Alle radici dell’assoluto. Constantin Brâncuși tra Oltenia e Roma

Una mostra ai Mercati di Traiano ripercorre le origini culturali e formali di Constantin Brâncuși, nel 150° anniversario della nascita. Un viaggio che intreccia artigianato arcaico e classicità romana per spiegare come nasce l’idea moderna di infinito.

Alle radici dell’assoluto. Constantin Brâncuși tra Oltenia e Roma

di Chiara Vassallo
Arti visive del Novecento e avanguardie storiche.

Un’occasione rara per osservare, nel cuore di Roma, come un artista partito dall’intaglio contadino sia riuscito a ridefinire per sempre il concetto stesso di forma.

Dal 20 febbraio al 19 luglio 2026 i Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali ospitano Constantin Brâncuși. Le Origini dell’Infinito, un progetto che si inserisce nel programma bilaterale dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026, promosso dall’Ambasciata di Romania in Italia con il sostegno dei Ministeri della Cultura e degli Affari Esteri dei due Paesi, sotto l’Alto Patronato dei rispettivi Presidenti .

Non è una semplice retrospettiva celebrativa per il 150° anniversario della nascita di Brâncuși (1876–1957). La mostra, curata da Erwin Kessler, direttore del Museo Nazionale d’Arte della Romania, sceglie una prospettiva precisa: tornare alle matrici culturali e simboliche che hanno reso possibile la sua rivoluzione formale .

Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali – con il coinvolgimento della Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, l’esposizione nasce da una rete di collaborazioni che unisce istituzioni romene e italiane: il Museo Nazionale d’Arte della Romania, il Museo d’Arte Nazionale di Craiova, il Museo Distrettuale Gorj “Alexandru Ștefulescu”, con il supporto organizzativo di Civita Mostre e Musei e Zètema Progetto Cultura .

Oltenia: la scultura come gesto originario

Il primo asse curatoriale guarda all’Oltenia, la regione natale di Brâncuși. Qui l’intaglio ligneo non è arte “alta”, ma pratica quotidiana: pilastri, colonne, motivi torsionati, decorazioni geometriche che portano in sé una simbologia arcaica.

Il metodo della taille directe – lavorare direttamente il blocco di legno o di pietra senza mediazioni – nasce da questa tradizione. Non più lo scultore che concepisce e delega, ma l’artista che scava, inventa, scopre la forma dentro la materia. Il gesto diventa parte dell’opera, e l’opera conserva la traccia fisica del suo farsi .

In mostra compaiono anche pilastri lignei provenienti dal Centro di Ricerca e Promozione “Constantin Brâncuși” di Târgu Jiu e dal Museo Distrettuale Gorj, con altezze variabili tra 130 e 196 cm, esempi concreti di quella torsade lignea che diventerà, nel linguaggio dell’artista, la celebre Colonna senza fine . Qui la continuità tra tradizione contadina e astrazione modernista è evidente: il motivo modulare si fa ritmo, il ritmo si fa idea.

Roma antica: la forma come essenza

Il secondo asse si radica nella Roma antica. Durante la sua formazione, Brâncuși studia la scultura romana come modello di perfezione formale. Non si tratta di imitazione, ma di un apprendistato dello sguardo: partire dalla figura per estrarne l’essenza.

La mostra introduce questo dialogo attraverso opere meno note ma decisive. Testa di bambino (bronzo) , Frammento di torso (Coscia) in marmo, datato 1909–1910 , o la Danaide in pietra di Vratsa : lavori che giocano con l’idea del frammento archeologico, come se fossero reperti emersi da uno scavo.

Il Torso – una mezza coscia concepita come frammento di una presunta Venere antica – non è rovina, ma invenzione controllata. La frattura è scelta, non subita. La classicità diventa linguaggio da riscrivere.

Anche la monumentale Preghiera, fusa in bronzo e firmata sotto il braccio sinistro , si colloca in questa soglia: una figura ancora leggibile, ma già protesa verso l’astrazione, ponte tra realismo simbolico e sintesi formale .

Dal mito alla forma pura

Dopo aver delineato le due radici – arcaica romena e classica romana – il percorso segue l’evoluzione verso la sintesi modernista. Qui la semplificazione non è impoverimento, ma concentrazione.

Prometeo (Testa di bambino) , con la sua levigatezza quasi astratta, e soprattutto Signorina Pogany (bronzo, esemplare del 1950 dalla versione del 1912) , mostrano come la figura si trasformi in archetipo: occhi chiusi, volto ovale, superficie lucida che cattura e riflette lo spazio.

La Sedia in pietra , legata idealmente al complesso monumentale di Târgu-Jiu e alla serie della Tavola del Silenzio, segna un ulteriore passaggio: l’oggetto diventa forma pura, quasi geometrica. Non è più rappresentazione, ma dispositivo spaziale.

In questo processo, il mito resta una cornice concettuale: Brâncuși non abbandona il simbolo, lo condensa. Le sue opere sembrano provenire da un tempo remoto e, insieme, da un futuro ancora da nominare .

L’infinito come progetto moderno

Il titolo della mostra non è un omaggio poetico, ma una dichiarazione teorica. “Le origini dell’infinito” indicano un’idea precisa: l’infinito non come misura illimitata, ma come continuità visiva e spirituale tra forma, spazio e tempo.

La Colonna senza fine – evocata attraverso i pilastri lignei dell’Oltenia – cresce verso l’alto per suggerire una ripetizione potenzialmente illimitata. La modernità di Brâncuși sta qui: nell’aver compreso che la riduzione all’essenziale non chiude la forma, la apre.

Allestire questa riflessione nei Mercati di Traiano significa collocare la scultura modernista dentro un luogo che è esso stesso stratificazione di epoche. Tra le arcate romane e i mattoni imperiali, l’idea di frammento, di permanenza, di durata acquista un’eco particolare.

Brâncuși, che a Parigi dialogò con le avanguardie e trasmise il metodo della taille directe anche ad Amedeo Modigliani , appare così non solo come innovatore, ma come mediatore tra mondi: il villaggio e la capitale, il legno intagliato e il marmo classico, il mito arcaico e l’astrazione del Novecento.


Note essenziali per la visita

Constantin Brâncuși. Le Origini dell’Infinito
Roma, Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali
20 febbraio – 19 luglio 2026

Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, nell’ambito dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026 .
Collaborazioni principali: Museo Nazionale d’Arte della Romania, Museo d’Arte Nazionale di Craiova, Museo Distrettuale Gorj “Alexandru Ștefulescu” .


Ufficio stampa Civita Mostre e Musei
Ombretta Roverselli | ombretta.roverselli@civita.art

Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura
Lorenzo Vincenti | l.vincenti@zetema.it
Anna Maria Baiamonte | a.baiamonte@zetema.it
Redazione Experiences

Dalla rigenerazione urbana alle prospettive per arte, sociale e turismo

La fine delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina segna l’inizio di una sfida altrettanto ambiziosa: trasformare l’ingente sforzo infrastrutturale, stimato in circa 450 milioni di euro destinati a nuovi poli culturali e spazi permanenti, in un’eredità duratura per i territori interessati. Dalla rigenerazione urbana alle prospettive per arte, sociale e turismo, il dibattito su stampa italiana registra consensi, dubbi e scenari concreti per la cultura post-Giochi.

Oltre Milano-Cortina 2026
Il traguardo e i nuovi poli del territorio

Andrea Valenti
Commentatore di Experiences (Cultura e società / Analisi critica)

La parola chiave del dopo-Giochi: legacy
Con la conclusione delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, il focus dell’opinione pubblica e della stampa italiana si è spostato rapidamente dall’evento sportivo alle questioni legate alla legacy — ovvero all’insieme di risultati tangibili e intangibili che l’Italia e i territori ospitanti si preparano ad accogliere. Il fenomeno non è solo economico o urbanistico, ma investe la dimensione culturale, sociale e simbolica di città come Milano, come emerge dal dibattito sui principali quotidiani nazionali e analisi economiche pubblicate nella settimana del 17-24 febbraio.

Una trasformazione infrastrutturale con molteplici funzioni
Al centro delle discussioni c’è la riqualificazione di impianti e aree urbane che, oltre a servire l’organizzazione delle gare, sono pensati per funzioni durature. Il Villaggio Olimpico di Milano, realizzato nell’area di Scalo Romana, è paradigmatico: concepito per ospitare gli atleti, sarà convertito in studentato universitario e housing sociale, integrando spazi pubblici, verde e servizi per la comunità locale.

In modo simile, l’Arena di Milano-Santa Giulia (PalaItalia) è destinata a diventare un centro di eventi, spettacoli e manifestazioni culturali, oltre a ospitare attività sportive di alto livello. Queste opere riflettono l’idea che le Olimpiadi possano accelerare processi già in atto, trasformando infrastrutture inutilizzate o sottoutilizzate in luoghi di produzione culturale e sociale.

Il peso degli investimenti e il coinvolgimento pubblico-privato
Secondo dati di stampa economica, il valore complessivo delle opere legate ai Giochi supera i 5 miliardi di euro, con una parte significativa destinata a interventi di riqualificazione urbana, trasporti e servizi, oltre agli impianti sportivi. Circa 450 milioni sono stati stanziati specificamente per nuovi poli culturali e spazi aperti al pubblico che dovrebbero fungere da catalizzatori di attività artistiche, educative e sociali.

Questa grande mobilitazione di risorse non nasce da un’unica fonte: il ruolo del settore privato, con sponsor e partner industriali, si intreccia a quello pubblico. Tra questi, gruppi finanziari e istituzioni culturali hanno promosso iniziative che vanno oltre il puro intervento materiale, comprendendo programmi educativi e progetti espositivi che collegano passato e futuro — un esempio emblematico è il programma culturale delle Gallerie d’Italia, che ha visto l’allestimento di mostre e archivi olimpici come forma di narrazione storica e identitaria.

Cultura come infrastruttura immateriale
Un tema ricorrente nelle analisi italiane è la distinzione tra “infrastrutture materiali” e quelle “immateriali” — ossia competenze, reti di collaborazione, esperienza organizzativa e capitale umano generato dal grande evento. Questi aspetti sono considerati parte integrante della legacy: la capacità di attrarre turismo culturale, la visibilità mediatica internazionale e il rafforzamento di istituzioni creative e educative sul territorio.

Opinioni critiche e questioni aperte
Nonostante il sostegno prevalentemente favorevole alla visione strategica dei Giochi, la stampa italiana non manca di riportare voci critiche. Alcuni commentatori evidenziano rischi legati alla sostenibilità delle spese e alla gestione delle opere, evocando casi del passato come quello dei Giochi di Torino 2006, dove alcune infrastrutture post-evento sono state sottoutilizzate o abbandonate.

Altri analisti sollevano dubbi sull’effettiva fruibilità delle opere da parte delle comunità locali, in particolare nei settori culturali: infrastrutture imponenti come grandi arene o centri polifunzionali sono utili solo se accompagnate da programmi di gestione, accessibilità e inclusione sociale. Senza questo sforzo, si teme che possano restare spazi di élite più che beni comuni.

Un’eredità da governare oltre il 2026
Il dibattito culturale italiano sottolinea un punto cruciale: la legacy non si conclude con lo spegnimento del braciere olimpico, ma inizia da quel momento. Per realizzare pienamente il potenziale culturale delle opere e dei progetti avviati, è necessario che governance, comunità locali e operatori culturali lavorino in sinergia, trasformando gli spazi in luoghi di produzione culturale diffusa e non solo in grandi contenitori.

In questa prospettiva, Milano e i territori alpini e veneti coinvolti non guardano solo alla prossima stagione turistica: puntano a coltivare identità culturali più forti, a consolidare la presenza internazionale delle proprie istituzioni creative e a offrire piattaforme per la sperimentazione artistica e sociale.


Note essenziali:

Il dibattito italiano include sia valutazioni positive — sulla visibilità internazionale e lo sviluppo territoriale — sia critiche riguardanti sostenibilità e fruibilità sociale delle opere.

Il progetto di legacy comprende investimenti pubblici e privati per la trasformazione di infrastrutture sportive e urbane in spazi culturali e di comunità.

Il Villaggio Olimpico di Milano sarà convertito in housing universitario e spazi pubblici, integrandosi nella rigenerazione urbana di Scalo Romana.


Redazione Experiences

In cantiere un restauro conservativo che guarda alla storia futura

Da maggio a settembre 2026 uno dei luoghi più famosi al mondo sarà oggetto di un intervento di conservazione e valorizzazione senza precedenti: piloni, superfici e materiali tornano al centro di un cantiere che guarda alla storia e alla durata del ponte nell’era moderna.

Ponte Vecchio:
il restauro di un simbolo di Firenze

di Elena Serra
Arte, cultura e patrimonio

Firenze – Il ponte più fotografato d’Italia, simbolo eterno di Firenze e icona universale della storia della città sull’Arno, sta per affrontare una fase cruciale della sua storia millenaria. Per la prima volta nel suo lungo arco di vita – che risale con le strutture attuali al 1345 – Ponte Vecchio sarà al centro di un restauro conservativo sistematico che prenderà il via tra maggio e giugno e si concluderà entro la fine dell’estate 2026, dopo circa quattro-cinque mesi di lavori mirati alla pulizia, consolidamento e preservazione delle sue componenti materiali.

Una storia antica sotto i piedi di tutti
Attraversando Ponte Vecchio si cammina su strati di storia: sotto le arcate che si allungano sull’Arno si concentrano quasi sette secoli di vita urbana, mercati, botteghe di orafi e gioiellieri e soprattutto memoria collettiva. Costruito nel Trecento e sopravvissuto a piene, guerre e tragedie – tra cui il famoso alluvione del 1966 – è rimasto saldo nella sua funzione di ponte urbano e simbolico, unico a non essere fatto saltare dalle truppe tedesche durante la Seconda guerra mondiale.

Eppure, come molte opere antiche esposte agli agenti atmosferici e al continuo flusso dell’acqua e dei passanti, soffre degli inevitabili effetti del tempo. Crepe, distacchi di malta, accumuli di sporco, licheni e microrganismi si sono depositati su pietre, piloni e superfici lignee. Per questo la città ha deciso di avviare un intervento che non è una semplice manutenzione, ma una vera e propria operazione conservativa, la prima di tale portata nella storia recente del ponte.

Tecniche tradizionali e soluzioni innovative
Il progetto, frutto della collaborazione tra amministrazione comunale, esperti di restauro e imprese specializzate, prevede un complesso lavoro articolato su più fronti. I tecnici interverranno sulla pulitura delle superfici lapidee, rimuovendo depositi incoerenti, polveri e residui biologici, sostituendo malte degradate con materiali compatibili con l’originale e consolidando le giunzioni tra i blocchi di pietra. Grande attenzione sarà dedicata anche alla gestione logistica del cantiere. Poiché molti interventi riguardano le pile e i piloni sommersi o parzialmente immersi nell’Arno, si utilizzeranno pontoni e piattaforme galleggianti per consentire ai restauratori di operare con precisione direttamente dalle acque, evitando impalcature invasive dal ponte stesso.

L’intervento sulla struttura comprenderebbe la pulizia profonda delle pietre serena, il ripristino delle stuccature, la reintegrazione delle parti deteriorate e la protezione delle superfici con materiali rispettosi del patrimonio. Secondo quanto riportato da fonti locali, la prima fase potrebbe concentrarsi sui piloni, i veri “piedi” del ponte, che sostengono la tradizionale passeggiata fiorentina.

Un monumento vivo, non un museo
Contrariamente ad altri cantieri monumentali dove l’accesso al pubblico viene limitato o sospeso, le autorità cittadine hanno assicurato che Ponte Vecchio resterà percorribile durante i lavori. L’obiettivo è preservare non solo la solidità materiale, ma anche la funzione sociale e urbana di una delle vie più frequentate della città: un luogo dove il turismo si intreccia con la quotidianità di residenti e botteghe storiche.

La scelta di non interrompere la fruizione pubblica sottolinea un principio culturale condiviso: il patrimonio va tutelato nel suo contesto di vita, non relegato a un’area museale statica. Il restauro conservativo di Ponte Vecchio non è soltanto un intervento tecnico, ma un atto di cura che riconosce la vitalità di un monumento che continua a vivere nella quotidianità della città.

Patrimonio, immagine e responsabilità pubblica
L’operazione assume anche un valore simbolico nella gestione moderna del patrimonio culturale italiano. Firenze, capoluogo della Toscana e città Patrimonio dell’Umanità secondo l’UNESCO, custodisce uno dei tesori più straordinari dell’arte e dell’architettura rinascimentale e medievale. Ogni intervento su un elemento così iconico deve conciliare precisione scientifica, sensibilità storica e rispetto delle tecniche costruttive originarie.

Il cantiere di Ponte Vecchio entra così in un filone più ampio di conservazione delle infrastrutture storiche della città, insieme alla pulizia di facciate, consolidamento di edifici storici e manutenzioni preventive che, negli ultimi anni, sono state oggetto di piani comunali dedicati.

Un “tagliando” d’autore per un capolavoro collettivo
L’intervento di primavera-estate 2026 rappresenta una tappa significativa nell’epopea di Ponte Vecchio, un ponte che non è solo un collegamento fisico tra due rive, ma un ponte di tempo e civiltà. Pulire la pietra, rinforzare i piloni, ripristinare le parti ammalorate significa anche restituire leggibilità alle superfici che raccontano storie secolari.

L’immagine della città riflessa nell’Arno, con i suoi colori caldi e le botteghe storiche che si affacciano sulle arcate, è un patrimonio immateriale tanto quanto quello strutturale che si sta proteggendo. Questo restauro non è un atto isolato, ma un promemoria: il passato vive nel presente, e la cura dei suoi segni è la nostra responsabilità culturale.


Note essenziali

– L’intervento conservativo di Ponte Vecchio è programmato da maggio/giugno a fine estate 2026, con lavori focalizzati su pulitura, consolidamento e restauro delle pietre e dei piloni.
– La logistica del cantiere comprenderà l’utilizzo di pontoni sul fiume per operare direttamente sulle strutture sommerse o in quota.
– Ponte Vecchio, costruito nella forma attuale nel 1345 e unico ponte di Firenze risparmiato dalle distruzioni della Seconda guerra mondiale, rimarrà aperto al pubblico durante i lavori.


Redazione Experiences

Tra salotti aristocratici, un ritratto intenso del compositore polacco

Dal 26 febbraio arriva nelle sale “Chopin, notturno a Parigi” di Michał Kwieciński. Un ritratto intenso e fisico del compositore polacco, tra salotti aristocratici, passioni irrisolte e la consapevolezza di una fine imminente.

Chopin,
genio musicale e volto febbrile di un’epoca

di Serena Galimberti
Cinema e arti performative

Giovane, celebrato, idolatrato. A venticinque anni Fryderyk Chopin è il nome che conta nella Parigi di Luigi Filippo. Le sue polacche, i valzer, le mazurke accompagnano le serate dei salotti più esclusivi, mentre la capitale vive una stagione febbrile, mondana e inquieta. È questo il contesto in cui si muove Chopin, notturno a Parigi, il film diretto da Michał Kwieciński, in uscita il 26 febbraio con Europictures, che sceglie di raccontare il compositore non come monumento romantico, ma come giovane uomo attraversato da un’energia bruciante e da un segreto mortale.

Il ritratto è lontano dalla cartolina agiografica. Chopin appare bello, raffinato, vanitoso, goloso di macarons e sorbetti al limone, incline a uno shopping compulsivo che lo porta ad accumulare guanti di camoscio bianco, gilet di seta e bottiglie di profumo costoso. Un dandy? Forse. Ma il film suggerisce piuttosto la figura di un artista che vuole vivere fino in fondo, senza misura, come se il tempo fosse un bene da consumare prima che si esaurisca.

Un corpo fragile, una volontà feroce

A interpretarlo è Eryk Kulm, chiamato a un lavoro che va oltre la somiglianza fisica. Per incarnare il musicista, l’attore ha affrontato un lungo training di sei mesi, tre dei quali dedicati allo studio del pianoforte sotto la supervisione di Kamil Borkowski, specialista in Chopin. Non solo: ha dovuto imparare il francese e modificare radicalmente il proprio corpo. Reduce da un ruolo da pugile, muscoloso e potente, Kulm si è sottoposto a una dieta severa per restituire la magrezza estrema del compositore, che pesava appena 45 chili.

La scelta di far eseguire all’attore stesso i brani al pianoforte aggiunge autenticità a un racconto che mette il corpo al centro. Chopin è un talento luminoso, ma anche un organismo fragile, minato dalla tisi. Gli sputi di sangue nascosti nei fazzoletti, la diagnosi medica che lascia intravedere pochi anni di vita se solo si decidesse a rallentare: sono dettagli che attraversano il film come un controcanto tragico alla brillantezza delle serate parigine.

Parigi, teatro di eccessi e fantasmi

Il film insiste sulla dimensione mondana: dai piani alti dell’aristocrazia agli ambienti più sordidi, Chopin attraversa la città con un’urgenza che sembra voler scacciare il buio. L’importante è non fermarsi, non restare soli con i propri fantasmi. In questo turbine, la capitale francese non è solo uno sfondo, ma un organismo pulsante che riflette la doppia natura del protagonista: celebrato nei salotti, prediletto dal re Luigi Filippo, e al tempo stesso inquieto, irrequieto, incapace di concedersi una pausa.

C’è una febbre che accomuna l’uomo e la città. La Parigi romantica, colta e brillante diventa il luogo in cui il genio si manifesta e si consuma. Il film non indulge nel melodramma, ma lascia emergere la tensione tra successo pubblico e fragilità privata.

Amori impossibili e solitudini

Uno dei punti di vista più interessanti del racconto cinematografico riguarda il rapporto di Chopin con le donne. Il compositore appare pronto a innamorarsi e altrettanto pronto a fuggire, a negare le passioni, persino quella con George Sand. Il congedo – «Non ti amo, non ti ho mai amata» – suona come una dichiarazione crudele, ma forse è il segno di un’incapacità più profonda.

Il film suggerisce che Chopin ami sopra ogni cosa la musica, insieme benedizione e maledizione. Essere un genio significa essere diverso, e questa diversità comporta uno scarto emotivo. La dedizione assoluta alla creazione musicale sembra impedirgli un legame umano pieno. La musica diventa l’unico luogo in cui l’intensità trova forma compiuta.

L’ombra costante della morte

Se la superficie del racconto è luminosa, sotto scorre un’ombra persistente. Chopin sa di essere malato. La tisi ha già colpito la sorella; la sua sorte appare segnata. Calarsi nell’anima di un giovane con una condanna a morte implicita è stata, per l’attore, la sfida più complessa. La consapevolezza della fine imminente genera paura, ma anche una sorta di libertà: di fronte alla morte, ogni scelta si carica di urgenza e autenticità.

È una delle chiavi del film. Non tanto la cronaca della malattia, quanto il paradosso esistenziale che essa produce: sapere di avere poco tempo può trasformarsi in una spinta a vivere senza compromessi. In questa tensione tra eros e thanatos si gioca la cifra più intensa del racconto.

Un cuore diviso tra Parigi e Varsavia

C’è infine un dettaglio simbolico che il film non trascura e che contribuisce a restituire la dimensione storica del personaggio: il corpo di Chopin è sepolto a Parigi, ma il suo cuore, per sua volontà, è tornato in patria, custodito nella chiesa della Santa Croce di Varsavia. Un’immagine potente, che parla di identità e appartenenza, di esilio e radici. L’eroe della Polonia rimane, anche nella gloria parigina, un uomo diviso.

Il genio oltre il mito

Chopin, notturno a Parigi sceglie di non santificare il protagonista. Lo mostra brillante e fragile, mondano e solitario, capace di un’energia contagiosa e insieme consapevole di una fine che si avvicina. In questa oscillazione tra genio e follia – tra disciplina musicale e eccesso di vita – il film costruisce un ritratto che parla anche al presente.

Perché la figura di Chopin, al di là del contesto ottocentesco, interroga ancora il nostro modo di intendere il talento: quanto costa essere diversi? Quanto pesa la consapevolezza del limite? E fino a che punto si può vivere come se ogni notte fosse l’ultima?


Note essenziali

– Titolo: Chopin, notturno a Parigi
– Regia: Michał Kwieciński
– Protagonista: Eryk Kulm
– Uscita nelle sale italiane: 26 febbraio 2026
– Distribuzione: Europictures
– Dato storico: il cuore di Chopin è custodito nella chiesa della Santa Croce di Varsavia, mentre il corpo è sepolto a Parigi


Redazione Experiences

La nuova parola entra nel Vocabolario Treccani e solleva interrogativi critici

Una diagnosi linguistica e culturale che va oltre il lessico: il neologismo “epistemia” entra nel Vocabolario Treccani, ma che cosa descrive davvero e perché solleva interrogativi critici sul rapporto tra intelligenza artificiale e verità.

Epistemia:
la sfida della conoscenza nell’era dell’IA

Salvatore Greco
Commentatore Experiences
Linguistica


Nel cuore della più recente espansione del lessico italiano – ufficializzata dall’ingresso nel Vocabolario Treccani del neologismo epistemia – si annida una questione cruciale per la cultura contemporanea: stiamo cambiando il modo in cui pensiamo alla conoscenza? E se sì, cosa significa affidarsi a strumenti linguistici sempre più sofisticati senza una piena consapevolezza dei loro limiti?

Un nome per una nuova condizione
Epistemia è stata accolta recentemente nel vocabolario come sostantivo femminile con una definizione che coglie un fenomeno emergente nell’uso – e nell’incauto affidamento – dei grandi modelli linguistici (Large Language Models, LLM) come ChatGPT, Gemini o LLaMA: «la confortevole illusione di conoscenza prodotta dall’interazione con l’IA generativa… dove la plausibilità simulativa del discorso fluente e la coerenza narrativa sostituiscono l’efficienza cognitiva e l’affidabilità dei dati».

Non si tratta di un semplice neologismo tecnico: il termine nasce da un lavoro di ricerca internazionale pubblicato nel 2025 su PNAS da un gruppo di studiosi italiani – tra cui Walter Quattrociocchi, Edoardo Loru, Jacopo Nudo e Niccolò Di Marco – che hanno analizzato come i moderni LLM “operazionalizzano” concetti di giudizio e affidabilità rispetto alle valutazioni umane.

L’ingresso di epistemia nella Treccani non solo testimonia la diffusione di un termine che descrive uno specifico fenomeno culturale e cognitivo; indica anche che la lingua si sta adeguando per dare voce a una trasformazione profonda del rapporto tra produzione del sapere e strumenti tecnologici.

Illusione vs. conoscenza: una differenza sostanziale
Il cuore dell’epistemia è la distinzione tra apparenza e realtà: i moderni modelli di linguaggio non generano “conoscenza” nel senso tradizionale del termine, bensì costruiscono risposte statisticamente plausibili, strutturate in forme linguistiche coerenti e persuasive.

Questa dinamica richiama concetti antichi ma sempre attuali. La parola epistème nella filosofia greca indicava una forma di sapere fondato su basi certe e verificabili, distinto dalla mera opinione (dòxa) o da convinzioni superficiali. In contrapposizione, l’epistemia non deriva da un organon di verifica: è una condizione in cui la plausibilità linguistica – la capacità di messaggio di suonare corretto – può sostituire il processo critico di accertamento dei fatti.

È qui che risiede il paradosso culturale: se l’output di un modello di IA appare razionale, coerente e ben argomentato, molti utenti possono cadere nell’equivoco di attribuirgli autorevolezza o fondatezza, quando in realtà si tratta di una simulazione della forma del sapere, non della sua sostanza.

Non solo disinformazione o sovraccarico
Il fenomeno descritto da epistemia non coincide semplicemente con disinformazione (la diffusione deliberata di falsità) né con l’infodemia (il sovraccarico di informazioni che rende difficile orientarsi). Ciò che emerge è qualcosa di più sottile e potenzialmente più insidioso: una condizione in cui la forma linguistica – ovvero la capacità di produzione del discorso — può soppiantare la verifica critico-ragionativa dei contenuti.

In questa prospettiva, l’epistemia non solo mette alla prova la nostra fiducia nelle tecnologie: essa smaschera un punto debole antropologico prima ancora che tecnologico. Abituati a delegare giudizi e sintesi informative a strumenti che promettono efficienza narrativa, rischiamo di perdere di vista la distinzione tra ciò che è plausibile e ciò che è verificato.

La lingua come specchio culturale
Il fatto che epistemia abbia trovato posto nel Vocabolario Treccani riflette un processo di terminologizzazione: un termine – in questo caso di matrice tecnica e specialistica – viene riconosciuto come rappresentativo di un fenomeno socialmente rilevante e linguisticamente distinguibile.

Ma come avverte parte della comunità accademica e culturale, il valore di questa non è meramente nominale. Dare un nome a una dinamica significa anche facilitarne la comprensione e la critica: permette di identificare, discutere e disinnescare un processo di delega che mette in crisi le pratiche di discernimento e di formazione della conoscenza nella società contemporanea.

Verso un’alfabetizzazione epistemica
Se l’epistemia descrive la deriva verso l’illusione di sapere, la risposta culturale non può essere tecnologica da sola. Serve un rafforzamento delle competenze di chi usa questi strumenti: una alfabetizzazione epistemica che renda gli utenti consapevoli dei meccanismi di generazione linguistica e delle differenze tra plausibilità e verità verificata.

Nel dibattito pubblico e nelle pratiche educative, questo significa spostare l’attenzione dall’IA in quanto strumento performativo alla responsabilità individuale e collettiva nella costruzione e nella verifica del sapere.

Conclusione: una parola per un’epoca
Epistemia non è una moda lessicale: è una lente critica attraverso cui guardare la trasformazione culturale che accompagna l’adozione su larga scala di sistemi di IA generativa. Il fenomeno che descrive non si limita a tecnicismi o a slogan tecnologici, ma richiama questioni antiche sulla natura del sapere, della verità e della fiducia. La lingua italiana, aggiornando il suo vocabolario, prende atto di questa trasformazione – ora spetta alla cultura, alle istituzioni e agli individui dotarsi degli strumenti critici per interpretarla.


Note essenziali

La distinzione tra plausibilità linguistica e verifica epistemica richiama differenze storiche tra l’episteme filosofica e le modalità moderne di produzione del linguaggio generato dall’IA.

Il termine epistemia è stato registrato nel Vocabolario Treccani con una definizione collegata alla produzione linguistica dei LLM e alla plausibilità superficiale del discorso.

L’origine concettuale è associata a uno studio pubblicato su PNAS nel 2025 da un gruppo di ricercatori italiani su come i modelli generativi operano giudizi di affidabilità.


Redazione Experiences

Un viaggio nella metamorfosi artistica di un autore musicale

Al Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma arriva una grande retrospettiva dedicata a Franco Battiato, dall’esordio sperimentale alle forme più intime dell’ultimo decennio. Una mostra che racconta l’evoluzione di un autore tra musica, filosofia e immagini.

Franco Battiato,
«Un’altra vita» in mostra al MAXXI

di Marco Bellini
Musica e arti visive

Roma – Il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, apre le porte a un percorso espositivo ambizioso dedicato a uno dei protagonisti più originali della cultura italiana del secondo Novecento e degli anni Duemila: Franco Battiato (1945-2021). In programma fino alla primavera, Franco Battiato. Un’altra vita propone un dialogo serrato tra musica, videoarte, testi e opere multimediali, per indagare le torsioni creative che hanno accompagnato la carriera di un artista definito instancabile sperimentatore. La mostra, nell’articolazione curata da Cesare Pietroiusti e con la direzione scientifica di Ilaria Gianni, non è una semplice esposizione antologica: è un tentativo di restituire l’intimità delle scelte artistiche di un autore che ha attraversato generi e linguaggi con incredibile libertà.

Figlio dei fermenti culturali degli anni Sessanta, Battiato aveva costruito una traiettoria che passa dal rock progressivo alle avanguardie elettroniche, dalla canzone d’autore alla riflessione filosofica e spirituale. Il titolo stesso della mostra, Un’altra vita, suggerisce una prospettiva duplice: da una parte, il riferimento alla celebre raccolta del 1992; dall’altra, l’idea che la sua opera — poliedrica, inquieta, sempre proiettata oltre i confini — sia la narrazione di una continua metamorfosi.

Un percorso espositivo sensoriale e concettuale

Disposta negli ampi spazi del MAXXI, la mostra si sviluppa in sezioni che seguono un itinerario cronologico e tematico. Le diverse aree espositive richiamano le tappe principali della produzione di Battiato: dagli esordi psichedelici con i primi dischi sperimentali agli anni Ottanta in cui la fusione tra musica pop, elettronica e testi poetici lo proiettano al grande pubblico; dalle collaborazioni con artisti visivi e performer alle composizioni tardive, più riflessive e meditative.

La narrazione espositiva impiega materiali originali: strumenti musicali, spartiti, video-installazioni, fotografie e documenti, ma anche registrazioni inedite e contributi audio che immergono il visitatore nelle scelte sonore di Battiato. In alcune sale, le pareti diventano superfici di proiezione per installazioni audiovisive che intrecciano immagini e musica, dando forma a un’esperienza che è insieme visiva e uditiva. L’effetto è quello di un dialogo tra tempo e memoria, tra idee e paesaggi sonori.

Tra musica, filosofia e spiritualità

La mostra mette in luce non solo la capacità musicale di Battiato, ma anche il suo interesse per il pensiero filosofico e le tradizioni esoteriche. Dalla fascinazione per il sufismo alle influenze della filosofia orientale, questi elementi – spesso intrecciati nei testi delle sue canzoni – si ritrovano anche nella curatela e nelle scelte di allestimento. Non si tratta di una mera celebrazione, ma di un’approfondita lettura delle connessioni tra linguaggi, forme e suggestioni intellettuali.

In particolare, la sezione dedicata agli ultimi anni di produzione mostra un Battiato concentrato sull’essenziale: musica rarefatta, parole che rimandano a sensazioni interiori, un rapporto più meditato con la forma canzone. Qui emergono i tratti di un artista che non si è mai sottratto alla riflessione sul senso dell’esistenza e sulla trasformazione personale — e che ha saputo tradurre questi interrogativi in linguaggi artistici sempre nuovi.

Un progetto culturale condiviso

L’iniziativa è stata realizzata in collaborazione con il Ministero della Cultura, che ha definito la mostra parte di un ciclo di progetti dedicati alla valorizzazione del patrimonio creativo italiano. Nel comunicato ufficiale del dicastero si sottolinea che Un’altra vita vuole essere non solo un tributo a un autore amato e influente, ma anche uno stimolo per il pubblico a riscoprire connessioni tra discipline artistiche diverse, tra musica e arti visive.

L’amministrazione del MAXXI ha espresso la volontà di trasformare la mostra in un evento capace di attrarre visitatori non solo per la fama dell’artista, ma per la profondità delle sue opere e delle riflessioni che ne scaturiscono. In questo senso, l’allestimento è pensato per favorire la scoperta, l’ascolto e la riflessione, non solo la mera contemplazione.

La riscrittura del pop e oltre

Franco Battiato fu tra i primi in Italia a trattare il pop come un terreno di sperimentazione autentica, contaminandolo con linguaggi elettronici, minimalisti, avant-garde e testi ispirati a correnti filosofiche complesse. Brani come La cura, Centro di gravità permanente o Prospettiva Nevskij non sono semplici canzoni: sono mappe di senso che rinviano a modi di pensare e sentire spesso trascurati dalla cultura di massa. La mostra al MAXXI, con un approccio ricco di materiali e spunti critici, rende visibile questa complessità.

La sua eredità, infatti, non risiede solo nei risultati commerciali, ma nella capacità di costruire ponti tra mondi apparentemente lontani: pop e musica d’avanguardia, suono e silenzio, visione e intuizione. La mostra invita i visitatori a percorrere queste linee di forza, proponendo un dialogo aperto tra passato e contemporaneità.

Un’esperienza per più pubblici

Franco Battiato. Un’altra vita non è rivolta esclusivamente agli appassionati del cantautore siciliano, ma a un pubblico ampio di amanti della musica, delle arti visive e della cultura musicale in generale. Le diverse sezioni, costruite con una narrazione fluida e accessibile, consentono a chiunque di avvicinarsi alla complessità dell’opera di Battiato, facendo emergere aspetti meno noti accanto ai momenti più celebri della sua carriera.

Il visitatore, seguendo il percorso, potrà cogliere come ogni fase creativa di Battiato sia in dialogo con le altre, come ogni linguaggio espressivo — che sia sonoro, visivo o filosofico — sia parte integrante di una visione artistica coerente, pur nella sua sorprendente varietà.

Un invito all’ascolto e alla riflessione

L’allestimento presenta anche spazi dedicati all’ascolto, dove il pubblico può fermarsi e confrontarsi con brani emblematici in un ambiente progettato per favorire la contemplazione sonora. Questa scelta espositiva sottolinea che Un’altra vita non è solo una mostra da vedere, ma una esperienza da vivere con i sensi e con la mente.

In un’epoca in cui la cultura musicale è spesso frammentata e digitale, l’iniziativa del MAXXI offre una prospettiva che recupera la profondità dell’ascolto e la densità delle immagini, restituendo a Franco Battiato il ruolo di autore capace di anticipare e reinventare traiettorie estetiche e concettuali.


Note essenziali

– Mostra: Franco Battiato. Un’altra vita, fino alla primavera 2026 al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma
– Ideazione e cura: MAXXI, con la direzione scientifica di Ilaria Gianni e la curatela di Cesare Pietroiusti.
– Iniziativa realizzata in collaborazione con il Ministero della Cultura (cultura.gov.it).
– L’esposizione combina elementi sonori, visivi e multimediali per raccontare la poliedrica produzione artistica di Battiato.


Redazione Experiences

Vita di un uomo – Giuseppe Ungaretti: dietro il mito poetico… oltre il verso

Un docu-film Rai riporta al centro la figura di Giuseppe Ungaretti, attraversando biografia, guerra, esilio e tragedie familiari. Un racconto che restituisce l’uomo dietro il mito poetico e riapre il dialogo con le nuove generazioni.

Giuseppe Ungaretti
Un docu-film Rai ricorda la figura del poeta

di Davide Rinaldi
ExperiencesLetteratura italiana del Novecento e cultura contemporanea.

Fra le notizie culturali della settimana (17–24 febbraio 2026) una figura domina il dibattito televisivo e scolastico: Giuseppe Ungaretti. A rilanciarne l’attualità è il nuovo docu-film prodotto da Rai Cultura, Vita di un uomo – Giuseppe Ungaretti, che sceglie fin dal titolo di alludere alla celebre raccolta mondadoriana, trasformando un canone editoriale in un percorso visivo e narrativo.

L’operazione non si limita a ripercorrere la cronologia di un grande poeta del Novecento. L’intento dichiarato è più ambizioso: restituire l’uomo oltre la poesia, mettere in scena le contraddizioni, le fragilità, le scelte politiche e i drammi privati che hanno segnato l’esistenza di uno dei padri dell’ermetismo.

Dall’Egitto alle trincee: la formazione di una voce

Il docu-film segue l’itinerario biografico con ritmo serrato ma senza indulgere in semplificazioni. Alessandria d’Egitto, dove Ungaretti nasce nel 1888 in una comunità di emigrati italiani; Parigi, laboratorio intellettuale in cui entra in contatto con le avanguardie; la Grande Guerra, esperienza decisiva che imprime una svolta radicale alla sua scrittura.

È nelle trincee del Carso che prende forma quella parola scarnificata, essenziale, capace di concentrare in pochi versi una vertigine esistenziale. Il film insiste su questo passaggio cruciale: non un esercizio di stile, ma una necessità morale. La poesia come risposta alla disgregazione del mondo. “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie” non è soltanto un frammento celebre, ma la sintesi di una condizione storica e umana.

L’ermetismo e la centralità della parola

Uno dei meriti del lavoro Rai è quello di contestualizzare l’ermetismo senza irrigidirlo in formula scolastica. Ungaretti non è presentato come caposcuola di un movimento chiuso, ma come un autore in perenne trasformazione. Dalla stagione dell’Allegria alle raccolte successive, fino alla maturità di Sentimento del tempo, emerge un poeta che dialoga con la tradizione, riscopre il barocco, si confronta con la dimensione religiosa.

Il racconto intreccia letture, materiali d’archivio e interventi critici, evitando la celebrazione retorica. Ne esce l’immagine di un intellettuale che ha attraversato le grandi tensioni del Novecento, senza mai smettere di interrogare la lingua.

Tra pubblico e privato: il dolore come spartiacque

Il titolo scelto – Vita di un uomo – suggerisce una prospettiva che va oltre l’opera. Il docu-film insiste sulle fratture personali: la morte del figlio Antonietto in Brasile, esperienza devastante che segna in profondità la scrittura; l’esilio e il ritorno; il rapporto complesso con il regime fascista, tema affrontato con misura ma senza omissioni.

Non si tratta di un processo né di un’assoluzione, ma di una ricostruzione che colloca le scelte di Ungaretti dentro il clima culturale e politico del tempo. Il poeta appare così nella sua interezza: fragile, talvolta controverso, certamente non riducibile a icona scolastica.

La regia e la parola incarnata

Elemento centrale del progetto è la dimensione performativa. La regia affida un ruolo decisivo alla voce e al corpo dell’interprete, che restituisce il ritmo spezzato e insieme musicale dei versi. La poesia torna a essere ascolto, non solo testo stampato. È una scelta che funziona soprattutto nel dialogo con il pubblico televisivo: riporta Ungaretti fuori dall’antologia e lo riconsegna alla scena.

Il film alterna immagini d’epoca, fotografie, documenti e riprese contemporanee nei luoghi chiave della biografia: l’Egitto, Parigi, il Carso, Roma. Non è un semplice montaggio illustrativo, ma un tentativo di far dialogare passato e presente, suggerendo che la domanda di senso che attraversa i suoi versi non ha perso urgenza.

Ungaretti nelle scuole: un autore da rileggere

Non è un caso che il docu-film abbia trovato eco anche nel mondo scolastico. In molte classi si è tornati a leggere Ungaretti a partire dalla sua biografia, non come esercizio di analisi metrica ma come esperienza di attraversamento del Novecento. La guerra, l’emigrazione, il lutto, la fede: temi che parlano ancora agli studenti, soprattutto se liberati dalla patina manualistica.

La Rai intercetta così una domanda culturale precisa: riportare al centro figure fondative della letteratura italiana, senza trasformarle in reliquie. In questo senso l’operazione si inserisce in una più ampia strategia di valorizzazione del patrimonio letterario nazionale, dialogando anche con il lavoro editoriale che negli anni ha consolidato l’immagine di Ungaretti attraverso edizioni di riferimento e apparati critici aggiornati.

Un poeta europeo

Il film ricorda inoltre la dimensione internazionale di Ungaretti. Non soltanto per la nascita in Egitto e il soggiorno parigino, ma per la sua capacità di confrontarsi con le avanguardie europee e con una concezione moderna della poesia. In un’epoca in cui la cultura italiana rischia talvolta di ripiegarsi su se stessa, la figura di Ungaretti riaffiora come esempio di apertura e contaminazione.

La sua ricerca sulla parola, ridotta all’essenziale ma carica di risonanze, dialoga con le grandi correnti del Novecento europeo. Il docu-film sottolinea questo aspetto, evitando l’isolamento nazionalistico e restituendo il poeta a una dimensione più ampia.

L’attualità di un classico

Perché oggi Ungaretti? La risposta che emerge dal film non è nostalgica. In un tempo segnato da crisi, conflitti e precarietà, la sua poesia breve e intensissima appare come un tentativo di dire l’essenziale quando tutto crolla. Non una fuga, ma un atto di resistenza.

Il docu-film suggerisce che la modernità di Ungaretti risiede proprio nella sua capacità di abitare il frammento. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’eccesso di parole, la sua scrittura invita a sottrarre, a cercare il nucleo. È una lezione che supera il perimetro letterario e tocca il modo stesso di stare nel mondo.

Oltre il monumento

L’operazione Rai evita il rischio del monumento celebrativo. Non propone un Ungaretti imbalsamato, ma un uomo attraversato dal proprio tempo. La scelta narrativa di alternare biografia, letture e contesto storico produce un effetto di prossimità: lo spettatore non assiste a una lezione, ma a un racconto.

È forse questo il risultato più interessante: riportare un autore canonico dentro una dimensione narrativa capace di coinvolgere anche chi lo ha incontrato soltanto sui banchi di scuola. La televisione pubblica, quando investe sulla qualità culturale, può ancora incidere sul dibattito.


Note essenziali

Docu-film: Vita di un uomo – Giuseppe Ungaretti
Produzione: Rai Cultura
Focus: biografia, contesto storico, letture poetiche e materiali d’archivio
Temi centrali: esperienza della Grande Guerra, evoluzione dell’ermetismo, lutto familiare, ruolo pubblico dell’intellettuale

Con questo progetto, Ungaretti torna protagonista non come reliquia del passato, ma come interlocutore del presente. Ed è forse la sfida più riuscita: trasformare un classico in una voce ancora capace di interrogarci.


Redazione Experiences

TEFAF Maastricht 2026 – Un primo sguardo alle opere

The European Fine Art Foundation (TEFAF) ha diffuso una speciale selezione di 43 opere che saranno esposte a TEFAF Maastricht 2026, prevista dal 4 al 19 marzo, con anteprima solo su invito nei giorni 12 e 13 marzo.

Questo primo sguardo sottolinea il fascino straordinario di TEFAF Maastricht, da sempre destinazione di spicco per collezionisti privati, curatori museali, professionisti del mercato dell’arte e appassionati. Pietra miliare del mondo dell’arte, TEFAF Maastricht porta in scena un’offerta di opere di qualità e pregio impareggiabili, appartenenti alle arti figurative e decorative. La Fiera celebra 7000 anni di storia dell’arte in un contesto altrettanto storico e pittoresco come la città di Maastricht.

L’ edizione di quest’ anno vedrà la partecipazione di 276 gallerie e mercanti d’arte, provenienti da 24 nazioni e tutti e 5 i continenti, per offrire un’esperienza senza eguali ai collezionisti e agli esperti.

TEFAF Maastricht 2026
Paesi Bassi, Maastricht Exhibition & Conference Centre (MECC)
14 – 19 marzo 2026

Il programma di TEFAF Maastricht

TEFAF Maastricht si correda di un programma dinamico e curato in ogni dettaglio con seminari ed eventi che mettono in contatto i visitatori con le voci più autorevoli della comunità globale dell’ arte, fungendo così da piattaforma di dialogo sui temi più attuali di arte, antichità e design, grazie alla partecipazione di specialisti, collezionisti, curatori e leader culturali.

Le Collector Talks saranno dedicate al pensiero strategico che si cela dietro al collezionismo istituzionale, offrendo un punto di vista esclusivo sul modo in cui musei e fondazioni identificano, acquistano e assicurano opere d’ arte straordinarie. Gli argomenti trattati includeranno anche la gestione culturale, dalla cura delle collezioni e l’organizzazione delle mostre, al coinvolgimento del pubblico, fino alla creazione di collezioni per il bene comune.

TEFAF Meet the Experts sarà teatro di coinvolgenti conversazioni con i più importanti espositori, che racconteranno opere significative dal punto di vista culturale e storico.

La terza edizione del TEFAF Summit avrà luogo il 16 marzo in collaborazione con la Commissione per l’UNESCO dei Paesi Bassi. Il tema di quest’ anno, Beyond Economic Impact [Oltre l’impatto economico], esaminerà il valore sociale, culturale e sanitario delle arti, e la loro crescente rilevanza nelle politiche pubbliche.


CONTATTI STAMPA  
 
GLOBALE                                                        
Responsabile della comunicazione  
Magda Grigorian | magda.grigorian@tefaf.com
 
Coordinatrice PR
Mirthe Sportel | mirthe.sportel@tefaf.com
 
ITALIA
Roberta Barbaro | roberta@studioesseci.net

Le opere incluse in questo documento non sono ancora state sottoposte al processo di vetting di TEFAF Maastricht, che avverrà in loco. Di conseguenza, l’organizzazione declina ogni responsabilità in caso di inesattezze, rappresentazioni fuorvianti od omissioni.
Il diritto d’autore sulle opere degli artisti affiliati a un’organizzazione CISAC è stato concordato con Pictoright ad Amsterdam. © c/o Pictoright Amsterdam 2026.
 
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Ruth Orkin. L’illusione del tempo, tra cinema e fotografia

Dal 5 marzo al 19 luglio 2026 Bologna dedica la più ampia retrospettiva italiana a Ruth Orkin. Un percorso di 187 immagini racconta la visione di una fotografa che trasformò l’immagine fissa in racconto in movimento.

Ruth Orkin. L’illusione del tempo, tra cinema e fotografia

di Serena Galimberti
Experiences – Fotografia e linguaggi dell’immagine

Dal 5 marzo al 19 luglio 2026, le sale di Palazzo Pallavicini ospitano Ruth Orkin. The Illusion of Time, la più vasta retrospettiva mai organizzata in Italia dedicata alla fotografa e regista statunitense Ruth Orkin. La mostra, curata da Anne Morin, riunisce 187 fotografie, due macchine fotografiche originali e una selezione di documenti che restituiscono la traiettoria di una protagonista del Novecento visivo.

Promossa da Pallavicini srl – Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci – con il coordinamento testi di Francesca Bogliolo e in collaborazione con diChroma Photography, l’iniziativa gode del patrocinio del Comune di Bologna, della FIAF e dell’AIRF. Un progetto che si inserisce nel percorso avviato negli ultimi anni da Palazzo Pallavicini per valorizzare figure femminili decisive nella storia della fotografia, dopo le personali dedicate a Vivian Maier, Tina Modotti e Lee Miller.

Il cinema come vocazione mancata

Per comprendere Ruth Orkin occorre partire dal cinema. Nata nel 1921, cresce tra i set della Hollywood degli anni Venti e Trenta. La madre, Mary Ruby, è attrice del muto: la bambina frequenta le quinte degli studios, respira l’atmosfera dei grandi teatri di posa e sogna la regia. Ma nella prima metà del Novecento la strada per una donna cineasta è quasi impraticabile.

Il destino devia, non si spezza. Una macchina fotografica Univex, acquistata per pochi centesimi, diventa lo strumento di una reinvenzione. Orkin non abbandona il cinema: lo traduce. L’immagine fissa diventa sequenza, racconto, montaggio. È in questo scarto che nasce la sua cifra.

Road Movie: attraversare l’America

Nel 1939, appena diciassettenne, Orkin attraversa in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York. Non è soltanto un viaggio: è un esercizio di sguardo. Il progetto, poi noto come Road Movie, si sviluppa come un diario visivo in ordine cronologico, costruito con didascalie manoscritte che ricordano i taccuini di produzione cinematografica della madre.

Le immagini scorrono come fotogrammi: la linearità temporale è dichiarata, la progressione narrativa evidente. La strada diventa set, l’America un grande scenario mobile. In questo primo gesto si definisce il metodo: la fotografia come racconto in movimento, come “illusione del tempo” appunto.

La strada come palcoscenico

L’influenza della settima arte riaffiora nella serie Dall’alto, dove Orkin osserva la vita quotidiana affacciata alla finestra. La strada, vista dall’alto, si trasforma in teatro spontaneo. I passanti – inconsapevoli – diventano attori; le traiettorie dei corpi generano ritmo, alternanza, pausa.

Non c’è enfasi, ma una magnetica fluidità. Il movimento è suggerito, mai dichiarato. È qui che la fotografa mostra la propria maturità: il tempo non è solo ciò che passa, ma ciò che si costruisce nella mente di chi guarda.

Ritratti: l’intimità dell’icona

La mostra bolognese dedica un’ampia sezione ai ritratti di personalità che hanno segnato il Novecento culturale. Davanti al suo obiettivo passano Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock e Orson Welles.

Non sono immagini celebrative. Orkin evita la posa monumentale; preferisce un dialogo diretto, rapido, quasi domestico. La forza sta nell’immediatezza: ambienti e persone emergono con naturalezza, come se la macchina fotografica fosse un’estensione dello sguardo.

Un percorso espositivo strutturato

L’allestimento costruisce una narrazione coerente, che segue la traiettoria biografica e stilistica dell’artista. Le 187 fotografie sono accompagnate da documenti e dalle due macchine fotografiche che ne hanno segnato il percorso, oggetti che diventano parte integrante del racconto.

Il catalogo, edito da Pallavicini srl con prefazione di Mary Engel, direttrice dell’Archivio Fotografico Ruth Orkin, offre un ulteriore strumento di approfondimento, collocando l’opera della fotografa nel contesto più ampio della cultura visiva del XX secolo.

Una riflessione sul tempo

Il titolo della mostra non è un artificio retorico. “The Illusion of Time” rimanda alla tensione costante tra immobilità e movimento. In Orkin la fotografia non congela: suggerisce ciò che è appena accaduto o sta per accadere. È un tempo sospeso, cinematografico, ma privo di colonna sonora.

In un’epoca dominata dall’immagine istantanea e dalla riproducibilità infinita, il suo lavoro invita a rallentare. A osservare la sequenza, non il singolo scatto. A cogliere il racconto nascosto tra un fotogramma e l’altro.


Note essenziali per la visita

Ruth Orkin. The Illusion of Time
Bologna, Palazzo Pallavicini (via San Felice 24)
5 marzo – 19 luglio 2026

Orari: da giovedì a domenica, 10.00–20.00 (ultimo ingresso 19.00).
Aperture straordinarie: 5 e 6 aprile (Pasqua e Pasquetta), 25 aprile, 1° maggio, 1 e 2 giugno.

Biglietti: intero €16; ridotti e agevolazioni da €14 a €12; formule famiglia, scuole e gruppi previste.
Prenotazione obbligatoria per gruppi e scuole.

Accessibilità: ingresso per persone non deambulanti tramite montascale mobile a cingoli (portata fino a 140 kg complessivi).


Informazioni:
E-mail: info@palazzopallavicini.comsegreteria@palazzopallavicini.com
da martedì a sabato dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16
 
Ufficio stampaCLP Relazioni Pubbliche
Ilenia Rubino E. ilenia.rubino@clp1968.it
T. +39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Paolo Conte. Un artista “original” nel senso più radicale

Un successo straordinario per “PAOLO CONTE. Original”, la mostra-evento dedicata a uno dei più grandi protagonisti della cultura italiana contemporanea, che ha già conquistato un pubblico di oltre 18 mila visitatori, tra curiosi e appassionati dell’artista. A grande richiesta e visti l’entusiasmo e la partecipazione crescenti, la mostra è prorogata fino al 6 aprile negli spazi di Palazzo Mazzetti di Asti, confermandosi come uno degli appuntamenti culturali più rilevanti della stagione.

Paolo Conte. Un artista “original” nel senso più radicale

di Serena Galimberti
Arte e cultura visiva

Ad Asti la più ampia mostra mai dedicata all’anima pittorica del Maestro proroga fino al 6 aprile. Un percorso che attraversa settant’anni di disegni, jazz e memoria.

C’è un Paolo Conte che viene prima delle canzoni. Prima di Azzurro, prima dei teatri esauriti dall’Olympia di Parigi al Blue Note di New York, prima ancora del pianoforte in frac. È il Paolo Conte che disegna, che sperimenta il colore, che affida a una linea rapida e febbrile la costruzione di un mondo parallelo. È a questo universo che è dedicata “Paolo Conte. Original”, la più ampia mostra mai realizzata in Italia e all’estero sull’attività figurativa del Maestro, allestita a Palazzo Mazzetti ad Asti dal 5 novembre 2025 e ora prorogata fino al 6 aprile 2026, dopo aver già superato i 18 mila visitatori .

La rassegna riunisce 143 opere su carta, realizzate nell’arco di quasi settant’anni, molte delle quali inedite, provenienti dall’archivio personale custodito dalla Fondazione Egle e Paolo Conte ETS . È un corpus che restituisce, con sorprendente coerenza, la dimensione visiva di un autore che non ha mai separato davvero musica, parola e immagine.

Il disegno come “vizio capitale”

«Il disegno è uno dei miei due vizi capitali, più antico di quello per la musica e le canzoni», ha dichiarato Conte. La mostra prende sul serio questa affermazione e la traduce in percorso. Grafite e inchiostro, tempera e tecnica mista si alternano in un itinerario che mette in luce la centralità del segno: un tratto che non descrive soltanto, ma suggerisce, allude, lascia spazio al non detto.

Tra i lavori esposti figura Higginbotham (1957), omaggio a uno dei primi grandi trombonisti jazz, dipinto quando l’artista aveva appena vent’anni . È un’opera che anticipa un’intera costellazione iconografica: strumenti musicali, figure allungate, atmosfere sospese, un’espressività che dialoga con le avanguardie del primo Novecento.

Accanto ai disegni più rapidi e caricaturali – come quelli dedicati ai Jitterbug, frequentatori delle sale da ballo americane tra anni Venti e Quaranta – emergono figure femminili sinuose, mannequins che sembrano uscire da una canzone e rientrarvi subito dopo. Il confine tra immagine e testo resta mobile, come accade nei suoi versi.

Razmataz, opera totale

Cuore della mostra è un’ampia selezione di tavole tratte da Razmataz, il progetto multimediale che Conte concepisce a partire dal 1989 e che nel 2001 trova compimento in un’opera “totale” di oltre due ore e venti minuti, con 28 composizioni musicali e circa 1800 tavole. Ambientato nella Parigi degli anni Venti, il racconto intreccia la misteriosa scomparsa della ballerina Razmataz con l’arrivo in Europa del jazz afroamericano.

In mostra compaiono ritratti emblematici – M.me Fines Herbes, Mariam, Zarah, Flirt – e figure-simbolo come La Reine Noire, evocazione della stagione della Revue Nègre e dell’irruzione di Joséphine Baker sulla scena parigina. Il jazz, in questo contesto, non è citazione nostalgica ma energia primigenia, linguaggio che scardina gerarchie e rinnova l’immaginario europeo.

Il percorso, curato da Manuela Furnari sotto la guida diretta di Paolo Conte, è costruito secondo una logica interna all’universo poetico dell’artista: rigoroso e insieme sorprendente, invita il pubblico – come da esplicito desiderio del Maestro – a “immaginare con libertà massima”.

Il colore come suono

Un capitolo centrale è dedicato alla relazione tra tonalità musicale e colore. Conte ha più volte parlato di un proprio “immaginario cromatico”: a ogni tonalità corrisponde una tinta precisa. Questa sinestesia attraversa le opere degli anni Settanta – Squirrel, Uomo-Circo, Meridiana girata al contrario, Aquilone foulard – dove il gioco dei contrasti costruisce scene insieme ironiche e malinconiche.

Il colore si fa accordo, armonia visiva analoga a quella musicale. E non è un caso che nei pastelli su cartoncino nero realizzati dal 2013 in poi – ventinove opere in mostra – l’artista parli di “esercizio di stile”, evocando Queneau e, indirettamente, Kandinskij. Linee e piani danzano sul fondo scuro in omaggio alla musica classica, al jazz, alla letteratura, dal Mozart della Marcia alla turca a Baudelaire, fino a Picasso.

Asti e il ritorno a casa

Per Asti la mostra ha il valore di un ritorno. Paolo Conte, nato qui nel 1937, dopo gli studi in giurisprudenza e le prime esperienze jazz, ha mantenuto un legame costante con la città. Già nel 2023 era stato invitato a esporre agli Uffizi; ora Palazzo Mazzetti ospita la più vasta ricognizione sulla sua produzione figurativa.

Il successo di pubblico – oltre 18 mila visitatori nei primi mesi – ha spinto la Fondazione Asti Musei a prorogare l’esposizione fino al 6 aprile, includendo il periodo delle vacanze pasquali. Una scelta che conferma il ruolo di Asti come polo culturale di riferimento in Piemonte al di fuori dell’area torinese.

Un progetto corale

La mostra è realizzata dalla Fondazione Asti Musei, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, dalla Regione Piemonte e dal Comune di Asti, in collaborazione con Arthemisia, Fondazione Egle e Paolo Conte e REA Edizioni Musicali, con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali e di Fondazione CRT; sponsor è la Banca di Asti, media partner La Stampa.

Ad accompagnare l’esposizione è il catalogo edito da Moebius (144 pagine, formato cartonato), pensato come ritratto affettuoso e insieme critico dell’artista.

Un maestro “tout court”

“Original” non è soltanto un titolo. È una dichiarazione di poetica. Paolo Conte, artista fuori dalle mode, ha costruito un paesaggio sonoro e visivo abitato da pugili, pianisti, ballerine, lune ironiche e malinconiche. La pittura non è appendice della musica, ma sua gemella segreta.

La mostra di Asti rende visibile questa doppia anima. E ricorda che, prima di ogni successo internazionale, c’è stato un ragazzo con un foglio bianco – o nero – davanti, deciso a far danzare una linea.


Note essenziali
Paolo Conte. Original
Palazzo Mazzetti, Corso Vittorio Alfieri 357, Asti
5 novembre 2025 – 6 aprile 2026 (proroga)
Orari: lunedì–domenica 10.00–19.00 (ultimo ingresso un’ora prima)
Biglietto mostra incluso nello smarticket di Palazzo Mazzetti (€ 5)
Info: www.museidiasti.com
Hashtag ufficiale: #PaoloConteAsti


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