Museo civico del Risorgimento, Bologna: Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860

È un oggetto rarissimo, unico esemplare noto al mondo, e appartiene al Museo civico del Risorgimento di Bologna. Per una serie di improbabili circostanze una giubba garibaldina non rossa, ma di color caffè, si è conservata fino ai giorni nostri e, dopo essere stata restaurata grazie all’Art Bonus, viene esposta al pubblico per la prima volta.

Settore Musei Civici Bologna | Museo civico del Risorgimento

Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860 
A cura di Otello Sangiorgi

14 febbraio – 22 marzo 2026  
Museo civico del Risorgimento
Piazza Giosue Carducci 5, Bologna
www.museibologna.it/risorgimento

Con la mostra Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860, visitabile dal 14 febbraio al 22 marzo 2026, il Museo civico del Risorgimento del Settore Musei Civici del Comune di Bologna è lieto di presentare un oggetto di eccezionale valore storico appartenente alle proprie collezioni.
Si tratta dell’unico esemplare rimasto di uniforme garibaldina del Reggimento Malenchini, un corpo di volontari organizzati tra Livorno e la Toscana che raggiunse i Mille di Giuseppe Garibaldi in Sicilia poco tempo dopo lo sbarco nel 1860, e le cui uniformi avevano una peculiarità singolare: erano di una sfumatura color caffè anziché rosse, secondo l’iconica divisa simbolo del percorso verso l’unità nazionale guidato dall’Eroe dei Due Mondi.
Ne accennavano alcune memorie scritte dai protagonisti, ne restavano testimonianze nell’iconografia dell’epoca, ma di queste uniformi così particolari sembrava essersi persa ogni traccia.

Il capo di vestiario, appartenuto al volontario Primo Baroni (Modena, 1840 ca. – Bologna, 1918), che lo donò al costituendo Museo civico del Risorgimento di Bologna nel 1888 (inv.  n. 641), viene esposto per la prima volta al pubblico dopo il recente restauro tessile finanziato attraverso la campagna di erogazioni liberali Art Bonus In Mille per la giubba da salvare, che nel 2025 ha consentito di raccogliere l’importo di 5.000 euro necessario per un intervento urgente sulle precarie condizioni di conservazione.

Il recupero alla fruizione pubblica di questo pezzo assolutamente unico contribuisce ad approfondire le conoscenze delle vicende legate alla cosiddetta Spedizione dei Mille, con particolare riferimento alle tematiche del vestiario e dell’approvvigionamento dei volontari militari.

All’interno della mostra, a cura di Otello Sangiorgi, sono inoltre esposti diversi cimeli e documenti di Baroni – tra cui il manoscritto originale delle sue memorie Da Genova a Gaeta e Milazzo -, ricordi della battaglia di Milazzo (20 luglio 1860) e altre uniformi garibaldine originali risalenti alla Spedizione dei Mille.
Un’opportunità preziosa e sorprendente per scoprire una pagina sconosciuta ai più dell’epopea risorgimentale italiana.

Alla vicenda di questo rarissimo oggetto e alla storia del suo proprietario Primo Baroni è dedicato l’ultimo numero del Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna (anno LXX, 2025), a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi, che sarà presentato al Museo civico del Risorgimento giovedì 5 marzo 2026 alle ore 17.00.  Il volume è disponibile presso la biglietteria del Museo al prezzo di vendita di € 15.

Durante il periodo di apertura della mostra, sono inoltre proposti appuntamenti di approfondimento in programma tra il Museo civico del Risorgimento e il Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna.

Domenica 22 febbraio 2026 ore 11.00
Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5
Visita guidata alla mostra con Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore)
Costo di partecipazione: biglietto museo

Giovedì 5 marzo 2026 ore 17.00

Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5
Presentazione del volume Un mese di cattura, un giorno di marcia, mezza giornata al fuoco, e due mesi di ospedale. Storia del garibaldino Primo Baroni e della sua uniforme a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi (Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna, anno LXX, 2025)
Intervengono:
Mirtide Gavelli (storica)
Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore mostra)
Andrea Spicciarelli (storico e direttore Ufficio Storico dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini “Giuseppe Garibaldi”)
Andrea Viotti (studioso di storia del costume e delle uniformi e collaboratore dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito)
Ingresso: libero

Domenica 15 marzo 2026 ore 11.00
Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5
Visita guidata alla mostra con Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore)
La visita si svolge nell’ambito della rassegna La Cucina Letteraria di Slow Food Bologna.
Costo di partecipazione: biglietto museo

Domenica 15 marzo 2026 ore 15.00
Cimitero Monumentale della Certosa | Via della Certosa 18
Si scopron le tombe, si levano i morti… Garibaldi e garibaldini in Certosa
Visita guidata con Mirtide Gavelli (storica)
Una passeggiata alla coperta di chi ha contribuito alla causa nazionale durante il Risorgimento, al fianco dell’Eroe dei Due Mondi.
Costo di partecipazione: gratuito
Prenotazione consigliata: prenotazionicertosa@gmail.com
Ritrovo: Info Point storico artistico (cortile chiesa di San Girolamo della Certosa)

Il progetto espositivo si avvale del patrocinio dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini “Giuseppe Garibaldi”ed è realizzato in collaborazione con l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano – Comitato di Bologna e dell’Associazione Amici della Certosa di Bologna.

La storia
Il nome di Giuseppe Garibaldi è spesso associato alla sua impresa più importante, la cosiddetta Spedizione dei Mille volontari partiti da Quarto che nel 1860 abbatterono la dinastia borbonica, e consegnarono la Sicilia e l’Italia meridionale a Vittorio Emanuele II, poi proclamato primo Re d’Italia. In realtà, nel corso di quella campagna militare – che iniziò a maggio e si concluse a ottobre – furono organizzate molte altre spedizioni di volontari che si aggiunsero ai più celebri Mille. A una di queste, comandata da Clemente Corte, partecipò anche Primo Baroni.
La spedizione di Corte fu probabilmente la più sfortunata: i suoi 900 volontari, partiti da Genova un mese dopo i Mille, pochi giorni dopo furono bloccati da navi borboniche e portati al porto di Gaeta, dove rimasero molti giorni. La nave che li portava batteva bandiera americana, e questo permise di evitare loro l’arresto, ma dovettero tornare a Genova. Il 10 luglio partirono di nuovo e questa volta giunsero a Palermo il 18 luglio.
Non ebbero nemmeno il tempo di sbarcare: Garibaldi aveva fretta di prendere Milazzo, l’ultima piazzaforte della Sicilia ancora in mano ai borbonici, e quindi Baroni e gli altri uomini di Conte furono mandati là per combattere.
Mentre erano nel porto di Palermo furono loro consegnati armamento e uniformi: “una blouse di cotonata mista, filettata in rosso, con calzoni di tela crociata”. Quelle uniformi, dall’inconfondibile color caffè, in realtà appartenevano alla spedizione comandata da Vincenzo Malenchini e arrivata da Livorno poco tempo prima; vista l’urgenza, quegli ultimi arrivati furono vestiti alla svelta attingendo ai depositi del Reggimento Malenchini. 
Giunti a Milazzo il 20 luglio, Baroni e i suoi compagni furono subito mandati in battaglia e spediti in un punto particolarmente critico, dove subirono pesanti perdite. Baroni fu proprio uno dei primi a cadere, come lui stesso racconta: “Passammo il canneto al grido di viva Garibaldi, caricando il nemico alla baionetta. Avevo fatto poco più di cento passi, quando mi sentii come un grosso colpo di bastone alla coscia sinistra. Appena avuto il tempo di scorgere il buco prodotto dalla palla caddi a terra”.
Fu proprio grazie a queste circostanze che la sua uniforme color caffè poté essere conservata, l’unica ad arrivare fino a noi.
A causa della cattiva qualità del tessuto, le uniformi color caffè si rovinavano subito, così nel corso della campagna furono distribuite camicie rosse per sostituire quelle logore, che vennero buttate. Ma per Baroni e per la sua uniforme le cose andarono diversamente, come lui stesso annota nelle sue Memorie: la sua “non molto fortunata campagna si riassume in un mese di cattura, un giorno di marcia, mezza giornata al fuoco e due mesi d’ospedale”.
E così ebbe modo di conservare gelosamente il ricordo di quella memorabile giornata e di donarlo nel 1888 al costituendo Museo del Risorgimento di Bologna, città in cui si era trasferito attorno al 1880. 
La giubba reca ancora, nella falda inferiore, il foro della palla di piombo che lo ferì alla gamba sinistra e rappresenta, oggi, un’uniforme unica al mondo.

Le caratteristiche e il restauro
La giubba risulta realizzata in tela mélange di cotone marrone, con ampia bordatura in tela di lana rossa allo sparato anteriore e al bavero, piccoli bottoni semisferici e filettature rosse alle manopole, realizzate in tela di lana rossa su imbottitura in cordonetto di canapa.
La giubba conserva la traccia di un foro di proiettile nella parte anteriore, lungo il margine finale della parte sinistra. Primo Baroni stesso evidenziò il foro cucendovi attorno un cartoncino.
Prima del restauro la giubba appariva interessata da depositi superficiali di polvere e sporco, con una evidente disidratazione delle fibre. Erano visibili numerose lacerazioni in senso ordito su tutto il capo, incluse le tasche con brandelli di tessuto
parzialmente staccati. Si notavano rammendi con filato incongruo e punti grossolani e lacune di diverse dimensioni. Le profilature in lana rossa presentavano piccole rosure di insetto. Si evidenziavano anche macchie dovute probabilmente all’uso, mentre i peduncoli dei bottoni risultavano in precario stato conservativo.
Dopo un attento studio del materiale, la giubba è stata depolverata delicatamente e pulita mediante vaporizzazione ad ultrasuoni a freddo con leggero passaggio di morbide microfibre per la rimozione dello sporco superficiale. 
È seguita poi la messa in forma della giubba mediante imbottitura realizzata ad hoc. 
Quanto al consolidamento, lo stato precario del materiale non avrebbe consentito il passaggio dell’ago senza provocare ulteriori danni al tessuto. È stato quindi tinto in tono e trattato col film termoadesivo un leggerissimo velo di seta che è stato poi applicato all’interno della giubba, in modo da creare una sorta di “seconda pelle” trasparente a sostegno totale del capo.
Le lacune più significative sono state integrate mediante fissaggio a cucito di supporti locali tinti nel colore idoneo, rimuovendo i rammendi incongrui che trattenevano il tessuto in posizione scorretta.
Lungo la fascia in pannetto rosso dell’allacciatura, le numerose piccole lacune sono state integrate inserendo al di sotto un pannetto di lana del medesimo colore, applicando localmente un velo termoadesivo a rinforzo delle parti lacerate e ripristinando tutte le cuciture mancanti.
I peduncoli dei bottoni, in precario stato conservativo, sono stati rinforzati.
Le operazioni di restauro sono state supportate dall’analisi merceologica delle fibre tessili completata da una scheda tecnica corredata da immagini a microscopio digitale.
Il manichino utilizzato per l’esposizione è stato modellato e adattato alla giubba con imbottiture su misura, partendo da un busto preformato standard, per fornire adeguato sostegno al capo e consentirne una corretta lettura tridimensionale.

La ricostruzione grafica
Nella mostra Garibaldini in uniforme dall’Uruguay alle Argonne (1843-1915), organizzata dal Museo civico del Risorgimento di Bologna dal 30 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, sono state esposte le ricostruzioni grafiche di uniformi indossate da diversi corpi di volontari garibaldini tra 1843 e 1915, realizzate nel corso degli anni dal pittore e disegnatore Pietro Compagni sulla base dell’iconografia e di descrizioni coeve.
In quell’occasione Compagni “scoprì” che nel museo era conservata anche la giubba garibaldina color caffè qui esposta, che egli riconobbe essere un reperto assolutamente unico.
Già lo studioso Andrea Viotti nel 1979 aveva scritto un saggio sul Reggimento Malenchini, ipotizzando anche una ricostruzione grafica dell’uniforme unicamente in base alle memorie scritte. Compagni decise così di realizzare, basandosi su quello studio e sul reperto originale, un figurino attendibile dell’uniforme da volontario del Reggimento Malenchini (1860).
Al momento dell’inaugurazione della mostra il disegno non era ultimato, ma si decise di esporlo ugualmente, anche perché questo ci servì per attirare l’attenzione sul cattivo stato di conservazione del reperto, e per lanciare una campagna di raccolta fondi attraverso l’Art Bonus, operazione andata a buon fine.
Nel frattempo, Compagni ha potuto portare a termine anche la ricostruzione grafica dell’uniforme, che viene ora esposta accanto a quella originale, finalmente restaurata.

Il nucleo di uniformi garibaldine del Museo civico del Risorgimento di Bologna 
Il Museo civico del Risorgimento di Bologna conserva un nucleo di 30 uniformi di corpi garibaldini, quasi tutte rosse. 
Di queste poche risalgono al 1860, la maggior parte sono invece relative alla Terza Guerra di Indipendenza (1866), alcune alla Campagna dell’Agro romano (1867) e alla campagna a fianco della Francia contro la Prussia (1870).
Come è noto, le uniformi dei garibaldini vennero spesso realizzate in mancanza di regolamenti precisi che le codificassero e, anche nel caso in cui questi fossero presenti, come nel 1866, i volontari spesso li adattavano alle proprie esigenze e gusti personali. Nella loro multiforme varietà, le uniformi garibaldine del Museo esprimono pertanto quell’approssimazione e quella scarsa attenzione agli aspetti formali che, espresse icasticamente nel modo di dire “alla garibaldina” , consegnano al tempo presente la memoria dei seguaci dell’Eroe dei Due Mondi.

Per approfondire
Presentazione della campagna Art Bonus In mille per la giubba da salvare:
https://www.youtube.com/watch?v=lGOnloPzE2M&list=PLc1n2eDjgXeegS3j9-KaHOfUl-tzSCwSb&t=3s

Relazione di restauro della giubba di color caffè di Primo Baroni eseguito da R.T. Restauro Tessile, Albinea (RE):
https://storiaememoriadibologna.it/archivio/opere/giubba-garibaldina-di-primo-baroni

Schedatura delle uniformi garibaldine conservate al Museo civico del Risorgimento di Bologna:
https://www.storiaememoriadibologna.it/archivio/eventi/le-uniformi-garibaldine-del-museo-civico-del-risorgimento


Mostra
Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860

A cura di
Otello Sangiorgi

Promossa da
Settore Musei Civici Bologna | Museo civico del Risorgimento

Periodo di apertura
14 febbraio – 22 marzo 2026

Orari di apertura
Martedì e giovedì 9.00 – 13.00
Venerdì 15.00 – 19.00
Sabato, domenica 10.00 – 18.00
Chiuso lunedì, mercoledì

Ingresso
Intero € 5 | ridotto € 3 | ridotto speciale visitatori di età compresa tra i 19 e i 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura

Informazioni
Museo civico del Risorgimento
Piazza Giosue Carducci 5 | 40125 Bologna
Tel. + 39 051 2196520
www.museibologna.it/risorgimento
museorisorgimento@comune.bologna.it
Facebook: Museo civico del Risorgimento – Certosa di Bologna
YouTube: Storia e Memoria di Bologna

Settore Musei Civici Bologna
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Toulouse-Lautrec, Parigi in scena. Firenze prolunga il viaggio nella Belle Époque

Oltre centomila visitatori e una richiesta che non accenna a diminuire: il Museo degli Innocenti prolunga fino al 7 giugno 2026 la grande mostra dedicata a Henri de Toulouse-Lautrec. Un percorso immersivo tra manifesti, notti bohémien e rivoluzioni grafiche che riportano a Firenze l’energia della Parigi fin de siècle.

Toulouse-Lautrec, Parigi in scena. Firenze prolunga il viaggio nella Belle Époque

Serena Galimberti
Fotografia e arti visive contemporanee

L’esposizione non solo ripercorre la parabola creativa di uno dei più grandi artisti di ogni tempo,
ma ci trasporta dentro quel clima unico di Parigi fin de siècle, con i suoi artisti, le luci, le scoperte, il fulgore dell’arte.

Il successo non è soltanto numerico, ma simbolico. Con oltre 100mila ingressi registrati, l’esposizione “Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Époque” si conferma tra gli appuntamenti più seguiti della stagione fiorentina e viene prorogata fino al 7 giugno 2026 . Un risultato significativo per una città abituata ai grandi flussi turistici e alle rassegne di richiamo internazionale, ma che qui ha intercettato un pubblico trasversale: scolaresche, gruppi organizzati, visitatori italiani e stranieri.

La mostra, in anteprima nazionale, è ospitata dal 27 settembre 2025 al Museo degli Innocenti e propone un’immersione ampia e articolata nella Parigi di fine Ottocento. Non si limita a ripercorrere la parabola creativa di Henri de Toulouse-Lautrec (1864–1901), ma ricostruisce un intero clima culturale: boulevard illuminati dalle prime luci elettriche, caffè frequentati da artisti e scrittori, nascita della società di massa e di una nuova comunicazione visiva.

Oltre cento opere per raccontare un’epoca

Il cuore del percorso è costituito da oltre cento opere iconiche dell’artista francese . Tra queste, alcune delle immagini che hanno definito l’immaginario della Belle Époque: Jane Avril (1893), Troupe de Mademoiselle Églantine (1896), Aristide Bruant nel suo cabaret (1893), oltre a litografie, disegni, illustrazioni per riviste come La Revue blanche (1895). Alcuni prestiti provengono dalla Collezione Wolfgang Krohn di Amburgo e dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi.

L’allestimento procede con una scenografia d’epoca, arricchita da arredi originali, oggetti storici, materiali d’archivio, fotografie e video, costruisce un percorso multisensoriale tra il 1880 e il 1900. L’idea è chiara: restituire il contesto. Lautrec è parte di un sistema visivo e sociale in piena trasformazione.

Quando il manifesto invade le strade

Una delle sezioni più dense affronta la nascita del manifesto moderno. Intorno al 1890, complice la crescita industriale, esplode una vera mania del manifesto: caffè, spettacoli teatrali, riviste, prodotti di consumo vengono pubblicizzati con grandi litografie a colori che trasformano i muri di Parigi in una galleria a cielo aperto. L’arte esce dagli atelier e si mescola alla vita quotidiana.

In questo scenario, Lautrec radicalizza il suo linguaggio. Silhouette marcate, linee essenziali, campiture piatte, prospettive ardite e una tavolozza ridotta ma incisiva segnano un distacco dalle idealizzazioni decorative di molta grafica coeva. L’influenza delle xilografie giapponesi – inquadrature asimmetriche, tagli improvvisi, uso espressivo del colore – viene assorbita e trasformata in un lessico personale.

Accanto a lui, il percorso ricorda altri protagonisti della Belle Époque e dell’Art Nouveau: Alphonse Mucha con le sue figure femminili sinuose, Jules Chéret, pioniere della pubblicità moderna, Georges de Feure, Frédéric-Auguste Cazals, Paul Berthon. Non un semplice corollario, ma la dimostrazione di come la grafica diventi arte e l’arte linguaggio urbano condiviso.

Tecnica e modernità: la rivoluzione del colore

La mostra dedica spazio anche alla svolta tecnica che rende possibile questa esplosione visiva. Dalla litografia inventata da Alois Senefelder nel 1798 alla svolta impressa da Jules Chéret a partire dal 1866, con una tecnica che consente di ottenere stampe policrome di grande qualità utilizzando poche lastre di pietra. Lautrec, disegnando direttamente sulla pietra e seguendo ogni fase del processo, porta questa innovazione a maturazione.

Il manifesto non è più solo strumento commerciale: diventa simbolo di un’epoca. Quando l’artista afferma “L’affiche, il y a qu’ ça” (il manifesto, questo è tutto ciò che c’è) sta sintetizzando un nuovo rapporto tra arte e comunicazione, tra estetica e società.

Montmartre: la vita come materia d’arte

Il percorso entra poi nella dimensione biografica e umana di Lautrec. Aristocratico di nascita, ma bohémien per scelta, fisicamente fragile, ma dotato di uno sguardo implacabile, l’artista trova nel mondo notturno di Montmartre il suo osservatorio privilegiato .

Le sezioni dedicate ai ritratti e alla serie Elles (1896) mostrano un approccio lontano dall’idealizzazione. Le donne dei bordelli sono presenze colte nella loro quotidianità: mentre si pettinano, riposano, attendono. Uno sguardo partecipe, mai moralistico, che restituisce dignità a figure marginali.

Non manca il capitolo più drammatico, quello del 1899, quando l’artista viene internato a causa dell’alcolismo e di una forma di demenza probabilmente legata alla sifilide. La serie dedicata al circo, realizzata per dimostrare la propria lucidità mentale, diventa testimonianza di una creatività che si fa strumento di salvezza. “Ho comprato la mia libertà con i miei disegni”, dichiarerà in seguito.

L’Art Nouveau come arte totale

Il contesto si amplia fino all’Art Nouveau, intesa come arte totale che invade la vita quotidiana: mobili, lampade, vetri, gioielli, oggetti d’uso comune. Da Tiffany negli Stati Uniti alla Sezession viennese, dal Liberty italiano al Modernismo spagnolo, il Modern Style rappresenta la risposta estetica a una società industriale in rapida trasformazione.

Firenze, con questa esposizione, sceglie di leggere la Belle Époque come laboratorio della modernità. Un momento di rottura con l’eclettismo ottocentesco e di sperimentazione che ancora oggi influenza la cultura visiva contemporanea.

Un progetto corale

La mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia insieme al Museo degli Innocenti, con il patrocinio del Comune di Firenze, in collaborazione con Cristoforo, Ernst Barlach Museumsgesellschaft Hamburg e BridgeconsultingPro. La curatela è affidata al Dr. Jurgen Doppelstein, con Gabriele Accornero project manager della Collezione. Il catalogo è edito da Moebius.

Partner dell’iniziativa sono Ricola (special partner), Mercato Centrale Firenze, Unicoop Firenze, La Rinascente; mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale; media partner FirenzeToday; educational partner LABA .


Note essenziali

Sede: Museo degli Innocenti, Piazza SS. Annunziata 13, Firenze
Data: fino al 7 giugno 2026
Orari: tutti i giorni 9.30–19.00 (biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti: intero €16, ridotto €14
Informazioni: www.arthemisia.itwww.museodeglinnocenti.it
Hashtag: #ToulouseFirenze


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>
Redazione Experiences

Corpi, luce e desiderio: un’ampia retrospettiva su Robert Mapplethorpe

A Milano, Palazzo Reale ospita fino al 17 maggio 2026 l’ampia retrospettiva Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio, che offre un incontro profondo e coinvolgente con la poesia visiva di uno dei fotografi più influenti e controversi del Novecento, attraverso immagini potenti, sensuali e formalmente rigorose.
Questa mostra, inserita nel programma culturale dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026, richiama l’attenzione sul corpo, sull’identità e sulle possibilità espressive della fotografia come forma d’arte.

Elena Serra
Commentatrice di Experiences
Fotografia e linguaggi visivi contemporanei.

Un’indagine sull’estetica del desiderio

Dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, Palazzo Reale di Milano accoglie una delle retrospettive più attese della stagione espositiva italiana: Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio. Curata da Denis Curti e promossa dal Comune di Milano – Cultura, l’esposizione propone una vasta selezione di opere iconiche, potenti e anticonformiste di Robert Mapplethorpe, fotografo statunitense considerato tra i protagonisti della cultura visiva del XX secolo.

L’allestimento si inserisce nella Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il palinsesto culturale plurale e diffuso che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali, con l’intento di coniugare sport, patrimonio e linguaggi artistici contemporanei in un dialogo interdisciplinare.

Il corpo come architettura di significati

La mostra milanese rappresenta il secondo capitolo di una trilogia dedicata a Mapplethorpe, iniziata a Venezia (Le Stanze della Fotografia) e destinata a concludersi a Roma. In questo contesto, il percorso espositivo si concentra sull’aesthetic research del fotografo: i nudi sensuali, le composizioni rigorose e le immagini in bianco e nero che traducono il desiderio in forma, luce e contrasto. In queste fotografie il corpo umano è rappresentato con la stessa disciplina compositiva dell’architettura classica, diventando misura ideale e simbolo di bellezza assoluta.

Mapplethorpe, nato a New York nel 1946 e scomparso nel 1989, ha saputo trasformare la fotografia in uno strumento di indagine culturale e politica. La sua ricerca visiva esplora le tensioni tra classicismo e libertà espressiva, tra forma e sensualità, proponendo immagini che invitano lo spettatore a confrontarsi con le categorie del desiderio, dell’identità e del corpo come opera d’arte.

Un percorso espositivo tra potenza e poesia

L’allestimento milanese riunisce una selezione ampia e inedita di scatti che attraversano gli esordi e le fasi più mature della produzione di Mapplethorpe: nudi, ritratti, composizioni che dialogano con la statuaria antica e ricordano l’etica classica della perfezione formale. La scelta delle opere riflette l’attitudine dell’artista a confrontarsi con paradigmi estetici e sociali, dando vita a immagini che sono al tempo stesso immediate e concettualmente complesse.

Accanto alle fotografie più celebri, la mostra propone scatti meno noti e materiali di approfondimento che permettono di cogliere la portata di una ricerca che ha segnato profondamente la storia della fotografia contemporanea. La tensione tra rigore e sensualità, tra disciplina e provocazione, è al centro di ogni scelta espositiva.

Milano, capitale dell’immagine nel tempo dei Giochi

Con Le forme del desiderio, Milano conferma la sua vocazione come capitale dell’immagine e del linguaggio visivo, capace di accogliere linguaggi radicali e di porre la fotografia al centro di una riflessione estetica e culturale di ampio respiro. Palazzo Reale, con la sua grande sala espositiva, diventa teatro di un confronto tra passato e presente, classico e contemporaneo, disciplina e libertà.

In un periodo segnato dall’energia degli eventi sportivi e dalla partecipazione internazionale, la mostra invita il pubblico a riscoprire – attraverso lo sguardo di Mapplethorpe – il corpo come forma, il desiderio come principio estetico e la fotografia come linguaggio universale di espressione artistica.


Note essenziali:
Date: 29 gennaio – 17 maggio 2026.
Sede: Palazzo Reale, Milano.
Curatela: Denis Curti.
Promossa da: Comune di Milano – Cultura; prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation (New York).


Redazione Experiences

Memory Bricks nell’ambito delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina 2026

In Via Montenapoleone, cuore simbolico del lusso milanese, un’installazione urbana temporanea intitolata Memory Bricks mette in relazione Milano e Shanghai nell’ambito delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina 2026. Un progetto che intreccia design, memoria e identità urbana, trasformando la strada in spazio di riflessione pubblica.

Moda, design e Olimpiadi
Memory Bricks tra Milano e Shanghai

Luca Ferraris – Experiences, Cultura contemporanea, design urbano e politiche culturali internazionali.

Un’installazione nel cuore della città

Via Montenapoleone è sinonimo di eleganza, moda e potenza economica. È una delle arterie più celebri del Quadrilatero della Moda, luogo di passaggio internazionale dove il lusso è linguaggio quotidiano. Proprio qui, in un contesto dominato da vetrine e marchi globali, prende forma Memory Bricks, un’installazione urbana che introduce una pausa riflessiva nel ritmo accelerato della città.

L’opera nasce all’interno del programma delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina 2026, il palinsesto di eventi artistici che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali. Se lo sport è il centro simbolico dell’evento, la cultura ne rappresenta la trama diffusa: un sistema di interventi che coinvolge musei, spazi pubblici, quartieri e luoghi simbolici.

Mattoni come frammenti di memoria

Il titolo è semplice e diretto: Memory Bricks. Mattoni della memoria. L’installazione si compone di elementi modulari che evocano l’idea del costruire, dell’edificare relazioni, del sovrapporre storie. Il mattone è l’unità primaria dell’architettura urbana, ma qui diventa metafora di identità condivise e di dialogo tra culture.

Il progetto mette in comunicazione Milano e Shanghai, due metropoli che negli ultimi decenni hanno conosciuto trasformazioni profonde e rapidissime. Se Milano è laboratorio storico del design e dell’industria creativa europea, Shanghai rappresenta uno dei poli più dinamici dell’Asia contemporanea. L’installazione suggerisce un ponte simbolico tra queste due realtà, attraverso un linguaggio visivo essenziale ma denso di rimandi.

Ogni “brick” è concepito come frammento narrativo: non solo oggetto fisico, ma supporto di un racconto. L’opera invita il pubblico a riflettere su cosa significhi memoria in un’epoca dominata dalla velocità e dalla trasformazione costante.

Moda, design e sport: un triangolo inatteso

La scelta di Via Montenapoleone non è casuale. Collocare un intervento culturale in uno dei luoghi più iconici del consumo globale significa interrogare il rapporto tra estetica e mercato, tra identità e rappresentazione. In questo contesto, Memory Bricks introduce una dimensione pubblica in uno spazio percepito spesso come esclusivo.

Le Olimpiadi Culturali ampliano così il loro raggio d’azione: non solo musei e istituzioni, ma anche spazi urbani aperti, attraversati quotidianamente da cittadini e visitatori. Lo sport diventa pretesto per attivare riflessioni su città, relazioni internazionali e futuro delle metropoli.

Milano Cortina 2026 non è solo un evento sportivo: è un momento di ridefinizione dell’immagine della città. E questa installazione si inserisce in una narrazione più ampia che vuole presentare Milano come capitale culturale aperta al dialogo globale.

Milano e Shanghai: due città in trasformazione

Il dialogo con Shanghai introduce un livello ulteriore di complessità. Entrambe le città hanno vissuto negli ultimi trent’anni una profonda riconfigurazione urbanistica e identitaria. Milano ha riconvertito aree industriali in quartieri creativi, ha ridefinito il proprio skyline e ha consolidato il proprio ruolo internazionale nel design e nella moda. Shanghai, con la sua crescita vertiginosa, è diventata simbolo della modernità asiatica.

Memory Bricks suggerisce che le città non sono soltanto insiemi di edifici, ma archivi viventi. Ogni mattone è memoria sedimentata. Mettere in dialogo Milano e Shanghai significa interrogare il modo in cui le metropoli costruiscono la propria narrazione, oscillando tra tradizione e innovazione.

L’arte urbana come dispositivo relazionale

L’installazione non impone un percorso obbligato. Si offre allo sguardo, invita all’attraversamento, sollecita una lettura libera. In questo senso, assume una funzione relazionale: crea uno spazio di incontro inatteso in un luogo dominato dalla dimensione commerciale.

L’arte pubblica, soprattutto quando inserita in contesti centrali e altamente visibili, ha la capacità di interrompere la routine percettiva. Qui il gesto è misurato, non invasivo, ma significativo. I mattoni, ripetuti e modulati, suggeriscono costruzione collettiva: nessuna memoria è isolata, ogni identità è frutto di stratificazioni.

Olimpiadi Culturali: oltre la retorica dell’evento

L’iniziativa si inserisce in una strategia più ampia che vede le Olimpiadi Culturali come occasione di produzione simbolica. Non solo celebrazione, ma attivazione di processi. Milano Cortina 2026 sta costruendo un calendario diffuso che coinvolge istituzioni, spazi pubblici e realtà private, trasformando l’evento sportivo in catalizzatore culturale.

In questo scenario, Memory Bricks rappresenta una curiosità olimpica solo in apparenza marginale. In realtà, intercetta una questione centrale: come si costruisce un’immagine internazionale della città? Attraverso quali linguaggi? Con quali alleanze?

Il dialogo con Shanghai assume così una dimensione diplomatica, oltre che artistica. Le città diventano interlocutrici dirette, superando la dimensione strettamente nazionale.

Un gesto discreto ma strategico

Nel contesto spettacolare delle grandi installazioni urbane, Memory Bricks sceglie una via più sobria. Nessuna monumentalità, nessuna retorica eccessiva. Solo un sistema modulare che richiama l’idea di costruzione lenta e condivisa.

Via Montenapoleone, attraversata ogni giorno da migliaia di persone, diventa spazio di riflessione su cosa significhi memoria in un tempo dominato dall’immagine istantanea. Il mattone, elemento arcaico e primario, contrasta con la fluidità digitale che caratterizza la contemporaneità.

Costruire ponti, non solo scenografie

Le Olimpiadi generano spesso scenografie temporanee. Qui, invece, si tenta di costruire un ponte simbolico che superi la durata dell’evento. Milano e Shanghai sono chiamate a riconoscersi come città in dialogo, non solo come poli economici ma come laboratori culturali.

L’installazione suggerisce che l’identità urbana non è data una volta per tutte: si costruisce, si stratifica, si reinventa. Proprio come un muro fatto di mattoni, che può essere ampliato, modificato, restaurato.


Note essenziali
• Installazione: Memory Bricks
• Luogo: Via Montenapoleone, Milano
• Ambito: Programma delle Olimpiadi Culturali di Milano Cortina 2026
• Tema: Dialogo simbolico tra Milano e Shanghai attraverso un’installazione urbana modulare


Redazione Experiences

In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026

In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026, il Museo del Novecento di Milano presenta Urrà la neve! Armando Testa e lo sport, una mostra-focus che esplora il rapporto tra sport e immaginario nella grafica italiana attraverso una selezione di manifesti e opere del maestro della comunicazione visiva. L’esposizione racconta oltre trent’anni di sperimentazione visiva in cui movimento, gesto e velocità diventano simboli culturali.

Andrea Valenti – Commentatore di Experiences, Grafica, design e cultura visiva del Novecento.

Milano celebra un linguaggio visivo del Novecento

Dal 22 gennaio al 30 aprile 2026 il Museo del Novecento di Milano dedica uno sguardo tematico alla produzione grafica di Armando Testa (Torino, 1917–1992), protagonista indiscusso della comunicazione visiva italiana del Novecento. Inserita nel calendario culturale dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina, la mostra Urrà la neve! Armando Testa e lo sport propone un percorso concentrato sul tema dello sport come terreno di sperimentazione estetica e simbolica.

L’iniziativa, a cura di Gemma De Angelis Testa e Gianfranco Maraniello, realizzata in collaborazione con Testa per Testa, si concentra su una selezione di opere grafiche – sette manifesti accompagnati da un contributo audiovisivo – che testimoniano la capacità di Testa di tradurre in immagini il gesto atletico, l’energia del movimento e la compenetrazione tra sport e cultura di massa.

Un linguaggio fatto di segno, movimento e ironia

Armando Testa è stato figura chiave nella definizione del linguaggio visivo italiano: fin dalla fondazione della sua agenzia nel 1946 ha saputo coniugare essenzialità formale, ironia e sperimentazione, attraversando i confini della pubblicità, dell’arte, del cinema e della televisione. Il suo approccio alla comunicazione visiva ha influenzato profondamente la percezione collettiva di immagini e messaggi, facendo della grafica strumento di comprensione culturale oltre che di persuasione.

Nel contesto della mostra milanese, questo linguaggio si confronta con il tema sportivo: le opere selezionate, datate dagli anni Cinquanta ai primi anni Novanta, mostrano come Testa abbia saputo cogliere la modernità e la dinamicità dello sport, cogliendo spunti dalla cultura visiva del suo tempo e traducendo segmenti di realtà in icone memorabili.

I protagonisti della mostra: manifesti e audiovisivi

Tra i pezzi in mostra figurano manifesti storici come il celebre “Moto Guzzi Lodola Sport 175” del 1954, dove l’energia della velocità e la sintesi cromatica restituiscono un mito moderno del movimento, e manifesti realizzati per eventi olimpici e sportivi, che riflettono l’evoluzione dell’estetica e della comunicazione pubblicitaria in Italia.

Il contributo audiovisivo inserito nel percorso arricchisce la lettura delle opere, mettendo in relazione il linguaggio dei manifesti con il ritmo e la teatralità dello sport: la serie di lavori di Testa diventa così occasione per riflettere sulla relazione tra figura e movimento, tra forma visiva e percezione collettiva.

Sport come metafora culturale

La scelta di dedicare una mostra proprio al rapporto tra Testa e lo sport non è casuale: nelle immagini del grafico torinese lo sport emerge non soltanto come attività fisica, ma come metafora delle trasformazioni culturali e sociali del secondo Novecento. La capacità di sintetizzare gesto, velocità e simbolo in poche linee e colori conferisce a queste opere una forza comunicativa che trascende il puro ambito pubblicitario.

Attraverso il dinamismo compositivo, la tensione formale e l’approccio innovativo, Testa ha saputo creare immagini in cui l’icona sportiva diventa veicolo di significati più ampi: una cartografia visiva della modernità, in cui il corpo che si muove, il paesaggio stilizzato, la forza del segno grafico si intrecciano con la memoria collettiva.

Milano, design e Olimpiadi: la città come palcoscenico

La mostra si inserisce organicamente nella cornice culturale milanese che accompagna l’appuntamento olimpico: città e istituzioni culturali hanno voluto attribuire alle arti visive un ruolo centrale nel raccontare l’identità del tempo presente. In questo senso, la retrospettiva su Testa non è solo un omaggio a un protagonista della grafica italiana, ma un invito a guardare allo sport come fenomeno estetico e culturale, capace di dialogare con design, comunicazione e identità collettiva.

Allo stesso tempo, Urrà la neve! rappresenta un’occasione per riscoprire uno dei linguaggi visivi più influenti del Novecento italiano in un luogo simbolico come il Museo del Novecento, spazio che da sempre promuove la riflessione sull’arte e la società del secolo trascorso.


Note essenziali:
Date della mostra: 22 gennaio – 30 aprile 2026.
Luogo: Museo del Novecento, Milano.
Curatela: Gemma De Angelis Testa e Gianfranco Maraniello; in collaborazione con Testa per Testa.
• Opere esposte: sette manifesti e un contributo audiovisivo focalizzati sul tema dello sport nella grafica di Armando Testa.


Redazione Experiences

Il 15 febbraio di ogni anno satira e memoria si intrecciano

Ogni anno, il 15 febbraio, la cittadina fiamminga di Aalst, nel nord del Belgio, inaugura il suo celebre carnevale, una festa popolare lunga tre giorni fatta di maschere, carri e satira sociale. Antico di oltre sei secoli, il Carnevale di Aalst è noto per il suo umorismo irriverente e per la partecipazione collettiva, ma negli ultimi anni è finito sotto i riflettori internazionali per le controversie che ne hanno portato alla rimozione dalla lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, nel 2019.

Il Carnevale di Aalst (Belgio)
fra tradizione millenaria e polemiche globali

Elena Serra – Commentatrice di Experiences: Tradizioni popolari, patrimonio culturale immateriale e dinamiche globali della cultura.

Una tradizione che affonda le radici nel Medioevo

Il Carnevale di Aalst è uno degli eventi popolari più antichi d’Europa: le sue origini risalgono al Medioevo e la forma attuale della festa, con cortei, carri allegorici, cerimonie rituali e travestimenti, si è consolidata nel corso di oltre 600 anni. L’appuntamento cade ogni anno nella settimana che precede il Mercoledì delle Ceneri e mobilita l’intera comunità locale in preparativi durati mesi. La celebrazione porta in strada danze, maschere irriverenti, danze popolari come quella della scopa e una serie di figure tradizionali – dal Principe del Carnevale, che riceve simbolicamente le chiavi della città, alle sfilate di giganti e di gruppi mascherati che interpretano la realtà sociale con spirito provocatorio.

Questo carnevale è stato – e per la comunità di Aalst rimane – più di una semplice festa: è un rito collettivo che scandisce il cambio di stagione e cancella temporaneamente le gerarchie sociali attraverso il rovesciamento delle norme, la parodia politica e l’umorismo acceso.

Un riconoscimento UNESCO e la rimozione controversa

Nel 2010 il Carnevale di Aalst ricevette un riconoscimento internazionale: fu iscritto nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, un riconoscimento ufficiale che valorizza tradizioni comunitarie, rituali e pratiche simboliche degne di tutela e trasmissione generazionale.

Tuttavia, nel corso degli anni successivi, alcune edizioni della festa suscitarono forti critiche per la presenza di carri allegorici e rappresentazioni satiriche ritenute offensive o stereotipate, in particolare nei confronti di gruppi e comunità etniche o religiose. Nel 2019, una delle parate attirò l’attenzione internazionale per un carro giudicato da molte organizzazioni come basato su stereotipi antisemiti.

In risposta a queste controversie, l’UNESCO avviò un esame della situazione e, nel dicembre dello stesso anno, l’Intergovernmental Committee for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage ha deciso di rimuovere il Carnevale di Aalst dalla sua lista, sulla base del fatto che la ripetuta presenza di rappresentazioni ritenute discriminatorie era “incompatibile con i principi fondamentali della Convenzione sul patrimonio immateriale”.

La decisione fu storica: si trattò della prima volta che un elemento veniva depennato dalla lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO per ragioni di questo tipo.

Satira e polemica: libertà d’espressione contro rispetto e inclusione

La rimozione dal registro UNESCO ha aperto un dibattito più ampio sulla natura del Carnevale di Aalst e sul confine tra satira sociale e rappresentazioni offensive. Da una parte, gli organizzatori e molti abitanti di Aalst hanno difeso la manifestazione come espressione genuina di libertà d’espressione e spirito critico, una tradizione radicata nella loro cultura locale e nella capacità di ridicolizzare – senza gerarchie – politici, eventi globali e personaggi pubblici.

Dall’altra, organismi per i diritti umani, rappresentanti di comunità religiose e osservatori internazionali hanno criticato l’uso di immagini stereotipate che possono evocare ferite storiche profonde, sottolineando come certi simboli e caricature possano nuocere alla convivenza civile e alimentare pregiudizi.

Questo confronto tra satira e sensibilità collettiva rimane al centro del discorso pubblico attorno al Carnevale di Aalst, una festa che continua a riunire decine di migliaia di visitatori ogni anno ma che è anche simbolo di un’intricata tensione culturale.

Il carnevale oggi: identità, partecipazione e futuro

Nonostante la perdita dello status UNESCO, il Carnevale di Aalst resta una delle manifestazioni popolari più seguite in Belgio e nel panorama carnascialesco europeo. La sua formula di satira aperta e partecipazione collettiva continua ad animare la città per tre giorni, tra coriandoli, costumi elaborati e gruppi mascherati che ogni anno reinventano la tradizione.

Al di là delle polemiche, la festa di Aalst è osservata come esempio di folclore urbano che riflette con vigore il rapporto tra cultura locale e dinamiche globali: una manifestazione che è al tempo stesso rito sociale, critica umoristica e — per alcuni — terreno di sfida alle convenzioni moderne di inclusione e rispetto.


Note essenziali:
• Il Carnevale di Aalst si celebra annualmente nei tre giorni che precedono il Mercoledì delle Ceneri, con il culmine il 15 febbraio nella tradizione di quest’anno.
• È una manifestazione plurisecolare che unisce satira, cortei, carri allegorici e rituali popolari trasmessi da generazioni.
• Fu iscritto nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO nel 2010, ma rimosso nel 2019 per controversie legate ad alcune rappresentazioni considerate discriminatorie.


Redazione Experiences

Musei civici gratuiti per i residenti e nuove tariffe per i visitatori

A partire dal 2 febbraio 2026 la Capitale ha adottato un nuovo sistema tariffario per i musei civici e alcuni monumenti, con l’obiettivo di rafforzare l’accesso dei cittadini romani alla propria eredità culturale e di gestire in modo più sostenibile il flusso dei visitatori. I residenti di Roma e della Città Metropolitana possono entrare senza costi, mentre per i turisti e i non residenti sono state introdotte nuove tariffe simboliche.

Roma ridefinisce i suoi musei
e l’accesso alla cultura

Marco Bellini
Commentatore di Esperiences
Politiche culturali e valorizzazione del patrimonio urbano.

Una riforma pensata per equità e sostenibilità

Dal 2 febbraio la Città di Roma ha messo in atto un significativo cambiamento nel modo in cui si accede ai propri musei civici e ad alcuni dei luoghi più iconici del patrimonio urbano. Su impulso dell’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Roberto Gualtieri, è entrato in vigore un sistema che assegna la gratuità d’ingresso a tutti i residenti di Roma e della Città Metropolitana, favorendo così una fruizione quotidiana e più partecipata del patrimonio collettivo.

L’idea alla base della riforma è duplice: accrescere il rapporto dei cittadini con il tesoro artistico e archeologico della loro città, e al tempo stesso introdurre strumenti per un turismo più ordinato e responsabile, che contribuisca economicamente alla manutenzione dei luoghi storici.

Residenti, adesso la città è “di casa”

Per ottenere l’accesso gratuito nei musei civici, ai residenti basta presentare in biglietteria un documento di identità che attesti la residenza a Roma o nella Città Metropolitana. Questa agevolazione si affianca alle altre categorie già previste dalle norme, come i bambini sotto i sei anni, le persone con disabilità e i loro accompagnatori, e i possessori della Roma MIC card.

L’elenco delle istituzioni museali e delle aree archeologiche che ora accolgono gratuitamente i romani include alcuni dei poli più rilevanti della Capitale: i Musei Capitolini, luogo simbolico dell’identità artistica cittadina; i Mercati di Traiano e il Museo dei Fori Imperiali; il Museo dell’Ara Pacis e la Centrale Montemartini; oltre a diverse sedi minori come il Museo della Forma Urbis nel Parco Archeologico del Celio, l’Area Sacra di Largo Argentina e l’area del Circo Massimo.

È una trasformazione che vuole restituire alla comunità il senso di appartenenza a un patrimonio che spesso viene vissuto dai cittadini più come attrazione per i visitatori che come elemento quotidiano della vita urbana. La gratuità per i residenti può così trasformare una gita nei musei in un gesto normale e accessibile come una passeggiata in un parco.

Nuove tariffe per turisti e non residenti

Parallelamente alla gratuità per i residenti, il nuovo sistema ha introdotto biglietti d’ingresso simbolici per i visitatori non residenti in alcuni musei che finora erano accessibili senza costi. Tra questi figurano il Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco, la Galleria d’Arte Moderna Villa Borghese “Carlo Bilotti”, il Museo Pietro Canonica a Villa Borghese, il Museo Napoleonico e la Villa di Massenzio.

Inoltre, anche la celebre Fontana di Trevi – uno dei monumenti più visitati al mondo e simbolo di Roma – è stata inclusa nel nuovo modello tariffario: per i non residenti è richiesta una quota d’ingresso di 2 euro per accedere alla zona immediatamente prospiciente la fontana dalle ore 9 alle 22, con l’obiettivo di gestire i flussi in un’area che può raggiungere fino a decine di migliaia di visitatori al giorno.

L’introduzione di queste tariffe non vuole essere una barriera, ma piuttosto una forma di contribuzione alla tutela dei beni culturali, reinvestendo le somme raccolte in manutenzione, gestione e miglioramento dell’esperienza di visita.

Roma MIC Card: uno strumento chiave

Un ruolo centrale nel nuovo sistema è giocato dalla Roma MIC Card, che al costo di 5 euro consente accesso gratuito e illimitato per 12 mesi ai musei civici, oltre a vantaggi come la possibilità di saltare le code e sconti su mostre temporanee ed eventi culturali. La carta resta valida anche per le aree monumentali incluse nel circuito.

Questo strumento è pensato per stimolare una fruizione più intensa e strutturata del patrimonio cittadino, sia per residenti sia per visitatori di lungo periodo, bilanciando l’offerta culturale con la necessità di finanziamenti per la conservazione.

Città, cultura e futuro

La revisione del sistema tariffario dei musei civici di Roma rappresenta una scommessa di lungo termine sulla centralità della cultura nella vita urbana e sulla responsabilità condivisa per la sua salvaguardia. Rendere gratuito l’accesso per chi vive quotidianamente questi luoghi non è soltanto una questione economica, ma una scelta etica e civica che mira a rafforzare il legame tra comunità e patrimonio.

Per i turisti e i non residenti, l’introduzione di piccoli ticket pagati è concepita non come barriera, ma come mezzo per sostenere l’intero ecosistema culturale romano, rendendo più sostenibili nel tempo le iniziative di valorizzazione.


Note essenziali:
• La gratuità per i residenti si applica ai musei e alle aree archeologiche del Sistema Musei Civici di Roma Capitale, previa esibizione di documento di identità.
• Alcuni musei e siti precedentemente gratuiti sono ora a pagamento per i non residenti.
• Per la Fontana di Trevi è stato introdotto un biglietto di 2 euro per i non residenti.


Redazione Experiences

Cultura italiana in dialogo con Pechino: tra Pompei e Palladio

Due mostre straordinarie – Pompei. Un’eterna scoperta e Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo – inaugurate a Pechino segnano un momento di forte dialogo culturale e diplomazia tra Italia e Cina. Attraverso archeologia e architettura, le esposizioni esplorano secoli di storia e influenze artistiche, valorizzando l’eredità italiana nel contesto mondiale.

Al Museo Nazionale della Cina
l’incontro con la cultura italiana

Elena Serra
Commentatrice di Experiences, Diplomazia culturale e relazioni artistiche internazionali

Pechino apre le porte all’Italia

In un gesto simbolico di cooperazione culturale e diplomazia artistica, il Museo Nazionale della Cina di Pechino ha aperto al pubblico due mostre dedicate all’Italia: Pompei. Un’eterna scoperta e Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo. Le inaugurazioni, avvenute il 4 febbraio 2026 alla presenza del Ministro della Cultura italiano Alessandro Giuli e delle autorità cinesi, si inseriscono nelle celebrazioni per il 55° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

Ripercorrere Pompei, rivivere la Storia

La mostra su Pompei – visitabile fino al 10 ottobre 2026 – propone una ricostruzione esaustiva di oltre due secoli e mezzo di ricerche archeologiche sulla città vesuviana dal 1748 alle campagne più recenti. Il percorso espositivo offre ai visitatori cinesi e internazionali un quadro dinamico della storia degli scavi, attraverso reperti originali, documenti, immagini e strumenti multimediali.

Tra i pezzi esposti, provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dai depositi del Parco Archeologico di Pompei, compaiono statue, affreschi e oggetti di vita quotidiana che rendono palpabile la vita nell’antica città romana. Secondo le informazioni ufficiali, alcuni di questi reperti sono esposti in Cina per la prima volta, offrendo una prospettiva nuova e coinvolgente sul patrimonio di Pompei.

Palladio, l’architettura come linguaggio universale

Accanto all’archeologia, la seconda mostra celebra il genio rinascimentale di Andrea Palladio, figura centrale dell’architettura europea. Con un titolo che evoca i principi di proporzione e armonia – Geometria, armonia e vita – l’esposizione, visitabile fino al 16 maggio 2026, è la prima in Cina ad offrire un progetto unitario dedicato alla sua opera.

Attraverso disegni, modelli, mappe, schizzi e apparati interpretativi, il percorso esplora i legami tra la tradizione classica e la teoria palladiana, mettendo in evidenza l’influenza dell’architettura antica sul suo pensiero progettuale. Non meno interessante è il confronto simbolico con le tradizioni costruttive locali: elementi della cultura architettonica cinese sono accostati alla visione palladiana, sottolineando affinità e differenze tra Oriente e Occidente.

Un dialogo culturale che supera i confini

L’iniziativa espositiva si inserisce in un quadro più ampio di collaborazione istituzionale: la cura delle mostre è il risultato di un lavoro congiunto tra istituzioni italiane – tra cui il Parco Archeologico di Pompei, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani e il Palladio Museum di Vicenza – e partner cinesi, con il supporto dell’Ambasciata italiana e dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino.

Il Ministro Giuli ha sottolineato come queste iniziative siano “splendido esempio di diplomazia culturale”, capaci di raccontare l’identità italiana in un dialogo continuo con il mondo. Alla cerimonia inaugurale hanno partecipato anche il Ministro della Cultura e del Turismo cinese, Sun Yeli, e il direttore del Museo Nazionale, a conferma dell’importanza istituzionale dell’evento.

Oltre alle mostre, l’Italia ha presentato una speciale rappresentazione de Il Barbiere di Siviglia, rafforzando l’immagine di un Paese che costruisce ponti culturali attraverso ogni forma d’arte.

Tra storia e contemporaneità: l’eredità italiana raccontata in Cina

Questa doppia presenza di Pompei e Palladio a Pechino non è soltanto un omaggio ai grandi capitoli della storia italiana, ma anche un’occasione per ripensare il patrimonio culturale come strumento di narrazione e incontro. La combinazione tra archeologia antica e architettura classica propone un percorso che attraversa millenni di creatività, mettendo in luce come le idee e le forme italiane abbiano saputo dialogare e confrontarsi con culture diverse.

In un mondo in cui la cultura diventa sempre più strumento di relazioni internazionali, progetti come questo a Pechino mostrano la capacità delle arti di creare connessioni profonde tra comunità e civiltà geograficamente distanti ma umanamente vicine.


Note essenziali: date mostre (4 feb – 16 mag per Palladio; 4 feb – 10 ott per Pompei); sede: Museo Nazionale della Cina, Pechino; curatele e istituzioni coinvolte.


Redazione Experiences

La più grande mostra dedicata all’esperienza londinese di Peggy Guggenheim e alla galleria Guggenheim Jeune

A sinistra: Piet Mondrian: Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938 / Composizione con rosso 1939 1938–39. Olio su tela, 105,2 x 102,3 cm. Collezione Peggy Guggenheim, Venezia (Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York), 2025
A destra: Vasily Kandinsky: Figura verde (Figure verte), 1936, Olio su tela, 117,5 cm x 89,.3 cm. Centre Pompidou, Paris, Musée national d’art moderne / Centre de création industrielle, Lascito Nina Kandinsky, 1981, in deposito dal 20 luglio 1998 al Musée d’art moderne et contemporain de la Ville de Strasbourg, Strasburgo.
In basso: Vasily Kandinsky: Curva dominante (Dominant Curve), Aprile 1936, Olio su tela, 129.2 x 194.3 cm. Museo Solomon R. Guggenheim, New York, New York, Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York.

“Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.

Peggy Guggenheim

Dal 25 aprile al 19 ottobre 2026 la Collezione Peggy Guggenheim presenta Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, la prima e più ampia mostra mai realizzata in ambito museale dedicata all’esperienza londinese di Peggy Guggenheim e alla sua prima galleria, Guggenheim Jeune, attiva al 30 di Cork Street tra il 1938 e il 1939. Curata da Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e da Simon Grant, Guest Curator, l’esposizione ricostruisce un capitolo cruciale della vita di Peggy Guggenheim, destinato a segnare in modo definitivo il suo futuro ruolo di collezionista e mecenate dell’arte del Novecento.

Peggy Guggenheim a Londra.
Nascita di una collezionista
 
25 aprile – 19 ottobre, 2026
Venezia, Collezione Peggy Guggenheim 

La galleria svolse un ruolo fondamentale nel plasmare la scena artistica britannica del periodo tra le due guerre, aumentando la visibilità e l’accettazione dell’arte contemporanea in un momento in cui le istituzioni londinesi rimanevano conservatrici. Insieme a gallerie come la Redfern Gallery, la Mayor Gallery e la London Gallery, Guggenheim Jeune sfidò le norme consolidate e offrì una piattaforma essenziale per l’arte d’avanguardia. Questo periodo fu, inoltre, decisivo nella definizione dell’identità di Peggy Guggenheim come mecenate delle arti, decisa nel voler fondare un museo di arte moderna a Londra, una visione questa che sarebbe stata infine realizzata a Venezia. Nell’arco di diciotto mesi Guggenheim Jeune divenne uno dei principali punti di riferimento per le avanguardie artistiche dell’epoca, distinguendosi nella promozione di artisti locali e internazionali, molti dei quali legati alle tendenze artistiche del Surrealismo e dell’astrazione, e per una programmazione audace e sperimentale. In un arco di tempo sorprendentemente breve, dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Peggy Guggenheim organizzò oltre venti mostre e firmò numerosi primati curatoriali, tra cui la prima personale nel Regno Unito di Vasily Kandinsky, una mostra monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima esposizione britannica interamente dedicata al collage, una mostra di scultura contemporanea che suscitò ampio scandalo, e una mostra di opere realizzate da bambini, tra cui figura il dipinto di un giovanissimo Lucian Freud. Si tratta del debutto espositivo del celebre artista britannico.

L’esposizione riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, e a opere di artisti che Peggy Guggenheim avrebbe successivamente collezionato. Tra questi figurano, tra gli altri, Eileen Agar, Jean (Hans) Arp, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e Yves Tanguy. Il percorso espositivo include dipinti, sculture, opere su carta, fotografie, pupazzi e materiali d’archivio, restituendo la straordinaria varietà dei linguaggi presentati nella galleria e documentando un’epoca di intensa sperimentazione artistica e fermento culturale, segnata da profonde tensioni sociali e politiche alle soglie della Seconda guerra mondiale. Centrale è anche la dimensione relazionale dell’esperienza londinese di Peggy Guggenheim: la mostra mette in luce il ruolo determinante delle sue amicizie e collaborazioni con figure chiave del modernismo, tra cui Arp, Samuel Beckett, Marcel Duchamp, Roland Penrose, Herbert Read, e Mary Reynolds nonché l’importanza della rete di galleristi e intellettuali attivi nella Londra di quegli anni.

Il percorso espositivo si apre con opere chiave dell’astrazione e del Surrealismo esposte durante la breve ma intensa attività di Guggenheim Jeune, che riflettono le principali tendenze artistiche alla base del programma della galleria. Le sale successive sono dedicate alle singole esposizioni organizzate in questo spazio, tra cui quelle consacrate a Kandinsky, all’artista russa Marie Vassilieff, creatrice del genere delle “bambole artistiche” e figura di riferimento per una pratica transdisciplinare, e alla mostra di scultura contemporanea, che rappresentò un evento di primo piano nella storia culturale londinese del periodo prebellico, dimostrando il ruolo determinante di Peggy Guggenheim nella promozione e nell’accettazione dell’arte moderna e astratta in Inghilterra. Si prosegue con i ritratti di Cedric Morris, artista gallese al centro della scena dell’avanguardia britannica, mentre una sala sarà dedicata alle esposizioni del pittore statunitense Charles Howard, dello scultore tedesco Heinz Henghes, e alla mostra dello Studio 17, laboratorio di incisione fondato da Stanley William Hayter. Segue un omaggio alla storica esposizione Abstract and Concrete Art, con opere di artisti quali Mondrian, Taeuber-Arp e Van Doesburg. Non mancherà una sala dedicata ai ritratti fotografici a colori di Gisèle Freund, presentati originariamente a Guggenheim Jeune in forma di proiezione: una modalità espositiva che l’artista predilesse per tutta la vita per mostrare le sue trasparenze a colori dedicate ad artisti e intellettuali. Le sale finali riuniscono infine opere di quegli artisti inclusi nella mostra sul collage e nelle diverse esposizioni dedicate al Surrealismo, tra cui Kernn-Larsen, André Masson, Reuben Mednikoff, Wolfgang Paalen, Grace Pailthorpe, Man Ray, Tanguy e John Tunnard.

La mostra vuole inoltre essere un omaggio all’amore che legò Peggy Guggenheim all’Inghilterra, che sempre considerò propria patria spirituale e con cui mantenne numerosi legami. In un’intervista del 1976, riflettendo sulla propria vita, dichiarò: “Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.

Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà accompagnata da un ricco catalogo illustrato, edito da Collezione Peggy Guggenheim e distribuito da Marsilio Arte, che include nuovi saggi critici da parte di numerosi studiosi, critici e storici dell’arte.

Dopo la tappa veneziana, Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà presentata alla Royal Academy of Arts di Londra dal 21 novembre 2026 al 14 marzo 2027, rafforzando il dialogo internazionale attorno a una figura centrale della storia dell’arte del XX secolo e al contesto che ne ha segnato la formazione, e al Guggenheim New York nella primavera del 2027.


Maria Rita Cerilli
press@guggenheim-venice.it
 
In collaborazione con
Studio ESSECI Comunicazione 
Ref. Roberta Barbaro – Simone Raddi
roberta@studioesseci.net
simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 

Al MAN di Nuoro, la luce di Pellizza e Ballero

Una amicizia, un carteggio, una vocazione condivisa. Per il paesaggio, per la pittura, per la trascrizione dei moti della terra in palpiti di colore. Il progetto inedito, varato dal museo MAN di Nuoro, mira a ricostruire per la prima volta il lascito ideale che Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907), padre nobile del divisionismo italiano, consegnò ad Antonio Ballero (1864-1932), grande artista sardo che, a cavallo fra passato e progresso, traghettò una pittura intrisa ancora di istanze realiste verso i modi sperimentali del divisionismo, veicolando la cultura tardo romantica dominante nel panorama dell’isola in direzione di una ricerca scientifica sul colore sposata a una narrazione cangiante del percepito. Stringendo un legame affettuoso con Pellizza da Volpedo, interrotto dalla tragica morte di quest’ultimo, Antonio Ballero contribuì fortemente ad aprire la Sardegna alle indagini su quel nuovo linguaggio della pittura e sulle teorie del colore “diviso” protagonisti del dibattito in corso a livello nazionale e internazionale. Fu merito della lezione di Pellizza da Volpedo e dello scambio intellettuale che ne nacque, se Ballero giunse a ritagliarsi un ruolo da capofila nell’evoluzione della ricerca artistica sull’isola, entrata grazie a lui a pieno titolo nell’attualità della querelle che si agitava in continente.

Pellizza e Ballero
La divina luce
MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro
13 Marzo –  14 Giugno 2026

a cura di Chiara Gatti da un progetto di Rita Moro
con il contributo scientifico di Gabriella Belli e Antonello Cuccu

Il progetto, curato da Chiara Gatti e coordinato da Rita Moro, con la consulenza scientifica di Gabriella Belli, massima studiosa del Divisionismo italiano (cfr. Divisionismo italiano, a cura di Gabriella Belli, Electa, Milano 1990 e L’età del Divisionismo, a cura di Gabriella Belli e Franco Rella, Electa, Milano 1990), porrà in stretta relazione gli esiti del maestro sardo con gli stimoli ricevuti dal rapporto privilegiato con Pellizza da Volpedo, testimoniati da un confronto iconografico e altresì dalle lettere datate fra il 1904 e il 1907 che ne documentano i contatti e la vivacità del dialogo. Due quadri di Ballero, esposti nell’ambito della Cinquantunesima Esposizione della Società delle Belle Arti di Genova nel 1904 furono lodati da Pellizza al pari di una vera “rivelazione”, come Pellizza stesso confessò al maestro sardo in una missiva di quello stesso anno. Merito di questa vicinanza ideale e di tale dichiarazione di stima se la ricerca espressiva e formale di Ballero imboccò la strada di una maturazione estetica venata anche di nuovi e più potenti contenuti sociali.

Antonio Ballero era emerso a Sassari all’Esposizione Artistica Sarda allestita al Palazzo della Provincia nel 1896, ma non tardò a segnalarsi per la sua statura di livello nazionale, superando rapidamente il verismo di matrice ancora macchiaiola e il sentimentalismo di certi soggetti di natura agreste, e guardando con piena maturità alla svolta divisionista e alla sua complessa e variabile concezione della luce e del colore, da affrontare con il neonato metodo scientifico del dipingere, che gli valse quell’incoraggiante plauso di Pellizza da Volpedo. Già Salvatore Farina, grande scrittore sperimentale, originario di Sorso e milanese d’adozione, vicino agli Scapigliati e a tutta l’intellighenzia italiana dell’epoca, riconobbe il passo avanti compiuto da Ballero nel mondo dell’arte e ne paragonò gli esiti alle riflessioni di Giovanni Segantini, al suo equilibrio lirico fra realismo e simbolismo, quotidianità pregna di umori terreni e dimensione del sacro che si reifica in terra, nello spettacolo della natura e nei gesti con cui l’uomo la omaggia silenzioso.

Il legame con Grazia Deledda e il sodalizio con Francesco Ciusa, oltre all’amicizia in continente con Leonardo Bazzaro e Carlo Fornara, accentuarono la vocazione di Ballero per questo sentire e narrare l’esistenza diuturna degli umili. Le sue figure dignitose, solenni e insieme fragili al cospetto del cosmo, abitano orizzonti rurali dove il senso profondo di verità delle cose si sublima in una attesa senza tempo. “La fierezza olimpica dei pastori erranti tra le boscaglie, l’impeto di una corsa di cavalli, le movenze flessuose e festanti di un ballo tondo”: così Ballero affondava nella descrizione dei suoi soggetti aggrappati saldamente alla tradizione della sua terra ma proiettati, allo stesso modo, nell’assoluto. Il passaggio radicale da opere come Paesaggio con alberi del 1890 a tele come Mattino di Marzo del 1903 c. o L’appello serale del 1904 – identificate esattamente con le due opere esposte a Genova e che raccolsero l’entusiasmo di Pellizza – dimostra con chiarezza la svolta del maestro sardo dal giovanile debito verso i modi di Corot e il suo tonalismo, le sue pennellate fluide e il suo naturalismo vibrante, a una pittura fatta invece di piccole tacche, complementarietà dei colori, crepuscoli penetranti e coralità d’azione dei suoi personaggi.

Pellizza Da Volpedo, quattro anni più giovane di Antonio Ballero, ma già al centro della vita artistica nazionale, condivise con il collega nuorese i suoi pensieri sul tema del paesaggio, sullo spirito di verità e la capacità di osservazione che l’esistenza richiede per essere compresa e tradotta in immagine, nel suo scorrere intimo e feriale. Avvicinare due autori in un percorso che ne testimoni i punti di contatto, significa dunque lavorare sulla ricchezza e sui frutti del loro dialogo, sul lascito che Pellizza consegnò all’amico e come quest’ultimo seppe rigenerarlo alla luce di una cultura diversa, aspra e introversa quale fu quella della sua terra, visceralmente appesa alle asperità dei tacchi montuosi e alla scansione struggente dei compiti pastorali. La stessa genesi dei quadri di Pellizza da Volpedo, gli scenari che riempirono i suoi occhi quando scrutava momenti di quotidianità campestre, dolorose nella miseria ma mistiche nella speranza di una vita migliore, può aiutare nell’analisi della crescita di Ballero, del suo affacciarsi a una rinnovata poetica del quotidiano. La lezione gli venne dai prati della pieve di Volpedo, dove si consumava il celebre Idillio primaverile con il girotondo dei bambini; allegoria dell’infanzia e del tempo che scorre, destinata a ritornare nelle tele dell’artista sardo come Baddemanna del 1903. Speranze deluse è uno dei titoli più sintomatici della ricerca sul senso dell’esistenza che ossessionò Pellizza fino a logorargli l’anima e che Ballero ereditò in altre opere significative come Logu lentu o La seminatrice.

Attraversando le vie dei borghi, ai margini dei viottoli che affacciano sui fienili, si dipanano allora le tappe di un percorso pensato per temi dominanti.

Una nuova tecnica per una nuova luce

All’anno 1894 risale un numero lavori superstiti di Antonio Ballero che documentano la sua sempre più intensa dedizione alla ricerca formale, intorno al problema colore-luce e colore-materia. Da questa data cruciale si sviluppa la crescita, sotto tutti i punti di vista, della sua produzione. All’indomani della partecipazione, nel 1896, alla storica Esposizione Artistica Sarda, dove il suo nome spiccò accanto a quello del più anziano e celebrato Giacinto Satta, Ballero vide il proprio impegno espressivo riconosciuto da un sistema dell’arte aggiornato alle nuove sperimentazioni, divise fra i traguardi del pointillisme francese e il coevo diffondersi del metodo scientifico della divisione del colore in ambito italiano, segnato da una maggiore libertà nel segno e nel gesto rispetto al rigore inflessibile dei colleghi d’oltralpe. Il 1896 è, non a caso, anche l’anno della celebre Triennale torinese, a cui parteciparono nomi del calibro di Morbelli, Grubicy, Longoni, Nomellini, Previati, Tominetti e lo stesso Pellizza, esponendo quadri a tecnica divisa, presenti in netta minoranza rispetto ai linguaggi ancora tradizionali, ma fondamentali per stabilire un punto di avvio della rivoluzione in atto. “Tenere i colori divisi e avvicinati anziché mescolarli sulla tavolozza”, come prescriveva proprio Grubicy in un suo scritto fra le pagine de “La Triennale” del medesimo anno, divenne la prassi comune per acuire la luminosità migliore possibile nelle scene ritratte, mettendo così la tecnica al servizio di una esigenza espressiva, non certo come fine ultimo di un virtuosismo puramente linguistico. “[…] ho la convinzione – aggiungerà Pellizza – essere questa non altro che un mezzo per rendere più efficace l’opera stessa e, aggiungerò, più consona ad esprimere le moderne idealità”. All’alba del Novecento, anche l’artista nuorese, sensibilissimo a tali portati, orientò caparbio le proprie scelte formali verso la medesima separazione degli elementi cromatici, in virtù di effetti luministici avvolgenti, pozzi d’ombre e chiarori lampeggianti di una intensità mai raggiunta in precedenza, tanto da poter paragonare oggi il suo capolavoro Sa ria del 1908 alla lezione di Angelo Morbelli, ne La sedia vuota o Mi ricordo quand’ero fanciulla del 1903. Sulle orme dell’amico Pellizza, Antonio Ballero dichiarò a sua volta: “La divisione del colore a seconda dello scopo che ti prefiggi nei tuoi lavori. Tutta la scienza riguardante la luce ed i colori deve destarti sempre un particolare interesse: solo per mezzo suo puoi avere maggiore coscienza di quel che fai. Quando copierai il vero non pensare a teorie, ma a tradurlo con tutti i mezzi che avrai a tua disposizione. Non fare il divisionismo per partito preso, ma perché devi essere convinto che cosi esplichi meglio le tue tendenze. Il divisionismo troppo apparente nuoce all’opera d’arte: mantenendo ciò che esso ha di buono, bisogna far scomparire ogni apparenza di sforzo, bisogna che l’opera sembri fatta di getto. Così la tecnica secondo me, non dovrebbe essere né tutta a puntini né tutta a lineette né tutta ad impasto; e nemmeno tutta liscia o tutta scabrosa, ma varia come sono varie le apparenze della natura”.

Il destino degli umili

Sulla provinciale per Casalnoceto, nel viale del Cimitero, avanzava lento il corteo del Fiore reciso, storia di una morte prematura narrata con dolorosa partecipazione da Pellizza in una delle sue opere più tragiche. Accanto ai fenomeni naturali, esaltati dalla tecnica divisa, risulta centrale l’attenzione rivolta dal maestro di Volpedo e dal collega nuorese a un mondo palpitante di figure misere ed eroiche allo stesso tempo, figure spezzate, volti segnati dalla sofferenza o fermi immobili nella polvere che frulla intorno. “Ritornato in questo mio paese feci primieramente: ritratti dei genitori miei […]” narrava Pellizza nelle note autobiografiche del suo Copialettere e minutari del 1895. La donna dell’emigrato del 1888, la Testa di vecchio, del 1890, così come nel Ritratto di campagnoli del 1894, sembra riecheggiare una lunga letteratura del vero che attraversa il secolo e che Ballero raccolse nel midollo, complici i rapporti amicali con Sebastiano Satta o la Deledda, ambientati sullo sfondo di un paese che – non diversamente da Volpedo – succhiava la linfa dalla natura e restituiva l’amarezza dei giorni in quella «demoniaca tristezza» che, per citare Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, distinse Nuoro «nido di corvi», landa scoscesa, e il suo popolo di notabili e pastori, preti e banditi. Il vero ‘luogo comune’, l’anello di congiunzione che, in questo caso, lega a doppio nodo la narrazione di Ballero a quella di Pellizza è in realtà il senso presente della morte, la metafisica che attraversa gli occhi dei suoi personaggi, vivi e morti, eternamente sospesi a picco sul dirupo dell’esistenza. “Mio scopo fu di farle una figura reale ma circonfusa di un’atmosfera di sogno” scrisse Pellizza in una lettera alla Signora Vittorina Balladore Bidone, in merito a un ritratto del marito commissionato dalla consorte in sua memoria. Dietro un linguaggio che sposa divisionismo e sentimento del sacro, sconfinato nei territori amari della finitudine, i ritratti dei maestri dialogano durissimi nei tratti, ma accarezzati da una luce di compassione. Poche figure divengono allora specchio di un mondo intero che abita la terra e subito si inabissa, grazie alla disperata dolcezza di una pittura che traduce nel colore il destino degli umili. Così come da un lato, all’angolo dell’edificio della Società operaia di Volpedo, sventolavano i Panni al sole di Pellizza, in un’aia rimasta cristallizzata e pigra, come le pieghe segrete del paese di cui riassume l’indole, così i cortili di Ballero, silenziosi e riarsi nelle estati isolane, si fanno simbolo di un mondo sardo, dei suoi ritmi e della sua verità sociale.

L’arte in funzione sociale

Sullo sfondo del mondo civile della Sardegna fin de siècle, si agitavano gli stessi drammi di cui Pellizza da Volpedo, con la sua opera, si fece testimone e interprete a livello universale. Lavoro e soprusi, indigenza e malattia, fragilità e violenze che la pittura, nella sua azione militante, contribuì a denunziare con la forza visiva e toccante di un manifesto programmatico. “Le opere che sanno innalzare la dignità e la bellezza del lavoro semplice, e la vita del popolo, che le sanno santificare, e glorificare nei loro dolori e nelle loro gioie, sono quelle che precorrono la vera arte futura. Sorgeranno forse altre forme, ed altri geni dell’arte troveranno vie nuove e formule nuove per commuovere le masse, ma l’arte futura non sarà né mistica, né adulatrice, né volgarmente realista, essa conterrà l’umanità tutta intera, l’umanità che, ammaestrata dai dolori passati della vita, e glorificata dal lavoro libero e rimuneratore corre trionfante e vittoriosa nella grande via del progresso e della civiltà”. Lo slancio accalorato di Ballero in questa sua dichiarazione giovanile dovrà drammaticamente scontrarsi con le delusioni del mondo moderno e di un idealismo romantico affranto dalle logiche del potere e dello sfruttamento. Il disagio sociale che attraversò l’Italia a cavallo del secolo divenne allora lo stimolo per affrontare nuove rappresentazioni della vita quotidiana venate di iniquità, che le poetiche sociali dei maestri del divisionismo resero in immagini dal taglio impegnato e accusatorio, come nel caso dell’eccidio di Buggerru del 1904 avvenuto durante lo sciopero dei minatori e che, idealmente, si può ricollegare al capolavoro di Pellizza, la marcia del Quarto Stato, manifesto di tutte le lotte per la conquista dei diritti all’alba della modernità. Il peso delle tensioni sociali nella Sardegna del tempo non fu minore a quanto si stava verificando sul continente. Nel 1906, sull’Isola furono organizzati tredici scioperi e Cagliari fu scenario della famosa rivolta delle sigaraie: quest’ultimo fatto accadde nello stesso mese di maggio in cui Ballero tenne la sua conferenza sulla scultura, durante la quale affrontò con durezza il concetto di socialità dell’arte citando, non senza enfasi, l’eloquenza civile di opere realmente politiche come il celeberrimo Spartaco di Vincenzo Vela, il gladiatore simbolo della rivolta contro gli oppressori, che procurò all’artista svizzero la condanna degli austriaci.

Il sentimento di un’epoca intera, concentrato nel cammino dei contadini, con il loro messaggio assoluto di dignità e coraggio, trovò in Pellizza e nella sua eredità consegnata a Ballero l’apice di un’aderenza fra arte e vita, foriera di altre battaglie per la difesa dei braccianti o della classe operaia; l’occupazione delle fabbriche in vista del biennio rosso, registrò, in piena industrializzazione, lotte estenuanti raccolte dai maestri del colore negli “scatti” indelebili di una Italia sospesa in bilico fra tradizione e modernità.


MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro
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