Mese: Marzo 2026

  • Il museo non è più neutrale

    Il museo non è più neutrale

    Le grandi esposizioni internazionali non si limitano più a raccontare la storia dell’arte: la riscrivono. Tra nuove letture del Novecento e apertura a figure marginalizzate, il museo diventa uno spazio attivo di interpretazione.

    Mostre che riscrivono il passato
    Il museo europeo come laboratorio critico

    di Chiara Vassallo

    Per lungo tempo il museo è stato percepito come un luogo di conservazione e trasmissione, un dispositivo capace di organizzare il passato in una sequenza ordinata e apparentemente oggettiva. Oggi questa idea appare superata. Le grandi mostre europee degli ultimi anni – e in modo ancora più evidente nelle programmazioni più recenti – non si limitano a esporre opere: mettono in discussione le narrazioni che le hanno rese canoniche.

    Il museo si presenta sempre più come uno spazio critico, consapevole della propria responsabilità culturale. Non è più un contenitore neutro, ma un attore che seleziona, interpreta, rilegge.

    Rileggere il Novecento: oltre il mito dei maestri
    Una delle linee più evidenti riguarda la rilettura dei grandi protagonisti del Novecento. Mostre dedicate a figure come Henri Matisse o Pablo Picasso non si limitano più a celebrare il genio individuale, ma indagano i contesti, le relazioni, le contraddizioni.

    Nel caso di Picasso, ad esempio, l’attenzione si sposta sempre più verso il rapporto con il colonialismo, le fonti extraeuropee, le dinamiche di appropriazione culturale. Per Matisse, invece, emergono nuove letture legate al processo creativo, al rapporto con lo spazio e alla dimensione decorativa come elemento strutturale, non subordinato.

    Queste mostre non smontano il canone, ma lo complicano. Introducono zone d’ombra, ambiguità, tensioni che restituiscono agli artisti una dimensione più storica e meno monumentale.

    Nuovi protagonisti, nuove narrazioni
    Parallelamente, cresce l’attenzione verso artisti e artiste rimasti ai margini della narrazione dominante. Il recupero di figure femminili, di autori provenienti da contesti extraeuropei o di movimenti considerati “minori” non risponde soltanto a una logica di inclusione, ma a una necessità storiografica.

    La storia dell’arte, come ogni costruzione culturale, è il risultato di selezioni. Rivedere queste scelte significa ridefinire il campo stesso del visibile. Le mostre diventano così strumenti di riscrittura, capaci di ampliare il perimetro di ciò che consideriamo rilevante.

    L’esperienza immersiva: tra accessibilità e spettacolo
    Un altro elemento centrale è l’evoluzione del linguaggio espositivo. Le tecnologie digitali – proiezioni immersive, ricostruzioni virtuali, ambienti interattivi – stanno modificando profondamente l’esperienza del visitatore.

    Queste soluzioni permettono di rendere più accessibili contenuti complessi, attirando un pubblico più ampio e diversificato. Tuttavia, sollevano anche interrogativi critici. Il rischio è che l’esperienza estetica venga sostituita da una dimensione spettacolare, in cui l’opera perde centralità a favore dell’allestimento.

    La sfida per le istituzioni è trovare un equilibrio: utilizzare la tecnologia come strumento interpretativo, senza trasformare il museo in un dispositivo di intrattenimento.

    Il ruolo curatoriale: una nuova autorialità
    In questo scenario, la figura del curatore assume un ruolo sempre più centrale. Non si limita a selezionare le opere, ma costruisce una narrazione, definisce un punto di vista, orienta la lettura.

    Si potrebbe parlare di una nuova forma di autorialità, non legata alla produzione dell’opera, ma alla sua interpretazione. Il curatore diventa mediatore tra passato e presente, tra opera e pubblico, tra storia e attualità.

    Questa dimensione comporta una responsabilità significativa. Ogni scelta espositiva implica un’esclusione, ogni narrazione costruisce una gerarchia. La trasparenza di questo processo diventa allora un elemento fondamentale.

    Musei e geopolitica culturale
    Le grandi mostre sono anche strumenti di geopolitica culturale. Le istituzioni europee, attraverso programmi espositivi ambiziosi, costruiscono reti internazionali, definiscono alleanze, promuovono modelli culturali.

    In un contesto globale sempre più competitivo, il museo diventa un luogo di soft power. Le scelte curatoriali riflettono non solo orientamenti scientifici, ma anche strategie politiche ed economiche. La circolazione delle opere, le coproduzioni tra musei, le grandi retrospettive itineranti disegnano una mappa in continua evoluzione.

    Il pubblico come interlocutore attivo
    Anche il ruolo del pubblico è cambiato. Il visitatore non è più un destinatario passivo, ma un interlocutore attivo, portatore di aspettative, competenze, sensibilità diverse.

    Le istituzioni culturali sono chiamate a dialogare con questa pluralità, offrendo strumenti di lettura che non semplifichino, ma accompagnino la complessità. In questo senso, la didattica museale assume un’importanza crescente, diventando parte integrante del progetto espositivo.

    Una storia dell’arte in movimento
    Le grandi mostre europee mostrano con chiarezza che la storia dell’arte non è un racconto definitivo, ma un processo in continua revisione. Ogni esposizione è una proposta, una possibile lettura tra le molte.

    Questo non significa relativismo, ma consapevolezza. Riconoscere che ogni narrazione è situata – nel tempo, nello spazio, in un contesto culturale – permette di costruire una relazione più critica con il passato.

    Il museo come luogo del presente
    Il museo contemporaneo non guarda soltanto al passato: lo interroga a partire dal presente. Le grandi mostre diventano così dispositivi attraverso cui una società riflette su se stessa, sui propri valori, sulle proprie contraddizioni.

    In questo senso, la riscrittura della storia dell’arte non è un’operazione arbitraria, ma una necessità. Ogni generazione ha il compito di rileggere ciò che ha ereditato, di rimettere in discussione ciò che sembrava acquisito.

    Il museo, oggi, è il luogo in cui questa operazione prende forma. Non più tempio della memoria, ma laboratorio critico del contemporaneo.


    Redazione Experiences
  • Festival come laboratorio, non solo vetrina

    Festival come laboratorio, non solo vetrina

    Tra primavera e grandi rassegne, il cinema contemporaneo si interroga sul proprio futuro. Le produzioni indipendenti cercano nuovi linguaggi per resistere alla pressione delle piattaforme, mentre il pubblico cambia abitudini e tempi di fruizione.

    Cinema in bilico Festival, autori e piattaforme

    di Luca Ferraris

    Con l’avvicinarsi dei principali festival primaverili – da Cannes a Berlino, passando per una costellazione sempre più fitta di rassegne minori – il cinema torna a interrogarsi su sé stesso. Non è una novità: ogni stagione porta con sé bilanci e previsioni. Ma quest’anno il confronto appare più netto, quasi strutturale. Da un lato, le grandi piattaforme di streaming consolidano un dominio ormai capillare; dall’altro, il cinema indipendente prova a ridefinire la propria identità.

    I festival, in questo scenario, smettono di essere semplici luoghi di consacrazione e tornano a funzionare come laboratori. Qui si osservano le tensioni più evidenti: film a basso budget che sperimentano linguaggi ibridi, opere che oscillano tra serialità e racconto unitario, produzioni che nascono già pensando a una distribuzione non lineare. La sala non scompare, ma perde centralità. Diventa uno dei possibili approdi, non più l’unico.

    L’ombra lunga dello streaming

    Le piattaforme hanno imposto una trasformazione profonda, non solo industriale ma anche narrativa. Il loro modello – fondato sulla continuità della visione, sulla fidelizzazione e su algoritmi sempre più raffinati – ha modificato le aspettative del pubblico. Il tempo lungo del cinema d’autore, fatto di attese, silenzi e costruzioni lente, si scontra oggi con un consumo più frammentato.

    Non si tratta semplicemente di una competizione economica. Il vero nodo è culturale. Le piattaforme hanno dimostrato di poter produrre contenuti di qualità, attirando registi e attori di primo piano. Ma allo stesso tempo hanno ridefinito il ritmo del racconto: episodi, cliffhanger, durate variabili. Il film, inteso come forma chiusa, sembra perdere terreno.

    Eppure, proprio in questa pressione si apre uno spazio inatteso per il cinema indipendente. Non potendo competere sul piano delle risorse, gli autori cercano altre strade. Più radicali, più personali, spesso più brevi.

    Nuove forme per nuovi sguardi

    Una delle tendenze più evidenti riguarda la durata. Sempre più opere si collocano in una zona intermedia tra cortometraggio e lungometraggio, oppure adottano strutture episodiche pur mantenendo una forte coerenza autoriale. Non è solo una scelta produttiva: è una risposta diretta alle modalità di fruizione contemporanee.

    Il pubblico giovane, cresciuto tra piattaforme e social, è abituato a un ritmo diverso. Ma questo non significa necessariamente superficialità. Al contrario, molti autori stanno esplorando forme di racconto compatte, dense, capaci di condensare in pochi minuti una complessità narrativa che un tempo richiedeva ore.

    Si tratta di una sfida sottile: mantenere la profondità senza rinunciare all’immediatezza. Alcuni registi scelgono la via della serialità breve, costruendo opere che possono essere viste come episodi autonomi ma anche come parti di un disegno più ampio. Altri sperimentano con il montaggio, con la frammentazione, con una scrittura che accetta la discontinuità come elemento strutturale.

    Il ritorno dell’autore, ma in forma diversa

    Paradossalmente, mentre il sistema sembra spingere verso l’omologazione, il cinema d’autore conosce una nuova stagione. Non si tratta però di un ritorno nostalgico. L’autore contemporaneo è meno legato all’idea di opera unica e più disposto a muoversi tra formati diversi.

    Festival e piattaforme non sono più mondi separati. Sempre più spesso dialogano, si sovrappongono, si contendono gli stessi titoli. Un film può nascere per il circuito festivaliero e trovare poi una seconda vita online, raggiungendo un pubblico più ampio. Oppure può essere prodotto direttamente per una piattaforma e ottenere comunque riconoscimenti nei contesti più prestigiosi.

    Questa fluidità ridefinisce anche il concetto di successo. Non è più solo una questione di incassi o premi, ma di capacità di circolare, di generare discussione, di restare nel tempo.

    Una questione di pubblico

    Al centro di tutto resta lo spettatore. Le nuove generazioni non hanno abbandonato il cinema, ma lo vivono in modo diverso. La sala diventa un’esperienza tra le altre, spesso legata all’evento, alla condivisione, alla dimensione collettiva. Il resto avviene altrove: su schermi personali, in tempi flessibili, con modalità di visione discontinue.

    Il rischio, per il cinema d’autore, è quello di diventare marginale. Ma è un rischio che può trasformarsi in opportunità. Liberato da alcune aspettative commerciali, può permettersi di osare di più, di sperimentare, di rivolgersi a nicchie consapevoli.

    I festival, in questo senso, svolgono un ruolo cruciale. Non solo selezionano e premiano, ma costruiscono contesti, creano comunità temporanee, mettono in relazione opere e spettatori. Sono, forse più che mai, luoghi di mediazione culturale.

    Tra resistenza e trasformazione

    Il confronto tra produzioni indipendenti e colossi dello streaming non si risolverà in una vittoria netta dell’una o dell’altra parte. Piuttosto, assisteremo a una progressiva ibridazione. Il cinema cambia forma, si adatta, si reinventa.

    La vera posta in gioco non è la sopravvivenza del cinema, ma la sua capacità di restare uno spazio di libertà. Un luogo in cui il racconto non sia completamente determinato da logiche di mercato o da algoritmi, ma continui a interrogare il reale, a proporre visioni, a mettere in discussione.

    In vista della stagione dei festival, questa tensione appare più evidente che mai. Ed è forse proprio qui, in questo equilibrio instabile, che il cinema contemporaneo trova la sua energia più autentica.


    Redazione Experiences
  • Presentazione nuova edizione della “Guida Museo Civico Archeologico di Bologna” Panini Editore

    Presentazione nuova edizione della “Guida Museo Civico Archeologico di Bologna” Panini Editore

    Un museo antico che parla al presente: il Museo Civico Archeologico di Bologna presenta la sua nuova guida in edizione italiana e inglese, curata da Paola Giovetti e Marinella Marchesi ed edita da Franco Cosimo Panini, una pubblicazione che rispecchia e si fa portavoce dei cambiamenti che hanno caratterizzato la realtà museale negli ultimi anni.

    La presentazione del volume, in programma sabato 21 marzo 2026 alle ore 17.00, apre Visto, si stampi!, ciclo di quattro appuntamenti che presenta le ultime pubblicazioni del museo.

    Guida Museo Civico Archeologico di Bologna (Franco Cosimo Panini Editore) | Presentazione nuova edizione sabato 21 marzo 2026 ore 17.00 | Museo Civico Archeologico, Bologna

    Museo Civico Archeologico
    Via dell’Archiginnasio 2, Bologna
    www.museibologna.it/archeologico

    Il Museo Civico Archeologico del Settore Musei Civici del Comune di Bologna inaugura Visto, si stampi!, un ciclo di quattro incontri a ingresso libero che presenta al pubblico le ultime pubblicazioni del museo, con Dalle pagine alle sale, l’appuntamento dedicato alla nuova Guida Museo Civico Archeologico di Bologna, curata da Paola Giovetti e Marinella Marchesi ed edita da Franco Cosimo Panini Editore, in programma sabato 21 marzo 2026, alle ore 17.00, presso la sala conferenze del museo (via dell’Archiginnasio 2).
    A introdurre l’incontro sarà Daniele Del Pozzo, assessore alla Cultura del Comune di Bologna, a presentare il volume Tiziano Trocchi, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara.
    A seguire, le curatrici delle diverse sezioni del museo saranno a disposizione del pubblico per una passeggiata nelle sale.

    Sono passati diciassette anni dalla pubblicazione della precedente Guida al Museo Civico Archeologico (Editrice Compositori, 2009) e i tempi erano ormai maturi per la realizzazione di un nuovo volume che raccontasse i cambiamenti intercorsi in questo lasso temporale: alcuni allestimenti sono stati rinnovati, oggetti un tempo conservati nei depositi sono ora in esposizione, nuove conoscenze hanno dato linfa vitale agli studi, permettendo di narrare al pubblico con differenti chiavi di lettura il patrimonio custodito nel museo.
    Tra i diversi mutamenti da annoverare, vi è quello che riguarda i pubblici che ogni giorno frequentano il museo: bambine e bambini, ragazze e ragazzi delle scuole del territorio, e non solo, continuano incessantemente a popolare gli spazi museali portando nuove visioni e nuovi linguaggi, mentre il turismo, attore sempre più centrale nella vita culturale cittadina, sta producendo un incremento di pubblico in tutti i Musei Civici bolognesi e in particolare al Museo Civico Archeologico che, tra questi, risulta il più visitato, con 173.100 presenze rilevate nel 2025.

    La nuova guida si fa, dunque, portavoce dei mutamenti intercorsi negli ultimi anni, incluso quello di aver adottato un approccio divulgativo che coniuga il linguaggio tecnico con quello maggiormente accessibile a un pubblico non strettamente specialistico, proponendo un’edizione italiana e una inglese con testi agili da consultare, schede che accompagnano il lettore in una narrazione arricchita da immagini e un nuovo formato che possa agevolare la consultazione anche durante la visita in loco.

    Visto, si stampi!, il ciclo di quattro appuntamenti dedicato alle presentazioni delle ultime novità editoriali relative al Museo Civico Archeologico, caratterizzate da linguaggi e approcci differenti verso pubblici in continua evoluzione, rientra nel programma della XXII edizione della Festa internazionale della Storia, manifestazione organizzata dal Centro Internazionale di Didattica della Storia e del Patrimonio (DiPaSt) del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin”, dal Laboratorio Multidisciplinare di Ricerca Storica (LMRS), in collaborazione con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, associazioni, scuole e istituzioni.

    La rassegna prosegue con i seguenti appuntamenti:

    Il medagliere si rivela. Museo Civico Archeologico di Bologna
    Sabato 28 marzo 2026 ore 17.00
    Paola Giovetti e Laura Marchesini, rispettivamente responsabile e referente della Collezione numismatica del Museo, presentano il volume Il medagliere si rivela (2025), che racconta le esposizioni di beni numismatici, realizzate tra il 2023 e il 2025, attraverso percorsi tematici, ideate per consentire al pubblico di scoprire e conoscere lo straordinario patrimonio numismatico del museo.
    Sarà inoltre presentata la nuova mostra dedicata alle monete e alle medaglie legate ai temi della Pasqua, Pasqua in nummis, con le curatrici e autrici del libro Paola Giovetti e Laura Marchesini. L’esposizione sarà allestita dal 25 marzo al 6 luglio 2026.

    Pietre che parlano. Voci e storie da Bononia

    Sabato 11 aprile 2026 ore 17.00
    Francesca Cenerini (professoressa di Storia romana ed Epigrafia romana – Università di Bologna) e Paola Giovetti (direttrice Museo Civico Archeologico di Bologna) presentano il volume Pietre che parlano. Voci e storie da Bononia (2026) di Valentina UgliettiLucia Romoli e A.A.M.A., pubblicato da Edizioni Espera.
    Il libro è una guida originale e coinvolgente al Lapidario del Museo Civico Archeologico di Bologna che unisce racconti, divulgazione scientifica e immaginazione per far scoprire l’antica Bologna romana. Pensato soprattutto per adolescenti ma adatto anche agli adulti, può essere letto sia all’interno del museo sia autonomamente.
    All’incontro seguirà una presentazione “animata” della pubblicazione con le archeologhe del museo Federica Guidi e Marinella Marchesi, insieme alle autrici.
    L’appuntamento rientra nel programma della nona edizione di BOOM! Crescere nei libri, il festival dei libri e dell’illustrazione per l’infanzia che anima Bologna e la Città metropolitana prima, durante e dopo la Bologna Children’s Book Fair, promosso da Comune di Bologna e BolognaFiere, e curato dal Settore Biblioteche e Welfare culturale e da Hamelin nell’ambito del Patto per la lettura di Bologna.

    La Fonderia di Bologna. Il Ripostiglio di San Francesco nell’opera di Antonio Zannoni
    Sabato 18 aprile 2026 ore 17.00
    Laura Bentini (archeologa e curatrice del volume) e Giulio Paolucci (conservatore Museo d’Arte di Fondazione Luigi Rovati, Milano) presentano La Fonderia di Bologna. Il Ripostiglio di San Francesco nell’opera di Antonio Zannoni (2026), riedizione dello studio del 1907 dedicato dallo scopritore Antonio Zannoni al più straordinario rinvenimento dell’abitato etrusco di Bologna. Il volume è pubblicato da Johan & Levi, all’interno della collana Cahiers.
    Una nuova veste per un antico libro, riletto con gli occhi di oltre un secolo di ricerche, nata da una collaborazione fra il Museo Civico Archeologico di Bologna e la Fondazione Luigi Rovati che ha avuto come primo frutto la realizzazione di un supporto multimediale alla visita della sala dedicata all’esposizione del Ripostiglio.
    Al termine dell’incontro seguirà una visita guidata con Laura Bentini, che ha curato il riallestimento della sala del Ripostiglio.

    Presso il Bookshop del Museo Civico Archeologico, gestito da Fondazione Bologna Welcome e accessibile negli orari di apertura del museo, sarà possibile acquistare i volumi presentati nel ciclo Visto, si stampi! a partire dal giorno delle rispettive presentazioni, ad eccezione de Il Medagliere si rivela già disponibile per la vendita.


    Informazioni
    Museo Civico Archeologico
    Via dell’Archiginnasio 2 | 40124 Bologna
    Tel. +39 051 2757211
    www.museibologna.it/archeologico 
    mca@comune.bologna.it 
    Facebook: Museo Civico Archeologico di Bologna 
    Instagram: @museoarcheologicobologna
    YouTube: Museo Civico Archeologico di Bologna

    Settore Musei Civici Bologna
    www.museibologna.it
    Facebook: Musei Civici Bologna 
    Instagram: @bolognamusei
    YouTube: @museicivicibologna 

    Ufficio Stampa Settore Musei Civici Bologna
    ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it
    Silvia Tonelli – Tel. +39 051 2193469 – silvia.tonelli@comune.bologna.it
    Elisabetta Severino – Tel. +39 051 6496658 – elisabetta.severino@comune.bologna.it
    Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
  • Nuove modalità di fruizione del pubblico ed emergere di cinematografie europee e transnazionali

    Nuove modalità di fruizione del pubblico ed emergere di cinematografie europee e transnazionali

    Festival, piattaforme e nuove geografie produttive stanno ridefinendo il cinema europeo. Tra crisi delle sale e vitalità autoriale, il sistema cerca un equilibrio ancora instabile.

    Cinema europeo,
    la linea sottile tra industria e visione

    di Andrea Montesi

    Il cinema europeo vive oggi una fase di trasformazione che non ha precedenti recenti per intensità e velocità. La tradizionale dialettica tra industria e ricerca artistica, che per decenni ha alimentato un equilibrio fragile ma fertile, si è incrinata sotto la pressione congiunta delle piattaforme digitali, della mutazione dei pubblici e della crescente instabilità economica del settore. Non si tratta di una crisi nel senso classico del termine, ma di un riassestamento strutturale, ancora in corso, che investe produzione, distribuzione e linguaggi.

    Festival come barometri culturali

    I grandi festival europei continuano a rappresentare snodi decisivi per la visibilità e la legittimazione delle opere. Eventi come la Berlinale, il Festival di Cannes o la Mostra di Venezia funzionano da osservatori privilegiati delle tensioni in atto. Qui emergono, spesso in anticipo rispetto al mercato, le linee di sviluppo del cinema contemporaneo.

    Negli ultimi anni si è assistito a una progressiva apertura verso cinematografie considerate periferiche: Africa, Medio Oriente, Sud-est asiatico. Non si tratta soltanto di una scelta estetica o politica, ma di una necessità sistemica. L’Europa, per rinnovare il proprio immaginario, sembra aver bisogno di dialogare con altre latitudini, incorporando nuovi sguardi e nuove narrazioni.

    La crisi delle sale e il dominio delle piattaforme

    Il nodo più evidente resta tuttavia quello della distribuzione. Le sale cinematografiche, già messe in difficoltà dalla pandemia, faticano a recuperare pubblico stabile. Parallelamente, le piattaforme di streaming hanno consolidato una posizione dominante, modificando radicalmente le abitudini di fruizione.

    Questo spostamento non è neutrale. Se da un lato amplia l’accesso e diversifica l’offerta, dall’altro tende a uniformare i formati, privilegiando prodotti seriali o film costruiti secondo logiche algoritmiche. Il rischio è una progressiva omologazione dei linguaggi, con una riduzione dello spazio per opere più sperimentali o radicali.

    Produzione indipendente: resistenza e adattamento

    In questo contesto, la produzione indipendente si trova a operare in una condizione di tensione costante. Da un lato deve confrontarsi con risorse limitate e circuiti distributivi fragili; dall’altro, proprio per queste ragioni, continua a rappresentare il luogo privilegiato della ricerca artistica.

    Molti autori europei scelgono oggi modelli produttivi ibridi, che combinano finanziamenti pubblici, coproduzioni internazionali e accordi con piattaforme. Questo approccio consente una maggiore sostenibilità economica, ma impone compromessi. La libertà espressiva, pur non venendo meno, deve negoziare con esigenze di visibilità e mercato.

    Nuove geografie del cinema europeo

    Un altro elemento significativo è la ridefinizione delle geografie produttive. Paesi un tempo marginali stanno emergendo come poli dinamici, grazie a politiche culturali mirate e a una crescente apertura internazionale. Il concetto stesso di “cinema europeo” diventa più fluido, meno centrato sui tradizionali assi franco-italo-tedeschi.

    Questa pluralità rappresenta una risorsa, ma richiede anche nuove forme di coordinamento. Le coproduzioni, sempre più frequenti, implicano una complessità gestionale e creativa che ridefinisce il ruolo dell’autore, spesso chiamato a mediare tra culture e sistemi diversi.

    Il pubblico: spettatore o utente?

    Al centro di questa trasformazione si colloca il pubblico. La figura dello spettatore, legata a un’esperienza collettiva e rituale, lascia progressivamente spazio a quella dell’utente, che consuma contenuti in modo individuale, frammentato, spesso intermittente.

    Questo cambiamento incide profondamente sulla forma dei film. La durata, il ritmo, la costruzione narrativa si adattano a modalità di visione sempre più flessibili. Il cinema, storicamente legato a un tempo e a uno spazio definiti, si confronta ora con una temporalità dispersa.

    Ricerca artistica: una necessità, non un lusso

    Nonostante queste trasformazioni, la ricerca artistica continua a rappresentare un elemento imprescindibile. Il cinema europeo ha costruito la propria identità proprio nella capacità di interrogare il reale, di sperimentare linguaggi, di proporre visioni alternative.

    In questo senso, la tensione tra industria e arte non deve essere letta come un conflitto, ma come una condizione strutturale. È in questo spazio di attrito che si producono le opere più significative, quelle capaci di resistere al tempo.

    Verso un nuovo equilibrio

    Il cinema europeo non è alla fine di un ciclo, ma all’inizio di una nuova fase. L’equilibrio tra industria e ricerca artistica non può più essere dato per acquisito, ma deve essere costantemente ridefinito.

    Le sfide sono molte: sostenere le sale senza ignorare il digitale, valorizzare la diversità senza disperdere le risorse, garantire libertà espressiva in un contesto economico complesso. Tuttavia, proprio in questa instabilità risiede una possibilità.

    Il cinema, più di ogni altra arte, ha dimostrato nel corso della sua storia una straordinaria capacità di adattamento. Oggi è chiamato a farlo ancora una volta, ridefinendo i propri confini senza rinunciare alla propria vocazione: raccontare il mondo, anche quando il mondo cambia più velocemente delle immagini che lo rappresentano.


    Redazione Experiences
  • L’autore invisibile: una trasformazione silenziosa ma radicale

    L’autore invisibile: una trasformazione silenziosa ma radicale

    Tra algoritmi, archivi e nuove forme di produzione culturale, l’intelligenza artificiale impone una domanda cruciale: chi è davvero l’autore oggi? E quale valore resta all’originalità in un sistema che apprende da tutto ciò che è già stato creato?

    Intelligenza artificiale
    e crisi dell’originalità contemporanea

    di Lorenzo Bianchi

    Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale ha abbandonato i toni dell’entusiasmo iniziale per assumere una fisionomia più complessa, talvolta inquieta. Non si tratta più soltanto di comprendere cosa queste tecnologie siano in grado di fare, ma di interrogarsi su ciò che modificano in profondità: il concetto stesso di creazione. L’adozione progressiva di sistemi generativi in ambiti come l’editoria, il design, la traduzione e la produzione audiovisiva sta producendo una trasformazione silenziosa, ma radicale. Il punto non è più tecnico, bensì culturale

    Il nodo giuridico: regolare l’immateriale
    In Europa, il recente impianto normativo rappresentato dall’AI Act ha portato al centro della discussione un problema fino a pochi anni fa marginale: la tracciabilità delle fonti. Le intelligenze artificiali apprendono attraverso enormi quantità di dati, spesso costituiti da opere protette da diritto d’autore. La questione non è solo economica, ma simbolica. Se un sistema genera immagini, testi o musica rielaborando materiali preesistenti, dove si colloca il confine tra citazione, ispirazione e appropriazione?

    Le istituzioni culturali si trovano oggi a operare in un territorio incerto. Da un lato, l’AI promette strumenti straordinari per la catalogazione e la valorizzazione degli archivi; dall’altro, rischia di dissolvere la distinzione tra originale e derivato, introducendo una zona grigia che il diritto fatica a delimitare.

    Autorialità diffusa: una firma senza volto
    Tradizionalmente, l’autore è colui che imprime un segno riconoscibile nella materia dell’opera. La modernità ha costruito attorno a questa figura un sistema di valori – individualità, stile, responsabilità – che ha attraversato secoli di storia culturale. Oggi questo modello entra in crisi.

    I sistemi generativi operano su base statistica: non “creano” nel senso umano del termine, ma combinano pattern, stili e strutture apprese. Tuttavia, il risultato può apparire originale. È qui che si produce una frattura: l’opera sembra nuova, ma è il prodotto di una memoria collettiva automatizzata.

    L’autorialità diventa così diffusa, quasi evaporata. Chi firma un testo generato da un algoritmo? Il programmatore? L’utente che ha fornito il prompt? O l’insieme anonimo di autori le cui opere hanno contribuito all’addestramento del sistema? Nessuna risposta appare definitiva.

    Il valore dell’originalità: mito o residuo?
    La nozione di originalità, cardine dell’estetica occidentale, si fonda sull’idea di unicità e irripetibilità. Ma in un ecosistema in cui ogni produzione è, in qualche misura, derivata da un archivio potenzialmente infinito, questa categoria sembra perdere consistenza.

    Non è la prima volta che accade. Già nel Novecento le avanguardie avevano messo in discussione l’idea di opera originale, lavorando sul collage, sul ready-made, sulla citazione. Tuttavia, la differenza è sostanziale: in quei casi, la scelta di riutilizzare materiali preesistenti era consapevole, dichiarata, spesso polemica. Oggi, invece, la rielaborazione avviene su scala industriale e in modo opaco.

    Il rischio non è tanto la fine dell’originalità, quanto la sua banalizzazione. Se tutto può essere generato, replicato, adattato in pochi secondi, il valore dell’opera non risiede più nella sua rarità, ma nella sua capacità di orientare un senso.

    Creatività e lavoro: una nuova economia culturale
    Le conseguenze non sono solo teoriche. Illustratori, traduttori, copywriter, sceneggiatori stanno sperimentando una pressione crescente. L’AI non sostituisce semplicemente il lavoro umano: lo ridefinisce, spostando il baricentro dalla produzione alla supervisione, dalla creazione alla selezione.

    Si afferma così una figura ibrida: il curatore di contenuti generati, colui che guida, corregge, filtra. Ma questa trasformazione ha un costo. Se la creazione diventa un processo mediato da strumenti automatizzati, quale spazio resta per la ricerca individuale, per l’errore, per l’invenzione non programmata?

    Il ruolo delle istituzioni culturali
    Musei, biblioteche e archivi si trovano in una posizione cruciale. Da un lato, possono utilizzare l’intelligenza artificiale per ampliare l’accesso al patrimonio, rendendo visibili connessioni prima invisibili. Dall’altro, devono preservare il valore delle opere come testimonianze storiche, non riducibili a semplici dataset.

    La sfida è duplice: integrare la tecnologia senza rinunciare a una visione critica. In questo senso, il museo del futuro non sarà soltanto un luogo di esposizione, ma uno spazio di interpretazione, capace di interrogare i processi stessi di produzione culturale.

    Una nuova grammatica della creazione
    Forse la domanda “chi è l’autore?” va riformulata. Non più in termini di identità individuale, ma di processo. L’autore diventa una funzione, un nodo all’interno di una rete che comprende macchine, archivi, utenti, istituzioni.

    In questo scenario, l’originalità non scompare, ma cambia forma. Non coincide più con la creazione ex nihilo – concetto già problematico – bensì con la capacità di orientare il flusso delle possibilità. Essere originali significa, sempre più, scegliere.

    Non resta che abitare l’ambiguità?
    L’intelligenza artificiale non segna la fine dell’autore, ma la sua trasformazione. Ci costringe a riconoscere che ogni opera è, in fondo, il risultato di relazioni: tra passato e presente, tra individuo e collettività, tra umano e macchina.

    Resta però una responsabilità. In un mondo in cui tutto può essere generato, l’atto creativo più radicale potrebbe non essere produrre, ma decidere cosa vale la pena conservare. In questa scelta – ancora profondamente umana – si gioca il futuro della cultura.


    Redazione Experiences
  • Al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri la V edizione di LIQUIDA PHOTOFESTIVAL 2026

    Al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri la V edizione di LIQUIDA PHOTOFESTIVAL 2026

    La V edizione di Liquida Photofestival è pronta a partire: dal 17 al 19 aprile 2026 il festival dedicato alla fotografia contemporanea approda al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri (TO), inaugurando una nuova fase del proprio percorso. Prodotto da PRS Srl Impresa Sociale e con la direzione artistica di Laura Tota, Liquida continua la sua esplorazione delle molteplici forme espressive dell’immagine contemporanea.

    LIQUIDA PHOTOFESTIVAL
    V EDIZIONE | 17 – 19 aprile 2026 
    Real Collegio Carlo Alberto – Moncalieri (TO)

    Annunciate le date, la nuova location, il concept e i primi appuntamenti nel programma della nuova edizione del Festival di fotografia contemporanea.

    Nella sua V edizione, Liquida Photofestival conferma la propria vocazione alla scoperta e valorizzazione dei nuovi talenti della fotografia contemporanea, in ambito nazionale e internazionale, aprendo, come consuetudine, un confronto attivo tra artisti, curatori, editor e professionisti del settore. La fotografia è oggi malleabile, fluida, appunto “liquida”, resa così non solo dalla tecnologia, ma dal nuovo approccio dettato dalla società: individui che diventano prosumer (produttori e consumatori), immersi in un nuovo tipo di relazione tra sé e gli altri. Liquida si presenta come festival in cui l’immagine scorre, assecondando il sentiero di un fiume a volte impetuoso, a volte docile, ma mai uguale a se stesso.

    LA LOCATION 

    Dopo aver ospitato l’edizione 2025 di Paratissima, il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri accoglierà anche la quinta edizione di Liquida Photofestival. Nel cuore del centro storico del comune alle porte di Torino, il complesso neoclassico – tra giardini, cortili interni, logge e sale luminose – diventa il nuovo scenario del festival, ospitando i progetti di autori emergenti nazionali e internazionali, insieme a talk e incontri con professionisti del settore editoriale. 

    IL TEMA: LEARNING AND UNLEARNING – (RI)SCRIVERE LE REGOLE

    È proprio a partire dalla destinazione storica del luogo,  da sempre orientato alla funzione formativa e di trasmissione di modelli condivisi di comportamento, che nasce il confronto tra storia e contemporaneità su cui si fonda il tema di questa V edizione: Learning and Unlearning – (ri)scrivere le regole”

    Negli spazi del Real Collegio l’educazione non riguardava soltanto le conoscenze, ma anche abitudini, gesti e aspettative: un insieme di regole implicite attraverso cui orientare il proprio posto nella società. Il tema scelto dal festival pone dunque una riflessione su come, nella società contemporanea, si stiano ridisegnando quei modelli considerati “normali” attraverso l’affermazione della propria identità. Se un tempo i percorsi personali erano tracciati da un cammino comune e convenzionale, oggi l’esperienza individuale riscrive le regole, trasformando i canoni e affermando una nuova “normalità” fatta di famiglie non convenzionali, percorsi lavorativi discontinui, appartenenze culturali plurali e comunità costruite per affinità.

    Liquida Photofestival mette in dialogo queste trasformazioni con il luogo che lo ospita. Mostre, libri e incontri non propongono modelli alternativi né soluzioni, ma occasioni di rilettura: nuovi modi di osservare ciò che diamo per acquisito. Imparare e disimparare – come suggeriva il futurologo Alvin Toffler – non significa rifiutare ciò che si è ricevuto, ma reinterpretarlo quando il contesto cambia. Riscrivere le regole non vuol dire cancellarle, ma trasformarle nel tempo, attraverso le pratiche quotidiane del vivere insieme.

    Per la sua quinta edizione, non manca il consueto appuntamento con EdiTable, la sezione dedicata all’editoria. La sezione accoglierà una serie di pubblicazioni  in linea con il tema dell’edizione, selezionate da Vittoria Fragapane – Book editor della casa editrice elvetica ArtPhilein -. Il pubblico potrà sfogliare e consultare le pubblicazioni e i magazines da collezione.

    LIQUIDA EXHIBITION –
    CANDIDATURE APERTE FINO ALL’8 MARZO

    Sono ancora aperte le candidature per Liquida Exhibition 2026, tutte le informazioni utili al link: www.paratissima.it/liquida-exhibition-2026.

    Liquida Exhibition è la sezione espositiva del festival interamente dedicata ai nuovi talenti della fotografia contemporanea. In linea con la vocazione di Liquida Photofestival di dar voce e spazio alle nuove generazioni di autori, la call nasce per offrire a ciascun fotografo selezionato uno spazio espositivo dedicato all’interno del programma ufficiale. La Direzione Artistica affiancherà ogni fotografo in modo concreto e strutturato, studiando un layout espositivo capace di valorizzare il proprio progetto attraverso l’allestimento e un lavoro dedicato di editing e progettazione. Non mancheranno la promozione online e offline con interviste dedicate e colloqui con gli esperti del settore mirati a una crescita professionale concreta.  

    Diversi i premi in palio per gli autori della sezione exhibition, tra cui esposizioni in fiere d’arte, mostre personali e progetti espositivi open-air.

    Nelle prossime settimane verranno svelati nuovi dettagli e l’intero programma della quinta edizione di Liquida Photofestival. Liquida si conferma un appuntamento imperdibile per gli appassionati e i professionisti della fotografia, un luogo di incontro e confronto in cui il linguaggio visivo si fa strumento di ricerca, narrazione e memoria.

    Con il contributo di:Città di Moncalieri
    Technical partner: Prt Visual by PRT Group SpA
    Powered by: Paratissima, PRS Srl Impresa Sociale

    CONTATTI:
    www.paratissima.it/liquida-2026
    www.instagram.com/liquidaphotofestival 

    UFFICIO STAMPA:
    Daccapo Comunicazione
    info@daccapocomunicazione.it
    www.daccapocomunicazione.it
    Da Daccapo Comunicazione <info@daccapocomunicazione.it>
  • L’attenzione si focalizzata su grandi figure intellettuali “di confine” tra letteratura e impegno civile

    L’attenzione si focalizzata su grandi figure intellettuali “di confine” tra letteratura e impegno civile

    Epistolari inediti e nuovi archivi stanno riportando alla luce il volto più intimo degli intellettuali italiani. Non semplici documenti privati, ma frammenti di storia culturale che permettono di rileggere il secolo scorso da prospettive inattese.

    Le lettere ritrovate
    E il Novecento torna a parlare

    di Giulio Rinaldi

    C’è una forma di letteratura che nasce lontano dalle librerie e dalle tipografie: è la scrittura privata. Lettere spedite in fretta, appunti, cartoline, fogli destinati a un solo destinatario. Eppure proprio queste pagine, spesso dimenticate per decenni negli archivi familiari o nelle biblioteche, stanno oggi tornando al centro dell’attenzione degli studiosi.

    Negli ultimi anni editori, fondazioni e istituzioni culturali hanno avviato un intenso lavoro di recupero degli epistolari del Novecento. Il fenomeno non riguarda soltanto la curiosità filologica. Pubblicare una corrispondenza significa infatti ricostruire il laboratorio umano e intellettuale di un’epoca. Le lettere rivelano dubbi, relazioni, conflitti, entusiasmi. In breve: mostrano gli scrittori mentre pensano.

    Il risultato è un mosaico di storie personali che contribuisce a ridisegnare il profilo di alcuni protagonisti della cultura italiana del secolo scorso.

    Intellettuali di confine

    Molti dei nomi che oggi tornano alla ribalta appartengono a quella categoria di figure “di confine” che caratterizza profondamente il Novecento italiano. Scrittori che non si limitarono alla letteratura, ma attraversarono la politica, il giornalismo, la filosofia civile.

    È il caso, per esempio, di Ignazio Silone, autore di romanzi diventati classici della narrativa europea, ma anche protagonista di una lunga riflessione sulla libertà e sulla democrazia nel dopoguerra. Le sue lettere rivelano un uomo costantemente in dialogo con il mondo politico e culturale internazionale, spesso combattuto tra l’impegno pubblico e la solitudine dello scrittore.

    Lo stesso vale per Aldo Capitini, pensatore della nonviolenza e figura chiave del pacifismo italiano. Le sue corrispondenze mostrano quanto il suo lavoro fosse intrecciato con movimenti civili e religiosi europei, anticipando temi che sarebbero diventati centrali solo decenni più tardi.

    Queste testimonianze restituiscono una dimensione meno monumentale e più concreta degli intellettuali del secolo scorso. Non icone isolate, ma nodi di una rete culturale che attraversava l’Europa.

    Il laboratorio della letteratura

    Gli epistolari permettono anche di osservare da vicino la nascita delle opere. Nel caso di scrittori come Cesare Pavese, le lettere sono spesso il luogo in cui affiorano per la prima volta idee, dubbi e progetti editoriali.

    La corrispondenza con amici e colleghi racconta il lavoro quotidiano della casa editrice Einaudi, le discussioni sui libri da pubblicare, le difficoltà di un ambiente culturale che cercava di ricostruirsi dopo il fascismo e la guerra. Pavese appare così non solo come autore, ma come animatore di un’intera stagione culturale.

    Un discorso analogo riguarda Italo Calvino, le cui lettere degli anni giovanili mostrano un intellettuale in formazione, ancora immerso nel clima del neorealismo e nel dibattito politico del dopoguerra. Attraverso queste pagine si comprende meglio il percorso che lo porterà, negli anni successivi, verso la sperimentazione narrativa e la riflessione sulla letteratura come sistema di conoscenza.

    Le amicizie e i conflitti

    Le lettere diventano quindi una sorta di retrobottega della creazione letteraria. Ma la corrispondenza rivela anche un altro aspetto: la trama di relazioni che definiva la vita culturale del Novecento. Scrittori, editori, filosofi, giornalisti dialogavano continuamente tra loro, spesso con toni accesi.

    Nei carteggi emergono amicizie profonde, ma anche dissensi ideologici. Nel secondo dopoguerra, per esempio, la questione del rapporto tra cultura e politica interessa quasi tutte le discussioni. Il ruolo degli intellettuali nella società democratica era tutt’altro che definito.

    In questo senso, gli epistolari diventano documenti preziosi per capire come si formavano le posizioni culturali. Le polemiche tra scrittori, oggi talvolta ridotte a note a piè di pagina nei manuali, riacquistano nelle lettere la loro dimensione viva e quotidiana.

    Piccole storie che cambiano la grande storia

    Il valore di queste pubblicazioni non è soltanto letterario. Ogni lettera è anche un frammento di storia sociale. Nelle pagine private compaiono eventi politici, mutamenti culturali, trasformazioni della società italiana.

    Si intravedono le difficoltà del dopoguerra, le speranze della ricostruzione, le tensioni della guerra fredda, le inquietudini degli anni Sessanta. Gli intellettuali osservano questi cambiamenti spesso in tempo reale, senza sapere quale direzione prenderanno.

    Per questo motivo gli epistolari consentono di cogliere il Novecento non come una narrazione già compiuta, ma come un processo ancora aperto. Le lettere restituiscono l’incertezza del presente, quella che la storiografia tende inevitabilmente a semplificare.

    Archivi, fondazioni, nuove ricerche

    La riscoperta degli epistolari è resa possibile anche da un intenso lavoro archivistico. Fondazioni letterarie, università e biblioteche stanno catalogando fondi documentari rimasti a lungo inesplorati.

    Molte di queste raccolte provengono da archivi familiari, conservati per decenni senza un progetto editoriale preciso. La digitalizzazione e le nuove tecniche di catalogazione hanno reso più semplice l’accesso a questi materiali, favorendo la collaborazione tra studiosi.

    Il risultato è una stagione di ricerche che sta ampliando in modo significativo le fonti disponibili per lo studio della cultura novecentesca.

    Un Novecento ancora da raccontare

    A distanza di oltre mezzo secolo, il Novecento continua dunque a parlare. Non soltanto attraverso i libri che conosciamo, ma anche attraverso quelle pagine private che non erano state scritte per il pubblico.

    Ogni epistolario pubblicato aggiunge una tessera a un grande affresco culturale. E spesso basta una frase, una confidenza, una riflessione annotata in fretta per cambiare il modo in cui interpretiamo un autore o un’intera stagione storica.

    In un’epoca dominata dalla comunicazione digitale, la lentezza della lettera scritta a mano acquista quasi un valore simbolico. Quelle pagine ci ricordano che la cultura nasce prima di tutto da una conversazione tra persone. Una conversazione che, grazie a queste riscoperte, non si è ancora conclusa.


    Redazione Experiences
  • La conservazione entra nell’era della sostenibilità

    La conservazione entra nell’era della sostenibilità

    Dal Louvre agli Uffizi, una nuova stagione di progetti sta trasformando la gestione dei musei. L’obiettivo è ridurre l’impatto ambientale dei sistemi di conservazione senza compromettere la tutela delle opere. Il concetto di Restauro Verde consiste nell’integrazione tra conservazione delle opere d’arte e sostenibilità ambientale. I principali interventi riguardano la revisione dei sistemi di climatizzazione, responsabili di gran parte dei consumi energetici museali.

    I musei diventano verdi
    e ripensano come conservare le opere

    di Marta Bellomi

    Per oltre mezzo secolo la conservazione delle opere d’arte nei musei è stata guidata da un principio quasi assoluto: mantenere temperature e livelli di umidità costanti attraverso sistemi di climatizzazione intensiva. Questo modello, sviluppato nel secondo dopoguerra insieme alla modernizzazione dei musei, ha garantito condizioni stabili per dipinti, sculture e manufatti storici.

    Oggi però quel paradigma viene messo in discussione. Non perché la tutela delle opere sia diventata meno importante, ma perché i costi energetici e l’impatto ambientale di questi sistemi sono diventati difficili da ignorare. Il risultato è una nuova frontiera della museologia: il cosiddetto “Restauro Verde”, un insieme di strategie che mira a conciliare conservazione e sostenibilità.

    Sempre più musei europei stanno adottando piani per ridurre la propria impronta di carbonio, intervenendo in particolare sui sistemi di climatizzazione delle sale espositive e dei depositi.

    Dal Louvre agli Uffizi: un cambiamento europeo

    Il dibattito è ormai internazionale. Il Museo del Louvre, uno dei complessi museali più grandi del mondo, ha avviato negli ultimi anni una revisione dei propri sistemi energetici con l’obiettivo di ridurre significativamente i consumi legati al controllo climatico delle gallerie.

    Analogamente, le Gallerie degli Uffizi stanno studiando nuove strategie di gestione ambientale che consentano una maggiore flessibilità nei parametri di temperatura e umidità. L’idea di fondo è semplice: le opere d’arte, in molti casi, possono tollerare variazioni più ampie rispetto agli standard rigidissimi adottati nel Novecento.

    Questo cambiamento nasce anche da nuove ricerche scientifiche sulla conservazione preventiva. Gli studi dimostrano che oscillazioni moderate, se controllate, non compromettono necessariamente la stabilità dei materiali.

    Il peso energetico dei musei

    Per comprendere la portata del problema basta considerare i numeri. La climatizzazione rappresenta spesso la principale voce di consumo energetico nei musei. Sale espositive, depositi, laboratori di restauro e archivi richiedono condizioni ambientali monitorate ventiquattr’ore su ventiquattro.

    Molti edifici museali, inoltre, occupano palazzi storici che non erano stati progettati per ospitare sistemi tecnologici complessi. L’adattamento degli impianti richiede quindi un equilibrio delicato tra tutela architettonica e innovazione.

    In questo contesto la sostenibilità non riguarda soltanto il risparmio energetico. Significa anche ripensare il rapporto tra edificio, opere e ambiente.

    Una nuova filosofia della conservazione

    Il concetto di “Restauro Verde” non implica un abbassamento degli standard di tutela. Al contrario, introduce una visione più sofisticata della conservazione preventiva.

    In passato si tendeva a fissare parametri ambientali rigidi: per esempio 20 gradi di temperatura e il 50% di umidità relativa. Oggi molti conservatori preferiscono parlare di range dinamici, cioè intervalli di sicurezza che tengono conto della natura dei materiali e delle condizioni climatiche locali.

    Un dipinto su tela, una scultura lignea o un oggetto archeologico reagiscono infatti in modo diverso alle variazioni ambientali. La conservazione diventa quindi un processo più flessibile e scientificamente calibrato.

    Tecnologia e ricerca

    La transizione verso musei più sostenibili è resa possibile anche da nuove tecnologie. Sensori ambientali, sistemi di monitoraggio digitale e algoritmi di controllo permettono oggi di regolare con precisione i microclimi delle sale.

    In molti casi si interviene anche sull’architettura degli edifici: miglioramento dell’isolamento, utilizzo di materiali naturali, sistemi di ventilazione passiva. Alcuni musei stanno sperimentando soluzioni ispirate alla bioarchitettura, capaci di ridurre il fabbisogno energetico senza alterare l’esperienza del pubblico.

    L’obiettivo è trasformare il museo in un organismo più efficiente, dove tecnologia e progetto architettonico lavorano insieme.

    Etica della tutela e responsabilità ambientale

    Il tema del Restauro Verde tocca anche una questione etica. I musei custodiscono il patrimonio culturale dell’umanità, ma allo stesso tempo sono istituzioni pubbliche inserite in un contesto globale segnato dall’emergenza climatica.

    Ridurre l’impatto ambientale delle istituzioni culturali significa assumere una responsabilità verso il futuro. La tutela delle opere non può essere separata dalla tutela dell’ambiente in cui viviamo. Per questo molti direttori di musei parlano ormai di una nuova missione culturale: conservare il passato senza compromettere il domani.

    Una trasformazione silenziosa

    Il pubblico probabilmente non noterà cambiamenti evidenti. Le sale continueranno a ospitare capolavori della pittura e della scultura, e l’esperienza estetica resterà immutata. Eppure dietro le quinte si sta svolgendo una trasformazione profonda. Tecnici, restauratori, ingegneri e architetti stanno ridefinendo il modo in cui i musei funzionano.

    Il Restauro Verde non è una moda passeggera, ma un passaggio necessario per adattare le istituzioni culturali alle sfide del XXI secolo. Se il Novecento ha costruito il museo come macchina perfetta per la conservazione, il nuovo secolo sta cercando di renderlo anche un modello di sostenibilità.


    Redazione Experiences
  • Torna a Trieste la collezione egizia di Massimiliano d’Asburgo

    Torna a Trieste la collezione egizia di Massimiliano d’Asburgo

    In alto da sinistra: Antonio Piemontesi detto Baseggio: Veduta delle Piramidi di Egitto, parte del Nilo e Cairo Vecchio. Museo storico del Castello e Parco di Miramare, Trieste
    In alto a destra: Alois Schönn: Colossi of Memnon, 1852, Olio su tela. Museo storico del Castello e Parco di Miramare, Trieste
    In basso: Testa di una sfinge di Sesostri III Medio Regno, XII dinastia, Regno di Sesostri III, 1878-1843 d.C. circa, Siltite. Kunsthistorisches Museum, Collezione Egizio-Orientale © KHM-Museumsverband

    Ritorna a Trieste parte della collezione egizia dell’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo grazie alla collaborazione tra il Museo storico di Miramare e il Kunsthistorisches Museum di Vienna. L’esposizione è curata da Massimo Osanna, Christian Greco, Cäcilia Bischoff e Michaela Hüttner. In mostra oltre cento reperti, in prestito anche dal Civico Museo d’Antichità J.J. Winckelmann di Trieste, testimonianza della passione per l’egittologia nel panorama del collezionismo ottocentesco triestino.

    UNA SFINGE L’ATTRAE.
    Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna

    Trieste, Scuderie del Castello di Miramare
    2 aprile – 1 novembre 2026

    Sono passati 143 anni da quando la collezione egizia di Massimiliano d’Asburgo fu trasferita a Vienna, dove venne esposta nella Collezione egizio-orientale del Kunsthistorisches Museum nel 1891. Proprio grazie alla prestigiosa collaborazione tra il museo viennese e il Museo storico di Miramare, una parte importante della collezione egizia di Massimiliano torna a Trieste, dal 2 aprile al 1° novembre 2026.

    La mostra Una Sfinge l’attrae. Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna è organizzata dal Museo storico e Parco del Castello di Miramare, co-organizzata dal Kunsthistorisches Museum, realizzata da MondoMostre e CoopCulture, in collaborazione con il Comune di Trieste e PromoTurismoFVG, con il contributo scientifico del Museo Egizio di Torino.

    Alle Scuderie del Castello di Miramare, la dimora nobiliare progettata dall’arciduca d’Austria e futuro imperatore del Messico, i visitatori avranno la possibilità di scoprire il sogno di Massimiliano e la sua lungimirante visione: la realizzazione di un museo ideale dove esporre le sue eclettiche collezioni.

    Per l’esposizione di Miramare, i curatori Massimo Osanna, direttore della Direzione generale Musei, Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, Cäcilia Bischoff, storica dell’arte del KHM e Michaela Hüttner, curatrice della Collezione egizio-orientale del KHM, hanno selezionato una serie di opere provenienti dalle raccolte costituite da Massimiliano d’Asburgo in diverse fasi della sua vita. Si tratta di reperti oggi appartenenti alla Collezione egizio-orientale del Kunsthistorisches Museum, dove confluirono in seguito all’ingresso di Miramare nella rete delle residenze imperiali austriache amministrate direttamente da Vienna. Il percorso espositivo racconta la storia della collezione in relazione al suo contesto, le scelte e gli interessi di Massimiliano come collezionista di antichità e offre lo spunto per riflettere sul concetto di museo di antichità nell’Ottocento: da luogo privato di godimento estetico e di collezionismo, riservato a una ristretta élite, esso assume progressivamente il valore di testimonianza storica, destinata allo studio, alla conservazione e alla fruizione collettiva.

    Oltre ai prestiti viennesi e ad alcune opere della collezione di Miramare, saranno esposti reperti provenienti dal Civico Museo d’Antichità J. J. Winckelmann di Trieste, che testimoniano come la passione per l’egittologia di Massimiliano riflettesse un gusto diffuso nel panorama del vivace collezionismo ottocentesco triestino.

    La genesi della collezione illustra il duraturo interesse dell’Arciduca per le antichità egizie e il suo stretto intreccio con la vicenda personale. Nei primi anni Cinquanta dell’Ottocento egli acquistò in blocco un primo nucleo di reperti da Anton von Laurin, già console generale ad Alessandria d’Egitto; la raccolta si ampliò poi negli anni successivi attraverso missioni diplomatiche e vere e proprie campagne di acquisto.

    Nelle intenzioni dell’Arciduca, la collezione che andava costituendo non doveva essere soltanto uno strumento di accrescimento del proprio patrimonio e prestigio personale, ma anche un mezzo a sostegno della ricerca storica e filologica sulla civiltà egizia. Per questo motivo Massimiliano incaricò l’egittologo S.L. Reinisch di studiare la raccolta e di redigere un catalogo ragionato. Successivamente, una volta divenuto imperatore del Messico, affidò allo stesso Reinisch una vasta campagna di acquisti in Egitto (1865–1866), con l’obiettivo di ampliare ulteriormente la collezione e destinarla al Museo Nacional del Messico, progetto che tuttavia non si realizzò. Massimiliano morì infatti alla soglia dei 35 anni, giustiziato dai repubblicani in un Messico sconvolto dalla guerra civile.

    In occasione della mostra, il Museo storico e Parco del Castello di Miramare, in collaborazione con CoopCulture, propone un importante programma di attività educative pensato per coinvolgere le scuole di ogni ordine e grado. Le esperienze offerte combinano esplorazione, gioco, narrazione e laboratorio, con l’obiettivo di far vivere agli studenti un incontro stimolante con la civiltà egizia, i suoi simboli e il suo fascino senza tempo.

    Mostra di: Museo storico e Parco del Castello di Miramare
    Mostra Co – organizzata con: Kunsthistorisches Museum di Vienna
    In collaborazione con: Comune di Trieste e Museo Egizio di Torino
    Realizzata con: CoopCulture e MondoMostre
    Con il Sostegno di: PromoTurismoFVG

    BIGLIETTERIA ONLINE:
    https://www.coopculture.it/it/prodotti/sulle-tracce-dellantico-egitto/
     
    INFORMAZIONI UTILI E CONTATTI:
    https://miramare.cultura.gov.it/
     
    CONTATTI STAMPA:
    Ufficio Promozione e Comunicazione
    Museo storico e Parco del Castello di Miramare – Direzione regionale Musei FVG
    Funzionario| Marta Nardin
    Press |Isabella Franco
     
    comunicazione.miramare@cultura.gov.it 
    www.miramare.cultura.gov.it
    @museomiramare
     
    Studio ESSECI Comunicazione
    Tel. 049663499
    Referente: Roberta Barbaro roberta@studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
  • Il fascino discreto della rovina moderna

    Il fascino discreto della rovina moderna

    Dalle ex fabbriche milanesi ai colossi brutalisti berlinesi, il riutilizzo adattivo trasforma i “mostri” del passato in nuovi polmoni culturali, riscrivendo l’etica del costruire in chiave sostenibile.

    L’architettura del riuso
    sfida l’era della demolizione

    di Marco Valeri

    Fino a pochi anni fa, la ricetta per la rigenerazione urbana era drastica: abbattere e ricostruire. Oggi, il vento culturale nelle principali capitali europee è cambiato radicalmente. Si parla sempre più di Adaptive Reuse (riutilizzo adattivo), una pratica che non si limita al semplice restauro, ma che prevede il cambiamento funzionale di edifici esistenti, spesso nati per scopi industriali o pubblici, trasformandoli in presidi di cultura e socialità. Il dibattito, acceso soprattutto tra l’Italia, la Germania e il Regno Unito, sta portando sotto i riflettori un protagonista inatteso: il Brutalismo.

    Quei giganti di cemento armato a vista, spesso odiati e definiti “ecomostri” o cicatrici urbane, stanno vivendo una riabilitazione estetica e funzionale. Non è solo una questione di gusto, ma di necessità planetaria. In un’epoca in cui il settore dell’edilizia è responsabile di circa il 40% delle emissioni globali di CO2, l’edificio più “ecologico” è quello che non viene costruito da zero. Conservare la struttura esistente significa preservare l’energia grigia (embodied carbon) già contenuta nei materiali, evitando lo smaltimento di tonnellate di macerie e la produzione di nuovo cemento.

    Milano e Berlino: laboratori di rinascita urbana

    In Italia, Milano è diventata l’epicentro di questa trasformazione. Casi come il recupero degli scali ferroviari o la trasformazione di vecchie aree manifatturiere in poli artistici (si pensi alla Fondazione Prada o al Pirelli HangarBicocca) hanno tracciato la rotta. Ma la vera sfida del 2026 riguarda l’edilizia civile del dopoguerra. Progetti di rigenerazione che interessano complessi di edilizia popolare o ex uffici governativi della periferia milanese stanno dimostrando che il cemento può essere “gentile” se riconfigurato con ampie superfici vetrate, giardini verticali e spazi condivisi.

    Berlino, d’altro canto, continua a guidare la riflessione europea sul recupero delle icone della Guerra Fredda. Molti edifici un tempo destinati alla sorveglianza o alla produzione pesante sono oggi laboratori di digital design e coworking. Il segreto del successo di queste operazioni risiede nella capacità di mantenere l’anima industriale dell’edificio — le sue altezze vertiginose, le travi a vista, i corridoi infiniti — integrandola con tecnologie domotiche e materiali bio-compatibili. È un’estetica della verità, che non nasconde il passato ma lo stratifica.

    Il dibattito critico: gentrificazione o reale inclusione?

    Tuttavia, come spesso accade nelle pagine culturali dei quotidiani nazionali, il plauso non è unanime. Il rischio più citato dai sociologi e dagli urbanisti è quello della gentrificazione estetica. Se il riutilizzo adattivo trasforma una vecchia fabbrica in una galleria d’arte esclusiva o in loft di lusso, il tessuto sociale originario del quartiere rischia di essere espulso. Il dibattito si sposta quindi dall’architettura alla politica: la rigenerazione urbana deve servire la città o solo il mercato immobiliare?

    Alcuni critici radicali sostengono che il “feticismo del cemento” e la moda del Brutalismo rischino di glorificare strutture che erano nate con intenti autoritari o che hanno rappresentato, per decenni, il degrado delle periferie. Ma la difesa degli architetti contemporanei è solida: demolire significa cancellare la memoria storica. La sfida del riutilizzo adattivo è proprio quella di “democraticizzare” questi spazi, garantendo che le nuove funzioni abbiano un impatto pubblico reale, come biblioteche, centri per l’infanzia o residenze universitarie a canone calmierato.

    Tecnica e materia: la cura del cemento

    Dal punto di vista puramente tecnico, il restauro del Brutalismo presenta difficoltà inedite. Il cemento armato non è eterno: soffre di carbonatazione e ammaloramento del ferro. Il restauro richiede dunque una perizia scientifica estrema per mantenere l’aspetto originale della “pelle” dell’edificio garantendo al contempo isolamento termico e sicurezza sismica. È qui che entra in gioco l’innovazione: nuovi rivestimenti trasparenti e materiali isolanti derivati dalla canapa o dal micelio vengono utilizzati per “foderare” internamente le pareti brute, permettendo prestazioni energetiche da Classe A senza alterare la facciata storica.

    Questo approccio materico sta creando una nuova generazione di progettisti: l’architetto non è più colui che traccia una forma su un foglio bianco, ma un “chirurgo” che interviene su un corpo esistente. È un cambio di paradigma che sta influenzando anche le università italiane, dove i corsi di “Restauro del Moderno” sono diventati i più seguiti. L’obiettivo non è più lo stupore della novità, ma l’intelligenza del recupero.

    Il futuro della città europea: verso il “consumo suolo zero”

    La tendenza dell’Adaptive Reuse non è solo una moda stagionale, ma il cardine delle nuove normative europee sulla transizione ecologica. Entro il 2030, la pressione per limitare l’espansione urbana sarà tale che l’unica strada percorribile sarà il recupero del già costruito. In questo senso, l’Europa sta diventando un grande cantiere di trasformazione continua.

    Il valore di queste operazioni non è solo economico o ecologico, ma educativo. Un cittadino che abita o lavora in una ex centrale elettrica riconvertita ha una percezione diversa della storia e della risorsa “tempo”. L’architettura del riuso ci insegna che nulla è scarto e che ogni epoca può dialogare con quella successiva attraverso la materia. Il Brutalismo, da simbolo di una modernità pesante e forse fallimentare, si riscopre tela bianca per un futuro più leggero e consapevole.


    Redazione Experiences
  • La dissoluzione del sipario tradizionale

    La dissoluzione del sipario tradizionale

    Dall’integrazione di visori AR nelle performance dal vivo alla creazione di mondi virtuali condivisi, le nuove tecnologie performative ridefiniscono i confini della presenza e della catarsi, trasformando lo spettatore in co-protagonista dell’azione scenica.

    Oltre il sipario:
    il teatro immersivo e la sfida digitale


    di Giulio Arnaldi

    Il teatro, forma d’arte millenaria fondata sulla presenza fisica e sulla condivisione dello spazio-tempo tra attori e pubblico, sta attraversando una fase di profonda trasformazione. La “Nuova Drammaturgia”, tema che abbiamo già esplorato, si fonde ora con le possibilità offerte dalle tecnologie immersive, come la Realtà Virtuale (VR) e la Realtà Aumentata (AR), dando vita a esperienze performative inedite che sfidano le convenzioni consolidate. Non si tratta più semplicemente di proiettare video su fondali o di utilizzare effetti speciali digitali, ma di ripensare l’intera architettura dell’esperienza teatrale, abolendo il concetto stesso di sipario e di quarta parete per immergere letteralmente lo spettatore all’interno dell’azione scenica.

    In Europa, e in particolare in Francia e nel Regno Unito, questa tendenza è già consolidata, con produzioni che integrano visori VR e tracciamento del movimento per permettere al pubblico di interagire con ambienti e attori digitali. In Italia, sebbene con un certo ritardo dovuto a ragioni sia culturali che economiche, si assiste a una crescente sperimentazione da parte di compagnie d’avanguardia e di festival dedicati alle nuove tecnologie. Il dibattito culturale che accompagna queste produzioni non verte tanto sulla tecnologia in sé, spesso percepita come un mero strumento, quanto sulle implicazioni artistiche, filosofiche e sociologiche di questo cambio di paradigma. La domanda fondamentale che risuona nelle pagine culturali e nei convegni dedicati al teatro del futuro è: può un’esperienza digitale, priva della materialità del corpo e del sudore dell’attore, trasmettere la stessa intensità emotiva e la stessa catarsi del teatro tradizionale?

    La questione della presenza e della catarsi digitale

    La catarsi, concetto cardine della tragedia greca ripreso da Aristotele, indica la purificazione delle passioni (più specificamente, pietà e terrore) che lo spettatore sperimenta attraverso l’identificazione con le vicende dei protagonisti. Nel teatro tradizionale, questa identificazione è mediata dalla presenza fisica dell’attore, dal suo corpo, dalla sua voce, dalla sua vulnerabilità. L’attore è un “qui e ora”, un essere vivente che condivide lo stesso spazio-tempo del pubblico. Nel teatro immersivo e digitale, questa presenza fisica viene spesso meno, sostituita da avatar, proiezioni o ambienti virtuali.

    I sostenitori del teatro digitale argomentano che la VR e l’AR non negano la presenza, ma la ridefiniscono. Non si tratta più della presenza fisica dell’attore, ma della presenza “emozionale” o “percettiva” che lo spettatore sperimenta all’interno dell’ambiente virtuale. Attraverso l’uso di audio 3D e di feedback aptici (la percezione del tatto mediata dalla tecnologia), lo spettatore può sentirsi non più un semplice testimone passivo, ma un co-protagonista dell’azione scenica. La catarsi, in questo contesto, non deriva dall’osservazione esterna, ma dall’immersione profonda, dall’illusione di “essere lì”. La sfida per i registi e i drammaturghi è quella di creare sceneggiature e ambienti che sappiano attivare questa presenza percettiva, trasformando la tecnologia da un ostacolo in un acceleratore di emozioni.

    Il ruolo dello spettatore: da testimone a protagonista

    Uno degli aspetti più innovativi del teatro immersivo e digitale è la radicale ridefinizione del ruolo dello spettatore. Nel teatro tradizionale, il pubblico occupa una posizione fissa e passiva, separato dalla scena dalla quarta parete. Nel teatro immersivo, lo spettatore è spesso libero di muoversi all’interno dello spazio performativo, di scegliere la propria prospettiva, di interagire con gli attori o con gli oggetti digitali. Questa libertà di movimento e di scelta aumenta la sensazione di agency (il senso di controllo sulle proprie azioni) dello spettatore, contribuendo all’immersione e all’identificazione con la storia.

    Tuttavia, questa libertà porta con sé anche delle sfide per i creatori di teatro immersivo. Come mantenere la coerenza narrativa se ogni spettatore vive un’esperienza diversa? Come garantire la sicurezza e l’integrità fisica degli spettatori se sono liberi di muoversi? Le soluzioni adottate vanno dall’uso di drammaturgie “ramificate” (come nei videogiochi a scelta multipla) alla creazione di percorsi guidati o di interazioni predefinite. In alcuni casi, come nelle performance in AR, lo spettatore può anche vedere gli altri spettatori e lo spazio fisico circostante, integrando la realtà virtuale nella realtà fisica. Questo ibrido tra reale e virtuale apre nuove possibilità per la creazione di esperienze teatrali condivise e partecipative.

    La tecnologia come strumento di democratizzazione del teatro

    Oltre alle implicazioni artistiche, l’uso delle tecnologie immersive nel teatro offre anche importanti opportunità per la democratizzazione della cultura. Attraverso la creazione di performance teatrali in VR e AR, è possibile portare l’esperienza teatrale a un pubblico più ampio e diversificato, superando barriere geografiche, economiche e fisiche. Le performance teatrali digitali possono essere facilmente distribuite online, permettendo a chiunque, in qualsiasi parte del mondo, di assistervi. Inoltre, l’uso di tecnologie come la VR e l’AR può contribuire a rendere il teatro più accessibile per le persone con disabilità, offrendo loro nuove modalità di percezione e interazione.

    In Italia, dove il teatro soffre spesso di una scarsa affluenza di pubblico, in particolare tra le generazioni più giovani, l’uso delle nuove tecnologie può rappresentare una strategia efficace per avvicinare nuovi pubblici all’arte teatrale. Tuttavia, questo richiede un investimento significativo in termini di formazione, infrastrutture e produzione. Le istituzioni culturali e le case editrici specializzate in saggistica teatrale stanno iniziando a occuparsi di questi temi, pubblicando volumi e organizzando convegni dedicati all’integrazione tra teatro e digitale.

    La saggistica teatrale e il dibattito culturale in Italia

    In Italia, la saggistica teatrale sta dedicando sempre più spazio al dibattito sull’integrazione tra arti performative e nuove tecnologie. Volumi recenti analizzano le implicazioni estetiche, etiche e pedagogiche del teatro digitale, offrendo strumenti critici per comprendere e valutare queste nuove forme d’arte. Autori come Antonio Pizzo (Il teatro e le nuove tecnologie) e Anna Maria Monteverdi (Le arti performative nell’era digitale) offrono panoramiche approfondite e casi di studio italiani ed europei.

    Tuttavia, il dibattito culturale in Italia è ancora polarizzato tra chi vede nella tecnologia una minaccia per la “purezza” del teatro e chi ne celebra le potenzialità innovative. La sfida per la saggistica teatrale e per la critica in generale è quella di superare questa dicotomia, offrendo analisi equilibrate che sappiano riconoscere sia i rischi che le opportunità del teatro digitale. In particolare, è necessario approfondire la riflessione su temi come la proprietà intellettuale, la privacy e l’etica nell’uso delle tecnologie immersive nel teatro.

    Il futuro del teatro: una sintesi tra reale e virtuale?

    In conclusione, il teatro immersivo e digitale rappresenta una delle frontiere più affascinanti e complesse dell’arte contemporanea. L’uso di tecnologie come la VR e l’AR sfida le definizioni tradizionali di presenza e catarsi, offre nuove opportunità per coinvolgere il pubblico e democratizzare l’esperienza teatrale. Tuttavia, questo richiede un ripensamento profondo dell’intera architettura dell’esperienza teatrale, abolendo il concetto stesso di sipario e di quarta parete per immergere letteralmente lo spettatore all’interno dell’azione scenica.

    Il futuro del teatro non sta nella sostituzione del reale con il virtuale, ma nella loro sintesi. Le tecnologie immersive non devono essere utilizzate per negare la presenza fisica dell’attore e dello spettatore, ma per potenziarla, offrendo nuove modalità di percezione e interazione. La saggistica teatrale e il dibattito culturale in Italia hanno un ruolo fondamentale nel guidare questa trasformazione, offrendo strumenti critici per comprendere e valutare queste nuove forme d’arte e per promuovere un uso consapevole e responsabile delle tecnologie immersive nel teatro.


    Redazione Experiences
  • Museo del Patrimonio Industriale: Lambrette a Bologna

    Museo del Patrimonio Industriale: Lambrette a Bologna

    Lambrette a Bologna
    Veduta di allestimento – Museo del Patrimonio Industriale, Bologna, 2026
    Courtesy Settore Musei Civici Bologna | Museo del Patrimonio Industriale

    Sabato 14 marzo 2026 il Museo del Patrimonio Industriale del Settore Musei Civici del Comune di Bologna ha inaugurato un focus espositivo dedicato alla Lambretta, icona della motorizzazione popolare, prodotta a partire dal 1947 nello stabilimento Innocenti di Lambrate.

    Settore Musei Civici Bologna | Museo del Patrimonio Industriale

    Lambrette a Bologna

    Il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna celebra la storia e la passione per l’iconico scooter Innocenti

    14 marzo – 12 luglio 2026
    Museo del Patrimonio Industriale
    Via della Beverara 123, Bologna
    www.museibologna.it/patrimonioindustriale

    Inaugurazione sabato 14 marzo 2026 ore 10.30 (prenotazione obbligatoria)

    Frutto del genio dell’ingegnere aeronautico Pier Luigi Torre, la Lambretta rivoluziona, ben presto, il concetto di mobilità grazie a una struttura a tubo unico che garantisce una rigidità e una leggerezza superiori rispetto ai telai a scocca autoportante della concorrenza. La stabilità di guida è assicurata dal posizionamento centrale e ribassato del motore e dall’adozione di una sospensione anteriore a doppio braccio.
    La costante ricerca tecnologica porta la Innocenti a introdurre, per prima, una serie di novità sui suoi scooter: l’avviamento elettrico nel 1957, il primo freno a disco anteriore nel 1962, la miscelazione olio-benzina separata nel 1968 e l’accensione elettronica nel 1970.
    La Lambretta diventa un fenomeno sociale, culturale e mediatico. È lo scooter ufficiale delle Olimpiadi di Roma del 1960, appare in numerosi film, ha celebri testimonial come Jayne Mansfield, Totò e Macario, Adriano Celentano e Giorgio Gaber, il Quartetto Cetra e Raffaella Carrà.

    L’iniziativa espositiva Lambrette a Bologna nasce dalla collaborazione con collezionisti e appassionati del territorio del Lambretta Club Bologna, la cui Squadra Corse negli anni Sessanta fu spesso vincente in tutte le specialità di gare dedicate agli scooter. Tra i protagonisti della delegazione bolognese spiccano Cesarino Bartolini, premiato come “Maestro di scooter” per i successi ottenuti sul leggendario circuito dell’Isola di Man, e Ignazio Di Piazza, regolarista eccezionale capace di affrontare i 4.500 chilometri del Raid del Sahara nel 1976. Guglielmo Guidi, velocista dai numerosissimi successi, ed Ernesto Malaguti, abilissimo meccanico che accorcia il telaio di una Lambretta C per renderla imbattibile nelle gimcane, completano il quadro di una realtà agonistica di altissimo livello. Leggendarie rimangono le imprese di Cesare Battaglini, che partendo dalla concessionaria bolognese CISA compie il giro del mondo percorrendo 160.000 chilometri, e di Giancarlo Nanni che con la sua “Ammiraglia” raggiunse per tre volte Capo Nord.

    In esposizione 8 modelli di grande interesse tecnico e storico, a partire dalla rara 125 carenata da Record (se ne conoscono solo due esemplari al mondo) e dal prototipo di un ciclomotore Lambretta 50. Si prosegue con la 125 D Corsa, realizzata sulla base della 125 D ma con numerose modifiche tecniche: telaio rinforzato, serbatoio centrale di maggior capacità, maggiore aerodinamicità e cambio desmodromico a 4 rapporti.
    Sono poi presenti la 125 LD, nella versione ’57, proposta al pubblico anche con l’avviamento elettrico opzionale; la 150 D, massima evoluzione delle versioni prive di carenatura con un motore robusto e dotato di raffreddamento forzato; la 150 Li Seconda Serie, regina delle vendite con il record di 74 unità prodotte ogni ora, e l’avveniristico LUI 50 CL dalle linee essenziali e moderne, frutto della collaborazione con lo Studio Bertone.
    Per finire la potente 200 DL, lo scooter di serie più veloce dell’epoca, equipaggiato con freno a disco interno al mozzo anteriore e prodotta anche con accensione elettronica Ducati.
    Una vetrina raccoglie una serie di cimeli, fotografie, targhe, coppe,riconoscimenti legati al mondo Lambretta. Sono infine presenti alcune Lambrette giocattolo a molla degli anni 1948-1950.

    Al fine di valorizzare l’iniziativa si prevedono diverse attività di mediazione e il percorso guidato Il sogno delle due ruote domenica 26 aprile 2026 alle ore 16.00, dedicato al mondo delle due ruote per approfondire il ruolo centrale dell’industria motoristica nella storia della città, facendo emergere la dimensione sociale di questo fenomeno: le due ruote come simbolo di libertà, innovazione e identità collettiva. L’attività è compresa nel biglietto di ingresso al museo, è richiesta la prenotazione entro le ore 13.00 del venerdì precedente: 051 6356611 – museopat@comune.bologna.it.

    L’iniziativa, fruibile fino al 12 luglio 2026, è inserita nel programma della Giornata nazionale del Made in Italy promossa dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ricorre il 15 aprile 2026 ed è dedicata alla promozione della creatività e dell’eccellenza italiana.


    Titolo focus espositivo
    Lambrette a Bologna

    Promosso da
    Comune di Bologna | Settore Musei Civici | Museo del Patrimonio Industriale

    Periodo
    14 marzo – 12 luglio 2026

    Inaugurazione
    Sabato 14 marzo 2026 ore 10.30 (prenotazione obbligatoria)

    Orari di apertura
    Giovedì, venerdì ore 9.00 – 13.00
    Sabato, domenica ore 10.00 – 18.30
    Pasqua (domenica 5 aprile 2026) ore 10.00 – 19.00
    Lunedì dell’Angelo (lunedì 6 aprile 2026) ore 10.00 – 19.00
    Festa della Liberazione (sabato 25 aprile 2026) ore 10.00 – 19.00
    Festa della Repubblica (martedì 2 giugno 2026) ore 10.00 – 19.00
    Chiuso lunedì, martedì, mercoledì

    Biglietti
    Intero € 5 | ridotto € 3 | ridotto speciale giovani 19 – 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura

    Informazioni
    Museo del Patrimonio Industriale
    Via della Beverara 123 | 40131 Bologna
    Tel. +39 051 6356611
    museopat@comune.bologna.it
    www.museibologna.it/patrimonioindustriale
    Facebook: Museo del Patrimonio Industriale
    Instagram: @museopat
    YouTube: Museo del Patrimonio Industriale

    Settore Musei Civici Bologna
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