Mese: Marzo 2026

  • Un anniversario che interroga la memoria culturale

    Un anniversario che interroga la memoria culturale

    Nel bicentenario della nascita di Carlo Collodi, mostre, nuove edizioni e riletture critiche riportano al centro una figura complessa: non solo autore di Pinocchio, ma giornalista, patriota e osservatore lucido dell’Italia postunitaria.

    Collodi e Pinocchio
    hanno insegnato a leggere l’Italia

    di Giulio Rinaldi Commentatore, storia e società

    Nel 2026 ricorrono i duecento anni dalla nascita di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini, figura chiave della cultura italiana dell’Ottocento. L’anniversario non si limita a celebrare il successo planetario de Le avventure di Pinocchio, ma invita a riconsiderare l’intero profilo di un autore spesso ridotto a icona per l’infanzia.

    Mostre, ristampe e iniziative editoriali disseminate tra Firenze, Collodi e altre città italiane segnano una ricorrenza che ha il merito di riportare Collodi nel suo tempo: quello di un’Italia ancora in formazione, attraversata da tensioni politiche, trasformazioni linguistiche e nuove esigenze educative.

    Prima di Pinocchio: un giornalista e un patriota

    Prima di diventare il padre del burattino più famoso del mondo, Collodi è un uomo immerso nella vita civile e politica del suo tempo. Partecipa alle campagne risorgimentali, scrive per giornali satirici e politici, osserva con spirito critico la società italiana appena unificata.

    Il suo lavoro giornalistico – spesso ironico, talvolta polemico – riflette una visione disincantata del processo unitario. Non c’è retorica patriottica nelle sue pagine, ma un’attenzione concreta ai limiti della nuova Italia: l’analfabetismo diffuso, le disuguaglianze sociali, la difficoltà di costruire una lingua comune.

    È in questo contesto che va letta anche la sua attività di traduttore e adattatore di testi francesi per ragazzi, pensata come strumento di educazione linguistica e civile.

    Pinocchio, un racconto tutt’altro che infantile

    Pubblicato a puntate nel 1881 e poi in volume nel 1883, Le avventure di Pinocchio nasce come racconto destinato ai giovani lettori, ma si rivela presto qualcosa di più complesso.

    Pinocchio non è un semplice personaggio fiabesco: è una figura ambigua, inquieta, attraversata da errori e tentazioni. Il suo percorso non è lineare né rassicurante, ma segnato da cadute, punizioni, metamorfosi. La famosa trasformazione finale – da burattino a bambino – non cancella del tutto l’irregolarità del suo cammino.

    Il successo internazionale dell’opera, tradotta in oltre 260 lingue, si spiega proprio con questa stratificazione. Pinocchio parla ai bambini, ma interroga anche gli adulti: sul senso dell’educazione, sul rapporto tra libertà e disciplina, sulla costruzione dell’identità.

    Una lingua per l’Italia

    Uno degli aspetti più rilevanti dell’opera di Collodi è il contributo alla formazione di una lingua italiana accessibile e condivisa. In un paese ancora frammentato da dialetti e tradizioni locali, Pinocchio diventa uno strumento di alfabetizzazione diffusa.

    La lingua di Collodi è semplice ma non semplificata, ricca di espressioni vive e di ritmo narrativo. Una lingua che si presta alla lettura ad alta voce, che entra nelle scuole e nelle case, contribuendo a creare una base comune di comunicazione.

    Non è un caso che per generazioni il libro sia stato utilizzato come testo educativo, ben oltre le intenzioni originarie dell’autore.

    Le celebrazioni: tra mostre e nuove letture

    Il bicentenario ha dato impulso a un ampio programma di iniziative: esposizioni dedicate ai manoscritti e alle illustrazioni storiche, percorsi museali che ricostruiscono la fortuna iconografica di Pinocchio, nuove edizioni critiche che restituiscono il testo nella sua complessità originaria.

    Particolare attenzione è stata rivolta al rapporto tra Collodi e il territorio toscano, con eventi che coinvolgono Firenze e il borgo di Collodi, trasformato nel tempo in luogo simbolico della narrazione.

    Accanto alle celebrazioni ufficiali, si moltiplicano le riletture contemporanee: adattamenti teatrali, reinterpretazioni artistiche, progetti educativi che cercano di attualizzare il messaggio dell’opera senza snaturarne la forza originaria.

    Un classico ancora instabile

    A duecento anni dalla nascita, Collodi resta un autore difficile da collocare definitivamente. Troppo ironico per essere moralista, troppo realistico per essere fiabesco, troppo moderno per essere confinato nel suo secolo.

    Pinocchio continua a sfuggire alle definizioni: è insieme racconto di formazione, satira sociale, parabola morale e avventura fantastica. È forse proprio questa instabilità a garantirne la vitalità.

    Il bicentenario non è dunque solo un momento celebrativo, ma un’occasione per rileggere Collodi con occhi nuovi. Non come autore per l’infanzia, ma come osservatore acuto di un paese in trasformazione – e, in fondo, non così lontano dal nostro.


    Redazione Experiences
  • Hokusai e l’enigma dell’Onda: quando il Giappone parla all’Europa

    Hokusai e l’enigma dell’Onda: quando il Giappone parla all’Europa

    Una mostra a Lecco indaga il segreto compositivo e simbolico dell’immagine più celebre dell’arte giapponese. Tra geometria, natura e influenze occidentali, emerge un dialogo inatteso tra culture lontane.

    Hokusai e l’enigma dell’Onda: quando il Giappone parla all’Europa

    di Marta Bellomi
    Arte e storia dell’arte

    C’è un’immagine che, più di ogni altra, ha saputo attraversare confini geografici e culturali fino a diventare un’icona universale: La grande onda al largo di Kanagawa. Non è soltanto una xilografia giapponese dell’Ottocento, ma un segno riconoscibile ovunque, capace di parlare a sensibilità diverse senza perdere la propria identità. È proprio da questo enigma visivo e culturale che prende avvio la mostra Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa, allestita dal 21 marzo al 27 settembre 2026 al Palazzo delle Paure di Lecco.

    L’esposizione, curata da Paolo Linetti con un intervento di Simona Bartolena, riunisce un nucleo significativo di opere del maestro giapponese Katsushika Hokusai (1760–1849), proponendo non solo un percorso storico-artistico, ma una vera e propria indagine sulle ragioni profonde del suo successo globale.

    La grammatica nascosta dell’immagine

    Il cuore della mostra ruota attorno alla celebre Onda, ma la prospettiva adottata è tutt’altro che celebrativa. L’attenzione si concentra piuttosto sulla sua costruzione interna: un sistema di linee, angoli e proporzioni che risponde a principi armonici sorprendentemente vicini alla tradizione occidentale.

    Secondo le ricerche di Linetti, Hokusai avrebbe utilizzato veri e propri schemi geometrici per organizzare le sue composizioni. Due di questi modelli, rinvenuti nel 2021, vengono esposti come chiave interpretativa per comprendere il funzionamento interno delle immagini. Non si tratta di semplici intuizioni artistiche, ma di una struttura rigorosa che trasforma la rappresentazione della natura in un linguaggio universale.

    È forse qui che si annida il segreto dell’Onda: nella sua capacità di essere insieme spontanea e costruita, immediata e calcolata, orientale nella sensibilità ma leggibile anche attraverso categorie visive occidentali.

    L’acqua come forma del mondo

    La scelta di Lecco come sede della mostra non è casuale. Città d’acqua, affacciata su uno dei paesaggi più celebri della letteratura italiana, offre un contesto ideale per riflettere su un elemento che in Hokusai diventa protagonista assoluto.

    L’acqua, nelle sue opere, non è mai semplice sfondo. È materia viva, forza in movimento, simbolo di trasformazione. Dalle cascate impetuose alle onde in tempesta, fino alle superfici più calme e distese, Hokusai ne coglie ogni variazione, traducendola in segno grafico.

    La mostra segue questa evoluzione, soffermandosi in particolare sui dettagli: i riccioli della schiuma, le masse fluide, le linee di tensione che attraversano le composizioni. Elementi apparentemente decorativi che, in realtà, rivelano un’attenzione quasi scientifica al comportamento dell’acqua.

    Due onde, due visioni del mondo

    Accanto alla celebre Onda di Kanagawa, il percorso espositivo presenta anche opere meno note ma altrettanto significative, come Il Fuji visto dal mare, tratto dalla serie delle Cento vedute del monte Fuji (1834–1835).

    Qui l’acqua cambia volto: non più forza distruttiva, ma presenza pacificata, quasi meditativa. La composizione si distende, il ritmo si fa più lento, e la natura appare in equilibrio con lo sguardo umano. Le due immagini, poste idealmente in dialogo, delineano una doppia lettura del mondo: da un lato la potenza incontrollabile, dall’altro l’armonia possibile.

    È in questo contrasto che si misura la complessità di Hokusai, artista capace di tenere insieme tensione e quiete, caos e ordine, senza mai ridurre l’una all’altra.

    Il Giappone visto dall’Europa

    Uno dei capitoli più interessanti della mostra riguarda l’influenza dell’arte giapponese sull’Occidente. A partire dalla metà dell’Ottocento, il fenomeno del Giapponismo investe l’Europa, modificando profondamente il gusto e il linguaggio degli artisti.

    Le stampe ukiyo-e, con le loro composizioni asimmetriche, l’uso del colore piatto e la libertà dello sguardo, offrono un’alternativa radicale ai modelli accademici. Pittori come Monet, Van Gogh, Whistler o Toulouse-Lautrec ne colgono immediatamente le potenzialità, integrandole nelle proprie ricerche.

    La mostra ricostruisce questo passaggio attraverso una sezione dedicata, evidenziando come l’incontro con l’estetica giapponese abbia contribuito alla nascita della modernità artistica europea. Non si tratta di una semplice influenza, ma di un vero e proprio scambio, in cui le immagini viaggiano e si trasformano.

    Un dialogo contemporaneo

    A chiudere il percorso, una presenza contemporanea: l’opera Omaggio a Hokusai di Armando Fettolini, inserita nella sezione sul Giapponismo. Non è un semplice tributo, ma un tentativo di riattivare quel dialogo tra passato e presente che attraversa tutta la mostra.

    Accanto, una sala video con un filmato a cura di Simona Bartolena accompagna il visitatore in un approfondimento narrativo e didattico, rendendo accessibili anche i passaggi più complessi.

    Una mostra che interroga lo sguardo

    Più che una retrospettiva, quella di Lecco è una mostra che pone domande. Perché un’immagine nata nel Giappone del XIX secolo continua a parlarci oggi? Quali meccanismi visivi la rendono così potente? E cosa succede quando due culture, apparentemente distanti, si riconoscono in uno stesso linguaggio?

    Forse la risposta sta proprio in quella “onda” che dà il titolo all’esposizione: una forma che non si ferma, che attraversa il tempo e lo spazio, che muta senza perdere la propria identità.


    Note essenziali

    Mostra: Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa
    Sede: Palazzo delle Paure, Lecco
    Date: 21 marzo – 27 settembre 2026
    Orari: martedì 10–14; mercoledì–domenica 10–18; lunedì chiuso
    Biglietti: intero €12; ridotto €8; bambini/scuole €5; cumulativo €15
    A cura di: Paolo Linetti, con intervento di Simona Bartolena
    Produzione: ViDi cultural e Ponte43, con Comune di Lecco e Sistema Museale Urbano Lecchese
    Patrocinio: Consolato Generale del Giappone a Milano

    Catalogo: edizioni ViDi cultural


    Informazioni
    Tel. 0341 286729
    palazzopaure@comune.lecco.it | www.vidicultural.com
     
    Ufficio stampa Comune di Lecco
    Anna Rosa | ufficio.stampa@comune.lecco.it
     
    Ufficio stampa ViDi
    CLP Relazioni Pubbliche
    Marta Pedroli | marta.pedroli@clp1968.it
    T. +39 02 36755700 | www.clp1968.it
    Redazione Experiences
  • Non è la prima volta che si tenta di “smascherare” Banksy

    Non è la prima volta che si tenta di “smascherare” Banksy

    Un’indagine rilanciata da Reuters riapre la questione sull’identità di Banksy. Tra ipotesi, indizi e smentite, il caso mette in discussione il rapporto tra arte, anonimato e sistema mediatico.

    Banksy, il mistero incrinato:
    quando l’anonimato diventa notizia

    di Chiara Vassallo
    Arte contemporanea e linguaggi visivi

    Da oltre vent’anni Banksy rappresenta una delle figure più elusive e influenti dell’arte contemporanea. Le sue opere, comparse sui muri di città come Londra, Bristol, New York o Betlemme, hanno costruito un linguaggio immediatamente riconoscibile, capace di unire satira politica, immaginario pop e intervento urbano.

    Oggi, però, l’attenzione si sposta dall’opera all’autore. Secondo un’inchiesta rilanciata da Reuters, nuovi elementi contribuirebbero a rafforzare una delle ipotesi più accreditate sull’identità dell’artista, riaprendo un dibattito mai davvero sopito.

    Una lunga caccia all’identità

    Non è la prima volta che si tenta di “smascherare” Banksy. Negli anni, giornalisti, ricercatori e appassionati hanno avanzato numerose teorie, spesso basate su analisi geografiche, coincidenze biografiche o testimonianze indirette.

    Tra i nomi più citati emerge quello di Robin Gunningham, artista originario di Bristol. Già in passato alcune indagini avevano collegato la sua presenza geografica ai luoghi in cui comparivano le opere di Banksy. L’inchiesta rilanciata da Reuters sembra consolidare questa pista, senza però arrivare a una conferma definitiva.

    Il punto, tuttavia, non è tanto stabilire se l’identificazione sia corretta, quanto interrogarsi sul senso stesso di questa ricerca.

    Anonimato come scelta artistica

    L’anonimato di Banksy non è un semplice espediente, ma parte integrante della sua pratica artistica. Rinunciare alla visibilità personale significa spostare l’attenzione sull’opera, ma anche sottrarsi alle logiche del mercato e della celebrità.

    In questo senso, l’identità nascosta diventa un dispositivo critico. Banksy non è solo un autore, ma un “personaggio” costruito attraverso interventi urbani, azioni performative e strategie mediatiche.

    Rivelarne il nome rischia di ridurre questa complessità a una dimensione biografica, trasformando un fenomeno culturale in un caso giornalistico.

    Il ruolo dei media

    L’intervento di Reuters evidenzia un altro aspetto centrale: il rapporto tra arte e informazione. In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità e dalla ricerca di notizie sensazionali, anche l’anonimato diventa una storia da raccontare.

    Ma fino a che punto è legittimo indagare sull’identità di un artista che ha scelto consapevolmente di restare nell’ombra? La questione tocca temi delicati, che vanno dal diritto alla privacy alla funzione stessa dell’arte nello spazio pubblico.

    Banksy ha costruito la propria notorietà proprio giocando su questo equilibrio: essere ovunque senza essere riconoscibile, parlare a tutti senza esporsi direttamente.

    Un’identità che forse non serve

    Paradossalmente, l’eventuale rivelazione dell’identità potrebbe non cambiare nulla. Le opere di Banksy continuerebbero a esistere, a circolare, a essere reinterpretate. Il loro valore non dipende dal nome dell’autore, ma dalla capacità di incidere nel dibattito pubblico.

    Anzi, si potrebbe sostenere che l’anonimato abbia contribuito in modo decisivo al successo dell’artista, trasformandolo in un simbolo più che in una persona.

    In questo senso, la domanda “chi è Banksy?” potrebbe essere meno interessante di “che cosa fa Banksy?”.

    Tra mito e realtà

    Il caso riaperto da Reuters dimostra quanto il confine tra arte e narrazione sia oggi sempre più sottile. Banksy non è solo un artista, ma un fenomeno culturale che coinvolge media, mercato, istituzioni e pubblico.

    Forse è proprio questa ambiguità a renderlo ancora attuale. In un’epoca in cui tutto tende a essere identificato, catalogato, reso trasparente, la sua scelta di restare anonimo continua a rappresentare una forma di resistenza.


    Redazione Experiences
  • Verso una rete finalmente trasparente

    Verso una rete finalmente trasparente

    Un nuovo organismo prova a mettere ordine nella circolazione delle opere tra musei italiani. Dati, regole e responsabilità al centro di un sistema finora frammentato.

    Prestiti museali,
    nasce l’Osservatorio italia

    di Serena Galimberti
    Patrimonio culturale e politiche museali

    In Italia le opere d’arte viaggiano continuamente. Mostre temporanee, scambi tra istituzioni, prestiti internazionali: la circolazione è diventata parte integrante della vita museale contemporanea. Eppure, fino a oggi, questo flusso si è sviluppato senza un vero sistema di monitoraggio condiviso.

    Nasce proprio per colmare questa lacuna il primo osservatorio nazionale dedicato ai prestiti museali, un’iniziativa che punta a raccogliere dati, definire criteri e rendere più trasparente un ambito cruciale ma spesso opaco. L’obiettivo è ambizioso: costruire una visione d’insieme dove oggi prevalgono pratiche isolate.

    Perché serve un osservatorio

    Il prestito di un’opera non è mai un gesto neutro. Coinvolge questioni conservative, logistiche, economiche e scientifiche. Ogni spostamento comporta rischi, costi, responsabilità.

    In assenza di un sistema centralizzato, le decisioni vengono spesso prese caso per caso, con criteri non sempre omogenei. Alcuni musei adottano protocolli rigorosi, altri si affidano a prassi consolidate ma meno formalizzate.

    L’osservatorio nasce dunque con una funzione duplice: da un lato raccogliere informazioni affidabili sui flussi di opere, dall’altro promuovere una cultura condivisa della gestione dei prestiti.

    Dati, trasparenza, responsabilità

    Uno dei nodi principali riguarda proprio la mancanza di dati sistematici. Quante opere vengono prestate ogni anno? In quali condizioni? Con quali garanzie? E con quali ritorni, in termini scientifici o di pubblico?

    Senza numeri, il dibattito resta inevitabilmente astratto. L’osservatorio intende colmare questo vuoto, creando una base informativa utile non solo agli addetti ai lavori, ma anche alle istituzioni e al pubblico.

    La trasparenza diventa così un elemento chiave. Non per limitare la circolazione delle opere, ma per renderla più consapevole e sostenibile.

    Il rischio della “mostrificazione”

    Negli ultimi anni, la crescita esponenziale delle mostre temporanee ha sollevato interrogativi sempre più pressanti. La richiesta di opere iconiche, capaci di attirare pubblico e sponsor, ha spesso aumentato la pressione sui musei e sulle collezioni permanenti.

    In questo contesto, il prestito rischia di trasformarsi da strumento scientifico a leva commerciale. Un equilibrio delicato, che richiede regole chiare e una visione a lungo termine.

    L’osservatorio potrebbe contribuire a riportare il dibattito su basi più solide, distinguendo tra operazioni di valore culturale e pratiche dettate principalmente da logiche di mercato.

    Una questione anche etica

    Prestare un’opera significa sottrarla temporaneamente al suo contesto originario. Significa esporla a condizioni diverse, a rischi di trasporto, a nuove interpretazioni.

    Non è solo una decisione tecnica, ma anche etica. Qual è il limite oltre il quale un’opera non dovrebbe essere movimentata? Come si bilancia l’esigenza di diffusione culturale con quella di tutela?

    L’assenza di risposte condivise ha finora lasciato spazio a interpretazioni divergenti. L’osservatorio si propone come luogo di confronto, oltre che di raccolta dati.

    Un primo passo, non una soluzione

    È importante sottolineare che la nascita dell’osservatorio non risolve automaticamente le criticità del sistema. Piuttosto, rappresenta un primo passo verso una maggiore consapevolezza.

    La sua efficacia dipenderà dalla capacità di coinvolgere le istituzioni, di raccogliere dati affidabili e di trasformarli in strumenti operativi. Senza una reale adesione del sistema museale, il rischio è che resti un’iniziativa isolata.

    Verso una nuova cultura del prestito

    Se funzionerà, l’osservatorio potrebbe segnare un cambio di paradigma. Non più prestiti gestiti come eccezioni o opportunità occasionali, ma come parte di una strategia culturale condivisa.

    In un paese come l’Italia, dove il patrimonio è vastissimo e diffuso, la circolazione delle opere rappresenta una risorsa straordinaria. Ma, come tutte le risorse, richiede regole, visione e responsabilità.

    La sfida è aperta: trasformare un sistema frammentato in una rete consapevole. Non per limitare il movimento delle opere, ma per garantirne il senso.


    Redazione Experiences
  • Andy Warhol, l’arte come specchio del consumo

    Andy Warhol, l’arte come specchio del consumo

    Dalla pubblicità alla celebrità, dalla serialità alla morte: Andy Warhol ha trasformato l’arte in un dispositivo di osservazione del mondo contemporaneo. Non più rappresentazione, ma riflesso lucido e implacabile della società dei consumi.

    Andy Warhol, l’arte come specchio del consumo

    di Luca Ferraris
    Cultura contemporanea e design

    ANDY WARHOL
    Ladies and Gentlemen
    Ferrara, Palazzo dei Diamanti
    14 marzo – 19 luglio 2026

    Quando si parla di Andy Warhol, il rischio è sempre lo stesso: ridurre la sua opera a un repertorio di immagini iconiche – le lattine di zuppa, Marilyn, Elvis – che sembrano ormai appartenere più alla cultura visiva collettiva che alla storia dell’arte. Eppure Warhol è stato qualcosa di più radicale: non ha semplicemente rappresentato il suo tempo, lo ha decodificato.

    Nato a Pittsburgh nel 1928, Warhol si forma come illustratore pubblicitario. Questo dettaglio non è marginale: è proprio nel linguaggio della pubblicità che apprende la logica della ripetizione, dell’impatto immediato, della riconoscibilità. Quando negli anni Sessanta entra nella scena artistica newyorkese, porta con sé un’idea nuova: l’arte può parlare la stessa lingua del mercato.

    La nascita della Pop Art americana

    Il passaggio decisivo avviene con la Pop Art. Se in Europa il movimento mantiene un legame critico con la cultura di massa, negli Stati Uniti – e in particolare con Warhol – assume una forma più ambigua. Le celebri Campbell’s Soup Cans (1962) non denunciano il consumismo: lo replicano, lo espongono, lo rendono visibile.

    Warhol non giudica, non interpreta. Si limita a mostrare. Ed è proprio questa apparente neutralità a risultare destabilizzante. L’arte, fino a quel momento, aveva sempre cercato una distanza dal quotidiano; Warhol, al contrario, la annulla. Il supermercato entra nel museo senza filtri.

    Serialità e riproduzione: l’opera come prodotto

    Uno degli aspetti più innovativi del suo lavoro è l’uso della serialità. Attraverso la tecnica della serigrafia, Warhol riproduce immagini in sequenza, spesso con variazioni minime di colore o di contrasto. Il risultato è una riflessione implicita sul concetto stesso di originalità.

    In un mondo dominato dalla riproducibilità tecnica, l’opera unica perde centralità. Warhol lo comprende prima di molti teorici: l’arte non è più un oggetto irripetibile, ma un’immagine che può circolare, moltiplicarsi, consumarsi.

    Le sue serie dedicate a Marilyn Monroe sono emblematiche: il volto dell’attrice diventa un’icona ripetuta fino all’usura, un simulacro che sopravvive alla persona reale. La celebrità si trasforma in superficie.

    La Factory: laboratorio e spettacolo

    Attorno a Warhol nasce un vero e proprio sistema produttivo: la Factory. Più che uno studio, è un ambiente ibrido, a metà tra laboratorio artistico e luogo di aggregazione sociale. Qui si incontrano artisti, musicisti, attori, outsider. Tutto diventa materiale creativo.

    La Factory anticipa molte dinamiche contemporanee: la collaborazione diffusa, la contaminazione tra linguaggi, la costruzione dell’identità artistica come performance. Warhol stesso diventa un personaggio, una figura pubblica costruita con la stessa attenzione riservata alle sue opere.

    Celebrità, media e ossessione per la visibilità

    Warhol è tra i primi a intuire il potere dei media nella costruzione del mito. La sua celebre frase sui “quindici minuti di celebrità” non è solo una provocazione: è una diagnosi. In un sistema dominato dalla visibilità, la fama diventa effimera e replicabile.

    Le sue opere dedicate a incidenti, sedie elettriche, disastri, mostrano l’altra faccia di questo meccanismo: la tragedia trasformata in immagine, consumata rapidamente e poi sostituita da un’altra. Anche la morte diventa spettacolo.

    Un’eredità ancora attuale

    A distanza di decenni, il lavoro di Warhol continua a interrogare il presente. In un’epoca dominata dai social media, dalla riproduzione infinita delle immagini, dalla costruzione dell’identità digitale, le sue intuizioni appaiono sorprendentemente profetiche.

    Warhol non ha semplicemente anticipato il nostro tempo: ne ha messo a nudo i meccanismi fondamentali. Ha mostrato come il valore si sposti dall’oggetto all’immagine, dalla realtà alla sua rappresentazione.

    Oltre l’icona

    Ridurre Warhol a un simbolo della Pop Art significa non coglierne la complessità. La sua opera non è un elogio del consumismo, né una sua critica esplicita. È piuttosto un dispositivo di osservazione: uno specchio che restituisce l’immagine della società senza deformarla, ma proprio per questo senza attenuarne le contraddizioni.

    In questo senso, Warhol resta uno degli artisti più lucidi del Novecento. Non perché abbia fornito risposte, ma perché ha saputo porre le domande giuste — e lasciarle aperte.


    Andy Warhol. Ladies and Gentlemen
    Ferrara, Palazzo dei Diamanti
    14 marzo – 19 luglio 2026
     
    Mostra a cura di
    Chiara Vorrasi
     
    Organizzata da
    Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara
    www.palazzodiamanti.it
     
    Ufficio Stampa
    Studio Esseci
    Simone Raddi, simone@studioesseci.net
    tel. +39 049 663499

    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
    Redazione Experiences
  • Un Pritzker che guarda ai margini

    Un Pritzker che guarda ai margini

    Il massimo riconoscimento internazionale va all’architetto cileno Smiljan Radić Clarke. Un premio che conferma una traiettoria fuori dagli schemi, dove materia, paesaggio e immaginazione ridefiniscono il senso dell’abitare contemporaneo.

    Smiljan Radić Clarke, il Pritzker 2026
    e l’architettura come enigma costruito

    di Luca Ferraris
    Architettura e Design

    Il Premio Pritzker 2026 è stato assegnato a Smiljan Radić Clarke, figura appartata ma ormai centrale nel panorama dell’architettura contemporanea. Una scelta che sorprende solo in apparenza: da anni il premio sembra privilegiare autori capaci di sottrarsi alle logiche spettacolari dell’architettura globale, per tornare a una dimensione più intima, quasi sperimentale.

    Radić incarna perfettamente questa tendenza. Le sue opere non cercano l’icona immediata, ma costruiscono ambienti che interrogano chi li attraversa. Non edifici da fotografare, ma spazi da abitare – o da decifrare.

    Materia, paesaggio, immaginazione

    Nato a Santiago del Cile nel 1965, Radić ha sviluppato una ricerca che tiene insieme elementi apparentemente distanti: materiali poveri e tecnologie sofisticate, memoria arcaica e sensibilità contemporanea, rigore costruttivo e tensione narrativa.

    Il suo lavoro si radica profondamente nel paesaggio cileno, ma senza mai ridursi a un regionalismo decorativo. Le sue architetture dialogano con il contesto naturale in modo quasi primitivo: emergono, si appoggiano, si insinuano nel territorio.

    Uno degli esempi più emblematici è la Casa per il Poeta, dove il progetto sembra nascere da un gesto minimo, quasi una sottrazione. Oppure il ristorante Mestizo a Santiago, costruito come una piattaforma sospesa tra natura e artificio. In entrambi i casi, ciò che colpisce è la capacità di generare spazi che non si impongono, ma si rivelano lentamente.

    Un’architettura che sfugge alla forma

    Radić non appartiene a nessuna scuola definita. Il suo linguaggio è volutamente instabile, attraversato da suggestioni che vanno dall’architettura vernacolare alle avanguardie artistiche.

    Le sue opere spesso sembrano incomplete, provvisorie, come se fossero in attesa di essere trasformate dal tempo o dall’uso. Questa apparente fragilità è in realtà una scelta precisa: evitare la chiusura formale, lasciare spazio all’imprevisto.

    In un’epoca dominata da immagini perfette e superfici levigate, Radić introduce una dimensione di incertezza. Le sue architetture non rassicurano, ma aprono domande.

    Il riconoscimento internazionale

    Il Pritzker 2026 arriva dopo anni di crescente attenzione internazionale. Radić ha partecipato alla Biennale di Venezia, ha costruito in Europa e in America Latina, ha collaborato con artisti e curatori, mantenendo però una posizione defilata rispetto ai grandi circuiti mediatici.

    La giuria ha sottolineato proprio questa capacità di lavorare “ai margini”, trasformando il margine in centro. Un’architettura che non cerca il consenso immediato, ma costruisce nel tempo la propria necessità.

    Una lezione per l’architettura contemporanea

    L’assegnazione del Pritzker a Radić si inserisce in una riflessione più ampia sul ruolo dell’architettura oggi. Di fronte alla crisi ambientale, alla standardizzazione dei modelli abitativi, alla pressione delle grandi trasformazioni urbane, emerge l’esigenza di un’architettura più consapevole, meno autoreferenziale.

    Radić propone una via alternativa: un’architettura che accetta la complessità, che lavora con ciò che esiste, che non teme l’imperfezione. Una pratica che potremmo definire “artigianale” nel senso più alto del termine, capace di coniugare sapere tecnico e sensibilità poetica.

    Oltre il premio

    Come spesso accade, il Pritzker non chiude un percorso, ma lo rilancia. Per Radić, il riconoscimento potrebbe rappresentare un punto di svolta, portando il suo lavoro a confrontarsi con contesti più ampi e con nuove responsabilità.

    Resta da vedere se riuscirà a mantenere quella distanza critica che finora ha caratterizzato la sua ricerca. È proprio in questa distanza – rispetto al mercato, alle mode, alle aspettative – che si gioca la forza della sua architettura.


    Redazione Experiences
  • Il mito della città intelligente comincia a fare acqua

    Il mito della città intelligente comincia a fare acqua

    Le città del futuro promettono efficienza, sostenibilità e controllo grazie alla tecnologia. Ma dietro la retorica delle “smart city” emergono criticità strutturali che mettono in discussione l’intero modello.

    Smart city o città reale?
    Il limite nascosto dei modelli ipertecnologici

    di Lorenzo Bianchi
    Commentatore, geopolitica urbana e società

    Negli ultimi anni, il concetto di smart city si è imposto come paradigma dominante nella pianificazione urbana. Sensori, algoritmi, intelligenza artificiale, reti interconnesse: la città viene immaginata come un organismo governato dai dati, capace di ottimizzare ogni funzione, dal traffico ai consumi energetici.

    Questa visione, sostenuta da grandi aziende tecnologiche e da politiche pubbliche orientate all’innovazione, promette città più efficienti, sicure e sostenibili. Tuttavia, proprio questa impostazione fortemente tecnocentrica rischia di rivelarsi il suo punto debole.

    Quando la tecnologia diventa fine e non mezzo

    Molti progetti di città intelligenti nascono da un presupposto discutibile: che la tecnologia possa risolvere problemi complessi senza un’adeguata comprensione del contesto sociale, culturale e politico.

    In realtà, le città non sono sistemi neutri. Sono spazi abitati, attraversati da relazioni, conflitti, disuguaglianze. Ridurre la complessità urbana a una questione di gestione dei dati significa ignorare la dimensione umana che le definisce.

    In diversi casi, progetti ambiziosi si sono arenati proprio per questa ragione: soluzioni tecnologicamente avanzate ma incapaci di rispondere ai bisogni reali dei cittadini.

    Il fallimento dei modelli “da zero”

    Un altro limite riguarda la tendenza a progettare città ex novo, spesso in contesti artificiali, come se fosse possibile costruire un ecosistema urbano perfetto partendo da zero.

    Queste città-laboratorio, spesso finanziate da grandi investimenti pubblici o privati, faticano a sviluppare una vita urbana autentica. Mancano di stratificazione, di storia, di relazioni spontanee.

    La città, invece, è per sua natura un organismo evolutivo, che cresce nel tempo attraverso adattamenti continui. Tentare di imporre un modello rigido rischia di produrre spazi efficienti ma privi di vitalità.

    Dati, controllo e disuguaglianze

    Le smart city si fondano su una raccolta massiccia di dati. Questo solleva questioni rilevanti in termini di privacy, sorveglianza e gestione delle informazioni.

    Chi controlla i dati? Come vengono utilizzati? E soprattutto, chi ne trae beneficio?

    Senza un quadro normativo chiaro e condiviso, il rischio è che la tecnologia amplifichi le disuguaglianze esistenti, invece di ridurle. Quartieri più connessi e servizi avanzati potrebbero concentrarsi in aree già privilegiate, lasciando indietro le periferie.

    La dimensione culturale della città

    Un aspetto spesso trascurato riguarda la dimensione culturale dello spazio urbano. Le città non sono solo infrastrutture, ma luoghi di identità, memoria, creatività.

    Un approccio esclusivamente tecnologico tende a standardizzare gli ambienti, rendendoli simili tra loro. Si perde così quella specificità che rende ogni città unica.

    L’urbanistica, storicamente, ha sempre dialogato con l’arte, l’architettura, la sociologia. Ridurre questo dialogo a una questione tecnica significa impoverire il progetto urbano.

    Verso un modello più umano

    Le critiche ai modelli tecnocentrici non implicano un rifiuto della tecnologia, ma una sua ridefinizione. La tecnologia deve essere uno strumento, non un fine.

    Le città più resilienti sono quelle che integrano innovazione e partecipazione, dati e esperienza, efficienza e qualità della vita. In questo senso, il futuro urbano non passa per soluzioni universali, ma per approcci situati, capaci di adattarsi ai contesti locali.

    Ripensare la “smartness”

    Forse è il concetto stesso di “intelligenza” a dover essere ripensato. Una città intelligente non è necessariamente quella più tecnologica, ma quella che riesce a rispondere in modo efficace e inclusivo ai bisogni dei suoi abitanti.

    Questo implica ascolto, governance partecipata, attenzione alle dinamiche sociali. Elementi difficili da quantificare, ma fondamentali per la qualità urbana.


    Redazione Experiences
  • Regina Cassolo vola a New York con “L’amante dell’aviatore”

    Regina Cassolo vola a New York con “L’amante dell’aviatore”

    Negli spazi del Castello Sforzesco di Vigevano, restaurati per l’occasione, il Museo Archeologico Nazionale della Lomellina dedica a Regina Cassolo un grande allestimento che ne ripercorre la straordinaria parabola creativa. La mostra valorizza 108 opere tra sculture, disegni e collage, mettendo in luce la forza innovativa di un’artista capace di anticipare le avanguardie e di fondere sperimentazione, materia e poesia.

    VIGEVANO (PV)
    Museo Archeologico Nazionale della Lomellina

    REGINA. SPERIMENTATRICE GENIALE

    La Direzione regionale Musei nazionali Lombardia presenta “Regina. Sperimentatrice geniale”, esposizione dedicata all’artista Regina Cassolo, allestita negli spazi rinnovati e aperti per la prima volta al pubblico al primo piano della terza scuderia del Castello Sforzesco di Vigevano, sede del Museo Archeologico Nazionale della Lomellina (MANLo).

    Con un progetto reso possibile da interventi di ristrutturazione e restauro per quasi 300.000 euro, l’allestimento – che rimarrà visitabile fino al 2029 – raccoglie 108 opere, tra cui 41 sculture e oltre 60 tra disegni e collage, con l’obiettivo di restituire al pubblico la modernità di una delle voci più originali del panorama artistico del Novecento.

    «È con grande soddisfazione – afferma il Direttore dei musei statali lombardi Rosario Maria Anzaloneche giungiamo all’inaugurazione di questa importante esposizione nei rinnovati ambienti del primo piano del MANLo a Vigevano. Il lungo percorso progettuale, avviato nel 2024 con l’accordo di comodato delle opere con il Comune di Mede e la riqualificazione degli spazi nello straordinario complesso sforzesco, trova così il suo più naturale compimento. Ringrazio di cuore istituzioni e persone per l’alacre lavoro di questi anni, orientato a offrire al pubblico un racconto ricco e sfaccettato di un artista speciale: “Regina. Sperimentatrice geniale” costituisce una concreta occasione di rilancio per un museo sul quale stiamo investendo con la volontà di supportare la comunità lomellina. Siamo pronti ad accogliere i visitatori che vorranno condividere con la città e il nostro istituto questa splendida esperienza espositiva».

    Obiettivo del progetto, a cura della Direttrice del Museo Stefania Bossi con Valentina Cane e Michele Tavola e con il contributo di un comitato scientifico, è quello di evidenziare la cultura artistica maturata da Regina nelle diverse fasi evolutive della sua carriera, ricostruendone le esperienze a partire dalla formazione accademica fino agli sviluppi più moderni dovuti all’incontro con le avanguardie, rielaborate con intelligenza e originalità.

    «Il progetto scientifico di questa esposizione – continua la Direttrice Stefania Bossiha cercato di restituire la complessità di un’artista di respiro internazionale originaria della Lomellina, proseguendo l’importante e doveroso percorso di riscoperta critica degli ultimi decenni. Il titolo scelto “Sperimentatrice geniale”, tratto da un’espressione della critica Lea Vergine, vuole sottolineare la capacità dell’artista di inventare ogni volta un modo nuovo di fare scultura ed è una sorta di invito a lasciarsi condurre nella mente creativa di Regina anche attraverso le citazioni tratte dai suoi taccuini e apprezzare come la scultura può diventare leggera, mobile, visionaria. Un ricco calendario di incontri e laboratori per scuole, adulti e famiglie permetterà di approfondirne la conoscenza e apprezzare la libertà e l’indipendenza che ha sempre caratterizzato il suo operato».

    Il percorso espositivo è articolato in quattro sezioni tematiche:

    • Regina in breve: un’introduzione alla vita e alla carriera dell’artista, dalla formazione accademica ai primi tentativi di emancipazione artistica, fino agli sviluppi maturi dell’astrazione;
    • I materiali di Regina: la tensione costante tra radici classiche e ricerca sperimentale che si evince attraverso l’utilizzo innovativo dei materiali;
    • Il Futurismo secondo Regina: l’adesione al movimento con una declinazione personale e indipendente che vede l’uso dell’alluminio al centro della sperimentazione;
    • Regina e la natura: la ricerca della sintesi attraverso gli erbari.

    Nella vicenda creativa di Regina l’idea della sintesi astratta ha un ruolo fondamentale. Premesse di questa ricerca affiorano già nella seconda metà degli anni Venti, successivamente all’apprendistato presso il noto scultore Giovanni Battista Alloati a Torino. Il suo esordio pubblico avviene nel dicembre del 1928 alla I Mostra Regionale d’Arte Lombarda presso la Permanente di Milano, con due bronzi accademici (nella sala IV, Testa di ragazzo, 1925, e Popolana, 1925 circa). Anni dopo, nel gennaio 1952 sempre a Milano alla mostra Materie plastiche in forme concrete (rhodoid, sicofoil, celluloide, plexiglas, perspex, laminati plastici), il percorso artistico di Regina giunge a maturazione, esponendo – assieme a Lucio Fontana, Bruno Munari, Mario Nigro, Gillo Dorfles e altri – le diverse possibilità di impiego dei nuovi materiali.

    Con “Regina. Sperimentatrice geniale”, Vigevano e la Direzione regionale Musei nazionali Lombardia celebrano una protagonista assoluta del Novecento, valorizzandone la produzione artistica in un allestimento permanente fino al 2029 e di respiro internazionale.

    Accompagna la mostra un catalogo per i tipi di emuse, con saggi di approfondimento e accurati apparati (versione sfogliabile a questo link). Il volume è stato finanziato da Fondazione Monte di Lombardia, Società Storica Vigevanese, Istituzioni riunite ETS Mede, Sicam e Rotary club Vigevano Mortara. Fondazione Monte di Lombardia ha finanziato anche le descrizioni certificate Descrivedendo presenti in mostra per consentire l’accessibilità rispetto alle forme di disabilità visiva.

    Regina Cassolo (Mede Lomellina, 1894 – Milano, 1974) è stata una delle figure più originali del panorama artistico italiano del Novecento. Dopo la formazione all’Accademia di Brera, negli Anni 20 avvia una ricerca che la conduce ben presto oltre l’impostazione accademica, verso sperimentazioni in scultura e disegno. Negli Anni 30 si avvicina al Futurismo, presentando alla Galleria Senato (1931) le prime sculture in latta, alluminio e celluloide: opere leggere e innovative, che liberano la forma dal peso della materia. Partecipa alla XIX Biennale di Venezia (1934) e a numerose esposizioni in Italia e all’estero, firmando nel 1934 il Manifesto tecnico dell’Aeroplastica futurista. Dopo la guerra aderisce al Movimento Arte Concreta, su invito di Bruno Munari, e tiene una personale presso la Libreria Salto (1951). Negli Anni 50 e 60 approfondisce temi legati al linguaggio e alla natura, continuando a sperimentare con la scultura e il disegno. Negli Anni 70 il suo lavoro viene progressivamente riscoperto, fino alla storica mostra “L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche” (Palazzo Reale di Milano, 1980), che ne consacra il ruolo di pioniera e sperimentatrice, con le prime pubblicazioni monografiche a lei dedicate.

    INFORMAZIONI GENERALI
    “REGINA. SPERIMENTATRICE GENIALE”


    PROMOSSO DA
    Direzione Regionale Musei nazionali Lombardia – Direttore Rosario Maria Anzalone
    Museo Archeologico Nazionale della Lomellina – Direttrice Stefania Bossi
     
    A cura di
    Stefania Bossi
    Valentina Cane
    Michele Tavola
     
    Comitato scientifico
    Paolo Campiglio
    Chiara Gatti
    Lorenzo Giusti
    Gaetano e Zoe Fermani
    Archivio Regina
     
    Giorgio Guardamagna
    Marina Turati – Comune di Mede
     
    Rosario Maria Anzalone
    Stefania Bossi
    Valentina Cane
    Michele Tavola
    Direzione regionale Musei nazionali Lombardia
     
    Benedetta Chiesi
    Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Monza-Brianza e Pavia
     
    Catalogo
    emuse (pagine: 200; prezzo: 25,00€; prezzo ebook: 9,99€)

    Apertura al pubblico: 26 febbraio 2026
    Ingresso: incluso nel biglietto per visitare il Museo (6,00€)
     
    Sede: Museo Archeologico Nazionale della Lomellina     
    Piazza Ducale 20, 27029 Vigevano (PV) 
    tel.: 0381.72940
    e-mail: drm-lom.archeovigevano@cultura.gov.it  
    Orario di apertura
    Da martedì a venerdì: 9:00- 15:00
    Sabato e domenica: 9:00-17:00

    La Direzione regionale Musei nazionali Lombardia coordina e promuove 13 musei e parchi archeologici statali della regione. Ha il compito di assicurare l’attuazione del servizio pubblico di fruizione e valorizzazione di musei, monumenti e aree archeologiche, garantendo livelli di qualità uniformi. In collaborazione con le Soprintendenze e gli enti territoriali e locali promuove l’ampliamento delle collezioni museali, l’organizzazione di mostre temporanee e le attività di catalogazione, studio, restauro, oltre che la comunicazione e la valorizzazione del patrimonio culturale regionale. Lavora per incentivare la partecipazione attiva degli utenti e la massima accessibilità ai musei che custodiscono il patrimonio archeologico, artistico e storico della Lombardia.


    Direzione regionale Musei Nazionali Lombardia
    https://museilombardia.cultura.gov.it/
    drm-lom@cultura.gov.it
     
    Ufficio Stampa DRMN-LOM
    Anna Defrancesco comunicazione
    annadefrancesco.com
    press@annadefrancesco.com
                                                          
    Anna Defrancesco
    ad@annadefrancesco.com
                                                         
    Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com>
  • Il corto circuito genera una polemica che va oltre Venezia

    Il corto circuito genera una polemica che va oltre Venezia

    GUARDA IL VIDEO
    di Gustavo Zagrebelsky

    Uno scontro istituzionale riaccende il dibattito sul ruolo della cultura in tempi di conflitto. Tra autonomia, politica e simboli, la Biennale diventa terreno di tensione.

    Biennale di Venezia,
    il caso Russia e le istituzioni culturali

    di Carlo Venturi
    Commentatore, politica e istituzioni culturali

    La Biennale di Venezia torna al centro del dibattito pubblico, non per una questione estetica o curatoriale, ma per un conflitto che coinvolge direttamente le istituzioni culturali italiane. A sollevare il caso è stato Gustavo Zagrebelsky, che ha dedicato la sua “perplessità della settimana” allo scontro tra il Ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Fondazione La Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. Al centro della contesa, il destino del Padiglione della Russia.

    Non si tratta di una disputa marginale: la questione tocca il nodo cruciale dell’autonomia delle istituzioni culturali rispetto alla politica, soprattutto in un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti.

    Il Padiglione della Russia come caso simbolico

    Il Padiglione russo alla Biennale di Venezia rappresenta da sempre uno spazio di confronto artistico e culturale. Tuttavia, con il perdurare del conflitto in Ucraina, la sua presenza è diventata oggetto di controversia. Negli ultimi anni, molti artisti e curatori russi hanno scelto autonomamente di non partecipare, segnando una sospensione di fatto.

    La discussione odierna non riguarda soltanto la partecipazione artistica, ma il significato politico di una presenza istituzionale. Per il Ministero della Cultura, la questione sembra inserirsi in una linea di coerenza con la politica estera e con le sanzioni internazionali. Per la Biennale, invece, il tema è più complesso: riguarda la natura stessa dell’istituzione, che storicamente si definisce come spazio autonomo, aperto al dialogo anche nei momenti di crisi.

    Autonomia culturale o indirizzo politico?

    È proprio su questo punto che si concentra la riflessione di Zagrebelsky. La Biennale non è un semplice evento espositivo: è una fondazione con una propria governance, dotata di autonomia statutaria. Intervenire sulle sue scelte equivale, in qualche misura, a ridefinire il rapporto tra Stato e cultura.

    Il confronto tra Giuli e Buttafuoco evidenzia una tensione non nuova, ma oggi particolarmente visibile. Da un lato, l’idea che le istituzioni culturali debbano riflettere le posizioni ufficiali dello Stato; dall’altro, la convinzione che l’arte e la cultura debbano mantenere uno spazio di indipendenza, anche a costo di risultare disallineate.

    Zagrebelsky, con il suo approccio giuridico e filosofico, invita a interrogarsi su questo equilibrio. Non si tratta di difendere una posizione a priori, ma di comprendere quali siano i limiti dell’intervento politico in ambito culturale.

    Il rischio di una cultura “schierata”

    La vicenda del Padiglione russo pone una domanda più ampia: può la cultura sottrarsi alle logiche del conflitto? Oppure è inevitabilmente chiamata a prendere posizione?

    Storicamente, la Biennale ha attraversato fasi in cui la politica ha inciso profondamente sulle sue scelte, basti pensare alle edizioni del Novecento segnate dalle tensioni ideologiche. Tuttavia, proprio in quei momenti, l’istituzione ha cercato di preservare una dimensione internazionale e pluralista.

    Oggi il rischio, secondo molti osservatori, è che si affermi una cultura “schierata”, dove le scelte artistiche vengono filtrate attraverso criteri politici. Un processo che potrebbe ridurre la complessità del discorso culturale, trasformando gli spazi espositivi in luoghi di rappresentanza più che di ricerca.

    Una questione aperta

    Il confronto tra il Ministero e la Biennale non sembra destinato a risolversi rapidamente. Piuttosto, si inserisce in una dinamica più ampia che riguarda tutte le istituzioni culturali europee, chiamate a confrontarsi con un contesto geopolitico sempre più instabile.

    La “perplessità” di Zagrebelsky non offre soluzioni definitive, ma invita a mantenere uno sguardo critico. La cultura, suggerisce, non può essere ridotta a strumento di politica estera, ma neppure può ignorare il mondo in cui opera.

    In questo equilibrio fragile si gioca il futuro della Biennale di Venezia: non solo come evento artistico, ma come spazio simbolico in cui si riflettono le tensioni del nostro tempo.


    Redazione Experiences
  • Quando il restauro cancella

    Quando il restauro cancella

    Durante i lavori di riqualificazione del Padiglione Centrale della Biennale di Venezia sarebbe andata perduta un’opera premiata con il Leone d’Oro. Un episodio che riapre il dibattito su tutela, memoria e responsabilità nel sistema dell’arte.

    Biennale di Venezia,
    il caso dell’opera scomparsa

    di Andrea Montesi
    Arte e architettura contemporanea

    Nel cuore dei Giardini della Biennale di Venezia, il Padiglione Centrale è da sempre uno spazio simbolico: qui si condensano le traiettorie dell’arte contemporanea internazionale, tra allestimenti temporanei e stratificazioni storiche. Oggi, però, proprio questo luogo è al centro di una controversia che mette in discussione il rapporto tra conservazione e trasformazione.

    Durante i recenti lavori di restauro e adeguamento funzionale dell’edificio, sarebbe stata distrutta – o comunque irrimediabilmente compromessa – un’opera che in passato aveva ricevuto il Leone d’Oro, il massimo riconoscimento della manifestazione. Un episodio che, al di là dei dettagli tecnici ancora oggetto di chiarimento, solleva interrogativi profondi.

    Un’opera invisibile ma presente

    Il caso riguarda un lavoro integrato nello spazio architettonico, non una semplice opera mobile facilmente rimovibile. Ed è proprio questa caratteristica a rendere la vicenda particolarmente delicata.

    Molte opere contemporanee, soprattutto dagli anni Settanta in poi, sono concepite in relazione diretta con l’ambiente che le ospita. Interventi site-specific, installazioni permanenti, elementi strutturali che sfumano il confine tra arte e architettura.

    In questi casi, intervenire sull’edificio significa inevitabilmente intervenire sull’opera. La distinzione tra restauro architettonico e tutela artistica diventa sottile, talvolta ambigua.

    Il nodo delle responsabilità

    Chi decide il destino di un’opera integrata in uno spazio espositivo? Quali procedure vengono attivate prima di avviare un intervento di restauro? E soprattutto: esiste una mappatura completa delle opere presenti, anche quando non sono immediatamente visibili o riconoscibili?

    Il caso del Padiglione Centrale evidenzia una possibile falla nel sistema. Non si tratta solo di un errore operativo, ma di una questione strutturale che riguarda la gestione del patrimonio contemporaneo.

    A differenza delle opere storiche, spesso catalogate e vincolate, molte installazioni recenti sfuggono a una classificazione rigorosa. La loro tutela dipende da documentazioni frammentarie, archivi incompleti, memorie istituzionali non sempre consolidate.

    Restaurare o trasformare?

    Il restauro, per sua natura, implica una scelta: conservare, adattare, aggiornare. Nel caso del Padiglione Centrale, l’intervento è stato presentato come un adeguamento necessario, volto a migliorare l’accessibilità e la funzionalità degli spazi.

    Obiettivi legittimi, in linea con le esigenze contemporanee. Ma a quale costo? Se il prezzo da pagare è la perdita di un’opera premiata e storicamente significativa, il bilancio diventa più complesso.

    Il problema non è opporre conservazione e innovazione, ma trovare un equilibrio tra le due. Un equilibrio che richiede competenze interdisciplinari, dialogo tra architetti, curatori, restauratori e storici dell’arte.

    La memoria fragile del contemporaneo

    Paradossalmente, l’arte contemporanea – pur essendo la più vicina a noi – è spesso la più fragile dal punto di vista della conservazione. Materiali deperibili, tecniche sperimentali, opere immateriali o relazionali rendono difficile la definizione di criteri stabili.

    A questo si aggiunge una certa sottovalutazione del problema. Ciò che è “recente” tende a essere percepito come sostituibile, modificabile, meno vincolante rispetto al passato.

    Il caso della Biennale dimostra invece che anche il contemporaneo ha bisogno di memoria, di archivi, di strumenti di tutela adeguati.

    Un campanello d’allarme per le istituzioni

    L’episodio potrebbe avere conseguenze che vanno oltre il singolo caso. Le istituzioni culturali sono chiamate a interrogarsi sui propri protocolli, sulla gestione delle informazioni, sulla responsabilità nei confronti delle opere che custodiscono.

    In un sistema sempre più orientato alla produzione di eventi e alla trasformazione degli spazi, il rischio è che la dimensione storica venga progressivamente erosa.

    La Biennale, per la sua storia e il suo ruolo internazionale, rappresenta un osservatorio privilegiato. Ciò che accade nei suoi spazi ha inevitabilmente un valore esemplare.

    Tra errore e lezione

    Resta da chiarire se si sia trattato di una svista, di una sottovalutazione o di una scelta consapevole. Ma, al di là delle responsabilità specifiche, il caso offre una lezione più ampia.

    La tutela del patrimonio non può limitarsi al passato remoto. Deve includere anche ciò che è stato prodotto negli ultimi decenni, riconoscendone il valore e la complessità.

    In gioco non c’è solo la conservazione di un’opera, ma la capacità di un sistema culturale di prendersi cura della propria memoria – anche quando è ancora in formazione.


    Redazione Experiences
  • Apre a Palazzo Ducale di Genova la grande mostra su Van Dyck

    Apre a Palazzo Ducale di Genova la grande mostra su Van Dyck

    Prestiti da Louvre, Prado, Uffizi, National Gallery di Londra e Kunsthistorisches di Vienna

    Da sinistra in alto:
    – Anton van Dyck, Ritratto di John Belasyse, poi I barone di Worlaby, inv. LK1137, 1636 ca., olio su tela, 99,1 × 78,7 cm; Galleria BKV.
    – Anton van Dyck, Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo (?), inv. NG 6502, 1626 – 1627 ca., olio su tela, 219 × 151 cm; ©The National Gallery, London. 
    – Anton van Dyck, Autoritratto, inv. RH.S.216, 1615 – 1617, olio su tavola, 36,5 × 25,8 cm; Rubenshuis, Città di Anversa
    – Anton van Dyck, Ritratto di una famiglia, forse Cornelis de Vos, la moglie Susanna Cock e i figli maggiori Magdalena e Jan-Baptist, inv. FGM.VANA.01, 1619 – 1620 ca., olio su tela, 117,2 × 116 cm; Lisbona, The Gaudium Magnum Foundation

    VAN DYCK L’EUROPEO
    Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra
    Genova Palazzo Ducale
    Appartamento e Cappella del Doge
    20 marzo – 19 luglio 2026 

    Inaugura il 19 marzo al Palazzo Ducale di Genova Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, la più grande mostra del nostro secolo dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
    Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, la mostra ripercorre l’intero arco della carriera di un artista di talento eccezionale. Il percorso si sviluppa come il viaggio intrapreso da Van Dyck dalla sua patria, le Fiandre, fino alla corte di Carlo I re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia, durato ben sei anni. La sua è una carriera di incredibile successo, che lo porta a essere il ritrattista più rinomato d’Europa, stroncata dalla morte prematura, a soli 42 anni.

    Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: a Palazzo Ducale saranno esposte opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera e nei suoi vari spostamenti. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

    Van Dyck fu un genio, in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. L’artista riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

    L’eccezionalità della mostra si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (60 in dieci sezioni tematiche), concesse in prestito dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Reali di Torino, la Galleria Nazionale di Parma oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

    Il percorso espositivo non segue una rigorosa sequenza cronologica: le opere, distribuite nelle dodici sale, sono accostate per temi e ambiti della sua attività, così da stimolare un confronto diretto tra la maniera del Van Dyck giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese. Il confronto coinvolge anche opere con soggetti analoghi: sarà infatti possibile, ad esempio, accostare il ritratto di una dama genovese a quello di una dama di Anversa o di Bruxelles e a quello di una dama inglese. Ritratti realizzati in momenti diversi, ma soprattutto per committenze caratterizzate da sensibilità e gusti profondamente differenti. Emergerà così con chiarezza la straordinaria capacità di Van Dyck di sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste di committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti, allora come oggi.

    Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scopriràforse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento. Forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato della sua arte e soprattutto quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente: tra le opere che giungono a Palazzo Ducale il Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid, o lo splendido San Sebastiano della National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, come l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale, a conclusione della mostra, l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.

    Ad accogliere i visitatori all’inizio del percorso è invece uno degli highlight della mostra: il primo autoritratto conosciuto del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e permetterà di comprendere sin da subito la genialità dell’artista.

    Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, il ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foundation e Le tre età dell’uomo come Vanitas conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

    Genova con le sue collezioni civiche avrà un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori città, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco) e dei Musei Nazionali di Genova Palazzo Reale, Palazzo Spinola). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.

    La mostra è stata preceduta da anni di ricerche da parte delle curatrici e di un prestigioso gruppo di studiosi internazionali, così da presentare un lavoro critico corale firmato dai maggiori e più aggiornati specialisti dell’artista. Il catalogo è edito da Allemandi (in Italia) e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.

    Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, l’esposizione si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.


    VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
    Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge dal 20 marzo al 19 luglio 2026
     
    Mostra prodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Comune di Genova, con il sostegno di Regione Liguria
     
    Prezzi intero 15€ ridotto 13€
    ridotto 14€ over65 ridotto 9€, under25
    ridotto 6€, dai 6 ai 18 anni compiuti
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    Orari
    Lunedì: 14-19; martedì/domenica: 10-19; venerdì: apertura fino alle 20
     
    Catalogo
    Allemandi editore (italiano) Hannibal Books (inglese)
     
    Progetto allestitivo
    Giovanni Tortelli e Roberto Frassoni Associati
     
    Main sponsor
    Banca Passadore
     
    Sponsor
    Friends of Genoa, San Quirico, Casa di Cura Villa Montallegro, Coop Liguria
     
    Partner
    Visit Flanders
     
    Sponsor tecnici
    IGPDecaux, AXA
     
    Official Green Carrier
    Trenitalia
     
    Hospitality Partner
    Hotel Bristol Palace
     
    Radio ufficiale
    Radio Montecarlo
     
    Media Partner
    Il Secolo XIX, Rai Cultura
     
    Con il patrocinio di
    Rai Liguria
     
    Uffici stampa
     
    Palazzo Ducale
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  • SMAC Venice presenta Alighiero Boetti

    SMAC Venice presenta Alighiero Boetti

    SMAC Venice è lieta di presentare Alighiero Boetti, un’ampia retrospettiva dedicata al maestro italiano dell’arte del dopoguerra (Torino, 1940 – Roma, 1994). A cura di Elena Geuna e sostenuta da Ben Brown Fine Arts, la mostra sarà visitabile dal 7 maggio al 22 novembre 2026, in concomitanza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.

    ALIGHIERO BOETTI
    SMAC Venice (San Marco Art Centre)
    7 maggio – 22 novembre 2026

    Il percorso di mostra sviluppato dalla curatrice riunisce circa cento opere distribuite in otto sale, offrendo un’ampia ricognizione su uno degli artisti più influenti del periodo del dopoguerra. Coprendo un arco temporale di più di venticinque anni, dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Novanta, la mostra ripercorre l’intera traiettoria artistica di Boetti e mette in luce l’ampiezza e la complessità della sua pratica.

    Concepita come una sorta di “costellazione” che invita il pubblico ad abitare lo spazio tra idea e forma, ordine e disordine, Alighiero Boetti riflette l’interesse costante dell’artista per la dualità, i sistemi e il processo. Dalle prime opere, radicate in materiali semplici e strutture elementari come proposto dal gruppo dell’Arte Povera, ai successivi progetti collaborativi e concettualmente stratificati, la mostra evidenzia la coerenza interna di una pratica che ha costantemente messo alla prova i propri presupposti, accogliendo il caso, la ripetizione e l’autorialità condivisa come forze generative.

    La mostra si apre con una sala dedicata all’autoritratto e alla questione dell’identità, affrontando l’impegno di Boetti lungo tutta la vita nei confronti della nozione di doppio. Questa ricerca trovò la sua espressione più evidente nel 1972, quando adottò la firma duale “Alighiero e Boetti”. Opere come Autoritratto (1969) e Gemelli (1968) esplorano l’identità come scissa, riflessa e moltiplicata, mentre l’uso di forme accoppiate e strutture seriali introduce una logica della dualità che rimarrà fondamentale nella sua pratica.

    Con il procedere dela mostra, questa logica del raddoppiamento si espande in sistemi più ampi di linguaggio, geografia e tempo. Il lavoro di Boetti si orienta sempre più verso strutture che organizzano la visione e la conoscenza, esponendone al contempo l’instabilità. Il suo impegno costante con la mappatura riflette un interesse per l’orientamento, la distanza e la circolazione di informazioni, lavoro e modalità di produzione tra culture diverse. A partire dai primi anni Settanta, i disegni Biro (1972-), insieme ai Ricami (1971-) e alle Mappe (1971-), realizzati attraverso collaborazioni di lunga durata con artigiani afghani, esemplificano uno spostamento deliberato della paternità dell’opera. Boetti stabiliva il quadro concettuale e i parametri regolativi di ciascuna opera, mentre la sua esecuzione si sviluppava attraverso altre mani, permettendo a differenza, durata e contingenza di diventare parte integrante sia della forma sia del significato.

    Le sezioni finali della mostra si concentrano sugli Aerei (dal 1977-), sui Calendari (1974-) e sulle opere seriali su carta, concettualmente rigorose, realizzate negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta. Negli Aerei, strutture mutevoli generano campi disorientanti in cui le immagini del volo sono soggette a sistemi che sono al tempo stesso metodici e instabili, consentendo all’ordine e al caos di scontrarsi all’interno di un quadro razionale e classificato. L’accumulazione costante di date nei Calendari, insieme al ripetuto impiego di elementi grafici nelle opere su carta, registra analogamente il tempo come misura e come materia. Nel loro insieme, queste serie articolano un processo continuo in cui i sistemi vengono messi in moto solo per rivelare i propri limiti, mettendo in scena uno scambio prolungato, spesso giocoso, tra controllo e casualità.

    La mostra ha beneficiato del sostegno e della collaborazione dell’Archivio Alighiero Boetti. È concepita per presentare con chiarezza ed equilibrio il percorso dell’artista, permettendo al pubblico di seguire l’evoluzione delle sue idee e di confrontarsi con le tensioni durature al centro della sua pratica. Nel corso dell’esposizione, struttura e caso, autonomia e collaborazione, sistema e gioco sono mantenuti in una relazione produttiva, rivelando un corpus di opere che rimane al tempo stesso rigoroso e aperto, e costantemente attento alla complessità del mondo che riflette.

    Alighiero Boetti (1940–1994) nacque a Torino, dove debuttò nell’Arte Povera nel gennaio 1967, per poi stabilirsi a Roma nel 1972. Artista concettuale dalla pratica estremamente ampia, sviluppò diversi cicli di lavori, talvolta delegandone l’esecuzione secondo regole precise guidate da “necessità e caso”. Tra questi figurano le Mappe, planisferi colorati realizzati nel tempo come registrazioni dei mutamenti politici; i lavori Biro (in blu, nero, rosso e verde), nei quali una fitta puntinatura forma campi di linguaggio; i ricami policromi di lettere; i Tutto, complesse composizioni che combinano sagome di oggetti e animali con immagini tratte da riviste e materiali stampati; le opere postali basate su permutazioni matematiche di francobolli e sull’imprevedibilità dei loro percorsi. Il tempo, nel suo flusso costante e inevitabile, unifica la varietà delle sue forme e delle sue immagini.

    Boetti partecipò a molte mostre cardine della sua generazione, tra cui When Attitudes Become Form (1969), Contemporanea (1973), Identité italienne (1981) e The Italian Metamorphosis 1943–1968 (1994). Espose più volte alla Biennale di Venezia, con una sala personale nel 1990, un omaggio postumo nel 2001 e una grande mostra alla Fondazione Cini nel 2017. Negli ultimi anni, l’importante retrospettiva Game Plan è stata presentata al MoMA di New York, alla Tate di Londra e al Reina Sofía di Madrid (2011-2012). Le sue opere sono conservate in numerose collezioni museali italiane e internazionali, tra cui il Centre Pompidou di Parigi, lo Stedelijk Museum e il MOCA di Los Angeles.


    Informazioni sull’Archivio Alighiero Boetti

    L’Archivio Alighiero Boetti è un’associazione culturale fondata nel 1995 dalla famiglia dell’artista, presieduta da Matteo Boetti e diretta da Agata Boetti.

    L’associazione è un centro di studio il cui scopo esclusivo è la conservazione, l’acquisizione e la catalogazione scientifica della documentazione relativa alle opere e alla vita dell’artista.

    Lo studio e l’archiviazione delle opere sono finalizzati alla redazione del catalogo ragionato dell’artista, la cui pubblicazione è iniziata nel 2009 ed è tuttora in corso.

    La redazione dell’Archivio, composta da Agata Boetti e Arianna Mercanti, è responsabile dello studio, dell’archiviazione e della catalogazione delle opere e collabora all’organizzazione di mostre, cataloghi e altre iniziative culturali. Salman Ali, amico e assistente di Alighiero Boetti, è anch’egli una figura indispensabile nel lavoro dell’Archivio.

    Informazioni su Elena Geuna

    Curatrice indipendente, autrice e art advisor, Elena Geuna ha curato numerose mostre, tra cui due dedicate a Lucio Fontana, a Palazzo Ducale di Genova (2008) e al MAMM di Mosca (2019). Tra le mostre più rilevanti figurano Arte Povera al MAMM di Mosca (2011); Rudolf Stingel (2011) e Sigmar Polke (2016), entrambe a Palazzo Grassi, Venezia; Damien Hirst: Treasures from the Wreck of the Unbelievable, a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia (2017).

    Ha co-curato tre mostre di Jeff Koons: al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (2003); al Château de Versailles (2008); e al Mucem di Marsiglia (2021). Nel 2022 ha curato il progetto Indistinti Confini con Giuseppe Penone al Parco della Trucca di Bergamo e, nel 2023, la mostra Christo: Early Works a Londra. Nel 2025 ha curato la mostra Alighiero e Boetti. Embellishing the Sky presso Ben Brown Fine Arts a Londra, dedicata alla serie Aerei.

    Elena Geuna è co-curatrice con Christopher Rothko della grande retrospettiva Rothko in Florence, in programma a Palazzo Strozzi (2026), nonché al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana.

    Informazioni su SMAC Venice

    SMAC Venice (San Marco Art Centre) ha aperto in Piazza San Marco nel maggio 2025. Ogni anno presenta un vivace programma di mostre che spaziano tra arte, design, moda e cinema, invitando sia gli specialisti sia il pubblico più ampio a scoprire nuove idee.

    Situato all’interno delle Procuratie in Piazza San Marco, il centro occupa un edificio storico restaurato dall’architetto David Chipperfield, vincitore del Pritzker Prize, e ripensato come un polo per la cultura e l’inclusione sociale. La presenza di SMAC Venice è resa possibile grazie a uno storico accordo con Generali, proprietaria delle Procuratie. Il terzo piano ospita anche la sede di The Human Safety Net e la sua mostra interattiva A World of Potential.

    Attraverso 16 gallerie, SMAC Venice esplora prospettive inattese, mette in discussione le convenzioni e pone interrogativi rigorosi sulla cultura visiva contemporanea e sulle sue connessioni con storia, scienza, filosofia e società. Con uno spirito sperimentale, mette alla prova i modelli tradizionali di allestimento e accoglie la collaborazione, offrendo ad artisti e istituzioni una piattaforma a Venezia. Al centro vi è la convinzione che le arti siano essenziali per l’esperienza umana e per la vitalità delle città e delle comunità.

    Informazioni su Ben Brown Fine Arts

    Ben Brown Fine Arts è una galleria internazionale specializzata in arte del dopoguerra e contemporanea, con sedi a Londra, Hong Kong e New York. Fondata nel 2004 nel quartiere Mayfair di Londra, la galleria opera sia nel mercato primario sia in quello secondario e rappresenta un gruppo di importanti artisti contemporanei, tra cui Tony Bevan, Awol Erizku, Candida Höfer, Vik Muniz, Yoan Capote, Nabil Nahas, Gavin Turk, José Parlá, Enoc Perez ed Ena Swansea.

    Accanto al programma contemporaneo, Ben Brown Fine Arts è nota per mostre dedicate a figure del dopoguerra come Alighiero Boetti, Frank Auerbach, Alexander Calder, Lucio Fontana, Gerhard Richter e Claude e François-Xavier Lalanne. La galleria ha ampliato la propria presenza a Hong Kong nel 2009, ha aperto uno spazio stagionale a Palm Beach nel 2021 e una sede a New York nel 2024. Tra i recenti progetti espositivi di rilievo figurano Planète Lalanne alla 60ª Biennale di Venezia (2024), Calder: Extreme Cantilever (Londra, 2024) e Alighiero e Boetti: Embellishing the Sky (Londra, 2025).

    La galleria partecipa regolarmente a fiere internazionali d’arte, tra cui Art Basel (Basilea, Hong Kong e Miami Beach), Frieze Masters, TEFAF (Maastricht e New York), Miart, The Armory Show e Art Mumbai.


    Contatti stampa
    press@smacvenice.org
     
    Stampa italiana:
    Studio Esseci Comunicazione di Roberta Barbaro e Simone Raddi
    roberta@studioesseci.net
    T. 049 663499
    www.studioesseci.net
     
    Dettagli mostra
    Alighiero Boetti
    SMAC Venice (San Marco Art Centre)
    7 maggio – 22 novembre 2026
    Aperto tutti i giorni (chiuso il martedì)
    10.00–18.00
    Procuratie, Piazza San Marco 105
    30124 Venezia
    smacvenice.org
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>