio artistico postunitario italiano in rapporto alla scena parigina, capitale culturale indiscussa del XIX secolo.

La seconda, dal titolo “Eravamo innamorati del Vero. De Nittis, Toma, Netti, De Nigris, artisti pugliesi tra Napoli e Parigi”, si svolge invece al Museo Storico di Lecce fino al 18 ottobre 2025. Qui l’attenzione si concentra sugli artisti pugliesi che, tra l’ambiente partenopeo e la capitale francese, costruirono linguaggi visivi capaci di dialogare con il Realismo europeo senza mai perdere la loro identità.

L’Ottocento meridionale, tra Napoli e Parigi

Non stupisce che le due mostre trovino sede in Puglia. Alcuni dei protagonisti della pittura italiana dell’Ottocento – da Giuseppe De Nittis a Gioacchino Toma, da Michele De Nigris a Netti – pur legati a Napoli per formazione o adozione, erano di origine pugliese. E proprio dalla Puglia, più che da altre regioni del Sud, provennero alcune delle personalità più rilevanti nel dialogo con la modernità francese.

Per decenni, però, la critica italiana ha guardato a quell’Ottocento con sospetto. Roberto Longhi, forse il più influente storico dell’arte del Novecento, considerava l’arte italiana postunitaria un “secolo stupido”, salvando a malapena pochi illustratori e poco altro. Il peso del giudizio longhiano, unito a una generale tendenza a leggere tutto attraverso la lente francese, ha contribuito a ridimensionare la ricchezza di quel periodo.

Oggi, grazie a studiosi come Isabella Valente, si torna invece a considerare quelle esperienze nella loro complessità, riconoscendo che il naturalismo meridionale e le sperimentazioni di pittori come De Nittis non furono meri epigoni parigini, ma percorsi autonomi che rispondevano a esigenze sociali e culturali italiane.

Il mito del Vero

Uno dei temi ricorrenti delle due mostre è il rapporto con il “Vero”, inteso come tensione verso la realtà. A Napoli, a partire da Domenico Morelli, si sviluppò una pittura che cercava di aderire alla vita quotidiana con intenti moralistici o narrativi, talvolta scivolando nell’aneddoto. Titoli come Il viatico dell’orfana di Toma o Che freddo di De Nittis rappresentano bene questa inclinazione.

Ma cosa significava essere “innamorati del Vero”? Per gli italiani dell’Ottocento, il Vero era spesso un racconto sociale o sentimentale, una cronaca illustrata. Per gli impressionisti francesi, invece, la questione si ribaltava: era il quadro stesso a farsi legge del Vero, come dimostrano le sperimentazioni di Degas, Manet o Cézanne. In Italia, dunque, il naturalismo fu spesso intriso di narrazione, mentre in Francia la pittura tendeva a farsi autonoma, un laboratorio di linguaggi formali.

Il critico Eugenio Montale, in un suo celebre aneddoto parigino, sintetizzò questa differenza in una formula semplice: “arte con aneddoto o senza aneddoto”. E proprio questa divergenza segna la distanza fra le scuole.

Un confronto senza complessi

Le due mostre pugliesi non nascondono questa distanza, ma provano a raccontarla senza complessi. Anzi, sottolineano i punti di forza italiani: il primato della “carne”, della materia pittorica e della forza espressiva, che in molti casi seppe superare il puro racconto aneddotico.

Nei cataloghi, i saggi critici – compreso quello di Renato Miracco, che mette a confronto De Nittis e Manet – rivelano letture nuove e talvolta provocatorie. Non si tratta di accorciare forzatamente le distanze, ma di valorizzare la specificità italiana, evitando lo “schiacciamento francese” che per lungo tempo ha reso secondario l’Ottocento nazionale.

Un secolo da riscoprire

L’Ottocento italiano resta un terreno fertile e ancora parzialmente inesplorato. Accanto alle grandi figure come Boldini o De Nittis, vi sono intere generazioni di artisti meridionali che hanno contribuito a definire il volto moderno della pittura europea, muovendosi tra Napoli, Firenze, Parigi e Londra.

Le due mostre pugliesi, con approcci complementari, offrono dunque l’occasione di rimettere in discussione schemi critici consolidati e di rivendicare il valore di un secolo che non fu solo imitazione, ma anche invenzione, dialogo e resistenza culturale.


Rambaldi ha creato gli storioni per Cibotto

Le ricerche che precedono l’attesa mostra del Centenario di Antonio Cibotto continuano a mettere in luce interessanti storie e curiosità poco note o del tutto sconosciute. Come quella che unisce sul set del film “Scano Boa”, tratto dal celebre romanzo dello scrittore polesano, i coetanei Cibotto e Carlo Rambaldi, il “mago”, e Oscar, degli effetti speciali. Sono suoi personaggi indimenticabili come E.T o King Kong.

GIAN ANTONIO CIBOTTO (1925 – 2017)
Il gusto del racconto
Rovigo, Palazzo Roncale
5 dicembre 2025 – 28 gennaio 2026

Mostra promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, a cura di Francesco Jori. Da un’idea di Sergio Campagnolo

A ricordare questo straordinario connubio è Silvia Nonnato, collezionista proprietaria dell’Archivio “L’Immagine in movimento” di Adria. Silvia Nonnato è coinvolta per la sezione dedicata all’attività di Cibotto per il cinema della prossima mostra “Gian Antonio Cibotto (1925 – 2017). Il gusto del racconto” che aprirà i battenti il 5 dicembre a   Rovigo, in Palazzo Roncale, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, a cura di Francesco Jori. Da un’idea di Sergio Campagnolo.

Le   strade dello scrittore e del futuro premio Oscar – ricorda la studiosa e collezionista adriese – si sono incrociate grazie al film “Scano Boa”, una pellicola che ha immortalato le speranze e le fatiche di un territorio unico e affascinante come il Delta del Po.

“Scano Boa, un tempo, era – sottolinea Silvia Nonnato – più di un semplice lembo di terra tra il Po e il mare. Era uno ‘scanno’, un luogo immerso nella povertà del Polesine del dopoguerra e rappresentava un’autentica isola di speranza, un luogo dove i sogni potevano ancora realizzarsi. Lì la cattura di uno storione non era solo pesca, ma la promessa di un guadagno facile, un raggio di luce per vite segnate dalle difficoltà.

Questa realtà, intrisa di dramma e resilienza, non poteva sfuggire all’occhio attento del cinema, desideroso di catturare l’immagine di un pesce che, già allora raro, stava scomparendo dall’immaginario e dalla quotidianità dei pescatori locali, e oggi pressoché del tutto scomparso dalle foci del Po”.

A dare forma a questi sogni sul grande schermo fu un giovane di talento, destinato a diventare un’icona mondiale degli effetti speciali: Carlo Rambaldi.  Originario di Vigarano Mainarda (Ferrara), Rambaldi è noto a livello internazionale per le sue opere in campo cinematografico, per aver vinto tre Premi Oscar per i migliori effetti speciali, grazie alla creazione di personaggi indimenticabili come E.T., Alien e King Kong. Ma fu proprio nel Delta del Po, a metà degli anni ’50, che la sua genialità si manifestò per la prima volta.

Prima che il regista di Sant’Apollinare (Rovigo), Renato Dall’Ara, trasformasse il suo documentario del 1954 nell’omonimo film del 1960 – la cui sceneggiatura fu ispirata dal romanzo “Scano Boa” di Gian Antonio Cibotto, incentrato sulla vita dei pescatori di storioni e il loro legame indissolubile con il grande fiume – il trentenne Carlo Rambaldi giunse a Pila. Era lì per la realizzazione di un documentario a colori intitolato “Pescatori di storioni” (1956) di Antonio Sturla. Tuttavia, Rambaldi arrivò in un periodo in cui la pesca di questo pregiato pesce non era di stagione. Ma il soggetto del documentario non poteva cambiare, e la sfida stimolò la sua inesauribile creatività.

Se Antonio Sturla aprì a Rambaldi le porte del cinema, il Delta divenne il suo vero e proprio trampolino di lancio nel campo degli effetti speciali. Fu infatti qui che nacquero i primi lavori meccanizzati del futuro ‘padre’ di E.T.: gli storioni di Rambaldi.

In quel periodo, Rambaldi stava esplorando nuove applicazioni dell’elettromeccanica, con l’obiettivo di utilizzarle per creare sculture semoventi. Non trovando storioni veri da riprendere, realizzò tre esemplari elettromeccanici sorprendentemente realistici. Questi modelli non solo furono utilizzati nel documentario di Sturla, ma anche nel film di Renato Dall’Ara, diventando la rappresentazione tangibile dei sogni dei pescatori che si avverano.

Furono proprio questi storioni meccanici a dare la prima significativa visibilità al talento innovativo di Rambaldi e a condurlo lungo il corso del fiume più lungo d’Italia fino a Scano Boa, l’isola dei sogni che divenne il suo “battesimo” nel mondo del cinema. Questo fu solo l’inizio di una lunga serie di idee brillanti che lo avrebbero consacrato nella storia del cinema mondiale.

E Scano Boa divenne lo scenario anche del primo romanzo di Gian Antonio Cibotto, del suo primo, immediato successo.  Un romanzo che si basa su frammenti di interviste raccolte qua e là, in osterie tra Pila e Scardovari, per lo più testimonianze di pescatori di storione. Così, gli esordi degli effetti speciali di Carlo Rambaldi e la letteratura di Gian Antonio Cibotto si incontrarono nel cuore del Delta Polesano grazie al film “Scano Boa” del regista polesano Renato Dall’Ara.

Si tratta di una delle tante, affascinanti storie che solo il cinema sa raccontare, e una coincidenza vuole che proprio nel 2025 ricorra il centenario della nascita di entrambi questi straordinari artisti. Sono in programma diverse esposizioni per celebrare Rambaldi, da New York a Vibo Valentia. Analogamente, una grande mostra a Rovigo sarà allestita per ricordare la figura e l’opera di Cibotto, offrendo al pubblico l’opportunità di riscoprire anche il legame che unisce questi due giganti della cultura e il territorio che li ha ispirati”.


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Due artisti profondamente diversi ma accomunati dallo spirito di libertà nella ricerca 

BKV Fine Art prosegue il suo programma espositivo con la mostra “Bernardo Strozzi – Piero Manzoni. Presenza Assenza”, in programma dal 17 ottobre al 19 dicembre 2025. Un accostamento inedito, di circa 25 opere, che mette in relazione due artisti di epoche diverse e in apparenza inconciliabili per intessere un dialogo serrato tra la rigogliosa pittura barocca di Strozzi – la presenza a cui allude il titolo della mostra – e gli Achromes di Manzoni, realizzati in diversi materiali come la tela grinzata e il caolino, il panno cucito, la fibra di vetro, il polistirolo o il cotone idrofilo, tra pienezza espressiva e grado zero della pittura, che qui rappresenta l’assenza.

MILANO
BKV Fine Art
 
BERNARDO STROZZI – PIERO MANZONI
Presenza Assenza
 
17 ottobre – 19 dicembre 2025
Inaugurazione: giovedì 16 ottobre ore 18.30

Nati a quasi quattrocento anni di distanza, il primo “da poveri si onorati parenti”, il secondo da una famiglia aristocratica, Bernardo Strozzi (Genova, 1581 – Venezia, 1644) e Piero Manzoni (Soncino, 1933 – Milano, 1963) sono figure profondamente diverse ma accomunate dallo spirito di libertà nella ricerca. Entrambi intraprendono studi che non porteranno a conclusione, Strozzi in Lettere e Manzoni in Giurisprudenza; entrambi sono autodidatti: Strozzi abbandona la bottega del Maestro per seguire una vocazione religiosa che lo porterà in convento, lasciandogli in dote i soprannomi di Cappuccino e Prete genovese, mentre Manzoni lascia la vita universitaria per frequentare gli studi degli amici pittori legati al movimento nucleare. Per entrambi l’arte è una forza propulsiva intrinseca, che non necessita di basi accademiche per lasciare un’impronta.

Su queste analogie e sulla profonda differenza nel modo di intendere l’arte si fonda un originale percorso espositivo di circa venticinque opere.

La mostra è realizzata in collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni, rappresentata da Hauser & Wirth e con il supporto di Aon. 

Il catalogo, con saggi di Flaminio Gualdoni e Gabriele Reina, riproduce tutte le opere esposte.


BKV Fine Art

Nata alla fine del 2023 dall’incontro di Paolo Bonacina, Edoardo Koelliker e Massimo Vecchia e specializzata in dipinti di antichi maestri e artisti italiani e internazionali del XX secolo, la galleria si trova a Milano, a due passi dalla Rotonda della Besana, in uno storico palazzo cittadino d’inizio Novecento. Tre piani signorili avvolti da boiserie e velluti alle pareti, dedicati tanto ai cultori dell’arte antica quanto a quelli dell’arte moderna. Nel maggio 2025 la galleria ha inaugurato una nuova sala pensata per ospitare progetti speciali inediti: mostre di artisti meno noti al grande pubblico, installazioni site-specific, focus tematici e accostamenti trasversali tra le arti, anche di diverse epoche. 


Bernardo Strozzi – Piero Manzoni.
Presenza Assenza
Milano, BKV Fine Art
17 ottobre – 19 dicembre 2025
Inaugurazione: giovedì 16 ottobre ore 18.30
 
BKV Fine Art
Via Fontana 16 20122 Milano
T +39 02 89691288
info@bkvfineart.com
www.bkvfineart.com
 
Orari
Dal lunedì al venerdì, ore 10 – 13 e 14 – 19
Sabato su appuntamento
 
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