Bartolomeo Cesi al Museo Civico Medievale di Bologna

Al Museo Civico Medievale di Bologna la prima mostra monografica dedicata al pittore bolognese Bartolomeo Cesi.
A cura di Vera Fortunati, un percorso espositivo di oltre trenta opere in dialogo con capolavori diffusi nella città tra Archiginnasio, Pinacoteca nazionale di Bologna e Chiesa di San Girolamo della Certosa.

Settore Musei Civici Bologna | Musei Civici d’Arte Antica

Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci
A cura di Vera Fortunati

22 novembre 2025 – 22 febbraio 2026
Museo Civico Medievale | Lapidario
Via Alessandro Manzoni 4, Bologna
www.museibologna.it/medievale

Inaugurazione venerdì 21 novembre 2025 ore 17.00

Il Comune di Bologna – con i Musei Civici d’Arte Antica del Settore Musei Civici e la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio del Settore Biblioteche e Welfare culturale – e l’Arcidiocesi di Bologna promuovono la riscoperta di uno dei più significativi interpreti della cultura figurativa bolognese tra Cinquecento e Seicento, presentando la prima mostra monografica dedicata al pittore Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556 – ivi, 1629), visibile dal 22 novembre 2025 al 22 febbraio 2026 nel Lapidario del Museo Civico Medievale.

L’iniziativa espositiva Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci, a cura di Vera Fortunati, è organizzata nel contesto del Giubileo 2025, con la partecipazione dei Musei nazionali di Bologna – Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna e la Main partnership di Gruppo Hera.

Autore principalmente di opere di soggetto religioso, destinate a restare all’interno delle mura di chiese e conventi, Bartolomeo Cesi operò in diretta concorrenza con i coevi Agostino, Ludovico e Annibale Carracci, dai quali seppe distinguersi per la costruzione di un vocabolario espressivo originale fatto di figure immobili e solenni, ritmate da colori squillanti e collocate in paesaggi solitari in cui prevalgono effetti di sublimato naturalismo: una pittura alternativa a quella radicalmente innovativa dei Carracci, tesa allo studio diretto del naturale e del “vivo”, che sarebbe risultata vincente tra quelle offerte dal panorama artistico bolognese del tempo.  
Come ad anticipare la pittura di Guido Reni, tutta volta alla ricerca di un bello ideale non esperibile nella sfera del reale, la sua opera spinge lo spettatore verso una dimensione sovrasensibile di assorta e silenziosa contemplazione.

Accanto alla riconsiderazione critica complessiva del percorso di Bartolomeo Cesi, la mostra contribuisce alla valorizzazione del patrimonio artistico cittadino grazie al significativo investimento del Comune di Bologna per la salvaguardia e la conservazione di opere dell’artista attraverso interventi di restauro e manutenzione di alcuni dipinti di difficile visione al pubblico per la loro collocazione: La Trinità e la Vergine adorate dai santi Bernardino da Siena e Sebastiano (1585-1595), di proprietà della Direzione Generale IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna – Policlinico Sant’Orsola; la pala Madonna con il Bambino in gloria e i santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco (1590 ca.) dalla chiesa di San Giacomo Maggiore (proprietà Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno); San Benedetto seduto (1590) dalla Città metropolitana di Bologna e San Francesco in preghiera (1607) dai Frati Minori Cappuccini dell’Emilia-Romagna.

Nella ricezione critica la personalità di Cesi fu dapprima intesa come una figura mediana tra i manieristi e i Carracci, ovvero come un artista il cui linguaggio mostrava sia vocaboli desueti che nuovi, introdotti a partire dalle sperimentazioni naturalistiche dei tre cugini. 
Di lui scrisse l’abate Luigi Lanzi nella Storia pittorica della Italia (1792-1809) riprendendo il giudizio già espresso da Carlo Cesare Malvasia nella Felsina Pittrice: Vite de’ pittori bolognesi (1678): “Bartolommeo Cesi è anch’egli uno de’ capiscuola che appianarono a’ caracceschi la via al buon metodo. Da esso apprese il Tiarini l’arte di dipingere a fresco, e le opere di lui diedero a Guido la prima mossa per inventar quella sua soave e gentil maniera. Chi osserva un’opera del Cesi dubita talora che sia un lavoro di Guido giovane. Poco ardisce, tutto ritrae dal naturale, sceglie in ogni età belle forme e parcamente aiutale con la idea; rare pieghe, attitudini misurate, tinte più leggiadre che forti. […] È molto notabile ciò che scrive il Malvasia in commendazione di questo pittore: aver lui una maniera che appaga, piace, innamora; linda veramente e soave quanto qualsivoglia stile de’ miglior frescanti toscani. Fu considerato da’ Caracci, e generalmente amato da’ professori per la onestà del suo carattere e per l’amore verso l’arte”

Nel corso del Novecento, a partire dal fondamentale saggio di Alberto Graziani (1939), si affermò il suo ruolo di «artista della controriforma» dalla sensibilità religiosa austera e schietta, colui che, più di tutti a Bologna, seppe e volle realizzare gli indirizzi della nuova arte cristiana: verosimiglianza della narrazione, chiarezza e semplicità per essere comprensibile ad un pubblico variegato, ma anche la capacità di suscitare diletto e coinvolgimento emotivo. 

L’esposizione si concentra sul periodo più felice della lunga carriera di questo artista colto e raffinato, negli anni in cui si impegnò in un dialogo solitario e coraggioso con le novità della produzione carraccesca, tra il 1585 e il 1597 circa.
Attraverso un percorso di visita articolato in oltre 30 opere – tra dipinti, disegni e monumentali pale d’altare – vengono affrontati i temi salienti della sua poetica e i generi pittorici con cui si affermò come protagonista di grande rilevanza nella vivace geografia artistica e culturale di Bologna nel suo tempo. L’evoluzione stilistica della sua identità, oscillante tra ascendenze manieriste e momenti di apertura al naturalismo carraccesco, sempre in equilibrio con un rigore compositivo e tonale aderente ai dettami dell’ideologia cattolica post-tridentina, viene approfondita nella successione di cinque nuclei tematici: la formazione; i ritratti; i disegni; le pale d’altare e i cicli decorativi presso le Certose.

La mostra si apre con il racconto della formazione dell’artista negli anni Settanta del Cinquecento, durante la stagione di rinnovamento spirituale e figurativo inaugurata dalla Chiesa controriformata, a cui partecipa anche la città di Bologna sotto l’influenza del pontificato di papa Gregorio XIII, il bolognese Ugo Boncompagni (Bologna, 1501 – Roma, 1585), e dell’azione pastorale del cardinale Gabriele Paleotti (Bologna, 1522 – Roma, 1597). La figura di quest’ultimo, in particolare, alimentò un vivace fermento culturale che vide tra i protagonisti lo storico Carlo Sigonio e lo scienziato Ulisse Aldrovandi, con la pubblicazione nel 1582 del celebre Discorso sulle immagini sacre e profane, che poneva al centro l’arte come strumento privilegiato per attuare con gradualità e moderato rigore la precettistica tridentina.

Cesi, discepolo di Giovanni Francesco Bezzi conosciuto anche come il Nosadella (Bologna, 1530 – ivi, 1571), cresciuto nel solco della tradizione della maniera bolognese, con incursioni verso Federico Barocci e i riformati senesi, dopo l’esperienza romana del 1591 adotta uno stile di nitida severità. Bartolomeo appare particolarmente attento alle istanze concettuali attive nell’ambito del riformismo paleottiano ancora prima che venissero proposte nel Discorso, accattivandosi il favore del cardinale che, tra il 1579 e il 1585, lo coinvolge nel grandioso programma decorativo della zona absidale della cattedrale di San Pietro e nel ciclo con le Istorie de’ Martiri della cripta, eseguito con la collaborazione di Camillo Procaccini (Parma, 1561 – Milano, 1629): lavori che dovevano documentare l’abilità del pittore come ‘frescante’, enfatizzata da Carlo Cesare Malvasia (1678), oggi quasi completamente distrutti.

Nel successivo focus dedicato alla produzione ritrattistica viene presentata una selezione di quattro tra le dieci opere appartenenti a questo genere, che la critica riconosce all’artista con consenso quasi unanime.  
Fondamentale punto di riferimento è il Ritratto di gentiluomo venticinquenne con la spada (Imola, Museo San Domenico – Collezioni d’Arte della Città) attribuito con una datazione al 1585 da Alberto Graziani, che ne ha delineato i caratteri specifici nel rapportare la tipologia della ritrattistica internazionale a una cauta indagine verso l’interiorità dell’effigiato. Più tardo è il Ritratto di frate (Bologna, Museo Davia Bargellini), datato 1592, dove più accentuata è l’aderenza al vero. Ma il risultato più straordinario si raggiunge nel piccolo Ritratto di certosino in veste di Dionisio Cartusiano (Bologna, Pinacoteca nazionale) dove lo sguardo del religioso proveniente da un mondo lontano allude alla meditazione solitaria per avviarsi all’ascesa mistica.

Fin dagli inizi della sua carriera, Cesi mostra di praticare, seguendo l’esempio dei giovani Carracci, il disegno dal vero. La pittura di Cesi nasce da lunghe progettazioni che si affidano a bellissime prove grafiche custodite in numerose collezioni pubbliche e private in Italia, Europa e Stati Uniti, con armoniose stratificazioni ed elaborazioni di modelli diversi: da Raffaello e Correggio ai Carracci, da Girolamo Muziano e Scipione Pulzone ai riformati toscani e ai barocceschi senesi.
L’alta qualità della sua attività disegnativa è documentata in mostra da ritratti con giovani colti dal vero che, ammantati in ampi drappeggi, posano per essere poi rielaborati e trasformati in illustri protagonisti (santi, profeti, apostoli…) o in figure allegoriche. 

Nella quarta sezione è possibile ammirare alcune tra le più pregevoli pale d’altare eseguite da Cesi, in una rielaborazione progressiva e originalissima dello sperimentalismo naturalistico dei Carracci, radicato nella pratica del disegno dal vero inaugurato dalla loro bottega. Egli è l’unico, fra i tardo manieristi bolognesi, a comprendere le dirompenti novità della pala con Crocifisso con i dolenti e i Santi Bernardino da Siena, Francesco e Petronio (1583) realizzata dal venticinquenne Annibale per la chiesa bolognese di Santa Maria della Carità, destando grande sconcerto nell’ambiente artistico cittadino per il linguaggio quasi scandaloso. 
Per comprendere in quale modo Bartolomeo giunga a realizzare una sublimata assimilazione del naturalismo carraccesco nella pala con il Crocifisso con i Santi Andrea, Pietro Toma e Paolo (1584-1885) per la cappella Zini nella basilica di San Martino Maggiore, occorre comprendere che se per Annibale, e ancora più per Ludovico, il sacro si incarna nell’esistere terreno, per non dire quotidiano, di persone e ‘cose’, per Bartolomeo il mistero del sacro si scopre nell’esperienza contemplativa che esige silenzio e preghiera, praticata anche dai laici, ma soprattutto dalla devozione monastica. In questa opera già si delinea il futuro destino di Cesi: la sua pittura tra fedeltà alla più nobile tradizione accademica e l’incontro con il ‘vivo’ e il ‘vero’ carraccesco, si inoltra nello spazio insondabile e silenzioso dell’Assoluto mistico, proprio degli ordini religiosi con cui Bartolomeo lavora, i benedettini ma soprattutto i certosini.

Una sublime sintesi tra natura ed idea risplende nei lavori eseguiti per la chiesa di San Procolo: nel San Benedetto ascolta la celeste armonia, in cui il santo giganteggia in un disadorno, quasi invernale, paesaggio appenninico che sembra descritto con la perizia delle mappe tematiche ampiamente conosciute a Bologna e adottate dallo stesso Paleotti; nel San Benedetto seduto, commissionato dai monaci benedettini per il coro della chiesa, la figura solenne e quasi liturgica è costruita frontalmente come un’icona medievale, mentre quasi carraccesca è l’incisiva descrizione del volto segnato dalla vecchiaia.

Cesi raggiunge l’apice più alto intorno al 1590 nella pala con la Madonna con il Bambino in gloria con i santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco, eseguita per la cappella della famiglia Paleotti nella chiesa agostiniana di San Giacomo Maggiore, unanimemente riconosciuta come uno dei più significativi esempi di pittura controriformata sull’onda della precettistica paleottiana. Del tutto inedita appare l’armonia musicale di questo trasfigurato classicismo naturalistico: il paesaggio silenzioso “nel valore fermo della luce” (Francesco Arcangeli), i giochi sottili della luce argentea e dell’ombra mediati da Correggio e Barocci, “la vibrazione perlacea delle superfici” (Alberto Graziani) destarono la stupita ammirazione di Guido Reni “putello ancora”, come Carlo Cesare Malvasia (1678) non mancò di ricordare.

Al massimo successo Cesi riceve commissioni prestigiose: il ciclo decorativo per la cappella maggiore della chiesa di Santa Maria Assunta della Certosa di Maggiano, vicino a Siena (1593-1594); il complesso decorativo per la cappella della piccola chiesa di Santa Maria dei Bulgari, collocata all’interno del palazzo dell’Archiginnasio; il trittico con l‘Adorazione dei Magi (1595) per la basilica patriarcale di San Domenico, dove il famoso cartone di Baldassarre Peruzzi (British Museum, Londra) viene interpretato con una severa solennità liturgica, che a Francesco Arcangeli evocava Francisco de Zurbarán.

Sono questi gli anni anche della feconda sintonia tra l’artista e l’ordine certosino. Nel 1593 il priore Giovanni Battista Capponi gli commissiona il complesso ciclo decorativo della cappella maggiore della chiesa di San Girolamo della Certosa, armonioso insieme di affreschi, dipinti e stucchi, bianchi e dorati, definito da Francesco Arcangeli “il più bel ciclo pittorico bolognese della pittura di Controriforma”. Un unicum irripetibile del ‘pittore del silenzio’, dove l’artista è animato da un sentimento religioso in profonda sintonia con la devozione cartusiana: una straordinaria scenografia per un luogo di grande spiritualità, quasi un Escorial bolognese.
Nello spazio rigorosamente riservato ai monaci l’artista crea un teatro sacro a forte potenziale mistico, dove prime protagoniste sono le tre tele in loco nel 1597, di inusuale, imponente grandezza che visualizzano, secondo le regole della composizione visiva ignaziana, i tre momenti culminanti della passione di Cristo (Orazione nell’ortoCrocifissione con i dolentiDeposizione).
La qualità figurativa trasfigura la materia e il colore attraverso raffinatissimi passaggi di luci livide ed irreali. A destra e a sinistra delle due pale laterali il pittore immagina, entro nicchie dipinte, beati e santi certosini a figura intera in una vastissima gamma di pose, di gesti, di sguardi: una costruzione scenica di grande impatto emotivo,  esaltata dai fondali vuoti e cupi, dove si rispecchia l’abilità ritrattistica di Cesi. I certosini diventano presenze assorte e silenti che accompagnano il religioso nel suo quotidiano viaggio alla scoperta del proprio mondo interiore. 

Nella sezione finale dedicata alle Certose sono collocate le due struggenti tele Flagellazione di Cristo e Gesù Cristo incoronato di spine (Bologna, Pinacoteca nazionale), eseguite quasi contemporaneamente (1597-1599) da Ludovico Carracci per le pareti antistanti il coro dei monaci nella stessa chiesa di San Girolamo della Certosa. Incurante del “decoro” richiesto dalla Controriforma nel rappresentare le immagini sacre, l’artista rappresenta il dramma sacro con tale crudo realismo da suscitare, si racconta, le ire del padre priore che impose la copertura del volto del manigoldo che sputa sul volto di Cristo. Una scelta stilistica, quella di Ludovico nel mostrare efferatezza per persuadere e commuovere lo spettatore, che si pone in antitesi alla semplificazione iconografica atta ad agevolare una lettura devota perseguita da Cesi, quasi ad anticipare lo scontro dialettico tra altri due grandi grandi artisti: Guido Reni e Guercino.

Uno strumento in più per accompagnare i visitatori italiani e stranieri alla scoperta dell’arte di Bartolomeo Cesi è disponibile sull’app MuseOn, con un percorso gratuito che consente di esplorare e approfondire in autonomia 23 opere esposte. Le schede, disponibili in lingua italiana e inglese, contengono un breve testo descrittivo che, oltre ad essere letto, può essere ascoltato direttamente dal proprio dispositivo. L’app è scaricabile sia in versione iOS che Android. Per accedere al percorso occorre aprire l’applicazione e inquadrare il codice QR presente all’ingresso della mostra.

Il progetto espositivo allestito nel Lapidario del Museo Civico Medievale trova un naturale completamento nelle sale dedicate al Cinque e Seicento della Pinacoteca nazionale di Bologna (Musei nazionali di Bologna – Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna), l’autentico fulcro del museo recentemente rinnovato nell’allestimento, dove l’arte carraccesca e quella di Bartolomeo Cesi si trovano a confronto diretto.  
Dalla premessa rappresentata dall’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, archetipo fondamentale per Cesi esposto nella Sala 15, nella Sala 22 sono esposte le opere che, realizzate nella seconda metà del Cinquecento, precedono o sono contemporanee alla rivoluzione naturalista dei Carracci, e mantengono nella loro composizione una stretta osservanza ai canoni stilistici del Manierismo. Tra i vari artisti presenti si trovano Giorgio Vasari, Camillo Procaccini, Prospero Fontana e Bartolomeo Passerotti, importante interprete della seconda maniera bolognese, in cui la tradizionale propensione verso il naturalismo corregge gli schemi fortemente concettuali del periodo. È affidato alla severità compositiva e devozionale delle opere di Bartolomeo Cesi il compito di fare da tramite con la sala 23 dedicata ai Carracci per concludere, nella sala 24, con l’intensa religiosità delle grandi pale d’altare di Guido Reni.

Inoltre, grazie alla ricostruzione in ambiente di realtà virtuale fruibile in loco su smartphone e tablet, è possibile ammirare il ciclo decorativo con le Storie della Vergine affrescato da Cesi nella cappella di Santa Maria dei Bulgari nel palazzo dell’Archiginnasio, andato perduto in seguito a un bombardamento anglo-americano nel 1944 e ricostruito a partire da 20 lastre fotografiche realizzate da Felice Croci all’inizio del Novecento.
L’intervento rientra nel progetto “SIMBOLO – Il sistema digitale dei Musei Civici di Bologna verso il futuro” realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna PR-FESR 2021-2027 – Priorità 1 Ricerca, Innovazione e Competitività e Digitalizzazione Azione 1.2.2 Sostegno alla trasformazione e allo sviluppo digitale della cultura: interventi sulle Digital Humanities. 
Durante il periodo di apertura della mostra sono previsti slot di visite guidate individuali o per gruppi accompagnati da guide turistiche a ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria sul sito web www.bolognawelcome.com.
Per promuovere una valorizzazione a lungo termine di questo patrimonio culturale, la fruizione del progetto tecnologico rimarrà disponibile anche dopo la conclusione della mostra.

Nell’ottica di un più ampio disegno finalizzato alla promozione del patrimonio storico-artistico di Bologna, Fondazione Bologna Welcome promuove tre percorsi di visita tematici accompagnati da guide turistiche iscritte alla Federazione Confguide Confcommercio Ascom Bologna, per consentire al pubblico di arricchire la visita alla mostra con la fruizione itinerante della produzione di Bartolomeo Cesi diffusa in città. Un’occasione unica per incontrare le opere e i luoghi in cui l’artista operò. Le informazioni sugli itinerari e le modalità di prenotazione sono disponibili sul sito web www.bolognawelcome.com.
Al di fuori degli slot di visita indicati, la chiesa di San Girolamo della Certosa è liberamente visitabile compatibilmente con lo svolgimento delle funzioni religiose.

Durante il periodo di apertura è previsto un ricco programma di attività (conferenze, visite guidate per il pubblico adulto, attività per famiglie) nelle sedi del Museo Civico Medievale e della Pinacoteca nazionale di Bologna. Per modalità di prenotazione e costi di partecipazione di ogni appuntamento si invita a consultare i siti web www.museibologna.it/medievale e www.pinacotecabologna.beniculturali.it.

L’esposizione Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci è accompagnata da un catalogo a cura di Vera Fortunati, finanziato dai Musei nazionali di Bologna epubblicato da Silvana Editoriale, con un ricco repertorio di contributi scientifici (Stefano Ottani, Daniele Benati, Vera Fortunati, Alessandro Zacchi, Angela Ghirardi, Angelo Mazza, Michele Danieli, Flavia Cristalli, Ilaria Bianchi, Mark Gregory D’Apuzzo, Mirella Cavalli, Valeria Rubbi, Antonella Mampieri, Emanuela Fiori, Caterina Pascale Guidotti Magnani, Stefania Biancani, Giovanni Giannelli e Federica Restiani, Patrizia Moro).

Per lo stesso editore è inoltre disponibile una guida storico-artistica a cura di Giovanna Degli Esposti, che offre una breve rassegna delle opere realizzate da Bartolomeo Cesi ancora oggi custodite nella città di Bologna. Le opere sono presentate suddivise per tipologia di luogo (collezioni pubbliche, palazzi, edifici ecclesiastici) e in ordine alfabetico. Ogni tappa del percorso è arricchita da una breve scheda che racconta la storia dell’opera, la sua committenza, l’iconografia e il periodo di esecuzione.

L’organizzazione della mostra e le attività di valorizzazione ad essa correlate sono rese possibili dalla partecipazione e dall’impegno di numerosi soggetti pubblici e privati, che concorrono alla riscoperta e riappropriazione di un importante artista profondamente radicato nel contesto artistico del territorio. 

Mostra promossa daComune di Bologna | Settore Musei Civici | Musei Civici d’Arte Antica, Comune di Bologna | Settore Biblioteche e Welfare culturale | Biblioteca comunale dell’ArchiginnasioArcidiocesi di Bologna nell’ambito del Giubileo 2025
Con la partecipazione di: Musei Nazionali di Bologna – Direzione Regionale Musei nazionali Emilia-Romagna
Main partner: Gruppo Hera
Sponsor: Reale Collegio di SpagnaIn collaborazione con:Fondo Edifici per il CultoFondazione Bologna Welcome, Padri Passionisti Bologna
Con il contributo di: Confcommercio Ascom BolognaProfilati S.P.A., Rotary eClub 2072Fondantico di Tiziana SassoliCon il patrocinio di:Regione Emilia-RomagnaAlma Mater Studiorum – Università di Bologna | Dipartimento delle Arti

L’immagine coordinata della mostra Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti


Mostra 
Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci

A cura di
Vera Fortunati

Promossa da
Comune di Bologna | Settore Musei Civici | Musei Civici d’Arte Antica
Comune di Bologna | Settore Biblioteche e Welfare culturale | Biblioteca comunale dell’Archiginnasio
Arcidiocesi di Bologna

Nell’ambito di
Giubileo 2025

Con la partecipazione di
Musei nazionali di Bologna – Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna

Sede
Museo Civico Medievale
Via Alessandro Manzoni 4 | 40121 Bologna

Periodo di apertura
22 novembre 2025 – 22 febbraio 2026

Inaugurazione
Venerdì 21 novembre 2025 ore 17.00

Orario di apertura
Martedì, giovedì 10.00 – 14.00
Mercoledì, venerdì 14.00 – 19.00
Sabato, domenica, festivi 10.00 – 19.00
Chiuso lunedì non festivi

Orario di apertura festività natalizie 2025 – 2026
8 dicembre (Immacolata Concezione) 10.00 – 19.00
24 dicembre (vigilia di Natale) 10.00 – 14.00
25 dicembre (Natale) chiuso
26 dicembre (Santo Stefano) 10.00 – 19.00
31 dicembre (San Silvestro) 10.00 – 14.00
1° gennaio (Capodanno) 12.00 – 19.00
6 gennaio (Epifania) 10.00 – 19.00

Ingresso
Intero € 6 | ridotto € 4 | ridotto speciale giovani tra 19 e 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura

Agevolazioni biglietti integrati
• Ingresso gratuito alle Collezioni Comunali d’Arte per possessori biglietto Museo Civico Medievale
• Ingresso ridotto alla Pinacoteca nazionale di Bologna (€ 10) per possessori biglietto Museo Civico Medievale
• Ingresso gratuito alle Collezioni Comunali d’Arte e al Museo Civico Medievale per partecipanti all’itinerario 1 di Fondazione Bologna Welcome (cappella di Santa Maria dei Bulgari, Collezioni Comunali d’Arte e Museo Civico Medievale)
• Ingresso ridotto alle Collezioni Comunali d’Arte (€ 4) e al Museo Civico Medievale (€ 4) per partecipanti agli itinerari 2 e 3 di Fondazione Bologna Welcome (chiesa di San Girolamo della Certosa / Pinacoteca nazionale di Bologna)
• Ingresso ridotto al Museo Civico Medievale (€ 4) per possessori di biglietto Pinacoteca nazionale di Bologna

Catalogo
A cura di Vera Fortunati
Silvana Editoriale (Cinisello Balsamo)

Guida storico-artistica Bartolomeo Cesi. 

Itinerari a Bologna

A cura di Giovanna Degl’Esposti
Silvana Editoriale (Cinisello Balsamo)

Informazioni

Museo Civico Medievale
Via Alessandro Manzoni 4 | 40121 Bologna
Tel. +39 051 2193916 / 2193930
museiarteantica@comune.bologna.it
www.museibologna.it/medievale
Facebook: Musei Civici d’Arte Antica
Instagram: @museiarteanticabologna
X: @MuseiCiviciBolo

Settore Musei Civici Bologna
www.museibologna.it
Facebook: Musei Civici Bologna
Instagram: @bolognamusei
YouTube: @museicivicibologna
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Al METS il Premio Giuseppe Šebesta per il cinema antropologico

C’è un istante, nella vita delle immagini, in cui il gesto di osservare diventa una forma di cura: un modo per trattenere ciò che cambia e restituirgli voce. Dal 27 al 30 novembre 2025 questo istante troverà una casa al METS – Museo etnografico trentino San Michele, che inaugura la prima edizione del Premio Giuseppe Šebesta per il cinema antropologico, una nuova rassegna dedicata alla produzione cinematografica e audiovisiva etno-antropologica capace di dialogare con la scena nazionale e internazionale.

Premio Giuseppe Šebesta
per il cinema antropologico – 1a edizione
METS – Museo etnografico trentino San Michele
San Michele all’Adige (TN)
Dal 27 al 30 novembre 2025

Il Premio è intitolato a Giuseppe Šebesta (Trento 1919 – Fondo 2005), figura poliedrica e irregolare: etnografo, regista, artista, narratore, fondatore nel 1968 del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina – oggi METS. La sua eredità intellettuale attraversa discipline, luoghi e linguaggi, intrecciando ricerca e creatività. A lui si ispira un riconoscimento che accoglie documentari cinematografici e televisivi, opere di antropologia visuale e progetti capaci di raccontare identità, tensioni e trasformazioni delle società contemporanee.

Accanto alle sezioni principali, il Premio Giovani è riservato alle opere prodotte da scuole di cinema, università e accademie.

Il METS, promotore e responsabile dell’iniziativa, ha istituito un Comitato di esperti che ha svolto un’accurata attività di selezione. Tra quasi duemila candidature, sono stati individuati 12 medio e lungometraggi7 cortometraggi e 7 opere ammesse alla sezione Giovani. Le opere principali saranno valutate da una giuria prestigiosa, che vede come presidenti Martina Parenti e Massimo D’Anolfi, duo artistico di riferimento nel cinema documentario contemporaneo. Accanto a loro siederanno Ivelise Perniola, studiosa e docente di antropologia visuale, Patrizia Quattrocchi, filmmaker e ricercatrice, e Luca Ferrario, esperto di programmazione e direzione di festival cinematografici. La giuria dedicata al Premio Giovani sarà invece composta da studenti, chiamati a confrontarsi con il linguaggio audiovisivo e a esercitare uno sguardo critico su opere coetanee.

Il Premio mette in palio cinque riconoscimenti nelle categorie dei medio e lungometraggi e dei cortometraggi documentari:
– medio e lungometraggi: primo premio da 3.000 euro, secondo da 2.000 euro, terzo da 1.000 euro;
– cortometraggi documentari: primo premio da 1.500 euro, secondo da 1.000 euro.
– per il Premio Giovani sono previsti un primo premio da 1.000 euro e un secondo da 500 euro.

Il concorso ha registrato una partecipazione straordinaria: 1.987 opere provenienti da 115 Paesi, un mosaico di sguardi che conferma la vitalità del cinema antropologico nel mondo. Nello specifico, sono pervenuti 781 documentari di medio e lungometraggio1.186 cortometraggi e 20 opere studentesche. Una risposta imponente, che testimonia l’urgenza, diffusa e globale, di indagare il reale attraverso l’immagine.

Per quattro giorni, da giovedì 27 a domenica 30 novembre, il METS si trasformerà in un luogo di attraversamento di culture, storie e sensibilità. Tutti i film selezionati saranno proiettati nelle sale del museo, offrendo al pubblico un panorama ricco e sfaccettato sui temi che animano la ricerca antropologica contemporanea.

Il programma prevede, per venerdì 28 novembre alle ore 18.30, la proclamazione dei vincitori del Premio Giovani, un momento dedicato alla creatività emergente e alla formazione degli autori di domani. Il pomeriggio di sabato 29 novembre, alle ore 17.00, rappresenterà il cuore della manifestazione: saranno annunciati i vincitori delle categorie principali e sarà assegnato il Premio assoluto del Concorso.

Questa prima edizione del Premio Šebesta nasce da un dialogo costante tra memoria e futuro. Da un lato, l’eredità di un pioniere che ha saputo trasformare la cultura materiale in racconto e visione; dall’altro, la consapevolezza che il cinema antropologico resta oggi uno strumento decisivo per leggere il mondo, restituendo complessità e profondità alle comunità umane. Il Premio non si limita a valorizzare opere d’autore, ma desidera costruire un terreno di confronto tra studiosi, cineasti, giovani autori e pubblico.

In un tempo dominato da immagini rapide e consumate, la rassegna invita a recuperare la lentezza dell’osservazione, l’ascolto, la capacità di cogliere la trama delle relazioni. Il METS apre così le proprie sale a narrazioni che superano i confini, restituiscono differenze e somiglianze, e mostrano quanto lo sguardo antropologico possa ancora guidare la comprensione del presente.

Un appuntamento che si prepara a diventare un riferimento stabile nel panorama del cinema antropologico, nel segno di Giuseppe Šebesta e della sua instancabile ricerca dell’umano.

“Questa iniziativa valorizza una dimensione fondamentale della partecipazione alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale, e ancora di più quando si parla di antropologia ed etnografia: la capacità di osservare e capire l’essere umano attraverso il linguaggio cinematografico. Entrare nella quotidianità dell’abitare un territorio attraverso il documentario e la restituzione etnografica della realtà è un altro settore che il METS ha messo in campo per confermare la sua vocazione a essere luogo di confronto e relazione tra memoria, ricerca e linguaggi contemporanei. È un piacere presentare questa prima edizione, che porta in Trentino uno sguardo aperto sul mondo e su storie capaci di parlare a tutti”, ha dichiarato Gerosa.

“Il Premio “Giuseppe Šebesta per il cinema antropologico” è l’ultima iniziativa che il METS sta mettendo in campo per valorizzare al meglio le proprie peculiarità culturali. Si aggiunge ad altre progettualità, come le Rassegne estive sulla musica e il Premio “I racconti della montagna”. Il premio è intitolato proprio al fondatore del Museo, Šebesta, che fu anche un noto regista e cineasta. Parlare di cinema antropologico significa parlare di uomini e donne colti nel loro vivere quotidiano, come amava fare Šebesta quando percorreva le vallate delle nostre terre alla ricerca delle tradizioni, degli strumenti, delle abitazioni, dei lavori. Un modo modernissimo per fare ricerca antropologica e soprattutto per avvicinare il pubblico a questa scienza dalla mille sfaccettature, ha sottolineato Amistadi.

“Quanti giungeranno al METS, dal 27 al 30 novembre prossimi, vi troveranno un mondo dentro, o meglio vi troveranno “il” Mondo. Reso più vicino, a portata di mano e di sguardo da ventisei film antropologici provenienti da Indonesia, Francia, Brasile, Germania, Cuba, Italia, India, Egitto, Marocco, Georgia, Perù, Spagna, Venezuela, Bolivia, Olanda, Iran, Cile, Messico, Guinea, Portogallo – ha spiegato Rossitti -. Si tratta di opere di altissimo valore culturale e artistico, attentamente selezionate da un’apposita commissione di esperti, che si concentrano su vicende individuali e concrete, offrendo un insostituibile veicolo di educazione transculturale e coinvolgimento umano. Non sono solo documentazione, ma ponti che mostrano la comune umanità al di là delle distanze geografiche. Lo spettatore, pur di fronte a situazioni lontane, si riconoscerà presto nelle vite rappresentate, trasformando la momentanea estraneità in comprensione e partecipazione umana, un obiettivo condiviso anche dai musei etnografici”.

“La Trentino Film Commission da anni aiuta il settore audiovisivo a crescere, sia culturalmente che professionalmente, puntando su produzioni di qualità e mettendo in contatto registi, territori e comunità. Il cinema documentario e antropologico è cruciale in questo percorso perché unisce ricerca, creatività e capacità di analisi critica. Il Premio Šebesta è perfetto in quest’ottica: è un’occasione preziosa per il Trentino per dare risalto a chi racconta il mondo attraverso il cinema”, ha commentato Pedrotti


METS – MUSEO ETNOGRAFICO TRENTINO SAN MICHELE
via Mach 2, San Michele all’Adige (TN)
Da martedì a domenica 10.00 – 18.00
tel. 0461 – 650314
fax 0461 – 650703
info@museosanmichele.it
www.museosanmichele.it
www.instagram.com/museosanmichele
www.facebook.com/museosanmichele
https://www.youtube.com/@Museoetnograficotrentino
 
Ufficio stampa:
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo s.a.s.
Simone Raddi, tel. 049.66.34.99; simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 

Palazzo della Corgna – Città della Pieve (PG): Mostra a cura di Roberta Melasecca

Il giorno 23 novembre 2025 alle ore 11.00, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il Comune di Città della Pieve presenta la mostra personale Resilienza di Anna Izzo a cura di Roberta Melasecca: un corpus di 15 sculture allestite nel Chiostro al piano terra di Palazzo della Corgna. L’esposizione sarà inaugurata alla presenza, oltre che dell’artista, del Sindaco di Città della Pieve, Fausto Risini, e di diverse personalità del mondo della cultura e della politica. 

Giornata internazionale
per l’eliminazione della violenza contro le donne

Anna Izzo
Resilienza

a cura di Roberta Melasecca

Inaugurazione 23 novembre 2025 ore 11.00
Chiostro Museo Palazzo della Corgna
Piazza Antonio Gramsci – Città della Pieve (PG)
Fino al 30 aprile 2026

«Di fronte alla violenza contro le donne non possiamo più permetterci silenzi.», scrive Fausto Risini, Sindaco di Città della Pieve, «Ogni storia spezzata ci appartiene, ci riguarda, ci chiama a un’assunzione profonda di responsabilità umana. Le opere di Anna Izzo ci ricordano che la fragilità e la forza convivono in ciascuno di noi, e che solo riconoscendole possiamo costruire comunità più attente e più giuste. Vorrei che questo spazio, oggi, fosse un luogo in cui fermarsi, ascoltare e sentire davvero.»

Mentre l’artista, Anna Izzo: «Donne trafitte, uccise, torturate ma sempre fiere, mai piegate, libere nella loro anima: urlano la loro dignità, guardano il cielo con coraggio: il loro seno materno, seppur incatenato, parla di vita, di amore, di tenerezza.»

Dal testo critico di Roberta Melasecca: «Anno dopo anno reiteriamo le narrazioni del momento storico in cui viviamo. Anno dopo anno, ogni Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne si svolge allo stesso identico modo. Siamo sdegnati, addolorati, arrabbiati, impotenti di fronte alle continue uccisioni. Organizziamo eventi, mostre, cortei, conferenze ma, poi, tutto rimane immobile. Le narrazioni rimangono identiche e rimane statica la nostra mano. E ci domandiamo quale significato possa avere ancora commemorare questa giornata e quale azioni da compiere possano modificare gli accadimenti di ogni giorno. I telegiornali, incessantemente, ci mettono di fronte alla pornografia del dolore, della morte, con i più strazianti particolari, con i punti di vista di psichiatri, psicologi e criminologi, politici e comunicatori, con nuove proposte di legge e amplificazione dei sistemi repressivi, tutto dato in pasto all’ora del pasto, come se fosse quasi “normale” assistere” alla strage quotidiana. 

Ogni anno anche io mi chiedo se l’arte possa essere ancora uno strumento di “educazione”. Sì, di educazione perché basta, basta usare la parola “sensibilizzazione”. La società alla deriva impone un impegno diverso. Dobbiamo ricominciare ad educare, attraverso lo scardinamento delle convenzioni, quelle che impediscono di parlare di sentimenti, di emozioni, di perdite, di vulnerabilità. Scardiniamo la società della prestazione, la società del successo, la società dove ognuno di noi deve necessariamente mantenere il proprio ruolo. Scardiniamo le concezioni della donna e dell’uomo che ci vogliono rispettivamente vittima e carnefice, che ci pongono da una parte e dall’altra della barricata. Perché questa non è una guerra e noi non dobbiamo indossare nessuna armatura. Scardiniamo le stesse parole che cuciono addosso a noi il vestito delle ere, del patriarcato, del tempo del consumismo, del tempo del sessismo, del tempo di chi non ha più tempo per ascoltare. Scardiniamo quegli atteggiamenti che ci impediscono di prendere per mano i nostri figli, guardarli negli occhi e dire: ti voglio bene e mi piaci così come sei, con tutte le tue paure e fragilità, con tutte le tue bellezze e particolarità, non voglio nulla da te. Guardiamo gli altri con compassione (etimologicamente: patire con, ovvero soffrire con l’altro, gioire con l’altro). Educare, dunque. E provare compassione. 

Credo che l’arte possa essere uno strumento di educazione e di compassione. Ogni artista può utilizzare il proprio percorso artistico, con la propria e specifica sensibilità, e tentare di modificare le narrazioni del presente e forse, spero, anche del futuro. Le opere di Anna Izzo, esposte al Palazzo della Corgna di Città della Pieve, provano a fare proprio questo. Mediante immagini estetiche, che sono identificative della ricerca artistica di Anna, ci mettono di fronte ad una scelta. È una scelta libera ma necessaria. Anna utilizza materiali non facili: non la dolce e dura pietra, non la stoffa dei ricami, non la viscosità delle resine. Utilizza il ferro, il materiale delle prime scoperte ingegneristiche, il bronzo scelto nelle costruzioni architettoniche per la durabilità e resistenza, che non sono pelle ma struttura. Le 15 sculture attraversano la fragilità come spazio generativo, la caduta come gesto di ricomposizione, la ferita come soglia di rinascita: non cercano la consolazione, ma la consapevolezza. La materia è specchio del corpo sociale e in esso riconosciamo la possibilità di un lento, concreto cambiamento, di un rinnovato paradigma di pensiero. Le 15 sculture indicano un tragitto attraverso simbologie antiche e metafore contemporanee, ed è un percorso non nuovo, non diverso. Una linea che si svolge e che ci riporta a noi e solo a noi. Noi unici protagonisti del nostro tempo, unici fautori della nostra vita e della nostra morte, unici responsabili di quello che costruiamo e plasmiamo. Noi che ci proviamo, pur in mezzo a continue cadute e innumerevoli fallimenti. 

Allora, solo un invito può terminare questo testo: un invito ad alzare gli occhi, guardare intorno, “sentire” cosa accade. Ci potremo ritrovare in due, riuniti, oppure in 10, in 100, in 1000. Non è il numero che conta. Vi invito, allora, il 23 novembre 2025 alle ore 11.00, nel cortile di Palazzo della Corgna, per una giornata di confronto, aperta, orizzontale, resiliente, dove scambiare proposte, proponimenti, speranze. Il pensiero di ognuno andrà a completare il progetto espositivo per questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Vi aspettiamo.»

Anna Izzo, pittrice e scultrice, nasce a Taranto ma già adolescente si trasferisce a Sorrento dove il padre gallerista la introduce nel mondo dell’arte. Vive e lavora tra Roma e Siena ed espone in Italia e all’estero. Tra le ultime mostre: luglio 2016 Conference Center Hollywood USA; ottobre 2016 Jolly Madison New York; 2016 Sofitel Conference Washington DC; 2016 Palazzo Francavilla Palermo ritiro premio Gran Maestro; 2017 Galleria La Vaccarella Roma; 2017 Palazzo Barion Taranto ritiro premio Taras per l’arte; 2017 Galleria San Vidal Venezia; 2017 Teatro dal Verme Milano; 2017 Biennale Milano International Art Meeting; 2017 Biennale Venezia Spoleto Pavillon; 2017 Biennale Mantova; 2017 Miami Meet Milano USA; 2018 Palazzo Ximenes Firenze; 2018 Biennale delle Nazioni Venezia; 2018 Auditorium Dell’Acquario Genova ritiro premio Cristoforo Colombo; 2019 Trofeo Maestri D’Italia ArtExpò Biennale internazionale Arte contemporanea Mantova; 2019 premio Internazionale Michelangelo Firenze; 2019 mostra Biancoscuro Art Contest Montecarlo; 2019 personale di scultura La gabbia, Museo d’Arte Sacra Castelmuzio; 2019 Budapest ArtExpò Biennale D’Arte Italiana; 2020 Capri Scultura monumentale La Violenza è una Gabbia; 2021 mostra Premio Vittorio Sgarbi Ferrara; Scultura monumentale La violenza non è amore: 2021 Città della Pieve, 2022 Fiumicino, 2022-2023 Arezzo, 2023 San Quirico d’Orcia; 2023 Donne nell’arte, Galleria Fedraneri, Torrita di Siena; 2024 mostra personale Emotions, Pienza; Scultura monumentale La Violenza è una gabbia: 2024 Valdichiana Village Siena, 2025 Grottafettata; 2024 San Casciano Bagni, scultura Femminando, Palazzo Comunale. 


INFO

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
Anna Izzo – Resilienza
Inaugurazione 23 novembre 2025 ore 11.00
Fino al 30 aprile 2026
Orari
: dal lunedì alla domenica 10.00 – 19.00
Chiostro Museo Palazzo della Corgna – piano terra
Piazza Antonio Gramsci – Città della Pieve (PG)

Comune Città della Pieve
Ufficio comunicazione
comunicazione@cittadellapieve.org

Anna Izzo
annaizzoart@gmail.comwww.annaizzoartdesign.com

Ufficio stampa
Roberta Melasecca Melasecca PressOffice – blowart
roberta.melasecca@gmail.com
Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>

A Fotografia Europea 2026 è tempo di Fantasmi

Fotografia Europea si prepara a celebrare la sua ventunesima edizione, in programma dal 30 aprile al 14 giugno 2026, con un lungo viaggio nei territori del visibile e dell’invisibile.
Il tema scelto per questa edizione — “Fantasmi del quotidiano” — invita artisti e pubblico a esplorare ciò che permane oltre l’apparenza, ciò che insiste nella memoria e continua a generare nuove visioni.

FOTOGRAFIA EUROPEA 2026
XXI EDIZIONE
 
FANTASMI DEL QUOTIDIANO
 
Reggio Emilia
Dal 30 aprile al 14 giugno 2026

Promosso da Fondazione Palazzo Magnani e Comune di Reggio Emilia, il festival aprirà con quattro giorni inaugurali di eventi, mostre e incontri dal 30 aprile al 3 maggio 2026, per poi continuare ad animare la città con esposizioni diffuse fino al 14 giugno.

I curatori di questa ventunesima edizione saranno Luce Lebart, storica della fotografia, curatrice e ricercatrice; Tim Clark, editor di 1000 Words e Walter Guadagnini, storico della fotografia. A loro si affianca, da quest’anno, Arianna Catania — fondatrice e direttrice del Gibellina PhotoRoad — che porterà al gruppo curatoriale la sua esperienza e sensibilità.

Quali sono i fantasmi che incontriamo tutti i giorni? Non sono spettri ma a ricordi, paure, presenze e assenze. Fantasmi che possono essere cacciati con la luce di un’idea, oppure ascoltati per capire che cosa hanno da dirci.

Fantasmi del quotidiano è un invito a cercare le cose non viste e quelle invisibili, a prestare attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere, rivelando le storie silenziose che danno forma e guidano il nostro presente mentre aprono nuovi percorsi per l’immaginazione.

Anche quest’anno alle mostre del festival saranno legate open call opportunità per nuovi talenti della fotografia che vorranno partecipare attivamente alla XXI edizione.

A partire dal 19 novembre 2025 sarà aperta l’Open Call che ogni anno raccoglie l’adesione di centinaia di autori emergenti e professionisti che si misurano, attraverso l’obiettivo, con il tema scelto.  Ai lavori più significativi sarà data la possibilità di partecipare al circuito ufficiale e di ricevere un premio di 3.000 euro ciascuno, che servirà a coprire i costi di produzione e di allestimento dei progetti selezionati. I vincitori potranno così lavorare a contatto con lo staff del Festival alla realizzazione dell’installazione finale. La Open Call si conferma un’opportunità concreta di crescita e di visibilità che ha già permesso a molti fotografi emergenti di affermarsi nel panorama fotografico internazionale. La partecipazione è aperta fino al 9 gennaio 2026 e sul sito del festival saranno disponibili il regolamento e le modalità di adesione.

Confermato il supporto di Iren che, già special sponsor del festival, sposa questo progetto particolare per ribadire l’impegno e dunque il sostegno alla ricerca di nuovi talenti e di nuovi sguardi sulla realtà contemporanea.

In arrivo inoltre altre opportunità: a partire dal 26 novembre e fino al 9 gennaio sarà possibile candidarsi per Speciale Diciottoventicinque, il progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che abbiano voglia di imparare, condividere e confrontarsi con il mondo dell’arte e della fotografia. Aprono invece il 15 dicembre (e resteranno aperte fino al 6 febbraio) le selezioni per partecipare a [Parentesi] Bookfair, lo spazio che Fotografia Europea dedica agli editori, alle librerie e alle presentazioni di libri fotografici.

Torna anche il Book Award, il premio dedicato al libro fotografico, che consentirà al vincitore di pubblicare il proprio progetto e di presentarlo durante le giornate inaugurali del festival.

Come ogni anno, anche stavolta la città si farà trascinare dall’energia di Fotografia Europea e si metterà in mostra grazie al circuito OFF, il progetto che nasce dalla partecipazione attiva dei cittadini per allestire mostre, organizzare incontri, proporre eventi in ogni angolo della città e della Provincia. La call per partecipare a questa edizione del circuito OFF partirà il 9 dicembre e resterà aperta fino al 2 marzo.

Tutte le informazioni e i bandi saranno presto disponibili sul sito ufficiale del festival – www.fotografiaeuropea.it.


Ufficio stampa Fondazione Palazzo Magnani
Stefania Palazzo, tel. 0522.444409; s.palazzo@palazzomagnani.it
Elvira Ponzo, tel. 0522.444420; e.ponzo@palazzomagnani.it
 
Ufficio stampa Studio ESSECI di Sergio Campagnolo s.a.s.
Simone Raddi, tel. 049663499; simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

A Milano, dentro una libreria che resiste

In un mercato editoriale dominato da catene, piattaforme e algoritmi, la voce di un libraio indipendente torna a farsi sentire come antidoto alla frenesia del consumo culturale. Vittorio Graziani, premiato come «Libraio dell’Anno», racconta cosa significa oggi scegliere, vendere e difendere i libri in Italia.

Il mestiere del libraio, oggi, è un esercizio di equilibrio e pazienza. Lo si capisce osservando Vittorio Graziani, riconosciuto “Libraio dell’Anno” nel 2025 e figura di riferimento per chi ancora crede nella forza delle librerie indipendenti. Seduto dietro al bancone della sua Libreria Centofiori di Milano, parla come un artigiano che conosce ogni fibra del proprio laboratorio: non si limita a vendere volumi, li seleziona, li custodisce, li accompagna fino al lettore. E soprattutto li difende dal turnover feroce di un mercato in cui una novità ha tre, quattro settimane di vita prima di sparire.

L’indipendente non è un romantico: è un professionista

La prima grande distinzione che Graziani rivendica riguarda l’identità del libraio. Le catene ragionano per criteri centralizzati: ordini uniformi, esposizioni standardizzate, promozioni programmate altrove. Una libreria indipendente, invece, è una creatura viva, plasmata da chi la abita. Ogni titolo è una scelta, ogni scaffale una dichiarazione di poetica.
«Noi decidiamo cosa comprare e quanto esporlo» sintetizza. Una frase semplice, che però racchiude la sostanza di un mestiere in cui la selezione è già forma di cura.

Un mercato affollato e imprevedibile

Graziani parla senza giri di parole di una filiera che corre troppo veloce. In Italia si pubblicano più di ottantamila libri l’anno, un flusso continuo che trasforma gli scaffali in una rotaia a scorrimento rapido: ciò che entra oggi, domani può essere già in resa. Nel frattempo, la distribuzione è sempre più concentrata e spesso unifica sotto lo stesso tetto editori, promotori e librerie. Per un indipendente significa avere un accesso più fragile alle novità e ai titoli che i lettori desiderano.

Quando lo scrittore ungherese László Krasznahorkai ha vinto il Nobel, racconta Graziani, ha provato subito a ordinare i suoi libri. Le copie, però, non sono arrivate per settimane, proprio mentre i lettori le cercavano. È il sintomo di un sistema che fatica a sostenere la propria stessa velocità.

Il convitato di pietra: l’e-commerce

Sul mercato aleggia la presenza di un gigante che ha cambiato regole e tempi: l’e-commerce, soprattutto Amazon. La sua crescita ha spinto molte catene a inseguire la consegna rapida, gli sconti, le campagne aggressive. Ma così facendo, dice Graziani, si è perso di vista l’elemento fondamentale: la relazione umana. Un algoritmo non riconosce l’inclinazione di un lettore, non sa proporre il titolo inatteso, non sa intuire ciò che può cambiare un’abitudine di lettura.

La libreria, invece, vive di incontri. È un luogo dove si parla, si ascolta, si consiglia. È un tempo sospeso in cui il libro non è un prodotto, ma un gesto di fiducia.

La “linea Maginot” del libraio

La vita di un libro, oggi, è brevissima. «Tre o quattro settimane» afferma Graziani. Se non vende, torna indietro. Il libraio si ritrova così a combattere in trincea, difendendo i titoli che ritiene meritevoli, cercando di farli respirare un po’ più a lungo. È una battaglia di inclinazioni, di memoria, di esperienza: capire quali libri non possono essere inghiottiti dalla velocità è parte centrale del mestiere.

Un luogo di comunità: la regia silenziosa del libraio

Per descrivere la libreria ideale, Graziani usa un’immagine sorprendente: il libraio dovrebbe somigliare, in un certo senso, a un conduttore capace di animare un salotto. Non basta disporre i libri; occorre far incontrare i lettori, avviare conversazioni, costruire un clima di fiducia. È in quei dialoghi che una libreria trova la propria forza e la propria identità.

Aprire una libreria oggi è un atto di coraggio

Il percorso di Graziani non è frutto di improvvisazione. Alle spalle ha un passato in catena, un’esperienza in casa editrice, un lungo apprendistato in tutti i ruoli che la filiera prevede. Dal 2018 guida la sua libreria con un equilibrio di passione e rigore. Eppure riconosce che aprire una libreria oggi è un gesto rivoluzionario: significa credere che i lettori esistano ancora, che la comunità sappia riconoscere un luogo di cura culturale, che tra algoritmi e vetrine digitali ci sia ancora spazio per la mediazione umana.

Il futuro non è nostalgico: è più selettivo

Nelle sue parole, il futuro della libreria non assomiglia a un ritorno al passato. È, anzi, un cammino di raffinatezza: meno titoli, più scelta; meno omologazione, più identità; meno automatismi, più persone. Una libreria deve tornare a essere il luogo dove si trova ciò che non si sapeva di cercare.

È in questo spazio sottile – tra il prevedibile e l’imprevisto – che il lavoro del libraio ritrova il suo senso più profondo.


Arthur Dreyfus in “From Louis to Vuitton” narra come si fa del mondo un atelier

Dalla fondazione nel 1854 all’universo globale del lusso contemporaneo, Louis Vuitton ha trasformato l’arte del viaggio, la cultura visiva e la moda in un unico racconto. Un nuovo volume di Arthur Dreyfus restituisce l’identità multiforme della maison attraverso 54 parole chiave che illuminano un’avventura creativa lunga oltre un secolo e mezzo. Una storia che intreccia artigianato, design, innovazione e collaborazione artistica senza confini.

Louis Vuitton: il viaggio come destino

Quando Louis Vuitton apre la sua prima bottega nel 1854, nella Parigi che si avvia verso la modernità ha già intuito che il mondo si sta muovendo più veloce degli uomini. I nuovi treni, le prime tratte internazionali, le abitudini borghesi che cambiano: tutto suggerisce che la valigeria non è più solo un oggetto utile, ma una forma di organizzazione del mondo. Vuitton studia le abitudini dei viaggiatori, capisce che il baule può diventare un microcosmo personale e — intuizione decisiva — sostituisce il coperchio bombato con uno piatto, impilabile, pratico, adatto ai nuovi mezzi di trasporto. Nasce così il marchio che farà del design funzionale un linguaggio universale.

Quella bottega di Rue Neuve-des-Capucines, a pochi passi dalla Place Vendôme, non è solo l’inizio di un’impresa, ma la prima pagina di un modo nuovo di pensare il lusso: non come ostentazione, ma come perfezione tecnica, savoir-faire e cultura materiale.

Dalla valigeria alla moda: un salto nel tempo

Per quanto oggi Louis Vuitton sia identificata ovunque come una delle grandi potenze della moda, il prêt-à-porter è un capitolo relativamente recente. Come ricorda Arthur Dreyfus — autore del nuovo volume From Louis to Vuitton, pubblicato da Assouline — la maison ha cominciato a produrre abbigliamento solo nel 1997, quando Marc Jacobs ne assume la direzione artistica inaugurando un’era di contaminazioni culturali, collaborazioni artistiche e collezioni che hanno ridefinito la moda globale.

Il libro di Dreyfus, costruito in stretta collaborazione con la maison, è un abbecedario di oltre 400 pagine e 1.001 immagini che percorre la storia della casa attraverso 54 parole chiave. Parole molto diverse — dalle più ovvie, come Monogram, artigianalità, pelle, Asnières, fino a concetti inattesi come giocattoli, animali, cinema — che restituiscono la dimensione complessa e quasi mitologica di Vuitton. Una storia fatta di oggetti, idee, luoghi, persone e soprattutto di un’identità in continua evoluzione.

«Volevo che il libro funzionasse come un cubo di Rubik» racconta Dreyfus. «Da ogni angolazione deve mostrare qualcosa di nuovo: un dettaglio inatteso, un’ispirazione, una storia minuta che rivela il carattere della maison». Da qui l’idea del volume come “Bibbia” contemporanea, un dispositivo narrativo capace di raccontare luoghi, oggetti e simboli che hanno scritto la storia del viaggio moderno.

Le origini: Asnières, il laboratorio dove tutto comincia

Al centro della mitologia Vuitton c’è Asnières, il piccolo villaggio a nord-ovest di Parigi dove Louis si trasferisce nel 1859 e costruisce la manifattura destinata a diventare la culla del marchio. Un luogo che oggi è insieme atelier, archivio storico e casa della famiglia: qui prendono forma i bauli su misura, vengono sperimentate tecniche inedite, si affina una concezione del lusso che non ha mai smesso di evolversi.

Il Monogram — creato nel 1896 dal figlio Georges per contrastare le imitazioni — diventa presto un linguaggio in sé, una sorta di alfabeto visivo che attraversa epoche, mode e collaborazioni senza perdere identità. Vuitton è una delle prime maison a comprendere che il marchio può essere un contenitore culturale, un simbolo in cui si fondono memoria, artigianato e spirito del tempo.

Una casa di cultura prima ancora che di moda

«Louis Vuitton non è solo valigeria, né solo moda: è una maison di cultura» afferma Pietro Beccari, presidente e amministratore delegato. Ed è proprio questa idea — la capacità di entrare in nuovi territori senza perdere coerenza — ad aver costruito l’aura del marchio.

Gli store non sono semplici boutique: sono luoghi espositivi, veri “musei del viaggio” in cui il prodotto dialoga con opere d’arte, architetture d’autore e installazioni pensate su misura. Le collezioni non sono solo esercizi di stile, ma dispositivi narrativi che parlano di viaggio, cinema, artigianato, futuro.

Non sorprende, dunque, che la maison investa da anni nella tutela del patrimonio artistico: dal 2013, attraverso una partnership con i Musei Civici di Venezia, ha sostenuto il restauro di opere del Tintoretto, Carpaccio, Hayez, Molmenti e altri autori, contribuendo a preservare uno dei patrimoni più fragili e preziosi d’Europa.

Le mostre: tra Art Déco, Murakami e Richter

Accanto alla moda, Louis Vuitton ha costruito un impero culturale fatto di esposizioni, collaborazioni e luoghi dedicati all’arte. Nel suo spazio parigino LV Dream è oggi visitabile (gratuitamente) la mostra Louis Vuitton Art Déco, che celebra il centenario dell’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative del 1925 e mette in scena il dialogo tra l’immaginario Art Déco e il DNA della maison.

Alla Fondation Louis Vuitton, progettata da Frank Gehry nel Bois de Boulogne, è in corso una grande retrospettiva dedicata a Gerhard Richter, testimonianza di come Vuitton sia diventata un attore influente nel mondo dell’arte contemporanea.

Nello stesso spirito si colloca l’installazione monumentale di Takashi Murakami per Art Basel Paris 2025: un polipo alto otto metri, ispirato alle lanterne cinesi, che invade lo spazio con i suoi tentacoli colorati. Murakami — già protagonista, vent’anni fa, della rivoluzionaria collezione Monogram Multicolore — torna così a dialogare con la maison per l’inedita serie Artycapucines VII.

Un universo in espansione: la casa, il design, il futuro

Oggi la maison conta quasi 500 store nel mondo e si muove con la stessa agilità nei territori della moda, degli oggetti da viaggio, del design e degli arredi. Ogni pezzo — dal più celebre baule alle nuove collezioni di mobili — è pensato come un invito a esplorare, un ponte tra tradizione e innovazione.

Il successo globale non si spiega solo con il potere del marchio, ma con un approccio narrativo che fonde artigianato, cultura, arte e immaginazione. Vuitton non vende oggetti: costruisce esperienze. E l’universo che ne deriva è, come scrive Dreyfus, «potenzialmente infinito».

L’eredità di Louis: un racconto che non si ferma

Più si cerca di definire Vuitton, più si scopre che sfugge a ogni etichetta. È valigeria, moda, arte, design, mecenatismo, simbolo del viaggio moderno. È un ecosistema culturale che ha saputo reinventarsi senza perdere identità.

E forse è proprio questo il segreto del suo fascino: la capacità di essere sempre contemporanea, pur rimanendo fedele alle intuizioni di un artigiano del XIX secolo che aveva visto, con incredibile anticipo, che il mondo stava diventando più grande — e che qualcuno doveva costruirne il contenitore ideale.

Le 54 parole di Arthur Dreyfus non sono solo un abbecedario: sono una mappa per attraversare un universo che continua a espandersi, da Parigi al resto del mondo. Un universo che da 170 anni non è mai, semplicemente, “una questione di moda”.


MUSEI IN MUSICA 2025 promosso dal Polo Museale Sapienza

Il Polo Museale Sapienza (PMS) annuncia la partecipazione all’edizione 2025 di Musei in Musica, in programma sabato 29 novembre 2025 dalle ore 20.00 alle 24.00. L’Ateneo aderirà all’iniziativa con l’apertura gratuita di undici musei universitari, che ospiteranno – oltre a mostre e visite guidate – concerti di musica jazz, blues e classica, a cura di MuSa – Musica Sapienza, coordinati dal Centro Sapienza CREA – Nuovo Teatro Ateneo, e delle band pop e rock Gli Ottavi Inclusi e Salt Street Band.

MUSEI IN MUSICA al Polo Museale Sapienza
Sabato 29 novembre 2025
apertura dalle 20.00 alle 24.00
Città universitaria | Piazzale Aldo Moro, 5 | Roma
Ingresso e parcheggio gratuiti

MuSa – Musica Sapienza è una realtà che da quasi 20 anni unisce docenti, studenti e personale tecnico-amministrativo accomunati dalla passione di fare musica. Nel tempo, le formazioni MuSa si sono evolute in un articolato sistema musicale che oggi comprende un’orchestra classica, un’orchestra jazz, un gruppo etnico, un grande coro polifonico e un gruppo blues, con circa 60 eventi ogni anno in Italia e all’estero (Cina, Francia, Cuba).

La serata si aprirà alle ore 20.00 presso il Nuovo Teatro Ateneo con il concerto inaugurale dell’Orchestra MuSa Classica, diretta dal Maestro Demetrio Moricca, con musiche di Edward Elgar e Maurice Ravel. Il percorso musicale offrirà uno sguardo sulla raffinatezza della musica europea tra XIX e XX secolo, esplorando due sensibilità europee: da un lato la poetica rarefatta e il gusto per il colore timbrico di Ravel, dall’altro il lirismo cantabile di Edward Elgar.

Il concerto sarà preceduto dalla proiezione di un video sui Musei Sapienza e verrà presentato al pubblico il nuovo centro Polo Museale – Sapienza Cultura, articolato nelle tre Sezioni Musei, Orto Botanico e Nuovo Teatro Ateneo.

Successivamente, il ricco programma prevede visite guidate, mostre ed esibizioni musicali all’interno dei musei di:

Antichità Etrusche e Italiche, Antropologia, Arte Classica, Chimica, Fisica, Geografia, Museo-Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC), Origini, Scienze della Terra (MUST), Storia della Medicina e Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo.

Oltre alle collezioni permanenti, fino alle ore 24.00 saranno visitabili anche mostre temporanee di grande richiamo: da “La mummia di Ramses. Il faraone immortale” presso il museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo, a “Martin Luther King. Diritto alla libertà” e “Martin Luther King e l’Italia” al museo di Scienze della Terra (MUST), fino ad arrivare

a “Jacopa da Cencelle: una storia virtuale di vita e salute femminile nel Medioevo” allestita presso il museo di Storia della Medicina. Le numerose esposizioni affrontano temi che spaziano tra arte, storia e scienza, offrendo un percorso coinvolgente e multidisciplinare adatto a grandi e piccini. Un’occasione unica per vivere la bellezza del patrimonio universitario romano in una serata all’insegna della musica, dell’arte e della condivisione culturale nel cuore dell’Università più grande d’Europa.

L’evento è a ingresso libero, con parcheggio gratuito all’interno della Città universitaria.


Musei in Musica è un’iniziativa promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il coordinamento organizzativo di Zètema Progetto Cultura.

Per tutte le informazioni e le prenotazioni consulta la pagina web del Polo Museale Sapienza https://polomuseale.web.uniroma1.it/.


INFORMAZIONI UTILI
TITOLO: MUSEI IN MUSICA | POLO MUSEALE SAPIENZA QUANDO: sabato 29 novembre 2025
ORARI: dalle 20.00 alle 24.00
DOVE: Sapienza Università di Roma – Città universitaria INGRESSI: Piazzale Aldo Moro, 5
CONTATTI POLO MUSEALE SAPIENZA
EMAIL: polomusealesapienza@uniroma1.it
SITO WEB: https://polomuseale.web.uniroma1.it/
FACEBOOK: https://www.facebook.com/museiSapienza INSTAGRAM: https://www.instagram.com/museisapienza/ YOUTUBE: https://www.youtube.com/@polomusealesapienza4167/

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CULTURALIA DI NORMA WALTMANN

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Dal museo motore di rigenerazione al digitale come chiave d’accesso

Dal 12 al 14 novembre 2025, il Ministero della Cultura ha partecipato all’ottava edizione della fiera RO.ME Museum Exhibition a Roma per promuovere il museo quale strumento di rigenerazione territoriale e presentare le nuove frontiere della fruizione digitale del patrimonio culturale, in linea con il piano nazionale di politiche culturali noto come Piano Olivetti per la Cultura.

In uno dei contesti fieristici più rilevanti per il mondo museale italiano, la fiera internazionale RO.ME Museum Exhibition 2025 si è svolta a Roma dal 12 al 14 novembre 2025, ospitata presso le Corsie Sistine del complesso monumentale di Santo Spirito in Sassia. Il Ministero della Cultura (MiC) ne ha assunto un ruolo attivo, sottolineando come i musei e i luoghi della cultura possano diventare, insieme, motori di rigenerazione culturale, sociale ed economica.

Il contesto dell’intervento ministeriale

La partecipazione del MiC all’evento è ufficializzata attraverso un comunicato stampa che ne chiarisce motivazioni e obiettivi. Il convegno inaugurale, organizzato dal Dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale (DiVa), aveva per titolo «Il museo come strumento di rigenerazione culturale dei territori»: un titolo che non lascia spazio all’ambiguità e che segnala una nuova declinazione del museo che va oltre l’esposizione, verso la partecipazione e l’impatto territoriale.

In apertura del convegno, la dirigente Alfonsina Russo, Capo del DiVa, ha definito il tono della riflessione, che è poi passata nelle mani del moderatore Alessio De Cristofaro, direttore dell’Istituto Centrale per la Valorizzazione Economica e la Promozione del Patrimonio Culturale (IC‑VEPP). Hanno preso parte al dibattito figure quali Federica Rinaldi, direttrice del Museo Nazionale Romano; Marianna Bressan, delegata del Museo Storico e Parco del Castello di Miramare; Giorgio De Finis, direttore del Museo delle Periferie; e Luca Baroni, direttore della Rete Museale Marche Nord.

La rigenerazione culturale come tema centrale

L’intervento del MiC sottolinea un cambiamento di paradigma: il museo non è più solo custode o espositore di oggetti ma è concepito come strumento attivo nella rigenerazione dei territori – in particolare di periferie, aree marginali e poli interni del Paese. Il richiamo esplicito al piano nazionale noto come Piano Olivetti evidenzia come questa visione sia oggi parte integrante di una strategia culturale più ampia.

Il Piano Olivetti, stabilito con il Decreto-Legge 27 dicembre 2024, n. 201, pone alcuni obiettivi chiave: favorire lo sviluppo della cultura come bene comune accessibile; promuovere la rigenerazione culturale delle periferie e delle aree interne; valorizzare biblioteche, archivi e istituti storici; sostenere la filiera dell’editoria libraria. In questo quadro, l’evento RO.ME offre una piattaforma concreta per mettere in dialogo istituzioni museali, operatori culturali e aziende, con l’obiettivo di esplorare nuove forme di governance e partecipazione che oltrepassino i confini tradizionali del museo.

Durante il dibattito inaugurale, sono emerse alcune chiavi concettuali ricorrenti: sussidiarietà, partecipazione, inclusione sociale. Un focus specifico è stato riservato al rilancio dei territori interni e “svantaggiati” – un’espressione che nel documento ministeriale va intesa come zone colpite da marginalità sociale ed economica, degrado urbano, denatalità e spopolamento. In questo senso, il museo viene presentato come infrastruttura culturale capace di agire da catalizzatore per educazione civica, coesione sociale e sostegno alla filiera editoriale.

I contenuti e le sessioni della fiera

Oltre al convegno inaugurale, la fiera prevede un articolato programma di sei panel tematici che approfondiscono i temi più rilevanti del museo contemporaneo: progettazione degli spazi museali, nuove modalità di fruizione, sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica (incluso l’uso dell’Intelligenza Artificiale per l’abbattimento delle barriere linguistiche), e il coinvolgimento delle giovani generazioni.

Questa articolazione dei temi conferma come l’evento non si limiti a un dibattito accademico, ma cerchi di connettere responsabilità istituzionali, progettualità del settore e applicazioni concrete – in coerenza con la fiera quale “piattaforma professionale internazionale per la valorizzazione delle eccellenze del patrimonio culturale”.

Il padiglione istituzionale del MiC: digitale, accessibilità, esperienza

Parte integrante della presenza ministeriale alla fiera è lo spazio istituzionale appositamente allestito nel contesto dell’evento, dove il pubblico è invitato a scoprire l’applicazione mobile “Musei Italiani” della Direzione generale Musei. L’app consente di esplorare musei, aree archeologiche e luoghi della cultura statali, acquistare biglietti e fruire di approfondimenti digitali interattivi.

Inoltre, l’appuntamento offre esperienze immersive curate da realtà quali il Parco Archeologico dell’Appia Antica e le Residenze Reali Sabaude (Direzione regionale Musei nazionali Piemonte), dimostrando come la digitalizzazione del patrimonio e la fruizione esperienziale siano parte integrante della visione ministeriale attuale.

Interpretazione e prospettive

Quanto emerge da questo intervento è la volontà di spostare il focus dal museo come simple “contenitore” verso un museo come “attivatore” di territori, comunità e culture. Il connubio tra la fiera RO.ME e il Piano Olivetti suggerisce che la cultura – musei, biblioteche, archivi, editoria – sia considerata oggi infrastruttura sociale e civica, non solo patrimoniale.

L’idea centrale è che la valorizzazione del patrimonio passi non solo per la tutela e la conservazione, ma per la capacità di generare rigenerazione, inclusione e partecipazione. In una fase storica segnata da trasformazioni digitali, disuguaglianze territoriali e pressione sulla coesione sociale, tale orientamento appare strategico: parlare di musei innanzitutto come “luoghi della cultura” integrati nella vita delle comunità e nei processi territoriali, dunque.

Allo stesso tempo, l’investimento nella fruizione digitale e nelle esperienze immersive segna il riconoscimento che la cultura deve entrare nei nuovi spazi della partecipazione, della tecnologia e della rete. In questo contesto, l’app “Musei Italiani” e le esperienze immersive sono più che narrazione o accessorio: diventano strumenti che possono abbattere barriere geografiche, linguistiche e sociali.

Considerazioni conclusive

La partecipazione del MiC alla RO.ME Museum Exhibition 2025 rappresenta un segnale significativo: la cultura non è più un comparto “a sé”, né esclusivamente una questione di patrimonio da conservare, ma parte attiva di politiche territoriali, di rigenerazione urbana, di promozione sociale e di innovazione digitale. Il museo, in questo quadro, assume un ruolo ibrido: custode, spazio di comunità, piattaforma digitale, hub di rigenerazione.

Resta da vedere come, nella pratica quotidiana dei musei – specie quelli collocati in aree periferiche o svantaggiate – si tradurranno queste linee di indirizzo: come si imposteranno i progetti di governance, come verranno coinvolte le comunità locali e quanto effettivamente l’innovazione digitale abatterà le barriere che tuttora persistono.

In ogni caso, la cornice politica tracciata dal Piano Olivetti e le iniziative lanciate al RO.ME evidenziano che il settore museale si trova oggi a uno snodo: da mera conservazione a agente trasformativo. E in un Paese come l’Italia, ricco di luoghi della cultura ma anche caratterizzato da territori fragili e disparità, questa visione potrebbe aprire scenari nuovi per il contributo della cultura al benessere collettivo.


L’ultima metafisica di de Chirico in mostra a Modena

Modena celebra Giorgio de Chirico con la mostra dedicata a “L’ultima metafisica”
Apre al pubblico il 29 novembre 2025, nella nuova ala del Palazzo dei Musei di Modena, la mostra Giorgio de Chirico. L’ultima metafisica, a cura di Elena Pontiggia.

L’esposizione, visitabile fino al 12 aprile 2026, riunisce cinquanta capolavori del Maestro, offrendo al pubblico un percorso affascinante attraverso l’ultima stagione creativa del fondatore della pittura metafisica.

Promossa dal Comune di Modena, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico – da cui provengono tutte le opere esposte – e prodotta da Silvana Editoriale, la mostra rappresenta un importante appuntamento per approfondire il pensiero e la poetica di uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento.

GIORGIO DE CHIRICO. L’ULTIMA METAFISICA
Modena, Palazzo dei Musei
29 novembre 2025 – 12 aprile 2026

A cura di Elena Pontiggia

Diceva Picasso che ci vuole molto tempo per riuscire a diventare giovani. Giorgio de Chirico vi riesce in modo singolare a ottant’anni, quando nel 1968 inaugura la sua stagione neometafisica. È in questo periodo che l’artista torna ai temi, alle figure e ai motivi che avevano animato la sua pittura dagli anni Dieci ai primi anni Trenta, infondendo loro un nuovo significato, più giocoso, pervaso da una giovinezza dello sguardo ormai libera dal senso tragico che, celato dietro un’apparente serenità, permeava le sue opere di oltre mezzo secolo prima.

La mostra intende ripercorrere proprio questo decennio straordinario (1968–1978), in cui de Chirico torna a dipingere manichini, Piazze d’Italia e altri enigmi del suo universo poetico, reinterpretandoli con rinnovata libertà creativa e immaginazione fertile, tra memoria e reinvenzione.

La neometafisica si distingue dalle copie che de Chirico realizzò per gran parte della sua vita per un profondo mutamento di linguaggio e di significato. Con un’accentuata ironia e una tavolozza più vivace, l’artista si allontana dalla visione nichilista e inquieta degli anni Dieci per reinterpretare, in chiave più serena – sebbene ancora venata di malinconia –, i temi che avevano segnato la sua prima stagione metafisica.

“La metafisica di de Chirico degli anni Dieci” – afferma la curatrice Elena Pontiggia – “voleva esprimere l’enigma, l’incomprensibilità e l’assurdità dell’esistenza. In quella degli anni Settanta il sentimento dell’insensatezza dell’universo si attenua, ed è osservato con ironico distacco”.

Alla pittura densa e corposa del periodo “barocco”, de Chirico sostituisce una pittura limpida, fondata sul disegno e sulla costruzione nitida delle forme. La mostra documenta questa fase conclusiva, ma tutt’altro che secondaria, del suo percorso creativo, attraverso alcuni capolavori come Ettore e Andromaca davanti a Troia (1968), L’astrologo (1970) e Sole sul cavalletto (1973).

In queste e in altre opere dello stesso periodo – come Il segreto del castelloInterno metafisico con pere e Il segreto della sposa – de Chirico non si limita a ripetere sé stesso: rielabora liberamente le proprie invenzioni, trasformandole in una riflessione matura e ironica sulla vita e sull’arte.
L’angoscia esistenziale degli anni giovanili, nutrita di Nietzsche e Schopenhauer, lascia il posto a una saggezza pacata, a una visione dell’esistenza come commedia.

È il tempo in cui la filosofia di Herbert Marcuse celebra il gioco come espressione di libertà, e la Pop Art esalta la vitalità dei colori: un contesto che, pur non influenzando direttamente de Chirico, dialoga idealmente con la sua rinnovata leggerezza. La pennellata torna nitida, i colori si fanno smaltati, le forme si semplificano.

Ne emerge un linguaggio nuovo, in cui la memoria e il presente si fondono in una poesia dell’eterno ritorno, illuminata da ironia e consapevolezza.

La svolta viene riconosciuta per la prima volta nel 1968 da Buzzati, che recensisce la mostra milanese ospitata nella galleria di Alexander Jolas. Dopo aver criticato poco prima le repliche “meccaniche” dell’artista, Buzzati riconosce nella nuova produzione una sincerità e una freschezza autentiche, scrivendo con ammirazione che “a ottant’anni un artista abbia l’animo di mettersi in un’impresa simile è cosa meravigliosa”. È l’inizio della riscoperta del “nuovo” de Chirico.

La denominazione “neometafisica” nasce ufficialmente nello stesso 1970, quando il curatore Wieland Schmied, presentando la mostra tedesca di Hannover, parla di un “periodo neometafisico” contrassegnato dal ritorno ai temi metafisici con spirito rinnovato.

È però Renato Barilli, in Presenza assenza del 1974, ad approfondire il valore della pittura ultima di de Chirico, vedendola come una coerente meditazione sul museo e una “ripetizione differente”.

Nel 1982 Maurizio Calvesi scriverà un libro fondamentale dal titolo La metafisica schiarita.

Nell’ultimo decennio della vita, de Chirico mostra dunque una vitalità sorprendente e una libertà intellettuale che sfidano la vecchiaia. La neometafisica diventa la sua risposta serena al tempo, un gioco di memoria e invenzione, una meditazione leggera sul destino umano. Nelle sue parole finali, l’artista riafferma la fusione sacra tra Poesia e Pittura, rifugio ultimo della sua arte e della sua filosofia di vita.

La mostra è accompagnata da un catalogo (Silvana Editoriale) con testi della curatrice, di Ara Merjian e di Francesco Poli.


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Alla Castiglia di Saluzzo il fotografo siciliano che ha trasformato la moda in un pezzo di realtà

Scianna, il reporter che portò la moda per strada

Dal 24 ottobre 2025 al 1° marzo 2026 la Castiglia di Saluzzo dedica una grande mostra a Ferdinando Scianna, primo italiano nella Magnum. Novanta fotografie raccontano come un reporter nato all’ombra delle feste popolari siciliane sia riuscito a reinventare la fotografia di moda senza tradire il suo stile: un equilibrio raro, tra verità e messa in scena.
Un viaggio che parte da Sciascia e arriva a Dolce&Gabbana, passando per mezzo mondo.

ALLA CASTIGLIA DI SALUZZO (CN)
DAL 24 OTTOBRE 2025 AL 1° MARZO 2026
 
FERDINANDO SCIANNA
LA MODA, LA VITA
 
 Attraverso 90 opere, la rassegna esplora, per la prima volta, uno dei capitoli che hanno segnato la carriera del fotografo siciliano: la moda.

C’è un’idea semplice alla base di questa mostra: per capire Ferdinando Scianna bisogna tornare alle sue origini, alla luce feroce della Sicilia e alle sue ombre, quelle che il fotografo ama inseguire più del sole. Alla Castiglia di Saluzzo – antica fortezza trasformata in museo – lo raccontano con novanta immagini che ricostruiscono una storia meno nota, quasi sorprendente: l’avventura di Scianna nella moda, un territorio che lui non ha mai vissuto come evasione, ma come un’estensione naturale del suo mestiere di cronista del mondo.

È una storia che comincia molto prima degli scatti per Dolce&Gabbana. Nasce nelle campagne di Racalmuto, davanti a un tavolo apparecchiato dalle zie dello scrittore Leonardo Sciascia. Lì i due si incontrano per la prima volta, quasi fosse un disegno del destino. Da quella amicizia nasce Feste religiose in Sicilia, un libriccino grande quanto un passaporto, dove più che raccontare la verità Scianna cerca le domande – sul sacro, sulla vita e sulla morte. Quel libro diventa il biglietto d’uscita dalla Sicilia: «troppo sole, troppa luce», dirà. Meglio inseguire l’ombra, quella che definisce uno stile.

Milano, poi Parigi. Prima reporter a L’Europeo, poi giornalista e infine – non senza tentennamenti – candidato alla Magnum, il tempio del fotogiornalismo. Nel 1982 entra nell’agenzia dopo anni di prove, missioni e viaggi che vanno dal Libano ai minatori delle Ande, da Benares agli Stati Uniti. È in questo periodo che presenta alla Magnum anche un lavoro sulla moda: l’idea fa discutere, ma con il tempo conquista tutti, compreso Cartier-Bresson.

La sezione introduttiva della mostra lo racconta attraverso lo sguardo di Sciascia, amico e complice intellettuale. Poi una serie di immagini provenienti dalla Fondazione Arte CRT – India, Francia, Bolivia – mostra il vero cuore dello stile di Scianna: l’attenzione per luoghi e persone, l’occhio che anticipa l’immagine per coglierne la vita che scorre. Sono fotografie che spiegano il resto: anche quando si troverà a fotografare la moda, Scianna resterà un reporter.

L’esordio nella moda – una rivoluzione gentile

Il 1987 segna un crocevia. Due giovani stilisti, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, gli affidano le immagini per i cataloghi delle loro collezioni. È un azzardo: alla moda non si era mai pensato di affidare la propria immagine a un fotoreporter. Ma la scelta si rivela geniale.

Scianna porta la moda fuori dagli studi e la riporta nella vita. Marpessa, la modella scelta come musa, non posa: vive. Corre in mezzo ai bambini che escono da scuola, si lascia attraversare da un macellaio che passa con un quarto di bue sulla spalla, ascolta i rumori di Caltagirone e Palermo e si muove come un personaggio di una storia più grande di lei.

«Facevo il fotoreporter. Di un sogno, forse, ma un sogno vero», ricorda. Per Scianna una modella può diventare creatura, come scrisse Sciascia, in un gioco pirandelliano dove la finzione si confonde con la vita.

I successivi dieci anni sono un fiume in piena: cataloghi per Dolce&Gabbana e Yohji Yamamoto, lavori per Vogue in varie edizioni, Vanity Fair, Stern, Grazia. Ma un filo non si spezza mai: Scianna continua a cercare persone vere, «real people», come le chiamano nel gergo della moda. E quando gli capita di fotografare modelle e modelli professionisti, li tratta comunque come esseri umani, non come manichini: ne osserva la stanchezza, li ritrae mentre fumano, mentre aspettano, mentre vivono. È lì che la moda smette di essere rappresentazione e torna documento.

La fotografia come memoria del mondo

C’è un tratto costante nelle immagini di Scianna: l’ombra. «A me il sole interessa perché fa ombra», dice. Nella sua fotografia la luce non è un dettaglio tecnico, ma una metafora della vita, del destino. Lo si vede in Sicilia come nei mercati messicani, nelle stazioni di Parigi o in un villaggio nubiano. La moda, osserva, può raccontare un paese più di tante analisi sociologiche.

E quando il fotografo si trova dall’altra parte del mondo, lo sguardo non cambia. In Russia, prima della caduta del Muro, Scianna ritrae modelle e città con la stessa tensione che si respira nelle strade: l’attesa di una fine, la percezione di un passaggio epocale. A Budapest, mentre gli mostrano i monumenti staliniani, gli capita perfino di fotografare le sue modelle su un camion che trasporta i resti di una statua di Stalin. La moda si fa storia, e senza volerlo racconta un pezzo di Europa.

Poi c’è l’America, o meglio Lamerica, come la chiamavano gli emigranti. Un luogo immaginato prima ancora che conosciuto, pieno di ricordi non vissuti. Scianna ci arriva prima come reporter, poi come fotografo di moda. Anche lì non cerca l’esotico: cerca la vita, le contraddizioni, le somiglianze.

Il Sud come destino

Alla fine tutto torna al Sud. Non solo quello geografico, ma quello esistenziale, fatto di memorie che non si possono cancellare. «Il Sud è questa memoria», scrive. È una parte di sé che riemerge ovunque: in Sicilia, in Andalusia, a Portopalo o a Siviglia, dove perfino una gitana con due figli può diventare protagonista di un catalogo. Per Scianna la fotografia è un modo per ricostruire questo paesaggio interiore: un insieme di ombre, riti, struggimenti e verità. Una memoria senza nostalgia.

La mostra e il dialogo con Helmut Newton

A Saluzzo il racconto continua in parallelo. Al Filatoio di Caraglio, infatti, si apre in contemporanea la mostra Helmut Newton. Intrecci. Due fotografi diversi, due modi opposti di interpretare la moda: Newton verso una teatralità sempre più onirica, Scianna verso la verità delle strade. Entrambi, però, figli di un mondo che stava cambiando: la caduta del Muro, le prime tecnologie digitali, un’idea di immagine che non sarebbe più stata la stessa.

Il programma pubblico cura incontri, dibattiti e approfondimenti: un’occasione per capire come la fotografia, la moda e la cultura visiva si specchino nella società contemporanea.

È un invito a guardare oltre l’immagine, per ritrovare la vita che l’ha generata.