Miles Davis 100: A Pordenone la più grande mostra immersiva dedicata al musicista

A Pordenone, nel percorso di avvicinamento al 2027, la più grande mostra immersiva mai dedicata al genio che con la sua tromba ha trasformato il Novecento.

Dal 8 maggio al 12 luglio 2026 Villa Cattaneo ospiterà “Miles Davis 100 – Listen to This!”, un progetto internazionale promosso dal Comune di Pordenone e dal Festival Jazzinsieme in occasione del centenario della nascita dell’artista americano. Un percorso immersivo tra ascolto, documenti originali, tecnologia e cultura visiva dedicato a una delle figure più influenti della musica contemporanea.


Nel 2026 ricorrerà il centenario della nascita di Miles Davis e Pordenone celebrerà l’anniversario con “Miles Davis 100 – Listen to This!”, una grande mostra immersiva in programma a Villa Cattaneo dall’8 maggio al 12 luglio 2026. Il progetto è promosso dal Comune di Pordenone attraverso l’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con il Festival Jazzinsieme, e si inserisce nel percorso di avvicinamento a Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di consolidare il ruolo internazionale della città nel panorama culturale e musicale contemporaneo. Dopo le grandi esposizioni fotografiche dedicate a maestri come Bruno Barbey e Robert Doisneau, Pordenone punta ora su un progetto espositivo che unisce musica, tecnologia e arti visive.

La sede della mostra sarà Villa Cattaneo, villa veneta settecentesca destinata a diventare il PFM – Polo del Futuro Musicale, uno dei progetti strategici legati a Pordenone 2027. In occasione dell’esposizione, gli spazi della villa verranno presentati nella loro futura vocazione di centro dedicato alla musica contemporanea, alla sperimentazione e alla formazione, con particolare attenzione ai giovani e alle nuove pratiche produttive e audiovisive.

Il progetto espositivo è realizzato in collaborazione con l’American Jazz Museum di Kansas City e la House of Miles di East St. Louis, con il sostegno della famiglia Davis. La curatela è affidata a Enrico Merlin, studioso dell’opera di Miles Davis, in collaborazione con il Festival Jazzinsieme. L’iniziativa segna anche l’avvio di un dialogo stabile tra il territorio pordenonese e alcune importanti istituzioni museali statunitensi dedicate alla storia del jazz.

La mostra si sviluppa come un’esperienza immersiva che supera il tradizionale criterio cronologico. Il percorso è costruito attorno alle continue trasformazioni artistiche e culturali di Davis, presentato non solo come innovatore musicale ma come figura capace di generare influenze trasversali ancora oggi presenti nella cultura contemporanea.

Fulcro dell’allestimento sarà lo spazio “Listen to This!”, una sezione interattiva dove il pubblico potrà consultare e ascoltare oltre duemila registrazioni ufficiali attraverso una piattaforma digitale dedicata. Grazie a postazioni ad alta fedeltà e a una mappatura ragionata dell’opera davisiana, il progetto si propone come il più esteso archivio sonoro mai messo a disposizione del pubblico per l’esplorazione dell’universo musicale di Miles Davis.

L’esposizione sarà articolata in otto aree tematiche dedicate agli aspetti artistici, umani e iconografici del musicista. Tra i materiali principali figurano la tromba originale di Miles Davis, concessa dal collezionista Don Hicks, oltre a oltre 300 supporti fonografici tra vinili, cd e altri formati, fotografie originali di Anthony Barboza, riviste d’epoca, documenti d’archivio, contratti della Columbia Records e corrispondenze private, molti dei quali esposti pubblicamente per la prima volta.

Una sezione specifica, intitolata “The Icon”, approfondirà invece la trasformazione di Miles Davis in simbolo culturale globale, analizzando il rapporto tra la sua immagine pubblica, la moda, il cinema e l’universo femminile raccontato anche attraverso le celebri copertine dei suoi dischi.

Accanto al percorso espositivo, il programma prevede incontri settimanali, guide all’ascolto e partecipazioni internazionali con studiosi e ospiti come Stefano Zenni, Luca Bragalini e Anthony Barboza. Una parte del progetto sarà inoltre dedicata al rapporto tra Miles Davis e l’Italia, attraverso poster, video e registrazioni inedite.

“Miles Davis 100 – Listen to This!” è un progetto di Jazzinsieme sostenuto dal Comune di Pordenone, dalla Regione Friuli-Venezia Giulia, da PromoTurismo FVG, Fondazione Friuli, Camera di Commercio Pordenone-Udine e da sponsor privati.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo redazionale

Dalle macerie, la bellezza delle città che risorgono

Come le città ferite dalla guerra hanno trasformato la distruzione in memoria, arte e identità collettiva.

Ogni guerra distrugge case, monumenti, biblioteche, corpi. Ma distrugge soprattutto linguaggi e comunità. Eppure, nella storia europea e mondiale, alcune delle più profonde esperienze estetiche del Novecento sono nate proprio dalle rovine. La bellezza, allora, non è consolazione: è una forma di resistenza civile.


di Elena Serra

C’è qualcosa di profondamente ambiguo nel modo in cui parliamo delle rovine. Le contempliamo, le fotografiamo, le trasformiamo in simboli culturali. A volte persino in attrazioni turistiche. Ma le rovine non nascono mai innocenti. Ogni muro crollato è stato prima una casa, una scuola, una biblioteca, un ospedale. Ogni città devastata è stata un organismo vivo abitato da persone precise, con nomi, relazioni, abitudini. La guerra cancella tutto questo. E quando arriva la pace, ciò che resta non è soltanto la necessità di ricostruire gli edifici: è la necessità di ricostruire il significato stesso dell’abitare insieme.

L’idea che dalla distruzione possa nascere bellezza rischia allora di apparire offensiva. Eppure la storia culturale europea dimostra che molte delle esperienze artistiche e civili più intense del Novecento sono nate proprio dentro paesaggi devastati dalla guerra. Non perché la guerra produca bellezza – sarebbe una menzogna oscena – ma perché gli esseri umani, anche nelle condizioni peggiori, continuano ostinatamente a produrre senso.

Varsavia è uno degli esempi più radicali. Quando la Seconda guerra mondiale finì, oltre l’80 per cento del centro storico della capitale polacca era stato distrutto. Interi quartieri erano diventati cumuli di pietre. Eppure la città decise di ricostruire il proprio cuore antico quasi identico a prima, utilizzando dipinti, fotografie e archivi storici come mappe della memoria. Oggi il centro storico di Varsavia è patrimonio UNESCO. Non perché sia “autentico” nel senso tradizionale del termine, ma perché rappresenta un gesto collettivo di resistenza culturale. Una comunità che rifiuta di lasciare alla violenza il diritto di definire il proprio futuro.

La stessa domanda attraversa Berlino. Dopo il 1945 la città tedesca diventò il simbolo materiale del collasso europeo. Macerie ovunque. Fame. Divisioni politiche. Colpa storica. Eppure proprio lì nacque una delle riflessioni più profonde sul rapporto tra memoria e architettura. Berlino non ha cancellato del tutto le proprie ferite. Le ha incorporate. Il Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche, la chiesa bombardata lasciata volutamente incompleta, continua ancora oggi a ricordare che la memoria non deve essere rassicurante. Deve disturbare.

Ed è qui che il discorso diventa politico. Perché la ricostruzione non è mai neutrale. Decidere che cosa restaurare, che cosa abbattere e che cosa lasciare visibile significa decidere quali storie meritano di essere raccontate. La memoria urbana è sempre una forma di potere.

Lo abbiamo visto anche nei Balcani. Sarajevo porta ancora addosso le cicatrici dell’assedio degli anni Novanta. Le “rose di Sarajevo” – i segni lasciati dalle esplosioni sulle strade, riempiti di resina rossa – trasformano l’asfalto in un archivio pubblico del dolore. Non monumentalizzano la guerra. La rendono impossibile da dimenticare. È un linguaggio urbano che obbliga chi attraversa la città a fare i conti con ciò che è accaduto.

Lo stesso vale per Beirut. Dopo la guerra civile libanese, la ricostruzione del centro cittadino ha generato polemiche enormi. Molti hanno accusato i grandi progetti immobiliari di aver cancellato la memoria popolare della città in nome di una modernizzazione elegante ma sterile. Perché esiste anche questo rischio: trasformare le rovine in estetica svuotata di responsabilità storica. Rendere il trauma una superficie bella da guardare.

La cultura contemporanea è piena di questa contraddizione. Da una parte esiste il bisogno umano di trovare significato anche nel dolore. Dall’altra esiste il mercato, che tende a consumare tutto, perfino le tragedie. Pensiamo al turismo nei luoghi devastati dai conflitti o alle immagini di guerra trasformate in flusso continuo sui social network. La sofferenza diventa contenuto. E quando tutto diventa immagine, il rischio è perdere la capacità di distinguere tra memoria e spettacolo.

Per questo il tema della bellezza nata dalle rovine richiede cautela. Non si tratta di romanticizzare la distruzione. Si tratta piuttosto di osservare che gli esseri umani possiedono una capacità straordinaria di ricostruire legami simbolici anche dopo il collasso.

Hiroshima offre forse l’esempio più complesso. Dopo l’esplosione atomica del 1945, la città giapponese avrebbe potuto scegliere la rimozione totale. Invece conservò il Genbaku Dome, lo scheletro dell’edificio sopravvissuto alla bomba, come memoriale permanente. È una presenza durissima da guardare. Non consola nessuno. Ma proprio per questo continua a parlare alle generazioni successive. Ricorda che la memoria non serve a celebrare il passato. Serve a impedire che venga ripetuto.

In Europa, dopo il secondo conflitto mondiale, anche l’arte cambiò radicalmente linguaggio. Il dopoguerra produsse movimenti artistici, cinematografici e letterari che rinunciarono alla retorica eroica per raccontare invece fragilità, povertà, corpi feriti, periferie. Il neorealismo italiano nacque esattamente lì. Tra città bombardate e vite precarie. Roberto Rossellini girava “Germania anno zero” dentro una Berlino ancora distrutta. Vittorio De Sica mostrava un’Italia lontanissima dall’ottimismo ufficiale della ricostruzione economica.

Quella estetica della verità nasceva da una consapevolezza precisa: dopo una guerra, non è possibile raccontare il mondo con le stesse parole di prima. Bisogna reinventare il linguaggio. Ed è forse questo il punto più importante. Le rovine non producono automaticamente bellezza. Producono domande. Che cosa vogliamo ricordare? Chi ha il diritto di raccontare una tragedia? Quali vite meritano memoria pubblica? Ogni società risponde a queste domande costruendo monumenti, musei, piazze, film, libri.

Anche oggi, mentre nuove guerre attraversano il mondo, il problema resta aperto. Le immagini delle città distrutte in Ucraina o a Gaza stanno già costruendo l’archivio visivo del nostro tempo. E il modo in cui verranno raccontate nei prossimi anni determinerà anche il modo in cui verranno comprese politicamente.

Perché la bellezza civile non nasce dall’orrore in sé. Nasce dalla scelta collettiva di non lasciare che l’orrore abbia l’ultima parola. Ed è una differenza enorme. Una differenza etica prima ancora che estetica. Le rovine, da sole, non insegnano niente. Possono diventare propaganda, nostalgia, merce. Oppure memoria viva. Dipende da noi. Dipende dal linguaggio che scegliamo. Dallo sguardo che decidiamo di avere davanti alle ferite della storia.

Forse è questo che le città distrutte continuano a dirci, silenziosamente, attraverso le loro cicatrici rimaste visibili: che la civiltà non coincide con la perfezione delle sue architetture, ma con la capacità delle persone di ricostruire relazioni, senso e responsabilità anche quando tutto sembra perduto.


Articolo redazionale

Milena Milani violò tutte le regole con una naturalezza quasi irritante

Pittrice, narratrice, giornalista, compagna di artisti e provocatrice involontaria: Milena Milani attraversò il Novecento italiano senza chiedere permesso a nessuno

Ci sono scrittrici che il proprio tempo preferisce ignorare subito, per non correre rischi. L’esempio è Milena Milani. Troppo libera per l’Italia del dopoguerra, troppo intelligente per accontentarsi del ruolo assegnato alle donne, troppo moderna per essere addomesticata.


di Paolo Ferranti

La letteratura italiana ha sempre avuto un problema con le donne intelligenti. Se poi erano anche indipendenti, sensuali e incapaci di recitare la parte della musa silenziosa, il problema diventava quasi un’emergenza nazionale. Milena Milani, nata a Savona nel 1917 e morta nel 2013, trascorse gran parte della sua vita dentro questa incomprensione. Non ne fece un dramma. Ne fece uno stile.
Scrittrice, pittrice, giornalista, critica d’arte, compagna dello scultore Carlo Cardazzo e presenza abituale nei circoli culturali più vivaci del secondo Novecento, Milani fu una donna multipla in un Paese che preferiva le donne semplici. O almeno semplificate. L’Italia del dopoguerra tollerava la brillantezza femminile solo a patto che restasse decorativa. Una donna poteva essere elegante, colta, perfino spiritosa. Ma fino a un certo punto. Mai troppo autonoma. Mai troppo desiderante. Mai troppo libera.

Milena Milani violò tutte queste regole con una naturalezza quasi irritante. Scriveva racconti e romanzi che parlavano apertamente di eros, relazioni, desiderio femminile, ipocrisie borghesi. Oggi sembrerebbe normale. Negli anni Cinquanta e Sessanta non lo era affatto. La morale italiana del tempo aveva due colonne portanti: il cattolicesimo e la doppia morale maschile. Entrambe rigidissime con le donne e straordinariamente elastiche con gli uomini.

Nel 1964 Milani pubblicò “La ragazza di nome Giulio”, il suo romanzo più noto. Un libro che provocò scandalo immediato. Raccontava la scoperta del desiderio sessuale femminile con una libertà narrativa che allora venne giudicata intollerabile. Il romanzo fu sequestrato per oscenità. Accusa tipicamente italiana. In questo Paese l’oscenità non consiste mai nell’ignoranza o nella violenza. Consiste quasi sempre nel dire la verità troppo chiaramente.

Eppure il libro, col tempo, si impose come una delle opere più coraggiose della narrativa italiana del dopoguerra. La protagonista viveva la propria sessualità senza chiedere assoluzioni morali. Era questo a scandalizzare davvero. Non il sesso. L’autonomia.

D’altronde l’Italia di quegli anni aveva un rapporto tragicomico con il desiderio. Era un Paese che consumava commedie sexy e poi processava i romanzi. Che tollerava il maschilismo come folklore nazionale e considerava pericolosa una donna che parlasse del proprio corpo senza vergogna. Milena Milani si trovò così nel ruolo involontario di guastatrice culturale.

Non era una femminista militante nel senso politico del termine. E forse proprio questo la rende interessante oggi. La sua libertà non nasceva da un manifesto ideologico. Nasceva da una pratica quotidiana di indipendenza intellettuale. Faceva ciò che voleva fare. Frequentava artisti, scriveva, dipingeva, viaggiava, amava. Una forma di anarchia elegante che l’Italia, si sa, perdona solo agli uomini geniali.

Attorno a lei ruotava un ambiente culturale straordinario. Negli anni milanesi frequentò Lucio Fontana, Emilio Vedova, Salvatore Quasimodo, artisti e scrittori che stavano trasformando il linguaggio dell’arte italiana. Il legame con Carlo Cardazzo – gallerista fondamentale per l’arte del Novecento e fondatore della Galleria del Naviglio – la collocò al centro delle avanguardie artistiche del tempo.

Ma anche qui c’è una curiosa costante italiana: quando una donna vive accanto a uomini celebri, la critica tende a trasformarla automaticamente in figura secondaria. Compagna, musa, amante, presenza ornamentale. Milena Milani invece produceva opere proprie. E questo complicava il racconto. Le donne autonome creano sempre problemi narrativi. Costringono a riconoscerle come soggetti.

La sua scrittura aveva una qualità rara: sembrava leggera senza esserlo affatto. Dietro l’apparente semplicità dello stile si nascondeva un’osservazione lucidissima delle dinamiche sociali. Milani conosceva perfettamente il teatro delle convenzioni italiane. Sapeva quanto moralismo si annidasse dietro certe rispettabilità impeccabili. E lo raccontava senza proclami ideologici, ma con ironia, precisione, qualche volta perfino con divertimento.

In questo ricordava certe scrittrici francesi del Novecento più che molte autrici italiane sue contemporanee. Françoise Sagan, ad esempio, possedeva la stessa capacità di trattare temi scandalosi con una naturalezza disarmante. Lo scandalo, in fondo, nasce quasi sempre dalla serenità con cui qualcuno dice ciò che gli altri fingono di non sapere.

Milena Milani pagò un prezzo per questa libertà. La critica italiana la trattò spesso con sufficienza. Troppo mondana per gli intellettuali austeri. Troppo colta per essere liquidata come semplice provocatrice. Troppo difficile da incasellare. E la cultura italiana ama le etichette come certi burocrati amano i timbri.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. La ristampa delle sue opere e il rinnovato interesse per molte scrittrici dimenticate del Novecento hanno riportato attenzione sul suo lavoro. Non per spirito riparatorio – la letteratura non è un tribunale morale – ma perché alcuni libri sopravvivono alle epoche proprio grazie alla loro capacità di disturbare.

“La ragazza di nome Giulio”, letto oggi, conserva una modernità sorprendente. Non tanto per i contenuti erotici, che ormai non scandalizzano più nessuno, quanto per il modo in cui mette a nudo il controllo sociale esercitato sul corpo femminile. Cambiano i linguaggi, cambiano le epoche, ma certi meccanismi di giudizio resistono con ostinazione quasi burocratica.

Ed è forse questo il punto più interessante della vicenda di Milena Milani. La sua storia non racconta soltanto una scrittrice dimenticata. Racconta il rapporto irrisolto dell’Italia con la libertà femminile. Un Paese capace di adorare le donne purché restino dentro il quadro. Mai troppo fuori cornice. Lei invece ci stava benissimo, fuori cornice. Anzi, sembrava l’unico posto dove potesse respirare davvero. E forse il destino di alcune intelligenze è proprio questo: arrivare troppo presto in società che hanno ancora paura di guardarle negli occhi.


Articolo redazionale

Alessandria e il Giro d’Italia: una lunga storia d’amore

Tra campioni leggendari, musei, pedalate popolari e notti rosa, la provincia piemontese si prepara ad accogliere il Giro 2026 trasformando il ciclismo in un racconto collettivo che parla di memoria, identità e futuro.

Ci sono città che aspettano il Giro d’Italia come si aspetta un parente famoso: con entusiasmo, orgoglio e un certo desiderio di fare bella figura. Alessandria appartiene a questa categoria. Del resto, da queste parti il ciclismo non è soltanto sport: è genealogia, paesaggio, conversazione da bar e persino educazione sentimentale.


di Davide Rinaldi

In Italia esistono due tipi di persone: quelle che almeno una volta hanno seguito il Giro d’Italia sul ciglio della strada e quelle che sostengono di non averlo mai fatto ma, se sentono arrivare la carovana pubblicitaria, rallentano comunque l’auto per curiosare. Alessandria, da questo punto di vista, non ha dubbi identitari. Qui il Giro non passa soltanto: lascia tracce. E ogni volta riapre una storia che dura da oltre un secolo. La provincia alessandrina si prepara ad accogliere l’edizione 2026 della corsa rosa con due tappe importanti – Imperia-Novi Ligure il 21 maggio e Alessandria-Verbania il 22 – ma soprattutto con un programma che prova a trasformare un evento sportivo in qualcosa di più ampio: una celebrazione diffusa del territorio, della memoria ciclistica e di quella particolare cultura italiana che riesce a tenere insieme agonismo, cucina, piazze e nostalgia senza sembrare artificiale.

Da queste parti, del resto, il ciclismo è materia seria. Qui sono passati Costante Girardengo e Fausto Coppi, che nel Novecento hanno trasformato la bicicletta in un’epopea popolare. Girardengo, nato a Novi Ligure nel 1893, fu il primo vero campione nazionale del ciclismo italiano, l’uomo che anticipò il professionismo moderno e ispirò persino una celebre canzone di Francesco De Gregori. Coppi invece appartiene ormai alla categoria dei miti civili italiani: più che un corridore, una figura narrativa. Ancora oggi basta pronunciare “il Campionissimo” in certe trattorie delle colline tortonesi perché qualcuno inizi a raccontare aneddoti come se li avesse vissuti personalmente.

Non stupisce allora che il cuore simbolico delle celebrazioni sia la mostra “Alessandria e il Giro d’Italia: una lunga storia d’amore”, allestita a Palazzo Monferrato e promossa dal Museo ACdB – Alessandria Città delle Biciclette. L’esposizione accompagna i visitatori dentro oltre cent’anni di storia del Giro, alternando cimeli storici, materiali audiovisivi e installazioni digitali. C’è persino un’esperienza immersiva con visore che permette di simulare una corsa su biciclo tra fine Ottocento e inizio Novecento: una di quelle invenzioni che riescono nel miracolo contemporaneo di far usare la tecnologia per raccontare il passato invece che per distrarsi dal presente.

Tra i pezzi più osservati spiccano il trofeo di Fiorenzo Magni del 1951, arrivato dal Museo del Ghisallo, e il “Trofeo senza fine” assegnato a Franco Balmamion quando entrò nella Hall of Fame del Giro d’Italia nel 2023. Ma il fascino vero della mostra sta forse nel suo sottotesto implicito: ricordare che il ciclismo italiano non nasce soltanto nelle grandi città o nei velodromi celebri, ma anche nelle province operose dove la bicicletta era prima necessità e poi passione.

Il calendario degli eventi costruito attorno al Giro prova infatti a evitare la trappola dell’evento spot. Oggi molte città organizzano manifestazioni con lo stesso spirito con cui si allestiscono le luminarie natalizie: si monta tutto rapidamente, si scattano fotografie e poi si smonta senza lasciare memoria. Alessandria sembra voler fare il contrario. Dal 9 al 22 maggio il territorio diventa un laboratorio continuo di iniziative che coinvolgono sport, letteratura, musica e perfino educazione civica.

A Novi Ligure, per esempio, “Sulle strade del Giro” unirà una ciclopedalata per famiglie a un’attività di plogging, quella disciplina contemporanea che consiste nel raccogliere rifiuti mentre si corre o si pedala. È una di quelle idee che raccontano perfettamente il nostro tempo: facciamo sport, ci sentiamo ecologici e magari condividiamo tutto sui social. Però funziona. E in fondo il ciclismo, molto prima delle campagne sulla sostenibilità, era già un modo semplice ed economico di stare nel mondo.

Sempre Novi ospiterà il “Concerto per un Campionissimo” al Museo dei Campionissimi, con i Solisti dell’Orchestra Classica di Alessandria e la partecipazione di Faustino Coppi, figlio di Fausto. Qui emerge uno degli aspetti più italiani del ciclismo: la sua dimensione familiare. Nel calcio spesso si eredita la squadra; nel ciclismo si ereditano i racconti. E i racconti, a differenza delle classifiche, resistono al tempo.

Non mancano gli appuntamenti letterari. Il progetto “Libri nel Giro”, giunto al decimo anniversario, porterà incontri e laboratori dedicati alla narrazione sportiva, con la partecipazione del giornalista Marco Pastonesi, storica firma della Gazzetta dello Sport. Del resto il ciclismo ha sempre avuto bisogno di grandi narratori. Forse perché una corsa di cinque ore sotto il sole o la pioggia, raccontata male, rischia di sembrare semplicemente fatica. Raccontata bene diventa invece romanzo popolare.

Anche Alessandria città costruisce un percorso originale. Il 18 maggio la pedalata “Quando il Grigio incontra il Rosa” unirà idealmente calcio e ciclismo, dal Museo ACdB fino allo stadio Moccagatta, coinvolgendo l’US Alessandria Calcio. È una contaminazione curiosa ma sensata. Gli italiani amano dividere gli sport in tribù, salvo poi ritrovarsi tutti insieme davanti a una tappa di montagna o a un rigore decisivo.

Più significativo ancora l’incontro del 20 maggio dedicato alla sicurezza stradale e alla memoria di Michele Scarponi, con la partecipazione della Fondazione che porta il nome del corridore marchigiano morto nel 2017 durante un allenamento. Qui il tono inevitabilmente cambia. Perché il ciclismo contemporaneo, oltre al romanticismo, convive con un problema concreto: la fragilità dei ciclisti sulle strade italiane. E forse il modo migliore per onorare davvero questo sport è proprio trasformare la retorica della passione in attenzione quotidiana.

Novi Ligure punterà anche sull’aspetto più festoso e spettacolare del Giro. Le bandiere illustrate da Lorenzo Petrantoni trasformeranno il centro storico in una sorta di installazione urbana diffusa, mentre “Dolci Terre di Primavera” unirà concerti, street food e degustazioni. Qui emerge un’altra verità italiana: ogni evento nazionale, prima o poi, diventa anche occasione gastronomica. Ed è probabilmente giusto così. Difficile immaginare il Piemonte senza vino, nocciole e salumi, persino durante una fuga in salita.

Il 21 maggio, dopo l’arrivo della tappa, Novi si trasformerà nella “Notte Rosa”, con musica dal vivo e dj set. Eventi del genere fanno storcere il naso ai puristi dello sport, quelli convinti che il ciclismo debba restare confinato tra radioline, borracce e cronache epiche. Però il Giro è sempre stato anche spettacolo popolare. Lo era negli anni Cinquanta, quando interi paesi si fermavano per vedere passare Coppi e Bartali. Lo è oggi, con playlist, ledwall e social network.

E poi ci sono gli appuntamenti collaterali, che raccontano forse meglio di tutto il rapporto tra questo territorio e la bicicletta. “Monferrando”, dedicato a gravel e bikepacking, interpreta il ciclismo contemporaneo lento e paesaggistico, mentre LaMITICA di Castellania Coppi recupera il fascino delle biciclette d’epoca e delle strade percorse senza ossessione per il cronometro. In un’epoca che misura tutto – passi, calorie, frequenza cardiaca, produttività – il successo delle ciclostoriche sembra quasi una piccola ribellione sentimentale.

Forse è questo il vero filo rosso che lega Alessandria al Giro d’Italia: la capacità di trasformare una corsa ciclistica in una storia collettiva. Perché il Giro, almeno in Italia, non riguarda soltanto chi vince. Riguarda le persone che aspettano ore per vedere passare i corridori in pochi secondi. Riguarda i bar che discutono di tattiche come fossero vertici diplomatici. Riguarda le famiglie che rispolverano vecchie fotografie in bianco e nero dove compare una bicicletta appoggiata a un muro.

E riguarda soprattutto province come Alessandria, dove il ciclismo continua a essere una lingua comune. Una lingua antica, magari un po’ nostalgica, ma ancora perfettamente comprensibile.


Da melina cavallaro free trade <melina@freetrade.it>
Articolo redazionale

La libertà di stampa non si ferma alla frontiera

L’Europa continua a valutare la salute democratica dei propri media usando parametri nazionali, mentre concentrazioni editoriali, piattaforme digitali e influenze politiche si muovono su scala transnazionale. È il paradosso di un continente che parla di libertà di stampa senza guardare davvero dove oggi si forma il potere dell’informazione.


di Clara Montesi

C’è una domanda che l’Europa evita accuratamente di porsi. E quando una democrazia smette di farsi le domande giuste, il problema non è soltanto politico: è morale. Davvero crediamo che la libertà dei media possa essere misurata dentro i confini di uno Stato nazionale mentre il potere dell’informazione ormai si muove senza passaporto, senza dogane, senza geografia?
L’Unione Europea continua a compilare classifiche, rapporti, indicatori. Osserva i singoli paesi come se fossimo ancora nel Novecento, quando i giornali avevano padroni riconoscibili, le televisioni trasmettevano entro i confini nazionali e il controllo dell’informazione coincideva quasi perfettamente con il controllo politico interno. Ma il mondo è cambiato. E forse l’Europa non se n’è accorta fino in fondo.

L’articolo pubblicato da The Conversation affronta una questione che dovrebbe inquietare chiunque abbia ancora a cuore il significato della parola “democrazia”. L’UE monitora la libertà dei media attraverso strumenti come il Media Pluralism Monitor, progetto sviluppato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Un sistema sofisticato, apparentemente rigoroso, che valuta rischi legati all’indipendenza editoriale, alla concentrazione proprietaria, alla trasparenza e alle pressioni politiche. Ogni paese riceve il suo punteggio. Ogni paese viene analizzato separatamente.

Ed è qui che nasce il cortocircuito. Perché il potere mediatico contemporaneo non ragiona più in termini nazionali. Le grandi concentrazioni editoriali attraversano il continente. Le piattaforme digitali decidono quali contenuti rendere visibili o invisibili su scala globale. I capitali che acquistano televisioni, quotidiani e gruppi editoriali spesso arrivano dall’estero. Eppure il sistema europeo continua a osservare il problema come se bastasse controllare cosa accade dentro i singoli Stati.

È una visione miope. Peggio: è una visione rassicurante. E le istituzioni adorano le illusioni rassicuranti. Negli ultimi vent’anni il panorama mediatico europeo è stato attraversato da fusioni, acquisizioni, concentrazioni economiche sempre più aggressive. Gruppi privati con interessi energetici, finanziari o industriali hanno comprato quote rilevanti dell’informazione continentale. Non perché amino il giornalismo. Il giornalismo non produce abbastanza denaro da giustificare certi investimenti. Produce però qualcosa di molto più prezioso: influenza.

La storia europea lo dimostra da tempo. In Italia il conflitto d’interessi tra potere politico e controllo televisivo ha segnato decenni di dibattito pubblico. In Ungheria Viktor Orbán ha consolidato un sistema mediatico fortemente allineato al governo attraverso acquisizioni, pressioni economiche e redistribuzione della pubblicità statale. In Polonia il tema dell’indipendenza editoriale è diventato uno dei nodi centrali dello scontro tra Bruxelles e i governi nazionalisti degli ultimi anni. Ma il punto non è soltanto questo. Il punto è che oggi le influenze non si fermano ai confini.

Un investitore può controllare media in più paesi contemporaneamente. Una piattaforma americana può alterare il dibattito pubblico europeo più di molti governi nazionali. Un algoritmo può decidere la visibilità di una notizia meglio di un direttore responsabile. E allora la domanda diventa inevitabile: che senso ha misurare la libertà di stampa ignorando la dimensione transnazionale del potere mediatico?

Secondo il rapporto citato nell’analisi di The Conversation, il problema emerge con particolare evidenza nell’Europa centrale e orientale, dove diversi gruppi stranieri possiedono quote significative dei sistemi informativi locali. Formalmente il pluralismo esiste. Nella pratica, il controllo economico può produrre dipendenze sottili ma potentissime. Perché il potere moderno raramente censura apertamente. Molto più spesso seleziona, orienta, premia, silenzia.

Ed è qui che il linguaggio europeo mostra tutta la propria ipocrisia burocratica. Si parla continuamente di “pluralismo”, ma il pluralismo non è una semplice quantità di voci. Non basta moltiplicare i canali se il potere economico resta concentrato. Non basta avere cento testate se dieci soggetti controllano i flussi pubblicitari, le infrastrutture digitali o la distribuzione delle notizie.

Oriana Fallaci diffidava profondamente delle parole svuotate dalla diplomazia. Aveva capito che il linguaggio istituzionale spesso serve a evitare la realtà, non a descriverla. E oggi la parola “pluralismo” rischia esattamente questo: diventare una formula neutra dietro cui nascondere squilibri enormi.

Il vero tema non è quanti giornali esistano. Il vero tema è chi abbia il potere di condizionare l’agenda pubblica europea. E questo potere oggi è sempre più opaco.

Le piattaforme digitali rappresentano il caso più evidente. Meta, Google, TikTok, X non producono soltanto tecnologia: organizzano gerarchie dell’attenzione. Decidono cosa vediamo, cosa ignoriamo, cosa diventa virale, cosa scompare nel rumore di fondo. Sono attori editoriali senza assumersi fino in fondo responsabilità editoriali. E l’Europa continua a rincorrerli con regolamenti che arrivano sempre un passo dopo.

Il Digital Services Act e il European Media Freedom Act rappresentano tentativi importanti di regolazione. Bruxelles prova finalmente a costruire strumenti comuni contro le pressioni indebite sui media e contro l’opacità algoritmica. Ma resta una contraddizione enorme: la sovranità democratica continua a essere pensata in termini nazionali, mentre l’ecosistema informativo è ormai strutturalmente globale.

È una frattura che riguarda anche il pubblico. Per decenni ci hanno insegnato che la libertà di stampa coincidesse con l’assenza della censura statale. Ma oggi il problema è più complesso. Un giornale può essere formalmente libero e sostanzialmente dipendente da interessi economici, finanziari o tecnologici che nessun elettore ha scelto.

La questione diventa allora profondamente civile. Perché senza informazione indipendente non esiste cittadinanza consapevole. E senza cittadini consapevoli la democrazia si trasforma in una procedura vuota, perfettamente funzionante dal punto di vista tecnico ma incapace di produrre libertà reale.

Forse il punto più inquietante è proprio questo: il controllo contemporaneo raramente si presenta come repressione. Si presenta come normalità. Come comodità. Come abbondanza di contenuti. È il paradosso dell’epoca digitale: mai nella storia abbiamo avuto accesso a così tante informazioni e mai come oggi il rischio di manipolazione sistemica è stato tanto diffuso.

L’Europa continua a misurare i media paese per paese perché è più semplice. Le mappe nazionali rassicurano. Danno l’illusione di poter delimitare il problema. Ma il potere dell’informazione contemporanea assomiglia molto più a una rete che a una frontiera. E chi continua a osservare il mondo con strumenti vecchi finisce inevitabilmente per non vedere il pericolo nuovo.


Articolo redazionale

Cose ovvie di oggi che le generazioni future troveranno assurde

Ci sono abitudini che consideriamo naturali solo perché siamo immersi nel tempo che le ha prodotte. Ma basta cambiare prospettiva, immaginare lo sguardo di chi verrà dopo di noi, perché molte certezze inizino a incrinarsi. Da questa intuizione parte una riflessione che attraversa cultura, politica e memoria collettiva.


di Elena Serra

C’è qualcosa di profondamente destabilizzante nel provare a guardare il presente come se fosse già passato. Non il passato monumentale delle guerre o delle rivoluzioni, ma quello quotidiano delle abitudini, dei gesti automatici, delle convinzioni condivise che smettiamo di interrogare proprio nel momento in cui diventano normali. È questo il centro della riflessione proposta da Giovanni De Mauro su Internazionale, in un articolo significativamente intitolato Misteri, dove la domanda iniziale sembra quasi un gioco intellettuale ma finisce per trasformarsi in una critica severa del nostro tempo. Quali sono le cose che oggi consideriamo ovvie e che le generazioni future troveranno assurde, incomprensibili o persino crudeli?

L’idea nasce da una domanda posta dal New York Times a studiosi, scrittori e osservatori della contemporaneità. Una specie di esercizio di archeologia anticipata: guardare il presente con lo stupore che oggi riserviamo alle pratiche del passato, dagli interventi chirurgici senza anestesia alla schiavitù legalizzata. Kevin Kelly, teorico della cultura digitale e fondatore della rivista Wired, ha compilato una lista che ha il tono provocatorio delle profezie ma anche la precisione delle diagnosi sociali. Ci saranno epoche, suggerisce Kelly, in cui sembrerà inspiegabile che gli esseri umani abbiano mangiato animali morti “con entusiasmo”, avvolto il cibo nella plastica, accettato l’ergastolo come forma ordinaria di giustizia o lasciato che le persone guidassero automobili lanciate a centinaia di chilometri all’ora.

L’elenco colpisce perché non parla di fantascienza. Non immagina civiltà extraterrestri o tecnologie impossibili. Parla di noi, adesso. E soprattutto parla del modo in cui il potere culturale riesce a trasformare comportamenti storicamente determinati in automatismi morali. È il meccanismo più efficace di ogni sistema sociale: convincerci che ciò che esiste sia inevitabile.

Del resto la storia è piena di normalità crollate all’improvviso. Per secoli l’aristocrazia europea ha considerato naturale mandare bambini di dieci anni a lavorare nelle miniere. Negli Stati Uniti la segregazione razziale è stata legge fino agli anni Sessanta del Novecento. In Italia il delitto d’onore è rimasto nel codice penale fino al 1981. Ogni epoca costruisce i propri tabù e le proprie cecità, spesso con argomenti presentati come razionali, scientifici o addirittura morali.

È qui che la letteratura diventa uno strumento politico, oltre che narrativo. De Mauro cita Ian McEwan e il suo romanzo Quello che possiamo sapere, ambientato nel 2119 in un Regno Unito devastato dai cambiamenti climatici e dalle crisi sociali. A un certo punto il protagonista, uno studioso di letteratura, si imbatte in una descrizione dei “bagni di sole”, pratica che per oltre mezzo secolo ha spinto milioni di europei a esporsi deliberatamente ai raggi ultravioletti per ottenere una pelle abbronzata. L’elemento che appare incomprensibile ai contemporanei del romanzo non è soltanto il rischio sanitario, ormai noto da decenni, ma il paradosso culturale che quella moda conteneva: il desiderio di scurire la pelle in società ancora profondamente attraversate dal razzismo bianco.

È una contraddizione che racconta molto del nostro rapporto con il corpo e con il privilegio. L’abbronzatura, oggi associata al benessere e al tempo libero, nasce come simbolo di distinzione sociale. Fino all’Ottocento la pelle chiara indicava appartenenza alle classi agiate, mentre quella scura era il segno di chi lavorava nei campi. Nel Novecento il significato si rovescia: diventare abbronzati significa poter viaggiare, andare in vacanza, disporre di tempo libero. Ma il corpo continua a essere trattato come una superficie simbolica su cui il potere scrive gerarchie, desideri e paure.

I misteri del presente, allora, non sono enigmi astratti. Sono le incoerenze che scegliamo di non vedere perché ci coinvolgono troppo da vicino. Ed è forse questo il motivo per cui certe riflessioni provocano fastidio. Mettono in discussione non soltanto ciò che facciamo, ma il linguaggio con cui giustifichiamo ciò che facciamo.

Pensiamo al rapporto con l’ambiente. Sappiamo da anni che la plastica monouso sta alterando ecosistemi marini e terrestri. Conosciamo gli effetti dell’inquinamento atmosferico, l’impatto dell’industria fossile, la velocità del riscaldamento globale. Eppure continuiamo a comportarci come se la crisi climatica fosse un problema teorico o differibile. Secondo i dati del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, ogni anno finiscono negli oceani oltre undici milioni di tonnellate di plastica. La parte più inquietante non è il dato in sé, ma l’assuefazione collettiva che produce. Le immagini delle isole di rifiuti galleggianti o degli animali soffocati dai materiali sintetici non bastano più a interrompere la routine del consumo.

Forse il vero mistero, per chi verrà dopo di noi, sarà proprio questo: come sia stato possibile convivere con l’evidenza senza modificare radicalmente il sistema che la produceva.

Lo stesso vale per il rapporto con la guerra. Kelly inserisce nella sua lista anche l’idea di considerare normali le bombe. E detta così sembra una frase estrema, quasi infantile nella sua semplicità. Ma è esattamente questa semplicità a renderla difficile da contestare. La storia contemporanea è piena di conflitti raccontati attraverso il lessico dell’inevitabilità: missioni di pace, danni collaterali, operazioni speciali. Il linguaggio serve spesso ad addomesticare l’orrore, a renderlo compatibile con la continuità della vita quotidiana.

Michela Murgia aveva scritto più volte che il potere si riconosce dalla capacità di nominare le cose. Non esiste dominio che non passi attraverso una manipolazione del vocabolario. Chiamare “emergenza” un fenomeno strutturale, “merito” un privilegio ereditato o “sicurezza” una limitazione dei diritti significa orientare il pensiero prima ancora del dibattito. Anche per questo gli articoli come quello di De Mauro sono preziosi: perché interrompono la grammatica automatica dell’epoca e costringono a guardare ciò che normalmente resta invisibile.

I misteri più interessanti non sono quelli che attendono una soluzione definitiva. Sono quelli che rivelano la fragilità delle nostre convinzioni. Ogni civiltà crede di essere il punto più avanzato della storia, salvo poi diventare il reperto archeologico di qualcun altro. Forse la maturità di una società si misura proprio dalla capacità di dubitare delle proprie normalità, prima che sia troppo tardi.


Articolo redazionale

Nuda Veritas, la donna che ancora ci mette sotto accusa

A Villa Manin di Passariano arriva il capolavoro di Gustav Klimt: un’opera che oltre un secolo dopo continua a sfidare morale, ipocrisia e paura della verità.

Non è soltanto una mostra. È un processo. Sul banco degli imputati c’è il nostro sguardo, ancora incapace di sopportare una verità nuda, libera, irriducibile. Dal 21 maggio al 6 settembre 2026 Villa Manin ospita uno dei dipinti più controversi e potenti della Secessione Viennese.


di Clara Montesi

Gustav Klimt
Nuda Veritas
pittura
1899
olio su tela
Dimensioni: altezza: 252 cm; larghezza: 55,2 cm
Biblioteca nazionale austriaca  
Theatermuseum di Vienna
La prima versione dell’opera apparsa su Ver Sacrum

Ci sono quadri che decorano le pareti e quadri che le fanno tremare come Nuda Veritas di Gustav Klimt. Non consola, non addolcisce. Guarda. E nel guardare accusa. Per questo il suo arrivo a Villa Manin di Passariano, dal 21 maggio al 6 settembre 2026, non è una semplice operazione culturale ma un fatto quasi morale: trasformare la nudità in un messaggio di libertà. Un’opera nata per scandalizzare torna, perciò, a fare il suo mestiere in un’epoca che si proclama libera e continua invece a censurare tutto ciò che disturba davvero.

Il dipinto, eccezionalmente concesso in prestito dal Theatermuseum di Vienna, sarà il centro di una mostra curata da Cäcilia Bischoff e organizzata grazie alla collaborazione tra ERPAC FVG, MondoMostre, Kunsthistorisches Museum e lo stesso Theatermuseum viennese. Ma la notizia vera non è il prestito internazionale. La notizia è che Nuda Veritas continua a essere contemporanea. Ed è forse questo il dettaglio più inquietante.

Klimt la dipinse nel 1899, nel pieno della Secessione Viennese, il movimento nato per rompere con l’arte accademica e con la rispettabilità borghese dell’Impero austro-ungarico. Vienna, allora, era una capitale elegante e malata. Una città che produceva Freud, Mahler, Wittgenstein, Schiele e insieme una quantità soffocante di conformismo sociale. L’arte doveva piacere, rassicurare, ornare i salotti della buona società. Klimt scelse invece la guerra.

In Nuda Veritas compare una donna completamente nuda, frontale, senza pudore. Non seduce: sfida. Tiene in mano uno specchio, come a dire che il problema non è lei ma chi la osserva. I capelli ramati scendono sul corpo con una sensualità arcaica e feroce. Sopra la figura compare una citazione di Friedrich Schiller: “Se non puoi piacere a tutti con le tue azioni e la tua arte, accontenta pochi. Piacere a molti è male”. Una frase che oggi nessun ufficio marketing approverebbe. E proprio per questo necessaria.

L’opera fu pensata anche come risposta agli attacchi che Klimt riceveva dalla critica conservatrice. Lo accusavano di pornografia, eccesso, indecenza. In realtà avevano paura di altro: della libertà. Perché il nudo di Klimt non è mai decorativo. È un atto di disobbedienza. Le sue donne non chiedono il permesso di esistere. Non si giustificano. Non si coprono per tranquillizzare gli uomini o la morale del tempo. E questo, ieri come oggi, resta insopportabile.

Fa quasi sorridere che un quadro dipinto alla fine dell’Ottocento riesca ancora a mettere in crisi il nostro presente. Viviamo immersi nell’esibizione continua del corpo eppure la nudità autentica continua a spaventarci. Accettiamo il corpo pubblicitario, levigato, vendibile, addomesticato. Ma davanti a una figura che rivendica verità, autonomia, individualità, arretriamo ancora. Cambiano i mezzi, non le paure.

L’allestimento a Villa Manin promette un dialogo potente tra l’opera di Klimt e gli affreschi di Louis Dorigny custoditi nella villa friulana, antica residenza dell’ultimo Doge di Venezia, Ludovico Manin. Da una parte il trionfo decorativo del Settecento veneziano, dall’altra la frattura modernista della Vienna fin de siècle. Due mondi diversissimi uniti da una stessa ossessione: il corpo, il potere dello sguardo, il rapporto ambiguo tra bellezza e dominio.

E Villa Manin non è una sede neutrale. È un luogo monumentale, nato per rappresentare autorità e prestigio. Portarci dentro Nuda Veritas significa introdurre un elemento destabilizzante nel cuore stesso della tradizione. Come mettere una domanda scomoda nel mezzo di una cerimonia ufficiale. Del resto Klimt ha sempre funzionato così: entra nei luoghi del consenso e ne mostra le crepe.

Oggi il suo nome è diventato quasi un marchio globale. Tazze, foulard, poster, gadget. L’oro klimtiano consumato come lusso ornamentale. Ma ridurre Klimt all’eleganza decorativa è una falsificazione storica. Dietro la raffinatezza c’era uno dei più radicali artisti europei del suo tempo. Un uomo che sfidò l’università di Vienna, che rifiutò compromessi con il potere culturale, che trasformò l’erotismo in linguaggio filosofico e politico.

Nuda Veritas appartiene a questa battaglia. È un manifesto contro la menzogna sociale. E forse per questo arriva oggi in Italia con una forza particolare. In un tempo dominato dall’opinione rapida, dalla prudenza opportunistica, dall’ansia di piacere a tutti, quel volto dipinto da Klimt sembra ripetere la frase di Schiller come una condanna: piacere a molti è male.

Il punto allora non è soltanto vedere un capolavoro. Il punto è decidere se abbiamo ancora il coraggio di sostenerne lo sguardo. Perché l’arte vera non serve a confermare ciò che siamo già. Serve a incrinarlo. Klimt lo aveva capito più di un secolo fa. Noi, forse, siamo ancora in ritardo.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo redazionale

Dal 14 al 18 maggio il Lingotto torna a essere il centro nevralgico dell’editoria italiana

La 38ª edizione del Salone Internazionale del Libro riporta a Torino centinaia di autori, editori e intellettuali, mentre il Salone Off invade quartieri, teatri e biblioteche. Ma dietro la festa dei libri si intravede il ritratto inquieto di un Paese che celebra la cultura come si celebra un antico rito civile, pur praticandolo sempre meno.

Per cinque giorni Torino diventa una repubblica letteraria provvisoria. Al Lingotto si incontrano editori, scrittori e lettori da tutto il mondo, mentre la città si trasforma in un laboratorio culturale diffuso. Il Salone del Libro resta il più importante appuntamento editoriale italiano, ma anche uno specchio delle contraddizioni culturali del Paese.


di Andrea Montesi

C’è qualcosa di magnificamente ambiguo nel Salone Internazionale del Libro di Torino. Da quasi quarant’anni l’Italia vi accorre come i fedeli a una processione laica, trascinando trolley, manoscritti, illusioni editoriali e un certo provincialismo elegante che è il vero stile nazionale. Dal 14 al 18 maggio, il Lingotto Fiere tornerà a essere il santuario della parola stampata: migliaia di metri quadrati occupati da editori, autori, agenti letterari, traduttori, aspiranti romanzieri, professori universitari e lettori compulsivi che sfogliano libri come altri tastano reliquie.

La 38ª edizione del Salone conferma Torino come capitale morale dell’editoria italiana. Non Milano, che pubblica libri come si producono detersivi. Non Roma, troppo occupata a trasformare ogni discorso culturale in una questione di correnti e clientele. Torino conserva invece un rapporto quasi industriale con la cultura: severo, operaio, disciplinato. Del resto il Salone nacque qui nel 1988, in una città ancora attraversata dall’ombra lunga della FIAT e della sua religione produttiva. È significativo che il più grande evento letterario italiano viva proprio dentro il Lingotto, l’antica fabbrica progettata da Giacomo Matté-Trucco negli anni Venti, quella con la pista sul tetto dove un tempo correvano automobili e oggi sfilano editori in sneaker bianche e occhiali da intellettuale europeo. Ogni epoca ha i suoi templi. Il nostro ha stand modulari, luci LED e file interminabili per un firmacopie.

Il Salone non è soltanto una fiera editoriale. È il teatro dove l’Italia mette in scena la propria nostalgia di nazione colta. Per cinque giorni ci convinciamo di vivere ancora nel Paese di Calvino, Pavese, Ginzburg, Eco. Poi arrivano le statistiche e il sipario cade. Secondo i dati ISTAT e dell’Associazione Italiana Editori, oltre un terzo degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno. Eppure il Salone cresce, si espande, moltiplica eventi, ospiti internazionali, dirette, podcast, incontri-spettacolo. È la grande contraddizione contemporanea: la cultura come spettacolo di massa in un Paese che pratica sempre meno l’abitudine lenta e silenziosa della lettura.

Ma sarebbe sciocco liquidare Torino come una semplice fiera vanitosa. Dentro quel gigantesco organismo cartaceo avviene ancora qualcosa di autentico. Gli editori indipendenti resistono accanto ai colossi. I traduttori diventano improvvisamente visibili. Gli autori dialogano davvero con i lettori. Si discute di guerra, filosofia, intelligenza artificiale, poesia, Medio Oriente, ecologia, censura, sessualità, memoria europea. Per qualche giorno il libro smette di essere un prodotto decorativo e torna a essere un detonatore di idee.

La forza del Salone sta soprattutto nella sua natura anfibia. Da una parte è una macchina economica enorme. L’editoria italiana vale miliardi di euro e il Salone rappresenta uno snodo decisivo per diritti, distribuzione, promozione e relazioni internazionali. Dall’altra parte conserva una dimensione quasi artigianale. Si continua a parlare di libri guardandosi negli occhi, cosa ormai rara in un ecosistema culturale dominato dagli algoritmi e dalla velocità isterica dei social network.

Naturalmente il Salone è anche un monumento alle nevrosi culturali italiane. Ogni anno esplodono polemiche: editori esclusi, ospiti contestati, dibattiti politici trasformati in risse ideologiche. Del resto i libri, in Italia, non vengono quasi mai presi sul serio finché non diventano occasione di conflitto. È una vecchia malattia nazionale. Da noi la cultura è rispettata soprattutto quando può essere usata come arma.

Eppure proprio questa conflittualità rende Torino viva. In altre capitali europee gli eventi letterari assomigliano a congressi notarili dell’intelligenza. Ordinati, educati, sterilizzati. Il Salone torinese conserva invece qualcosa di caotico e perfino plebeo. Nei corridoi si mescolano studenti, professori, influencer, pensionati, critici, adolescenti in cerca di manga e collezionisti di prime edizioni. È un piccolo esperimento democratico, forse involontario, certamente imperfetto.

Accanto al programma ufficiale torna anche il Salone Off, la manifestazione parallela che negli anni ha trasformato l’intera città in una mappa culturale diffusa. Biblioteche, librerie, scuole, carceri, teatri, case del quartiere, musei e circoli ospiteranno incontri, letture e spettacoli. È probabilmente qui che il Salone mostra il suo volto migliore. Non nel gigantismo commerciale del Lingotto, ma nella capacità di contaminare Torino, di insinuarsi nei suoi spazi quotidiani, di fare della letteratura una presenza urbana concreta.

Torino, del resto, è una città che possiede una malinconia intellettuale perfetta per i libri. Le sue piazze severe, i portici interminabili, la luce grigia del Po, l’eleganza trattenuta dei caffè storici sembrano fatte apposta per la conversazione letteraria. Nietzsche impazzì qui. Pavese vi ambientò il proprio esilio esistenziale. Primo Levi trasformò la disciplina torinese in una forma morale della scrittura. Non è un caso che il Salone abbia trovato proprio in questa città il proprio habitat naturale.

Quest’anno sono attesi centinaia di ospiti italiani e internazionali, editori provenienti da tutta Europa e migliaia di professionisti del settore. Il programma comprenderà presentazioni, lectio magistralis, confronti politici, reading, laboratori e incontri dedicati all’editoria per ragazzi, alla traduzione e alle nuove forme digitali della narrazione. Il Salone continua infatti a interrogarsi sul rapporto tra libro e tecnologia, tema inevitabile in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette di scrivere romanzi, recensioni e perfino poesie.

È qui che il discorso si fa più interessante e più feroce. Perché il vero rischio non è che le macchine scrivano libri. Il vero rischio è che gli uomini smettano di leggere con profondità. Il mercato contemporaneo premia la velocità, la semplificazione, il consumo compulsivo delle storie. Il libro rischia di diventare un accessorio identitario: qualcosa da mostrare, fotografare, accumulare. Il Salone combatte anche contro questa deriva, pur essendone in parte complice. Da una parte alimenta il circo mediatico dell’editoria. Dall’altra continua a offrire spazi di riflessione autentica.

Forse è proprio questa contraddizione a renderlo necessario. Il Salone del Libro non rappresenta un paradiso culturale. È piuttosto un campo di battaglia. Un luogo dove convivono mercato e pensiero critico, marketing e letteratura, vanità e ricerca intellettuale. Ma almeno lì, per cinque giorni, i libri tornano al centro della vita pubblica. E in un Paese che spesso considera la cultura un lusso ornamentale, non è poco.

Alla fine, il Salone di Torino resta soprattutto questo: una gigantesca illusione collettiva. L’illusione che la parola scritta possa ancora cambiare qualcosa. Che un romanzo, un saggio, una poesia possano incidere sul modo in cui guardiamo il mondo. È un’illusione fragile, forse perfino ingenua. Ma le civiltà muoiono precisamente quando smettono di credere nelle proprie illusioni migliori.


Articolo redazionale

A Subotica uno sguardo alternativo su “L’Italia come non l’avete mai vista”

All’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado approda la mostra fotografica “L’Italia come non l’avete mai vista”, un progetto espositivo che porta a Subotica immagini lontane dagli stereotipi turistici. In primo piano territori marginali, paesaggi industriali, periferie urbane e frammenti quotidiani di un’Italia meno celebrata ma più autentica.

La mostra ospitata a Subotica propone uno sguardo alternativo sul territorio italiano attraverso la fotografia contemporanea. Un percorso visivo che supera l’immagine convenzionale del Belpaese e invita il pubblico serbo a osservare l’Italia nelle sue trasformazioni sociali, urbane e culturali.


di Serena Galimberti

C’è un’Italia che raramente compare nelle campagne turistiche, nelle brochure istituzionali o nelle fotografie da social network. Non è quella delle gondole veneziane, delle colline toscane o dei tramonti sulla Costiera Amalfitana. È un’Italia più complessa, talvolta contraddittoria, fatta di periferie, stazioni ferroviarie, zone industriali, borghi dimenticati, quartieri popolari e paesaggi sospesi tra memoria e trasformazione. È questa la prospettiva scelta dalla mostra fotografica “L’Italia come non l’avete mai vista”, ospitata a Subotica con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado.

L’esposizione si inserisce nel programma di promozione culturale italiana all’estero promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. L’obiettivo è chiaro: offrire al pubblico internazionale un’immagine dell’Italia meno prevedibile e più aderente alla sua realtà contemporanea. Una scelta che assume un significato particolare in un momento storico in cui l’identità culturale europea viene continuamente attraversata da trasformazioni sociali, economiche e geopolitiche.

Subotica, città serba vicina al confine ungherese e storicamente crocevia di culture, rappresenta un contesto ideale per una mostra di questo tipo. Il suo tessuto urbano conserva influenze austro-ungariche, balcaniche e mitteleuropee che dialogano naturalmente con il linguaggio della fotografia contemporanea. Non è un dettaglio secondario. Portare qui una riflessione visiva sull’Italia significa inserirla dentro uno spazio europeo periferico ma strategico, lontano dai grandi circuiti culturali occidentali e proprio per questo particolarmente ricettivo.

La mostra punta a ribaltare una narrazione consolidata. Da decenni il racconto internazionale dell’Italia resta ancorato a un repertorio visivo quasi immutabile: monumenti storici, patrimonio artistico, gastronomia, lusso, paesaggi da cartolina. Un immaginario efficace sul piano turistico ma limitante sul piano culturale. Le fotografie esposte a Subotica scelgono invece un’altra direzione. Non cercano l’effetto estetico immediato né l’esaltazione pittoresca del territorio. Preferiscono raccontare spazi intermedi, margini urbani, architetture quotidiane e frammenti di vita ordinaria.

È una linea fotografica che affonda le radici nella grande tradizione del reportage italiano del Novecento. Da Luigi Ghirri a Gabriele Basilico, fino alle ricerche più recenti sulla trasformazione del paesaggio urbano, la fotografia italiana ha spesso lavorato sul confine tra documentazione e interpretazione critica. Le immagini esposte non si limitano infatti a descrivere luoghi. Interrogano il rapporto tra identità, modernità e memoria collettiva.

Molte fotografie mostrano città lontane dalle rappresentazioni ufficiali. Quartieri periferici attraversati da nuove migrazioni, aree industriali dismesse, infrastrutture contemporanee che convivono con il patrimonio storico. In alcuni scatti emerge il contrasto tra il peso della tradizione e la pressione del cambiamento economico. In altri prevale invece una dimensione più intima e quotidiana: mercati rionali, strade semivuote, insegne consumate dal tempo, dettagli urbani che normalmente sfuggono allo sguardo veloce del turismo internazionale.

Il titolo stesso della mostra contiene un messaggio preciso. “L’Italia come non l’avete mai vista” non promette una rivelazione spettacolare. Suggerisce piuttosto un cambio di prospettiva. Invita il pubblico a liberarsi di una visione semplificata del Paese e ad accettarne la complessità. È un approccio che oggi riguarda molte istituzioni culturali europee impegnate a ridefinire il rapporto tra identità nazionale e rappresentazione pubblica.

La fotografia contemporanea svolge in questo senso un ruolo decisivo. A differenza della comunicazione turistica o pubblicitaria, la fotografia d’autore conserva la capacità di rallentare lo sguardo e produrre interpretazione. Le immagini non offrono risposte immediate. Creano domande. Costringono l’osservatore a confrontarsi con ciò che normalmente resta ai margini della rappresentazione ufficiale.

Anche per questo la mostra assume una dimensione politica, pur senza adottare toni militanti. Mostrare l’Italia reale significa inevitabilmente confrontarsi con le sue fratture sociali, con le disuguaglianze territoriali, con il rapporto spesso problematico tra sviluppo economico e tutela del paesaggio. Alcune fotografie documentano territori segnati dalla deindustrializzazione, altre raccontano l’espansione urbana incontrollata o la trasformazione delle province italiane sotto la pressione della globalizzazione.

Eppure il percorso espositivo evita ogni compiacimento pessimista. Non c’è denuncia spettacolare né estetizzazione del degrado. La scelta curatoriale appare orientata piuttosto verso un equilibrio tra analisi e osservazione. Le immagini mantengono una forte qualità formale ma rinunciano all’effetto decorativo. La fotografia diventa così uno strumento di conoscenza più che di intrattenimento visivo.

L’iniziativa conferma inoltre il ruolo crescente degli Istituti Italiani di Cultura come piattaforme di diplomazia culturale. Negli ultimi anni queste istituzioni hanno progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, superando la tradizionale promozione della lingua e del patrimonio artistico classico per aprirsi alla fotografia contemporanea, al cinema documentario, all’architettura e alle arti visive. Una strategia che risponde all’esigenza di raccontare un’Italia contemporanea e non soltanto monumentale.

Nel caso di Subotica, il dialogo culturale assume anche una valenza regionale. I Balcani rappresentano da tempo uno spazio strategico per la politica culturale italiana, sia sul piano diplomatico sia su quello economico. Attraverso eventi come questa mostra, l’Italia rafforza la propria presenza culturale in un’area storicamente attraversata da tensioni ma anche da profonde connessioni europee.

Il pubblico serbo si trova così davanti a un’Italia meno rassicurante ma probabilmente più credibile. Un Paese che non coincide soltanto con il suo patrimonio storico ma con le sue trasformazioni contemporanee. Una società attraversata da cambiamenti demografici, migrazioni, crisi industriali e nuove forme di urbanizzazione. La fotografia riesce a rendere visibili questi processi senza trasformarli in slogan.

In fondo è proprio questo il valore più interessante della mostra. Ricordare che la cultura non serve soltanto a celebrare identità consolidate, ma anche a metterle in discussione. L’Italia raccontata a Subotica non cerca consenso immediato né autocelebrazione. Chiede invece attenzione, tempo e capacità critica. In un panorama visivo dominato dalla velocità e dalla semplificazione, è già una scelta significativa.


Articolo redazionale

Die Gelbe Wand, la soglia invisibile della fotografia

A Pordenone nasce un nuovo spazio dedicato alla ricerca contemporanea e inaugura con “The Cosmic Prayer”, prima personale europea del fotografo giapponese Gak Yamada

A Pordenone apre Die Gelbe Wand, nuovo centro per la fotografia contemporanea, e sceglie di inaugurare con il lavoro inquieto e visionario di Gak Yamada, artista giapponese che trasforma la fotografia in materia fragile, ferita, quasi rituale.


di Andrea Valenti

A volte le città cambiano senza fare rumore. Accade in un edificio dismesso, dietro una facciata anonima, nel momento in cui qualcuno decide che uno spazio vuoto può ancora custodire una promessa. A Pordenone, nel percorso che conduce al 2027 – anno in cui la città sarà Capitale italiana della Cultura – accade qualcosa di simile con Die Gelbe Wand, nuovo spazio espositivo nato all’interno dei Mercati Culturali Pordenone. Un luogo dedicato alla fotografia contemporanea e alle sue zone di confine, inaugurato con “The Cosmic Prayer”, prima mostra personale europea dell’artista giapponese Gak Yamada.

La sede ha qualcosa di emblematico: un ex supermercato di ottocento metri quadrati trasformato attraverso una collaborazione tra enti pubblici e privati. Non soltanto un recupero architettonico, ma un tentativo di immaginare un nuovo centro gravitazionale culturale nel Nord-Est italiano. Die Gelbe Wand nasce infatti con una vocazione internazionale precisa, guardando soprattutto alla fotografia sperimentale sviluppata nell’area tedesca e in Giappone. Una traiettoria non casuale, che cerca di mettere in dialogo linguaggi periferici e sensibilità spesso lontane dai grandi circuiti europei.

Per aprire questo nuovo capitolo è stato scelto un autore che sfugge alle definizioni. Nato nella prefettura di Ehime nel 1973, Gak Yamada attraversa la fotografia come un territorio instabile. Prima i viaggi in Africa durante gli anni universitari, poi il lungo soggiorno in India e Nepal, dove il confronto con il buddhismo e con una dimensione spirituale più profonda sembra incrinare il suo sguardo. Tornato in Giappone, racconta di avere iniziato a vedere improvvisamente immagini interiori traboccanti di colore. Fu allora che abbandonò la macchina fotografica, vendette tutta l’attrezzatura e si dedicò esclusivamente alla pittura astratta.

Per quasi sette anni Yamada dipinge come se dovesse liberarsi di qualcosa. Poi arriva il silenzio creativo, la paralisi. A riportarlo verso la fotografia è un libro capitale della cultura visiva giapponese del Novecento: Farewell Photography di Daido Moriyama, pubblicato nel 1972, opera estrema e corrosiva che rivoluzionò il linguaggio fotografico giapponese introducendo immagini sporche, sovraesposte, mosse, lontanissime dall’idea occidentale di perfezione tecnica. Yamada vi riconosce una possibilità nuova: non fotografia, non pittura, ma una terza forma ancora indefinita.

Da quel momento la sua ricerca prende una direzione radicale. I suoi lavori non cercano di rappresentare il reale, quanto piuttosto di attraversarlo, consumarlo, ferirlo. Le opere esposte a Pordenone seguono questa traiettoria come un unico racconto frammentato. La prima sala è occupata dalla serie HIGAN, forse il momento più direttamente fotografico del suo percorso. Le immagini, ispirate apertamente all’opera di Moriyama, coprono un’intera parete e producono una sensazione quasi fisica. Non sembrano fotografie da osservare una a una, ma una massa visiva continua, un muro di apparizioni intermittenti.

È qui che si comprende come Yamada lavori soprattutto sulla soglia. Ogni immagine è il residuo di una trasformazione. In alcune serie l’artista immerge le stampe nell’acqua per giorni interi, osservando il diverso comportamento chimico delle carte Fujifilm e Kodak. La superficie fotografica si sfalda lentamente, perde strati, lascia emergere colori inattesi. Nella serie Red il blu scompare quasi del tutto e resta un rosso denso, inquieto, che Yamada sfrega con le dita fino a trasformarlo in una ferita cromatica. Non c’è alcun compiacimento estetico nella distruzione: semmai la volontà di mostrare quanto fragile sia l’immagine contemporanea, continuamente consumata dall’eccesso visivo del presente.

In Threshold la distruzione diventa ancora più lenta e impersonale. Le fotografie vengono lasciate all’aperto per settimane, esposte al vento e alla pioggia. Quando ritornano in studio sono ormai alterate dagli agenti atmosferici, quasi corrose. Yamada interviene allora con acrilici, foglie d’oro e d’argento, nastro adesivo e persino fuoco. La carta brucia, si apre, lascia intravedere il buio retrostante. La fotografia smette definitivamente di essere superficie e diventa oggetto. È forse questo il nucleo più intenso della sua ricerca: il tentativo di raggiungere un punto in cui immagine e materia coincidano.

Nella seconda sala il percorso cambia ancora. Appaiono light box, suoni, bagliori sospesi. Yamada parla del light box come di una forma rituale, un kata, termine che nella tradizione giapponese indica una struttura codificata capace però di generare libertà creativa. Qui il suono entra nelle opere come una vibrazione sotterranea. Non accompagna le immagini: sembra piuttosto evocarle. L’effetto è straniante, quasi ipnotico.

Tra i lavori più enigmatici c’è Ku (“Cielo”), realizzato attraverso uno scanner anziché con una macchina fotografica. Gli oggetti – frammenti di carta washi, piccoli materiali quotidiani – sembrano galleggiare in uno spazio senza gravità. Lo scanner elimina il punto di vista umano e trasforma la ripresa in una specie di registrazione neutrale e spettrale. Le cose perdono peso, diventano tracce luminose. Guardandole si ha l’impressione che stiano per dissolversi da un momento all’altro.

La ricerca più recente approda invece alla serie Kankō, dove le fotografie deteriorate vengono ispessite con cartone e incise con un saldatore. I segni ricordano la scrittura cuneiforme, le antiche iscrizioni su osso o argilla, i caratteri oracolari cinesi. Yamada è attratto dall’idea che ogni gesto artistico nasca da una stessa urgenza primitiva: lasciare un segno prima che il tempo cancelli tutto. In queste opere la fotografia smette quasi di esistere come medium autonomo e diventa reliquia, tavola arcaica, preghiera materiale.

Negli ultimi anni il lavoro dell’artista ha iniziato a ottenere riconoscimenti importanti. Nel 2022 Yamada ha vinto il Ruinart Japan Award nell’ambito della KYOTOGRAPHIE International Portfolio Review, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati alla fotografia contemporanea in Asia. Le opere nate durante la residenza artistica in Francia sono poi confluite nella mostra del KYOTOGRAPHIE 2023, visitata da oltre seimila persone. Gran parte di quei lavori è stata successivamente acquisita dall’“anonymous art project” sostenuto dal Gruppo Melco. Per il 2026 è già prevista inoltre la partecipazione al Demo Festival del New Museum di New York.

Ma forse i riconoscimenti raccontano soltanto una parte minima di ciò che accade davanti alle opere di Yamada. Perché la sensazione più persistente, uscendo da Die Gelbe Wand, è che quelle immagini non chiedano davvero di essere comprese. Restano lì, come superfici sopravvissute a un incendio, come frammenti recuperati dopo una lunga notte. Eppure continuano a emanare qualcosa. Una vibrazione lieve, ostinata. Quasi una voce sommessa che arriva da molto lontano.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo redazionale