Prorogata la mostra “Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci”

Prorogata la prima mostra monografica su Bartolomeo Cesi: c’è tempo fino a Pasqua per vederla al Museo Civico Medievale di Bologna, che ha già accolto più di 12.000 visitatori.

Settore Musei Civici Bologna | Musei Civici d’Arte Antica

Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci
A cura di Vera Fortunati

22 novembre 2025 – prorogata fino al 6 aprile 2026
Museo Civico Medievale | Lapidario
Via Alessandro Manzoni 4, Bologna
www.museibologna.it/medievale

È prorogata fino a Pasqua la mostra Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci in corso al Museo Civico Medievale di Bologna.
Rimarrà aperta ancora fino al 6 aprile 2026 la prima mostra monografica dedicata a Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556 – ivi, 1629), uno dei più significativi interpreti della cultura figurativa bolognese tra Cinquecento e Seicento, l'”artista della controriforma”, dalla sensibilità religiosa austera e schietta, che più di tutti, nel composito e vivace clima culturale della città felsinea, seppe e volle realizzare gli indirizzi della nuova arte cristiana tracciata nel Discorso sulle immagini sacre e profane (1585) del cardinale Gabriele Paleotti (Bologna, 1522 – Roma, 1597).

La mostra, a cura di Vera Fortunati e organizzata nell’ambito del Giubileo 2025, è promossa dal Comune di Bologna – con i Musei Civici d’Arte Antica del Settore Musei Civici e la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio del Settore Biblioetche e Welfare culturale – e dall’Arcidiocesi di Bologna, con la partecipazione dei Musei nazionali di Bologna – Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna e la main partnership di Gruppo Hera

Il prolungamento è reso possibile grazie alla collaborazione degli enti prestatori che hanno acconsentito ad estendere il prestito delle opere e al sostegno dei numerosi soggetti pubblici e privati coinvolti, permettendo al pubblico di fruire dell’esposizione e delle attività di valorizzazione correlate oltre la data di chiusura inizialmente prevista del 22 febbraio 2026.

Accolta con ampio apprezzamento dalla stampa nazionale e da un pubblico trasversale, non solo specialistico – dal 22 novembre scorso a oggi sono più di 12.000 i visitatori e i partecipanti alle attività collaterali – l’esposizione viene estesa di sei settimane, andando così ad arricchire l’offerta culturale di Bologna a disposizione della cittadinanza e dei turisti durante le prossime festività pasquali.

La mostra
Bartolomeo Cesi fu autore principalmente di opere di soggetto religioso, destinate a restare all’interno delle mura di chiese e conventi, tanto da meritarsi l’appellativo di “pittore conventuale”. Egli operò in diretta concorrenza con i coevi Agostino, Ludovico e Annibale Carracci, dai quali seppe distinguersi per la costruzione di un vocabolario espressivo originale fatto di figure immobili e solenni, ritmate da colori squillanti e collocate in paesaggi solitari in cui prevalgono effetti di sublimato naturalismo: una pittura alternativa a quella radicalmente innovativa dei Carracci, tesa allo studio diretto del naturale e del “vivo”.
La pittura di Cesi spinge lo spettatore verso una dimensione sovrasensibile di assorta e silenziosa contemplazione, quasi ad anticipare la ricerca del bello ideale che sarà poi la cifra stilistica di Guido Reni. Non a caso, Giulio Cesare Malvasia nel 1678 annotava come le opere di Cesi diedero a Guido “la prima mossa per inventar quella sua soave e gentil maniera”.

L’esposizione si concentra sul periodo più felice della lunga carriera di questo artista colto e raffinato, negli anni in cui si impegnò in un dialogo solitario e coraggioso con le novità della produzione carraccesca, tra il 1585 e il 1597 circa.
Attraverso un percorso di visita articolato in oltre 30 opere -tra dipinti, disegni e monumentali pale d’altare – vengono affrontati i temi salienti della sua poetica e i generi pittorici con cui si affermò come protagonista di grande rilevanza nella vivace geografia artistica e culturale di Bologna nel suo tempo. 
L’evoluzione stilistica della sua identità artistica, sempre in equilibrio con un rigore compositivo e tonale aderente ai dettami dell’ideologia cattolica post-tridentina, viene approfondita in cinque sezioni tematiche: la formazione; i ritratti; i disegni; le pale d’altare; i cicli decorativi presso le Certose.
In occasione della proroga, verrà riallestita la sezione dedicata ai disegni per garantirne la corretta conservazione, sostituendoli progressivamente con riproduzioni in facsimile.

Grazie al significativo investimento sostenuto dal Comune di Bologna per la tutela e la conservazione delle opere di Bartolomeo Cesi, la mostra è stata l’occasione per finanziare interventi di restauro e manutenzione di quattro dipinti di proprietà di enti pubblici, restituiti così ad uno sguardo rinnovato: La Trinità e la Vergine adorate dai santi Bernardino da Siena e Sebastiano (IRCCS Azienda ospedaliero-universitaria di Bologna – Policlinico Sant’Orsola); Madonna con il Bambino in gloria con i santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco (chiesa di San Giacomo Maggiore, proprietà del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno); San Benedetto seduto (Città Metropolitana di Bologna) e San Francesco in preghiera (Provincia di Bologna dei Frati Minori Cappuccini). 

Il catalogo della mostra, pubblicato da Silvana Editoriale, è destinato a rimanere un imprescindibile punto di riferimento bibliografico per lo studio dell’opera di Bartolomeo Cesi: curato da Vera Fortunati, contiene un ricco repertorio di contributi scientifici e saggi relativi agli interventi di restauro eseguiti (Stefano Ottani, Daniele Benati, Vera Fortunati, Alessandro Zacchi, Angela Ghirardi, Angelo Mazza, Michele Danieli, Flavia Cristalli, Ilaria Bianchi, Mark Gregory D’Apuzzo, Mirella Cavalli, Valeria Rubbi, Antonella Mampieri, Emanuela Fiori, Caterina Pascale Guidotti Magnani, Stefania Biancani, Giovanni Giannelli e Federica Restiani, Patrizia Moro).

Un ottimo risultato in termini di partecipazione ha ottenuto anche il ricco programma di attività collaterali (conferenze, visite guidate per il pubblico adulto, attività per famiglie) realizzate nelle sedi del Museo Civico Medievale e della Pinacoteca nazionale di Bologna.
Grazie alla collaborazione del Museo civico del Risorgimento di Bologna, le quattro conferenze, che hanno coinvolto eminenti studiosi e storici dell’arte, sono e rimarranno fruibili online sul canale YouTube Storia e Memoria di Bologna al seguente link: https://www.youtube.com/playlist?list=PLGkErHJeVIYkNpk80s0FN0BZsTEooVd6C

Le prossime attività
Oltre alla mostra temporanea allestita nel Lapidario del Museo Civico Medievale, è possibile visitare numerosi luoghi della città che custodiscono opere dell’artista, permettendo al grande pubblico di comprendere l’importanza del ruolo che egli ricoprì nel suo tempo. In particolare, lo splendido ciclo decorativo realizzato per la cappella maggiore della chiesa di San Girolamo della Certosa con le tre imponenti tele con le storie della passione di Cristo, tra i capolavori dell’artista, e alcune sale della Pinacoteca nazionale di Bologna, dove si trovano le opere di Cesi e dei pittori coevi, tra i quali i Carracci.

Proseguono gli itinerari tematici Bartolomeo Cesi, oltre la Mostra organizzati da Fondazione Bologna Welcome e condotti in città dalle guide turistiche iscritte alla Federazione Confguide Confcommercio Ascom Bologna
Info su modalità e orari di accesso: 
https://www.bolognawelcome.com/it/eventi/mostre-esposizioni/bartolomeo-cesi

Rimane fruibile gratuitamente anche la ricostruzione in ambiente di realtà virtuale del ciclo decorativo con le Storie della Vergine affrescato da Cesi nella cappella di Santa Maria dei Bulgari nel palazzo dell’Archiginnasio, andato perduto in seguito a un bombardamento anglo-americano nel 1944 e ricostruito a partire da 20 lastre fotografiche realizzate da Felice Croci all’inizio del Novecento.
Info su modalità e orari di accesso: 
www.bolognawelcome.com/it/esperienze/340705/Bartolomeo-Cesi–oltre-la-Mostra—Archiginnasio–la-Cappella-dei-Bulgari

Sono estese fino al 6 aprile 2026 le agevolazioni con scontistiche integrate tra Museo Civico MedievaleCollezioni Comunali d’ArtePinacoteca nazionale di Bologna e per i partecipanti ad alcuni itinerari promossi da Fondazione Bologna Welcome.
Per informazioni: www.museibologna.it/medievale

Prosegue l’offerta culturale ed educativa a cura di “Senza titolo”, con tre visite guidate rivolte al pubblico adulto e due attività laboratoriali per bambine e bambini di fasce d’età differenziate.

Visite guidate
Domenica 1 marzo 2026 ore 11.00
Domenica 15 marzo 2026 ore 11.00
Venerdì 3 aprile 2026 ore 16.30

Costo di partecipazione: biglietto museo
Prenotazione obbligatoria: musarteanticascuole@comune.bologna.it – 051 2193930 (durante gli orari di apertura del museo)

Laboratori per bambine e bambini
Sabato 7 marzo 2026 ore 16.00
Spolveriamo il disegno
Età consigliata: 6 – 8 anni

Lunedì 6 aprile 2026 ore 16.00
Alla base dell’arte
Età consigliata: 8 – 11 anni

Costo di partecipazione: gratuito per chi partecipa e per un adulto accompagnatore
Prenotazione obbligatoria: musarteanticascuole@comune.bologna.it – 051 2193930 (durante gli orari di apertura del museo)

Inoltre, ogni sabato e domenica pomeriggio è possibile usufruire, gratuitamente e senza prenotazione, di un servizio di mediazione museale. I mediatori sono riconoscibili dalla spilletta con il simbolo “Chiedimi”.

Grazie alla collaborazione di Fondazione Bologna Welcomelunedì 9 marzo 2026 alle ore 17.00 la Sala della Cultura di Palazzo Pepoli – Museo della Storia di Bologna (via Castiglione 10, Bologna) ospita la presentazione della guida storico-artistica Bartolomeo Cesi. Itinerari a Bologna (Silvana Editoriale), con l’autrice Giovanna Degli Esposti.
Intervengono Giorgia Boldrini (direttrice Settore Musei Civici Bologna) e Silvia Battistini (direttrice Musei Civici d’Arte Antica di Bologna).
L’agevole volume offre una breve rassegna delle opere realizzate da Bartolomeo Cesi ancora oggi custodite nella città di Bologna, suddivise per tipologia di luogo (collezioni pubbliche, palazzi, edifici ecclesiastici) e in ordine alfabetico. Ogni tappa del percorso è arricchita da una breve scheda che racconta la storia dell’opera, la sua committenza, l’iconografia e il periodo di esecuzione.

CREDITI

Comitato scientifico
Silvia Battistini, Daniele Benati, Mark Gregory D’Apuzzo, Giovanna Degli Esposti, Eva Degl’Innocenti, Costantino D’Orazio, Marzia Faietti, Vera Fortunati, Angelo Mazza, Massimo Medica, Stefano Ottani, Alessandro Zacchi, Alessandro Zuccari

Coordinamento organizzativo
Nicoletta Barberini Mengoli, Silvia Battistini, Mark Gregory D’Apuzzo, Giovanna Degli Esposti, Ilaria Negretti 

Con la partecipazione di
Musei Nazionali di Bologna – Direzione Regionale Musei nazionali Emilia-Romagna

Main partner
Gruppo Hera
Sponsor
Reale Collegio di Spagna

In collaborazione con
Fondo Edifici per il Culto
Fondazione Bologna Welcome
Padri Passionisti Bologna

Con il contributo di
Confcommercio Ascom Bologna
Profilati S.P.A
Rotary eClub 2072
Fondantico di Tiziana Sassoli

Con il patrocinio di
Regione Emilia-Romagna
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna | Dipartimento delle Arti

L’immagine coordinata della mostra Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti

L’intervento di ricostruzione virtuale del ciclo di affreschi nella cappella di Santa Maria dei Bulgari nel palazzo dell’Archiginnasio rientra nell’ambito del progetto “SIMBOLO – Il sistema digitale dei Musei Civici di Bologna verso il futuro” realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna.  

Informazioni
Museo Civico Medievale
Via Alessandro Manzoni 4 | 40121 Bologna
Tel. +39 051 2193916 / 2193930
museiarteantica@comune.bologna.it
www.museibologna.it/medievale
Facebook: Musei Civici d’Arte Antica
Instagram: @museiarteanticabologna
X: @MuseiCiviciBolo

Settore Musei Civici Bologna
www.museibologna.it
Facebook: Musei Civici Bologna
Instagram: @bolognamusei
YouTube: @museicivicibologna
Ufficio Stampa / Press Office 
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Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it>

L’assoluzione che riapre il dibattito sul ruolo dei critici d’arte nel contesto pubblico

Il tribunale di Reggio Emilia ha assolto Vittorio Sgarbi dall’accusa di riciclaggio legata alla controversa vicenda del dipinto seicentesco attribuito a Rutilio Manetti, dissolvendo l’ultima ombra giudiziaria su una querelle tra arte, diritto e media. La sentenza, e le reazioni che ne sono seguite, rilanciano interrogativi sulla tutela del patrimonio culturale e sul ruolo dei critici d’arte nel contesto pubblico.

Sgarbi, Manetti
e la luce sulla “Cattura di San Pietro”

di Clara Montesi
Critica e istituzioni artistiche italiane contemporanee

Un tribunale dice “non è reato”: fine di un capitolo giudiziario

Il 16 febbraio scorso il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Reggio Emilia ha assolto Vittorio Sgarbi dall’accusa di riciclaggio in relazione alla vicenda del celebre dipinto seicentesco «La cattura di San Pietro», attribuito al pittore senese Rutilio Manetti e al centro di un lungo contenzioso giudiziario e mediatico.

La Procura reggiana, guidata dal procuratore Gaetano Calogero Paci, aveva sostenuto che il procedimento dovesse concludersi con una condanna – fino a tre anni e quattro mesi di reclusione – ma il collegio giudicante ha deciso diversamente, adottando la formula della vecchia “insufficienza di prove” e stabilendo che «il fatto non costituisce reato».

Dalle accuse ai capi d’accusa ridotti

L’indagine era scattata dopo un’inchiesta giornalistica e ruotava attorno al dipinto attribuito a Manetti, ritenuto da alcuni simile a un’opera rubata nel 2013 dal Castello di Buriasco, nel Torinese. Dopo l’esposizione del quadro tra il 2021 e il 2022 nella mostra I pittori della luce alla Cavallerizza di Lucca – curata da Sgarbi per la sua Fondazione Cavallini Sgarbi – l’opera fu sequestrata come elemento probatorio dalle autorità, in attesa di chiarimenti sulla provenienza.

Va ricordato che, nelle fasi iniziali delle indagini, erano stati formulati anche altri due capi d’accusa – contraffazione di beni culturali e autoriciclaggio – ma entrambi erano caduti già al termine delle indagini preliminari, lasciando in piedi solo il reato di riciclaggio, ora definitivamente archiviato dall’ordinanza di Reggio Emilia.

Una vicenda tra arte, diritto e percezione pubblica

La figura di Sgarbi, critico d’arte di lunga esperienza e personaggio mediatico di primo piano nel panorama culturale italiano, ha reso la vicenda particolarmente controversa e ampiamente rilanciata dalla stampa. Secondo gli avvocati difensori, Alfonso Furgiuele e Giampaolo Cicconi, la sentenza di assoluzione dimostrerebbe «l’estraneità del loro assistito ai fatti contestati» e segnalerebbe l’esistenza di una “macchina del fango mediatica” che ha contribuito ad alimentare un clima di sospetto ben oltre le aule giudiziarie.

Sgarbi stesso ha dichiarato di essere «soddisfatto» dell’esito, pur riconoscendo che «la vicenda ha influenzato il mio umore» e affermando di non essere «interessato alle vendette», sottolineando come, a suo avviso, l’interesse pubblico per il caso abbia offerto un’occasione di approfondimento su Manetti e sul suo contesto artistico.

Il dipinto e la sua storia

«La cattura di San Pietro», databile agli anni Trenta del Seicento, è un’opera di grande rilievo per la produzione di Manetti, pittore senese spesso associato, per stile e intensità drammatica, ai modi caravaggeschi. Nel corso del processo è emerso che la versione esposta alla mostra presentava differenze rispetto all’opera indicata nella denuncia di furto, tra cui un elemento iconografico aggiunto per ragioni espositive che aveva contribuito ad alimentare i dubbi sulla sua autenticità e provenienza.

Oltre la sentenza: riflessioni sulla tutela del patrimonio

L’assoluzione di Sgarbi pone questioni più ampie sulla tutela giudiziaria e mediatica del patrimonio artistico. In che misura procedure penali e indagini giornalistiche possono intrecciarsi fino a influenzare la reputazione dei professionisti dell’arte? E quale ruolo dovrebbero svolgere gli enti e le istituzioni culturali nel prevenire conflitti tra legislazione penale e prassi espositive? Questi interrogativi restano aperti, in attesa delle motivazioni della sentenza, il cui deposito potrà chiarire ulteriormente il ragionamento del giudice di Reggio Emilia.


Note essenziali

  • La sentenza è stata pronunciata con rito abbreviato e la formula usata è quella dell’insufficienza di prove, ovvero l’accusa non ha retto il vaglio giudiziario.
  • La vicenda si intreccia con un’inchiesta giornalistica del 2023 che sollevò il caso e portò al sequestro del dipinto.
  • Restano depositate le motivazioni della sentenza, che potrebbero essere decisive per eventuali sviluppi futuri.

Redazione Experiences

Quando la Normandia arriva a Palermo con i suoi “Tesori impressionisti”

Una grande mostra porta nella Sicilia mediterranea il cuore della rivoluzione impressionista francese, esplorando i rapporti tra luce, paesaggio e percezione visiva attraverso 97 opere chiave. In un percorso tematico che intreccia arte, storia e tecnologia, l’esposizione celebra la nascita di un linguaggio pittorico moderno e il profondo legame tra la Normandia e l’arte europea.

L’Impressionismo in scena
al Palazzo dei Normanni di Palermo

di Elena Serra
Experiences – Storia dell’arte e Cultura visiva

Palermo e l’incanto dell’Impressionismo

Dall’11 febbraio al 28 settembre 2026 le Sale Duca di Montalto del Palazzo dei Normanni a Palermo ospitano Tesori Impressionisti: Monet e la Normandia, una mostra di respiro internazionale che mette in scena uno dei momenti più determinanti della pittura ottocentesca. Organizzata dalla Fondazione Federico II con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata di Francia in Italia e dell’Istituto Francese, l’esposizione riunisce 97 capolavori provenienti dalla prestigiosa Collezione Peindre en Normandie, dal MuMa di Le Havre e da collezioni private, offrendo un’esperienza visiva ricca e stratificata.

Il cuore della mostra: luce, paesaggio, immediato visivo

Il nucleo della mostra ruota attorno alla straordinaria energia creativa che la Normandia – con il suo cielo mutevole, le coste frastagliate e le campagne illuminate – ha esercitato sugli artisti impegnati a ridefinire la pittura. Claude Monet, Eugen Boudin, Pierre-Auguste Renoir, Berthe Morisot, Gustave Courbet, Jean-Baptiste Camille Corot e altri protagonisti del XIX secolo trovano qui un terreno comune: l’“istantaneità” del visivo, la capacità di registrare l’effetto fugace della luce sul mondo e di tradurlo in pittura.

Questa attenzione alla percezione visiva – al di là di un semplice realismo – caratterizza l’Impressionismo, nato negli anni ’70 dell’Ottocento quando un gruppo di artisti respinse le regole accademiche e scelse di lavorare all’aperto (en plein air), in contatto diretto con la natura. Le pennellate veloci, i colori accesi e la resa dinamica della luce non sono mera tecnica: sono espressione di una nuova filosofia dell’osservazione, un linguaggio che rompe con l’immobilità tradizionale e abbraccia la transitorietà del reale.

Un percorso a sezioni tra storia e tecnologia

Il percorso espositivo è articolato in cinque sezioni, ciascuna delle quali tematizza aspetti diversi della presenza degli impressionisti in Normandia: dalle scene di villeggiatura sulle spiagge e nei porti, alle campagne e ai paesaggi lungo la Senna, fino ai luoghi d’incontro come la Ferme Saint-Siméon che divennero centri di confronto e sperimentazione artistica.

Accanto alle opere, la mostra propone tre installazioni immersive – Pittura en Plein Air, Paesaggi Normanni e Cieli Impressionisti – che, attraverso proiezioni digitali e contributi di intelligenza artificiale, offrono una rilettura contemporanea dell’esperienza visiva impressionista. Non sono semplici strumenti didattici, ma dispositivi in grado di amplificare la comprensione del rapporto tra percezione, realtà e rappresentazione artistica, invitando il pubblico a riflettere sul ruolo della tecnologia nell’atto creativo.

Un legame profondo con Palermo e la sua storia

La scelta del Palazzo dei Normanni non è casuale: antica residenza dei sovrani normanni che dominarono la Sicilia, il luogo diventa metafora di un ponte tra culture diverse e lontane. In questa cornice storica si rinnova idealmente il dialogo tra la Sicilia mediterranea e la Normandia atlantica, entrambi paesaggi modellati da luce e storia.

Artisti e opere: un caleidoscopio di visioni

Tra i nomi in mostra spicca Monet, figura centrale nel movimento; la sua pratica pittorica si lega a luoghi come Le Havre e Fécamp, luoghi in cui la variazione incessante della luce e degli elementi naturali divenne materia primaria per il suo lavoro. Renoir, dal canto suo, offre una visione più contemplativa e sensoriale del paesaggio, mentre Morisot porta uno sguardo delicato ma incisivo sulle scene di vita quotidiana. Altri protagonisti, come Corot e Courbet, pur avendo radici diverse, contribuiscono all’ampiezza della narrazione, mostrando come la Normandia sia stata fertile terreno di fermento estetico.

Un’esperienza per tutte le generazioni

La mostra non si limita ai grandi capolavori, ma include anche una sezione educativa rivolta ai visitatori più giovani, con l’intento di favorire una conoscenza vivace e accessibile dei principi della pittura impressionista e delle tecniche di osservazione visiva.


Note essenziali:

  • Tesori Impressionisti: Monet e la Normandia è visitabile dall’11 febbraio al 28 settembre 2026 presso le Sale Duca di Montalto del Palazzo dei Normanni a Palermo.
  • Curatori: Alain Tapié e Gabriele Accornero; organizzazione: Fondazione Federico II con il patrocinio delle istituzioni culturali italiane e francesi.
  • L’esposizione presenta 97 opere di 45 artisti e include installazioni immersive che integrano tecnologia digitale e approfondimenti storico-artistici.

Redazione Experiences

Per il maestro italiano della pittura metafisica “Dipingere è l’arte magica”

Una retrospettiva di grande respiro riporta alla capitale ceca il maestro italiano della pittura metafisica: oltre 50 opere in dialogo con lo spazio storico dell’Istituto Italiano di Cultura raccontano le molteplici fasi della sua opera, dalla metafisica alle nature morte, fino ai raffinati studi grafici. Curata da Lorenzo Canova, la mostra apre il 3 marzo e resterà aperta fino al 26 aprile 2026.

di Elena Serra
Storia dell’arte moderna e cultura visiva.

Un ritorno atteso dopo quasi un secolo

Praga si prepara ad accogliere una mostra di ampio profilo dedicata a Giorgio de Chirico, uno dei protagonisti indiscussi dell’arte italiana del Novecento. Intitolata Giorgio De Chirico – Dipingere è l’arte magica, l’esposizione sarà inaugurata il 3 marzo 2026 e si svolgerà nelle sale dell’Istituto Italiano di Cultura della capitale ceca, nel quartier Malá Strana, restando aperta al pubblico fino al 26 aprile. Promossa dalla Fondazione Aledya e organizzata in collaborazione con l’Istituto e Casa d’Arte San Lorenzo, la rassegna vede il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Praga e include un catalogo trilingue (italiano, inglese, ceco) con saggi e contributi istituzionali.

Un percorso in tre sezioni

Il progetto espositivo, curato dal professor Lorenzo Canova, membro del Consiglio scientifico della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, si articola in tre sezioni concepite per dialogare con l’architettura storica dell’Istituto. Nella Cappella barocca saranno esposte opere che coprono un arco temporale significativo della produzione di de Chirico, dagli anni Trenta agli anni Settanta, con paesaggi metafisici, vedute di Venezia e le celebri piazze italiane che hanno segnato il volto poetico della sua arte.

La Sala Capitolare accoglierà una selezione di lavori della cosiddetta fase “barocca” e neometafisica: dipinti con cavalli e cavalieri, vedute di forte impatto formale e le cosiddette “nature silenti”, nature morte in cui l’artista esplora la densità degli oggetti con un linguaggio di sorprendente sintesi visiva.

Infine, nel Foyer, sarà proposta una sezione dedicata alla grafica, un aspetto centrale nell’opera di de Chirico a cui egli attribuiva grande importanza: disegni, bozzetti, litografie e incisioni, molti dei quali tratti dagli archivi dello stampatore Alberto Caprini, offriranno una lettura più intima del processo creativo.

Oltre 50 opere e significati in dialogo

Le opere in mostra, oltre cinquanta, provengono da collezioni private italiane ed europee di rilievo e offrono un panorama completo delle fasi più significative dell’artista. Non mancheranno rimandi alle precedenti presenze di de Chirico a Praga e ai legami culturali con il pittore ceco Jan Zrzavý, testimonianza di un dialogo artistico tra Italia e Europa centrale. Un omaggio del pittore italiano Mario Schifano, protagonista dell’arte italiana del secondo dopoguerra, completa il percorso con un richiamo generazionale e simbolico.

De Chirico e la metafisica: un’eredità culturale

Figura chiave nella nascita e nello sviluppo della pittura metafisica, de Chirico ha trasformato il modo di intendere l’esperienza visiva nel XX secolo. Attraverso spazi urbani sospesi, architetture silenziose e oggetti carichi di presenza enigmatica, la sua arte ha proposto un’interpretazione della realtà oltre l’apparenza sensibile, influenzando non solo il surrealismo ma anche molte correnti artistiche successive.

Un’occasione per il dialogo culturale
La mostra di Praga si presenta come un evento di rilievo non solo per gli appassionati d’arte ma anche per la comunità internazionale, favorendo un dialogo tra culture e linguaggi. Il catalogo trilingue e la scelta della sede, in un edificio storico di grande fascino, amplificano il carattere diplomatico e culturale dell’iniziativa, in linea con il ruolo dell’Istituto Italiano di Cultura come ponte tra Italia e mondo.


Note essenziali

  • Giorgio De Chirico – Dipingere è l’arte magica, Istituto Italiano di Cultura, Praga.
  • Inaugurazione: 3 marzo 2026; visita dal 4 marzo al 26 aprile 2026.
  • Catalogo trilingue disponibile.
  • Curatore: Lorenzo Canova; patrocinio dell’Ambasciata d’Italia.

Redazione Experiences

L’iniziativa si inserisce in una rete museale regionale che valorizza il patrimonio dell’Isola

Una nuova istituzione culturale riporta al pubblico i tesori sommersi dei fondali siciliani: oltre alla nave arcaica, un percorso espositivo che valorizza la storia marittima e l’identità della città. Un volano per turismo e archeologia.

Recuperare il mare antico
A Gela apre il Museo dei Relitti Greci

diPaolo Ferranti
Archeologia e Patrimonio culturale

Il 24 febbraio Gela (CL) sarà inaugurato il Museo dei Relitti Greci, nuova istituzione museale dedicata alla valorizzazione dei rinvenimenti subacquei recuperati nei fondali antistanti la costa siciliana, in particolare nell’area di Bulala, dove sono emersi relitti di enorme valore storico. L’apertura segna un capitolo atteso da almeno venticinque anni e proietta il centro del Nisseno nel circuito delle destinazioni archeologiche più affascinanti del Mediterraneo.

Un luogo e un progetto per la storia navale antica

Il museo sorge nel cuore dell’area archeologica di Bosco Littorio, già nota per i ritrovamenti dell’antico emporio greco e per le precedenti esposizioni temporanee dedicate alla navigazione antica. L’istituzione museale è concepita come spazio espositivo permanente per i relitti greci rinvenuti nelle campagne di scavo condotte tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Tra i pezzi forti figura la nave arcaica databile tra il VI e il V secolo a.C., protagonista del percorso, di cui saranno esposti i resti lignei insieme a un ricco corredo di materiali associati.

Secondo quanto dichiarato dalle istituzioni coinvolte, il museo non è una struttura isolata ma parte di una “rete” museale regionale che include anche altri poli come il Parco archeologico di Lipari, il Parco e Museo Archeologico Lilibeo di Marsala e il futuro Museo della Navigazione a Palermo. Questo sistema punta a offrire un quadro più ampio della storia marittima e culturale della Sicilia e del Tirreno, rafforzando l’attrattiva turistica dei luoghi coinvolti.

Dalla scoperta all’esposizione

La nave, recuperata in località Bulala, era conservata quasi intatta grazie alle condizioni del fondale argilloso che ne ha protetto la struttura lignea per oltre due millenni. Il relitto è un esempio raro di imbarcazione mercantile antica costruita con tecniche di carpenteria tipiche dell’età arcaica, con fasciame “cucito” da fibre vegetali, una pratica documentata anche nella letteratura classica.

Il recupero, avviato nei primi anni Duemila, è stato realizzato in diverse fasi: la prua e la poppa furono riportate in superficie nei periodi 2003–2004 e 2007–2008 rispettivamente, mentre il restauro è avvenuto in laboratori specializzati nel Regno Unito, con la riconsegna del materiale restaurato avvenuta nel 2014. Prima dell’allestimento definitivo nel nuovo museo, parti di questa imbarcazione e altri reperti furono già esposti in occasione della mostra “Ulisse in Sicilia”, allestita proprio nell’area di Bosco Littorio e visitata da oltre 45 mila persone, segno dell’interesse suscitato da questo patrimonio unico.

Un patrimonio, una città, un progetto di rilancio

L’inaugurazione è stata salutata come un tassello fondamentale per il rilancio culturale ed economico di Gela. Le istituzioni locali – dal sindaco all’assessore regionale ai Beni culturali – hanno sottolineato come il museo rappresenti non solo un’occasione di crescita turistica, ma anche un modo per restituire alla comunità un pezzo importante della propria identità storica.

Oltre alla cava di materiali esposti, il progetto museale punta a sviluppare percorsi didattici e spazi fruibili per un pubblico vario, compresi i più giovani e i visitatori internazionali. La collocazione all’interno di una cornice archeologica più ampia, con la presenza di altri ritrovamenti e di aree di scavo, arricchisce ulteriormente l’esperienza di chi si avvicina alla storia antica attraverso le tracce materiali delle antiche rotte marittime.

Verso il futuro

La struttura museale non rappresenta la conclusione di un percorso, ma piuttosto un punto di partenza. Sono infatti in corso di studio ulteriori interventi per completare l’allestimento, con l’inserimento di altri reperti e materiali recuperati, e per ampliare il dialogo con istituzioni culturali nazionali e internazionali. In questo senso, il Museo dei Relitti Greci si candida a diventare un riferimento per gli studi sulla navigazione antica e un elemento cardine nella narrazione dell’antichità mediterranea.


Note essenziali
• Il nuovo museo è stato inaugurato il 24 febbraio 2026 a Gela (CL).
• Ubicato nell’area di Bosco Littorio, espone relitti greci recuperati nei fondali di Bulala.
• L’imbarcazione principale esposta è databile tra il VI e il V secolo a.C. ed è un esempio significativo di archeologia navale antica.
• L’iniziativa si inserisce in una rete museale regionale che valorizza il patrimonio archeologico siciliano.


Redazione Experiences

Milano: quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro di HANS MEMLING

Stefano Arienti (Asola, Mantova, 1961) Crocefisso a punti oro (da Hans Memling), 2026, Vernice base oro su telo antipolvere, 168 x 250 cm, Courtesy l’artista – Teschio (da Vincent van Gogh), 2025, Cera pongo su manifesto montato su pannello, 69 x 49 x 2 cm, Courtesy l’artista

Matteo Fato (Pescara, 1979) Sacrificio smontato (d’après Hans Memling, Crocifissione, dal Trittico di Jan Crabbe, 1470 circa) – 2026, N.3 olio su lino, 86 x 66 cm, cassa da trasporto in multistrato; pulitura pennello su straccio, cassa da trasporto in multistrato; n. 3 incisioni calcografiche, acquaforte su rame, 50 x 35 cm, 52 x 42 cm, 57 x 42 cm, cornice in multistrato; cavalletto in legno di multistrato, neon soffiato, dimensioni ambientali variabili, Courtesy l’artista & Monitor, Rome – Lisbon – Pereto (AQ)

Julia Krahn (Jülich, Germania, 1978) Non si può dividere ciò che è uno (per Memling), 2025-2026, Fotografia da installazione scultorea (argilla bianca, lino blu e bianco), stampa fine art su Canson Platine 310 g, Cornice in legno di noce, 225 x 145 cm, Edition: unique piece, Courtesy l’artista

Danilo Sciorilli (Atessa, Chieti, 1992) Il Cristo di stracci (Silentium Lucis), 2026, Video più due video-animazioni, durata 2’54” (sincro e loop continuo), Olio su tela, 5 x 5 cm, Courtesy l’artista

Il Museo Diocesano di Milano, in occasione della Quaresima e della Pasqua, ospita dal 19 febbraio al 17 maggio 2026 la Crocifissione di Hans Memling (Seligenstadt, Germania, 1435/1440 circa – Bruges 1494), databile intorno al 1467-1470 circa e proveniente dal Museo Civico di Palazzo Chiericati del Comune di Vicenza.

MILANO
MUSEO DIOCESANO CARLO MARIA MARTINI
 
HANS MEMLING
La Crocifissione


Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro

Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn, Danilo Sciorilli
 
A cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi
 
Dal 19 febbraio al 17 maggio 2026

L’opera, capolavoro di uno dei più importanti artisti del Rinascimento fiammingo, è al centro della mostra HANS MEMLING. La Crocifissione. Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro, a cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi. In un percorso realizzato in collaborazione con Casa Testori, l’esposizione mette in dialogo il capolavoro di Memling con le opere di Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn e Danilo Sciorilli.

La Crocifissione, posta al centro dell’allestimento, diventa così il punto di riferimento per gli artisti, chiamati a guardarlo con rispetto e discrezione, lasciandosi ispirare da dettagli compositivi, cromatici e iconografici che ciascuno rielabora in chiave attuale e contemporanea.

La mostra, con il patrocinio del Comune di Milano, è realizzata grazie a PwC Italia, main sponsor; Fiera Milano, sponsor; sostenitori: Fondazione Grana Padano e Fondazione Maurizio Fragiacomo; sponsor tecnico: Zeroglass.

Anche quest’anno, per il tempo di Quaresima e Pasqua proponiamo ai nostri visitatori un percorso che aiuti a guardare un capolavoro osservandolo da tanti punti di vista – afferma Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano di Milano e co-curatrice della mostra. Come negli ultimi due anni, il percorso di mostra, grazie alla collaborazione con Casa Testori, è arricchito dalla presenza di quattro opere di artisti contemporanei che hanno accettato di dialogare con il dipinto di Memling. Siamo grati ai Musei Civici di Vicenza per aver voluto collaborare con noi a questo progetto: la Crocifissione è un lavoro di grande raffinatezza che quasi obbliga a fermarsi davanti ad esso, a osservare ogni singolo, delicato dettaglio e a “stare” – ciascuno secondo i propri tempi – davanti al crocifisso”.

“Sono lieta – dichiara Valeria Cafà, direttrice dei Musei Civici di Vicenza e co-curatrice della mostrache uno dei capolavori custoditi al Museo Civico di Palazzo Chiericati, di qualità altissima, sia ospitato dal Museo Diocesano di Milano nell’ambito di un’iniziativa ormai consolidata, capace di promuovere un dialogo rigoroso e consapevole tra grandi maestri del passato e il linguaggio del contemporaneo. Non si tratta di semplici accostamenti, ma di un confronto rispettoso e profondo che, a partire dalla straordinaria densità del testo pittorico della Crocifissione di Hans Memling, richiama il momento più doloroso e intenso che precede la Pasqua. Con soddisfazione, rinnoviamo oggi, con questo prestito, il rapporto di collaborazione tra le nostre istituzioni, fondato sulla condivisione del patrimonio e sulla valorizzazione comune dei suoi significati”. 

“L’opera di Memling – afferma Giuseppe Frangi, presidente dell’Associazione Giovanni Testori e co-curatore della mostra ha una caratteristica di dolorosa intimità e chiede da parte degli artisti un atteggiamento di grande discrezione. È un’opera che gli artisti sono chiamati a “scrutare”, per intercettare tanti dettagli, compositivi, cromatici e iconografici. “Scrutare Memling” per mettersi al lavoro su suggestioni che stabiliscano una relazione stringente tra questo capolavoro e il nostro tempo”.

“Abbiamo scelto di proseguire il rapporto di collaborazione e sostegno alle iniziative del Museo Diocesano Carlo Maria Martini perché rappresenta indubbiamente uno dei punti di riferimento culturali più iconici per la città di Milano. Una scelta curatoriale virtuosa che ci ha da subito conquistati. Siamo fermamente convinti dell’importanza della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale presente nel nostro Paese ed è per questo che il nostro percorso a supporto della cultura si arricchisce di un nuovo tassello. L’obiettivo è continuare ad alimentare il nostro dialogo con le più importanti istituzioni museali su tutto il territorio nazionale, un percorso che trova grande apprezzamento da parte di tutti i nostri professionisti” afferma Chiara Carotenuto, Partner PwC Italia, responsabile della comunicazione PwC e del progetto PwC per la cultura.

L’opera di Memling, donata ai Musei Civici di Vicenza nel 1865 dai conti vicentini Matteo e Ludovico Folco, raffigura al centro Cristo Crocifisso, circondato sulla sinistra da San Giovanni Evangelista, che sorregge la Vergine addolorata, e dalla Maddalena, inginocchiata ai piedi della croce; mentre dall’altro lato appaiono San Giovanni Battista, che regge un agnello, e San Bernardo di Chiaravalle, protettori del committente, l’abate cistercense Jan Crabbe (1426-1488), nel dipinto inginocchiato in primo piano, che tra il 1467 e il 1470 avrebbe richiesto l’opera per l’Abbazia delle Dune presso Bruges, di cui era titolare. Formatosi probabilmente tra Colonia e Bruxelles, proprio intorno al 1465 il giovane Memling si era trasferito nella città delle Fiandre, da tempo un fiorente centro artistico.

Sullo sfondo della scena si apre un fiabesco paesaggio collinare a volo d’uccello, reso con meticolosità tipicamente fiamminga, dove si scorgono una città circondata da mura, con torri e campanili, alberi, rocce e un fiume che scorre placido verso l’alto orizzonte. I colori smaltati e brillanti, la resa analitica dei volti dei personaggi, i contorni nitidi e taglienti dei panneggi richiamano i modelli di Rogier van der Weyden, punto di riferimento fondamentale per Memling.

La tavola costituiva in origine il pannello centrale di un trittico, smembrato in un momento non precisato e ricostruito idealmente grazie ad una copia settecentesca, realizzata probabilmente proprio allo scopo di fissarne il ricordo prima dello smembramento. Secondo una pratica piuttosto diffusa nel XVIII secolo, le ante laterali sono state recise in modo da poter vendere separatamente le varie sezioni. I recti dei due sportelli laterali sono conservati alla Pierpont Morgan Library di New York e raffigurano probabilmente la madre e il fratello di Jan Crabbe, Anna e Guglielmo, affiancati dai santi omonimi. Sui versi delle ante, conservate al Groeningemuseum di Bruges, appaiono invece le due figure dell’Annunciazione, la Madonna e l’Arcangelo Gabriele.

I lavori degli artisti chiamati a mettersi in dialogo con il capolavoro di Memling sono caratterizzati dal ricorso a linguaggi diversi. Stefano Arienti (Asola, 1961) propone una riflessione sul tema del Crocifisso, asse visivo e simbolico dell’opera di Memling. È pittura su tela quella proposta da Matteo Fato (Pescara, 1979) concepita come parte di un’installazione di cui il cavalletto costruito dall’artista è parte integrante. Julia Krahn (Jülich,1978) offrirà con un dittico fotografico un’immedesimazione nella figura di Maria sotto la croce. Danilo Sciorilli (Atessa, 1992) lavora su un trittico di video, mettendo al centro le immagini di una perfomance realizzata nel suo paese d’origine.

L’opera di Hans Memling sarà presentata in un percorso espositivo che consente un approfondimento sia storico artistico che spirituale, con l’ausilio di apparati didattici, immagini, video e musiche, che permettono una riflessione sul dipinto e sul suo significato.

Sono inoltre previste visite guidate, laboratori per i bambini e un ciclo di conferenze di approfondimento.

Nell’ambito del percorso educativo e formativo “Cultura Accessibile”, avviato presso la Cooperativa Arcipelago – Anffas Nordmilano di Cinisello Balsamo, alcune persone con disabilità, dopo la collaborazione intrapresa nel 2024 in occasione della mostra “Divine Creature. Arte e disabilità”, condivideranno con i visitatori il loro personale pensiero emerso dal percorso di significazione a partire dalla Crocifissione di Hans Memling.

Catalogo Dario Cimorelli Editore


HANS MEMLING. La Crocifissione
Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro
Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn, Danilo Sciorilli
A cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi
Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (piazza Sant’Eustorgio 3 – MM Vetra)
19 febbraio – 17 maggio 2026
 
ORARI
Martedì – domenica, ore 10.00-18.00 (ultimo ingresso ore 17.30)
lunedì chiuso
 
BIGLIETTI €9 intero, €7 ridotto, €23 famiglia (2 adulti+max 4 giovani 7-18 anni)
 
CONTATTI: T +39 02 89420019; www.chiostrisanteustorgio.it
 
CATALOGO  Dario Cimorelli Editore
 
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Museo del Genio, la rinascita che sorprende Roma: 40 mila visitatori per Vivian Maier e ora arriva Doisneau


In tre mesi oltre quarantamila presenze per la mostra dedicata alla fotografa americana e per la riapertura del Museo del Genio. Dal 5 marzo 2026 il testimone passa a Robert Doisneau, nel segno dei 200 anni della fotografia e del gemellaggio tra Parigi e Roma.

Museo del Genio, la rinascita che sorprende Roma: 40 mila visitatori per Vivian Maier e ora arriva Doisneau

di Serena Galimberti,
redattrice di Experiences specializzata in fotografia e arti visive contemporanee.

Il Museo del Genio, da spazio riservato agli addetti ai lavori, si è trasformato in un laboratorio aperto. La fotografia – ieri con Maier, domani con Doisneau – è il filo rosso di una rinascita che promette continuità.

Non era scontato. Restituire alla città un luogo rimasto a lungo ai margini dei circuiti culturali e trasformarlo in uno spazio vivo, capace di attrarre pubblico e critica, era una scommessa. Il bilancio dei primi mesi di attività del Museo del Genio – riaperto stabilmente al pubblico dal 31 ottobre 2025 – parla chiaro: oltre 40.000 visitatori in tre mesi tra museo e mostra temporanea, un’affluenza costante e trasversale, un interesse che ha coinvolto famiglie, scuole, studiosi, turisti e gruppi organizzati.

La grande protagonista di questa prima stagione è stata “Vivian Maier. The Exhibition”, la monografica dedicata alla fotografa americana nel centenario della nascita (1° febbraio 1926 – 1° febbraio 2026), conclusasi il 15 febbraio 2026 con uno straordinario successo di pubblico e di critica.

Vivian Maier, lo sguardo invisibile che ha conquistato Roma

La mostra, curata da Anne Morin e prodotta e organizzata da Arthemisia su progetto di Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography, ha proposto oltre 200 fotografie in bianco e nero e a colori, oggetti personali, documenti rari, registrazioni sonore e filmati in Super 8 . Un percorso ampio e immersivo dentro l’universo della tata–fotografa che, per tutta la vita, scattò in silenzio con la sua inseparabile Rolleiflex, documentando la vita quotidiana americana tra New York e Chicago.

La riscoperta della Maier – emersa solo nel 2007, quando l’archivio dei suoi negativi fu acquistato casualmente a un’asta – è ormai una delle storie più emblematiche della fotografia contemporanea. A Roma, il pubblico ha potuto attraversare le diverse sezioni tematiche: l’America del dopoguerra e i volti ai margini del sogno americano; le sperimentazioni in Super 8; le rare fotografie a colori realizzate con la Leica 35 mm; gli intensi autoritratti, veri e propri “selfie” ante litteram; l’infanzia, tema centrale nella vita e nell’opera di Maier.

Il successo non si è misurato soltanto nei numeri. Le visite guidate, i percorsi educativi e gli eventi collaterali hanno animato il calendario culturale del Museo, contribuendo a trasformare un edificio storico in un polo di incontro e confronto .

Il Museo del Genio: da istituto militare a centro culturale

La mostra su Maier ha avuto anche un valore simbolico: inaugurare una nuova fase per l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio (ISCAG), oggi conosciuto come Museo del Genio. Nato nei primi anni del Novecento e collocato nell’attuale complesso monumentale sul Lungotevere della Vittoria – costruito tra il 1936 e il 1939 su progetto del tenente colonnello Gennaro De Matteis – il museo custodisce un patrimonio tecnico e scientifico di straordinaria rilevanza.

Modelli di fortificazioni, plastici di ponti, strumenti delle specialità del Genio, l’attrezzatura radiotelegrafica originale di Guglielmo Marconi, uno dei primi telefoni attribuiti ad Antonio Meucci, documentano la simbiosi tra ingegneria militare e progresso tecnologico italiano. A questo si aggiungono una biblioteca di oltre 24.000 volumi, un archivio fotografico con più di 30.000 immagini e un patrimonio documentale di circa 150.000 pezzi.

La riapertura, promossa dal Ministero della Difesa, dall’Esercito Italiano e da Difesa Servizi, con produzione e organizzazione di Arthemisia e il patrocinio della Regione Lazio, ha puntato fin dall’inizio su una formula precisa: affiancare alla collezione permanente grandi mostre temporanee capaci di dialogare con il patrimonio storico.

Una sfida vinta

«Portare flussi costanti di visitatori in un museo di nicchia è stata una sfida», ha sottolineato Alessandra Taccone, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, partner del progetto, evidenziando il valore della cooperazione pubblico-privato nel rendere accessibile e vivo il patrimonio statale.

Sulla stessa linea Iole Siena, Presidente di Arthemisia, che ha parlato di un risultato non scontato e di una sfida riuscita, ringraziando l’Esercito Italiano e Difesa Servizi per l’opportunità offerta alla città .

La mostra su Vivian Maier, organizzata in partnership con Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale e Poema, con sponsor Generali Italia (programma Generali Valore Cultura), mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale e media partner la Repubblica, ha dunque segnato un nuovo punto di riferimento nella stagione culturale romana.

Dal 5 marzo Robert Doisneau: la poesia del quotidiano

Sull’onda di questo entusiasmo, il Museo del Genio guarda già avanti. Dal 5 marzo 2026 le sale ospiteranno una grande mostra dedicata a Robert Doisneau, uno dei maestri indiscussi della fotografia del Novecento. Oltre 140 scatti ripercorreranno l’intera carriera dell’autore che ha trasformato la vita quotidiana in poesia visiva, rendendo Parigi un’icona universale.

La scelta non è casuale. Il 2026 è un anno simbolico: ricorrono i 200 anni dalla nascita della fotografia e il 70° anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma. La mostra su Doisneau si inserisce in questo doppio orizzonte, come dialogo ideale tra due capitali della cultura europea e come omaggio a uno sguardo profondamente umano, capace di raccontare l’amore, il lavoro, la strada.

Dopo la riscoperta di Vivian Maier e con l’arrivo di Robert Doisneau, il Museo del Genio consolida una linea curatoriale chiara: fare della fotografia internazionale un linguaggio privilegiato per interrogare il presente, dentro un luogo che custodisce la memoria tecnica e scientifica del Paese.


Note essenziali

Museo del Genio – ISCAG
Lungotevere della Vittoria 31, Roma
Riapertura al pubblico: 31 ottobre 2025
Mostra “Vivian Maier. The Exhibition”: 31 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026
Visitatori nei primi tre mesi: oltre 40.000
Prossima mostra: Robert Doisneau, dal 5 marzo 2026
Informazioni: www.arthemisia.it


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332
Redazione Experiences su comunicati stampa di UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>

L’Uomo Vitruviano evirato nello spot Rai: censura, identità culturale e diritto d’autore

La decisione di trasmettere nella sigla televisiva delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 una versione dell’Uomo Vitruviano priva dei genitali ha scatenato un acceso dibattito politico, culturale e giuridico. La questione riguarda autorizzazioni, tutela del patrimonio artistico e il ruolo dei soggetti coinvolti nella produzione delle immagini.

L’Uomo Vitruviano evirato nello spot Rai: censura, identità culturale e diritto d’autore

Andrea Valenti
Analisi culturale e media coverage degli eventi culturali internazionali.

L’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, celebre disegno rinascimentale conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e simbolo universale delle proporzioni e dell’armonia tra uomo e universo, è finito al centro di una disputa nazionale. La sigla televisiva delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, trasmessa su vari canali, presenta l’immagine del disegno con un dettaglio che non è passato inosservato: i genitali del protagonista maschile sono stati alterati o rimossi.

Questo intervento grafico ha innescato critiche di varia natura, dalla politica alla comunità culturale, sollevando questioni che vanno ben oltre lo spazio di pochi secondi di una sigla televisiva.

La genesi della polemica e le accuse di censura

La prima segnalazione dell’anomalia nella sigla è arrivata da quotidiani nazionali, che hanno messo in evidenza come l’immagine riprodotta fosse ampiamente fedele all’originale leonardesco, tranne per l’assenza degli attributi anatomici maschili. Secondo alcuni critici, questa modifica configurerebbe una forma di censura applicata a uno dei capolavori della storia dell’arte.

Il caso ha preso rapidamente un tono politico: il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle hanno indirizzato interrogazioni al Ministero della Cultura per chiedere spiegazioni formali sulla legittimità dell’uso e della modifica dell’immagine. Nel mirino c’è in particolare la mancanza di chiarezza su chi abbia autorizzato l’impiego dell’opera e con quali condizioni, oltre alla presunta violazione delle norme che tutelano le riproduzioni di opere d’arte di rilevanza nazionale.

I rappresentanti delle forze di opposizione hanno qualificato l’intervento come un atto di “censura”, sostenendo che si tratti di un ingiustificato tentativo di adattare un’opera d’arte a presunte esigenze di “sensibilità contemporanea”.

Rai: responsabilità limitata e ruolo di Olympic Broadcasting Services

Di fronte alle accuse, Rai – l’emittente televisiva di Stato che sta trasmettendo le immagini – ha respinto ogni responsabilità diretta. L’emittente ha chiarito che non ha prodotto né modificato le immagini della sigla: queste sono state realizzate da Olympic Broadcasting Services (OBS), l’ente del Comitato Olimpico Internazionale incaricato di fornire contenuti visivi a tutte le tv titolari dei diritti di trasmissione.

Secondo Rai, OBS avrebbe creato il pacchetto grafico da trasmettere in maniera uniforme, senza che l’emittente potesse intervenire su di esso. Questa spiegazione, però, non ha placato le critiche, poiché la questione principale rimane l’utilizzo e la modifica di un’opera d’arte così significativa sul servizio pubblico radiotelevisivo.

Il patrimonio culturale in gioco: tutela vs diffusione

La disputa non si limita alla singola trasmissione televisiva. Per molti osservatori, infatti, la vicenda solleva un tema più ampio: come conciliare la tutela di opere patrimonio dell’umanità con la loro utilizzazione in contesti di comunicazione di massa, come campagne promozionali, eventi sportivi o media internazionali.

L’Uomo Vitruviano non è un semplice disegno: è un emblema della cultura italiana e mondiale, la rappresentazione di un’idea di armonia che ha attraversato secoli. Per questo motivo, la sua riproduzione e ogni possibile modifica sono disciplinate da normative stringenti che mirano a preservare l’integrità dell’opera e il rispetto della sua dimensione simbolica.

Alcuni esperti di diritto d’autore e tutela del patrimonio culturale hanno sottolineato come, anche in casi di eventi globali come le Olimpiadi, sia fondamentale garantire che l’utilizzo di immagini di opere storiche rispetti non solo le norme tecniche, ma anche i valori culturali e identitari che esse rappresentano.

La reazione delle istituzioni locali e culturali

La protesta non si è limitata alle stanze di Montecitorio. La città natale di Leonardo da Vinci, Vinci, ha espresso un forte disappunto per quella che è stata definita una “violazione simbolica” dell’eredità culturale. Il sindaco ha chiesto spiegazioni pubbliche, sostenendo che l’Uomo Vitruviano non dovrebbe essere oggetto di manipolazioni in contesti televisivi, anche se legati a eventi internazionali.

La vicenda ha stimolato riflessioni anche sul ruolo del servizio pubblico televisivo nella promozione culturale: se da un lato l’uso di un’icona del Rinascimento in una sigla può essere visto come un omaggio alla cultura italiana, dall’altro la sua alterazione pone interrogativi su quali siano i limiti di tale promozione.

Conclusioni: tra patrimonio culturale e comunicazione globale

La controversia sull’Uomo Vitruviano nelle Olimpiadi di Milano-Cortina va oltre la semplice immagine di una sigla televisiva: tocca nodi delicati come il rispetto delle opere d’arte, la responsabilità dei media pubblici, la tutela del patrimonio culturale e la gestione delle immagini in un contesto globalizzato.

Al centro resta la domanda: può una delle opere più iconiche del Rinascimento essere adattata, anche graficamente, per fini comunicativi senza perdere il rispetto dovuto alla sua storia e al suo valore simbolico? Una risposta articolata non potrà prescindere da un dibattito pubblico e istituzionale che consideri non solo aspetti legali, ma anche culturali e identitari.


Note essenziali:
• L’opera di Leonardo resta soggetta a norme sulla tutela e riproduzione iconografica.
• Rai sostiene di non aver modificato le immagini, che sono fornite da OBS.
• La polemica ha assunto rilievo politico e culturale a livello nazionale.


Redazione Experiences

Un acquisto strategico per il patrimonio pubblico

Il Ministero della Cultura acquisisce l’Ecce Homo attribuito ad Antonello da Messina. Ora si apre il dibattito sulla destinazione dell’opera: patrimonio nazionale o ritorno simbolico alla città natale del maestro?

Un Ecce Homo per lo Stato,
dimenticando il legame con Messina

di Marta Bellomi
ExperiencesStoria dell’arte e patrimonio museale

L’Ecce Homo attribuito ad Antonello da Messina entra ufficialmente nelle collezioni dello Stato. L’annuncio dell’acquisto da parte del Ministero della Cultura segna un passaggio rilevante nella politica di tutela: l’opera, al centro di attenzione critica per qualità esecutiva e attribuzione, viene sottratta al rischio di dispersione sul mercato e assicurata alla fruizione pubblica.

Non si tratta soltanto di un’operazione amministrativa. L’Ecce Homo – soggetto ricorrente nella produzione antonelliana – è uno dei vertici della pittura devozionale del Quattrocento italiano: il Cristo presentato al popolo, con la corona di spine, lo sguardo diretto verso l’osservatore, la tensione emotiva concentrata in pochi, calibrati elementi. Un’immagine che annulla lo sfondo e costringe chi guarda a un confronto ravvicinato con il dolore e la dignità.

L’acquisizione conferma una linea di intervento che negli ultimi anni ha visto il Ministero impegnato nel rafforzamento delle collezioni pubbliche attraverso acquisti mirati di opere ritenute strategiche per la storia dell’arte italiana.

Antonello e il linguaggio della modernità

Attribuito ad Antonello da Messina, il dipinto si inserisce in quel nucleo di opere che hanno contribuito a definire l’identità stilistica del maestro siciliano: rigore formale, introspezione psicologica, uso sapiente della luce e della tecnica a olio di matrice fiamminga.

L’Ecce Homo non è solo un’immagine devozionale. È una costruzione mentale. Antonello riduce l’apparato narrativo, elimina ogni distrazione e concentra l’attenzione sul volto, sulle mani legate, sulla tensione dello sguardo. La sofferenza non è gridata: è trattenuta, quasi sospesa. In questo equilibrio sta la sua modernità.

L’opera appena acquisita si colloca in questa linea espressiva, contribuendo ad arricchire il corpus antonelliano conservato in Italia, già presente in musei come Palermo, Venezia e – naturalmente – Messina.

La richiesta di Messina: un ritorno alle origini

Ed è proprio Messina ad aver riacceso il dibattito. L’Ordine degli Architetti della città ha chiesto che l’Ecce Homo venga esposto stabilmente nel museo cittadino, rivendicando il legame storico e identitario tra l’opera e il territorio.

La richiesta non si limita a una questione affettiva. L’argomento è culturale e strategico: rafforzare il polo museale messinese attorno alla figura di Antonello significherebbe consolidare un progetto di valorizzazione territoriale fondato su una delle personalità più rilevanti del Rinascimento meridionale.

Messina, città segnata da distruzioni e ricostruzioni, vede in Antonello un elemento di continuità storica, un riferimento simbolico capace di superare fratture urbanistiche e memorie spezzate. Riportare l’Ecce Homo in Sicilia sarebbe, in questa prospettiva, un gesto di ricucitura culturale.

Patrimonio nazionale o identità locale?

La questione è complessa. Una volta acquisita dallo Stato, l’opera diventa patrimonio dell’intera collettività. La scelta della sede espositiva deve rispondere a criteri di conservazione, accessibilità, coerenza scientifica e programmazione museale.

Tuttavia, in un Paese come l’Italia, dove il patrimonio è profondamente radicato nei territori, il legame tra opera e luogo non è mai secondario. L’Ecce Homo, pur potendo essere valorizzato in qualsiasi grande museo nazionale, acquista un significato ulteriore se collocato nel contesto della città natale dell’artista.

La decisione finale dovrà tenere insieme questi due livelli: la dimensione nazionale e quella locale, evitando tanto il centralismo automatico quanto il localismo rivendicativo.

Una politica culturale sotto osservazione

L’acquisto dell’Ecce Homo offre anche l’occasione per riflettere sulla politica delle acquisizioni pubbliche. In un mercato internazionale sempre più competitivo, assicurare opere di qualità alle collezioni statali è un obiettivo strategico. Ma altrettanto strategica è la loro collocazione.

Un’opera può diventare motore di sviluppo culturale e turistico se inserita in un progetto coerente. Può rafforzare un museo, consolidare una narrazione storica, attrarre studiosi e visitatori. Oppure può restare un tassello isolato, privo di un contesto capace di valorizzarla pienamente.

Nel caso dell’Ecce Homo, la posta in gioco è alta: non solo per l’importanza dell’opera, ma per ciò che rappresenta nel dibattito tra centro e periferia, tra capitale e territorio.

Il volto di Cristo come specchio civile

Al di là delle dinamiche istituzionali, resta il dipinto. Un volto coronato di spine che continua a interrogare chi guarda. L’Ecce Homo, nella sua apparente semplicità, è un dispositivo di relazione: mette lo spettatore davanti a una presenza che non chiede pietà, ma consapevolezza.

Antonello, con il suo equilibrio tra tradizione italiana e suggestioni nordiche, ha trasformato un tema religioso in un’esperienza umana universale. È questo il valore che oggi lo Stato ha deciso di proteggere.

Dove sarà esposto l’Ecce Homo è una decisione ancora aperta. Ma qualunque sarà la scelta, dovrà essere all’altezza di quella lezione di misura e intensità che il pittore messinese ci ha consegnato.


Note essenziali

– Il Ministero della Cultura ha acquisito l’Ecce Homo attribuito ad Antonello da Messina, destinandolo alle collezioni pubbliche.
– L’Ordine degli Architetti di Messina ha chiesto che l’opera venga esposta nella città natale dell’artista.
– La decisione sulla sede espositiva è oggetto di dibattito tra istanze nazionali e valorizzazione territoriale. Un dibattito scontato in paretenza.


Redazione Experiences

M.C. Escher, l’arte dell’impossibile conquista Padova

Oltre 150 opere, installazioni immersive e un viaggio in realtà virtuale: dal 18 febbraio al 19 luglio 2026 il Centro Culturale Altinate | San Gaetano ospita la più ampia mostra italiana dedicata al genio olandese. Un percorso completo tra paesaggi italiani, tassellazioni, metamorfosi e paradossi geometrici.

“M.C. ESCHER. 
Tutti i capolavori”

di Davide Rinaldi,
redattore di Experiences – specializzato in arti visive e cultura contemporanea.

Una mostra che invita a perdersi per ritrovare il senso dello spazio. E che ricorda, con lucidità, come l’arte possa ancora insegnarci a dubitare di ciò che vediamo.

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in Maurits Cornelis Escher (1898–1972). Non solo perché le sue immagini continuano a circolare tra grafica, design, cinema e cultura pop, ma perché il suo lavoro interroga ancora oggi il nostro modo di guardare lo spazio, l’ordine, l’infinito. Dal 18 febbraio al 19 luglio 2026 Padova dedica al maestro olandese la più grande e completa esposizione mai organizzata in città: “M.C. ESCHER. Tutti i capolavori”, al Centro Culturale Altinate | San Gaetano .

Promossa dal Comune di Padova e prodotta da Arthemisia in collaborazione con la M.C. Escher Foundation, la mostra riunisce oltre 150 opere, tra cui Mano con sfera riflettente, Giorno e Notte, Metamorfosi II, Relatività, Belvedere, attraversando l’intero arco creativo dell’artista . Un percorso ampio, articolato, che restituisce Escher nella sua complessità: incisore raffinato, sperimentatore instancabile, visionario capace di coniugare intuizione visiva e rigore matematico.

Dall’Italia alla geometria: le radici di uno sguardo

Il percorso espositivo si apre con gli esordi. Dopo la formazione alla Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem sotto la guida di Samuel Jesserun de Mesquita, Escher affina tecniche come xilografia, litografia e mezzatinta. Nei lavori giovanili emergono l’influenza dell’Art Nouveau e del Simbolismo, insieme a una precoce attenzione per la struttura compositiva.

Fondamentale è il periodo italiano. Dal 1923 al 1935 l’artista vive a Roma, viaggia nel Centro e nel Sud della penisola, disegna borghi, architetture medievali, paesaggi scoscesi. Le vedute di San Gimignano o le serie dedicate ai Giorni della Creazione testimoniano un’osservazione meticolosa della realtà, già attraversata da prospettive inusuali . È in questi anni che si prepara il passaggio decisivo: dalla rappresentazione del mondo visibile alla costruzione di universi mentali.

L’Alhambra e la scoperta delle tassellazioni

La svolta arriva nel 1936 con il viaggio a Granada. Le decorazioni dell’Alhambra aprono a Escher la strada delle tassellazioni: figure geometriche ripetute all’infinito senza lasciare vuoti né sovrapposizioni. L’artista ne studia le simmetrie, cataloga motivi, elabora un proprio sistema di classificazione.

Da qui nascono opere come Limite del cerchio, dove la suddivisione del piano conduce alla rappresentazione dell’infinito. Il dialogo con matematici e studiosi – tra cui H.S.M. Coxeter – consolida una ricerca che non è mai accademica ma profondamente intuitiva: Escher non è un matematico, ma un artista che “vede” la matematica.

Metamorfosi, cicli, paradossi

La sezione dedicata alle metamorfosi mostra come dalle tassellazioni scaturiscano trasformazioni continue: una lucertola diventa alveare, un pesce si muta in uccello, una figura astratta si trasforma in elemento architettonico. In Metamorfosi I, II e III la ciclicità si traduce in narrazione visiva, in un flusso senza inizio né fine .

Parallelamente, la riflessione sulla struttura dello spazio conduce ai celebri paradossi geometrici. Relatività, Belvedere, Salire e Scendere, Cascata sono costruzioni perfettamente coerenti e al tempo stesso impossibili. Le scale non portano da nessuna parte, l’acqua risale contro gravità, le architetture sfidano ogni legge prospettica. È un gioco serio, in cui l’illusione diventa strumento di conoscenza.

Un allestimento immersivo, tra esperienza e tecnologia

La mostra padovana non si limita alla sequenza delle opere originali. L’allestimento – scenografico e coinvolgente – integra video, apparati didattici, installazioni interattive . Tra le esperienze più attese: la Relativity Room, che altera percezioni di scala e orientamento; la Mirror Room, dove i riflessi si moltiplicano; la postazione ispirata a Mano con sfera riflettente, che invita il visitatore a entrare nell’opera.

Ma il vero elemento di novità è l’installazione in realtà virtuale ospitata ai Musei Civici Eremitani, presentata in anteprima mondiale . Non più semplice spettatore, il pubblico diventa protagonista di un viaggio dentro le architetture escheriane: attraversa porte, sale scale infinite, cambia punto di vista. L’opera si trasforma in ambiente percorribile, in esperienza spaziale.

Eschermania: dall’incisore al mito pop

L’ultima sezione racconta la crescente fortuna critica e popolare di Escher. Dopo l’interesse della comunità scientifica – già evidente nel Congresso Internazionale dei Matematici del 1954 ad Amsterdam – le sue immagini vengono riscoperte negli anni Sessanta dal movimento hippie, soprattutto negli Stati Uniti. Poster, copertine, magliette: le sue visioni diventano icone di una cultura alternativa, talvolta contro la sua stessa volontà .

Oggi l’eredità escheriana attraversa design, architettura, grafica digitale, animazione. La sua ricerca sullo spazio e sull’infinito continua a influenzare generazioni di creativi.

Padova e la cultura come progetto

Curata da Federico Giudiceandrea, presidente della M.C. Escher Foundation, la mostra è patrocinata dall’Ambasciata e Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi . Accanto agli sponsor – Generali Valore Cultura e AcegasApsAmga – e al special partner Ricola, l’evento si inserisce in una strategia più ampia che vede Padova consolidare il proprio ruolo di destinazione culturale.

Dopo le grandi mostre dedicate a Monet e Vivian Maier, il Centro Altinate | San Gaetano torna a essere crocevia di pubblico nazionale e internazionale. L’obiettivo è chiaro: rendere l’arte accessibile, trasversale, capace di dialogare con scuole, famiglie, studiosi.


Informazioni essenziali

M.C. ESCHER. Tutti i capolavori
Centro Culturale Altinate | San Gaetano, Via Altinate 71, Padova
18 febbraio – 19 luglio 2026
Orari: martedì–domenica 9.00–19.30; lunedì 14.30–19.30 (biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietto intero: €16; riduzioni e convenzioni previste
Catalogo Moebius, 224 pagine a colori
Info e prenotazioni: www.arthemisia.it


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