Mese: Maggio 2026

  • Orazio Gentileschi, il pittore che inseguiva la luce

    Orazio Gentileschi, il pittore che inseguiva la luce

    Si è chiusa ai Musei Reali di Torino la grande mostra dedicata al maestro toscano: oltre 44mila visitatori per un viaggio dentro la grazia inquieta del Seicento europeo. Ci sono artisti come Orazio Gentileschi che sembrano appartenere a un luogo preciso e altri che, invece, portano dentro di sé il movimento. La mostra torinese appena conclusa ha raccontato proprio questo: la vita di un uomo che attraversò corti, città e regni inseguendo la pittura come una forma di destino.


    di Chiara Vassallo

    Forse è inevitabile che alcuni pittori restino intrappolati nell’ombra di qualcun altro. Nel caso di Orazio Gentileschi, per molti anni quell’ombra ha avuto il volto potente e tragico della figlia Artemisia. Eppure basta fermarsi davanti a una delle sue tele per capire che Orazio non è mai stato un comprimario della storia dell’arte. Semmai è stato un uomo elegante e inquieto, uno di quegli artisti che sembrano passare nel mondo con discrezione, lasciando dietro di sé una luce difficile da dimenticare. La mostra “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”, ospitata nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino dal 22 novembre 2025 al 3 maggio 2026, si è chiusa con oltre 44mila visitatori, confermando quanto il pubblico contemporaneo senta ancora il bisogno di tornare a guardare il Seicento non come un secolo remoto, ma come un luogo emotivo dove passioni, ambizioni e ferite somigliano ancora alle nostre.

    La mostra, curata da Annamaria Bava e Gelsomina Spione e organizzata dai Musei Reali di Torino con Arthemisia, ha riunito più di quaranta opere provenienti da istituzioni come il Louvre, il Prado, la Pinacoteca Vaticana, Palazzo Barberini e gli Uffizi. Un’impresa quasi irripetibile, oggi, in un tempo in cui i prestiti internazionali sono sempre più complessi e costosi.

    Ma il punto non era soltanto la qualità delle opere esposte. Era il racconto. Il modo in cui questa esposizione ha scelto di seguire Orazio attraverso i suoi spostamenti, quasi fosse un uomo incapace di fermarsi davvero. Roma, Genova, Torino, Parigi, Londra. Ogni città sembra avergli lasciato addosso qualcosa: una nuova luce, un diverso silenzio, un’altra idea di bellezza.

    Orazio Gentileschi nasce a Pisa nel 1563, ma è Roma la città che lo forma davvero. Arriva giovanissimo, ancora con il cognome Lomi, e trova una capitale piena di cantieri, tensioni religiose e artisti che cercano un linguaggio nuovo dopo la grande stagione manierista. È una Roma feroce e magnetica, dove Caravaggio cambia per sempre il modo di guardare la realtà. Gentileschi lo incontra, lo frequenta, ne assorbe il naturalismo, ma senza mai perdere la propria delicatezza. Se Caravaggio ferisce l’occhio con il buio e la carne, Orazio sembra voler accarezzare la luce.

    È forse questa la sua cifra più profonda: la grazia. Una grazia che non è debolezza, ma controllo. Nelle sue figure c’è sempre qualcosa di trattenuto, come se i personaggi custodissero un pensiero che non riescono a dire fino in fondo.

    La mostra torinese insiste molto su questo aspetto, accompagnando il visitatore dentro l’evoluzione del suo stile. Dai primi dipinti ancora legati alla cultura tardo manierista fino alle opere della maturità, attraversate da un naturalismo più morbido rispetto a quello caravaggesco.

    E poi c’è il viaggio vero e proprio. Gentileschi si muove continuamente perché il Seicento funziona così: gli artisti cercano protezione presso i potenti, inseguono committenze, attraversano corti europee dove la pittura è prestigio politico prima ancora che arte. Orazio capisce molto presto che il talento da solo non basta. Bisogna sapersi adattare. Piacere ai cardinali romani, ai nobili genovesi, ai Savoia, alla corte francese e infine a quella inglese di Carlo I.

    A Torino arriva nel 1623 con quella che molti considerano una delle sue opere più alte: l’“Annunciazione” oggi conservata alla Galleria Sabauda. È il dipinto che diventa il centro ideale dell’intera mostra. Guardandolo, si ha la sensazione che tutto avvenga in punta di piedi. L’angelo entra nello spazio senza violarlo, Maria sembra sospesa in un silenzio quasi domestico. Non c’è teatralità. Non c’è retorica. Solo una luce lattiginosa che trasforma la scena sacra in qualcosa di intimamente umano.

    Forse è proprio questo che rende Orazio così contemporaneo. La sua capacità di togliere rumore alle immagini.

    Eppure la sua vita attraversa anche zone oscure. La più nota resta il processo del 1612 contro Agostino Tassi, accusato dello stupro di Artemisia Gentileschi. La mostra affronta quel momento senza trasformarlo in spettacolo, ma ricordando quanto quella vicenda abbia inciso non solo sulla biografia della figlia, ma anche sul clima emotivo e sociale che circondava Orazio. Nei verbali del processo emerge un mondo di botteghe, rivalità, dipendenze economiche e rapporti fragili. Un mondo dove arte e potere si mescolano continuamente.

    È interessante che il percorso espositivo abbia scelto di dedicare spazio anche ad Artemisia. Non come semplice presenza inevitabile, ma come artista autonoma, capace di sviluppare una propria voce drammatica e intensissima. Padre e figlia finiscono così per apparire vicini e lontanissimi allo stesso tempo: lui più controllato, aristocratico, musicale; lei più feroce, carnale, esposta.

    A Genova, Orazio conosce forse il momento più felice della propria carriera italiana. Lavora per le grandi famiglie aristocratiche e incontra artisti come Simon Vouet, in una città ricca, internazionale, attraversata da commerci e influenze culturali. Le sue tele diventano sempre più raffinate. I tessuti sembrano vibrare. Le mani femminili acquistano una leggerezza quasi irreale.

    Poi arriva Parigi. E infine Londra. Quando sbarca alla corte di Carlo I d’Inghilterra ha quasi sessantatré anni. Non è più un giovane pittore in cerca di fortuna. È un uomo che ha attraversato l’Europa e che continua, ostinatamente, a cercare uno spazio dove sentirsi riconosciuto. A Londra incontra Van Dyck e dialoga con una pittura sempre più luminosa e preziosa. Le opere tarde sembrano dipinte con una materia più sottile, come se il colore stesso stesse evaporando nella luce.

    Il “Ritrovamento di Mosè” del Prado, esposto per la prima volta in Italia proprio a Torino, racconta bene questa fase estrema della sua ricerca. Tutto appare sofisticato e lieve, ma sotto quella bellezza si avverte qualcosa di malinconico. Come se Gentileschi sapesse che il viaggio sta per finire. Morirà a Londra nel 1639, lontano dall’Italia.

    Forse è anche per questo che la mostra torinese ha avuto un valore speciale. Per qualche mese Orazio Gentileschi è tornato simbolicamente in uno dei luoghi che avevano segnato la sua vita artistica. E migliaia di persone hanno scelto di fermarsi davanti ai suoi dipinti, dentro quel silenzio elegante che continua a parlarci dopo quattro secoli.


    Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 
    Articolo redazionale
  • Nella città scaligera un laboratorio diffuso, mentre l’Europa cerca ancora di capirsi

    Nella città scaligera un laboratorio diffuso, mentre l’Europa cerca ancora di capirsi

    Dal 4 maggio Verona si trasforma in un crocevia di idee e linguaggi. Tra incontri, mostre e dibattiti, il festival Verona Europa mette a fuoco le tensioni e le promesse del continente. Senza illusioni, ma con una certa ostinazione culturale.


    di Carlo Venturi

    Con Verona Europa – festival avviato il 4 maggio – la città scaligera prova a smettere i panni dell’oleografia turistica per infilarsi in quelli, meno comodi ma più utili, di un osservatorio sul presente. Non è un’operazione scontata. Parlare d’Europa oggi significa muoversi su un terreno sdrucciolevole: guerre ai confini, equilibri politici fragili, identità che si sfilacciano. Il rischio è quello di scivolare nella retorica o, peggio, nel convegno autoreferenziale. Verona Europa, almeno nelle intenzioni, evita entrambi. Mette insieme geopolitica e arte, accademia e divulgazione, e prova a farli dialogare senza troppi inchini reciproci.

    Il formato è quello ormai rodato dei festival culturali diffusi. Ma qui la dispersione non è un difetto: è metodo. Gli incontri si spargono tra sedi istituzionali, spazi espositivi e luoghi universitari, coinvolgendo direttamente l’Università di Verona e una rete di istituzioni locali. La città diventa una mappa da attraversare, più che un contenitore da riempire.

    Il cuore della rassegna sono i talk sugli scenari internazionali. Non conferenze decorative, ma tentativi – riusciti o meno – di mettere ordine nel caos. Si discute di equilibri globali, di relazioni tra Stati, di un’Europa che oscilla tra ambizione politica e impotenza strategica. Non mancano le voci discordi, e meno male: il consenso unanime, in questi casi, è il primo segnale che qualcosa non funziona.

    Accanto alla parola, l’immagine. Mostre diffuse che cercano di raccontare il continente attraverso linguaggi artistici contemporanei. Qui il rischio è opposto: dire troppo senza dire nulla. Ma quando il progetto regge, l’arte riesce dove la politica fallisce – suggerisce, evoca, mette in crisi senza pretendere soluzioni. E in tempi di slogan facili, non è poco.

    Verona Europa si inserisce in un filone ormai consolidato di festival italiani dedicati all’attualità – dalla geopolitica all’economia, passando per la filosofia. La differenza, semmai, sta nel taglio europeo esplicito. Non un tema tra gli altri, ma l’asse portante. Una scelta che ha un suo coraggio, perché obbliga a confrontarsi con un’identità che esiste più nei documenti che nella percezione quotidiana.

    L’Europa, del resto, è un oggetto curioso. Nasce come progetto politico ed economico nel secondo dopoguerra, si consolida con i trattati – da Roma a Maastricht – e si allarga fino a comprendere 27 Stati membri. Ma più cresce, più fatica a definirsi. È mercato, è istituzione, è promessa. Ma raramente è sentimento condiviso. Ed è proprio su questo scarto che il festival prova a lavorare.

    Il coinvolgimento dell’università non è un dettaglio. Iniziative come questa funzionano solo se riescono a mettere in contatto ricerca e cittadinanza. Non basta portare nomi noti sul palco: serve costruire un tessuto critico. L’ateneo veronese, con i suoi dipartimenti e le sue competenze, diventa così uno dei motori della rassegna. Non sempre visibile, ma essenziale.

    C’è poi la questione del pubblico. A chi parla Verona Europa? Non certo a una platea specialistica, ma nemmeno a un pubblico distratto. Il target è quello intermedio – il lettore curioso, il cittadino che vuole capire senza farsi incantare. Una categoria sempre più rara, e proprio per questo preziosa.

    Naturalmente, non tutto funziona alla perfezione. Alcuni incontri rischiano di scivolare nel già detto, certi dibattiti si allungano più del necessario. È il difetto tipico dei festival: la tentazione di riempire ogni spazio. Ma sono inciampi fisiologici, che non compromettono l’impianto generale.

    Più interessante è il segnale politico, nel senso alto del termine. In un’epoca in cui le città sembrano inseguire modelli standardizzati di attrattività culturale, Verona prova a costruire una propria identità. Non più solo patrimonio da conservare, ma piattaforma di confronto. È una scommessa, e come tutte le scommesse può essere persa. Ma almeno è giocata.

    Alla fine, Verona Europa non risolve il problema dell’identità europea – sarebbe chiedere troppo a un festival. Però lo mette a tema, lo espone, lo rende discutibile. E già questo, di questi tempi, è un risultato. Perché il vero rischio non è non avere risposte. È smettere di farsi domande.


    Articolo redazionale
  • Alla terza edizione il festival torinese amplia lo sguardo e supera i confini dell’arte

    Alla terza edizione il festival torinese amplia lo sguardo e supera i confini dell’arte

    Con il tema “Mettersi a nudo”, EXPOSED Torino Foto Festival torna a interrogare il ruolo dell’immagine nella società contemporanea. Tra grandi firme e nuove prospettive, la città si conferma crocevia internazionale della fotografia.


    di Luca Ferraris

    Torino ha costruito negli ultimi anni una reputazione solida come capitale italiana dell’immagine. Non è un caso isolato, ma il risultato di una strategia culturale coerente, che ha saputo integrare istituzioni museali, fondazioni private e un tessuto urbano predisposto alla sperimentazione. La terza edizione di EXPOSED Torino Foto Festival si inserisce in questo percorso e ne rappresenta, almeno per ora, uno dei punti più avanzati. Il tema scelto – “Mettersi a nudo” – è di quelli che non lasciano indifferenti. Non si tratta solo di una provocazione estetica, ma di una chiave di lettura del nostro tempo. In un’epoca dominata dall’esposizione permanente sui social media e dalla costruzione artificiale dell’identità digitale, il gesto di “spogliarsi” assume un significato ambivalente: liberazione o vulnerabilità, autenticità o spettacolo. Il festival prende questa ambiguità e la trasforma in materia di indagine.

    Il dibattito si è acceso soprattutto attorno alla partecipazione di Yorgos Lanthimos. Il regista greco, noto per un cinema che esplora le zone oscure del comportamento umano, porta a Torino una serie di scatti che riflettono la stessa tensione dei suoi film. Le immagini non cercano consenso: mettono a disagio, interrogano, costringono lo spettatore a prendere posizione. È una scelta coerente con l’impostazione del festival, che privilegia la fotografia come linguaggio critico piuttosto che decorativo.

    Accanto a Lanthimos, il programma include autori di primo piano come Paola Agosti, figura storica della fotografia italiana. Il suo lavoro, radicato nella documentazione sociale e politica, introduce un contrappunto fondamentale. Se da un lato le nuove produzioni esplorano il corpo come territorio simbolico, dall’altro Agosti ricorda che la fotografia nasce anche come strumento di testimonianza. Il dialogo tra queste due dimensioni – introspezione e impegno – è uno degli elementi più riusciti della rassegna.

    EXPOSED non si limita a un unico spazio espositivo. Coinvolge numerosi luoghi della città, trasformando Torino in un circuito diffuso. È una scelta che risponde a una logica precisa: decentralizzare l’esperienza culturale e renderla accessibile a pubblici diversi. In questo senso, il festival si inserisce in una tendenza più ampia che riguarda le grandi città europee, sempre più orientate a utilizzare eventi culturali come strumenti di rigenerazione urbana e attrattività internazionale.

    Il contesto globale è determinante per comprendere il significato di iniziative come questa. La fotografia, nell’ultimo decennio, ha subito una trasformazione radicale. La diffusione degli smartphone e delle piattaforme digitali ha democratizzato la produzione di immagini, ma ha anche inflazionato il loro valore. In questo scenario, i festival assumono un ruolo di selezione e interpretazione. Non producono immagini, ma costruiscono narrazioni.

    Torino sembra aver compreso questa dinamica. EXPOSED si propone non solo come vetrina, ma come dispositivo critico. Il tema del corpo, declinato attraverso il “mettersi a nudo”, diventa un modo per interrogare questioni più ampie: la privacy, la sorveglianza, la mercificazione dell’identità. Sono temi che attraversano le economie contemporanee, dove i dati personali rappresentano una risorsa strategica e la visibilità è spesso una moneta di scambio.

    Dal punto di vista istituzionale, il festival beneficia del coinvolgimento di attori pubblici e privati. La collaborazione tra enti locali, fondazioni e operatori culturali riflette un modello di governance sempre più diffuso in Europa. È un modello che cerca di conciliare sostenibilità economica e qualità artistica, anche se non mancano le criticità. La dipendenza da finanziamenti e sponsor può influenzare le scelte curatoriali, imponendo equilibri non sempre facili da gestire.

    Eppure, nel caso di EXPOSED, l’equilibrio sembra reggere. Il programma mantiene una coerenza tematica e una certa autonomia intellettuale. Non tutto convince allo stesso modo, ma l’impianto complessivo restituisce l’immagine di un festival maturo.

    Resta la domanda di fondo: quale pubblico intercetta un evento del genere? La fotografia contemporanea, soprattutto quando assume toni concettuali, rischia di parlare a una cerchia ristretta. EXPOSED prova ad allargare il perimetro, ma la sfida è aperta. Rendere accessibile senza semplificare è un equilibrio delicato, che richiede tempo e continuità.

    In definitiva, la terza edizione del festival conferma una tendenza: Torino non è più soltanto una città industriale riconvertita alla cultura, ma un laboratorio in cui l’immagine diventa strumento di lettura del presente. In un mondo saturo di fotografie, ciò che conta non è aggiungerne altre, ma capire cosa raccontano. EXPOSED, con tutti i suoi limiti, prova a farlo. E questo, oggi, è già un risultato significativo.


    Articolo redazionale
  • THE WITNESS: quando l’arte smette di guardare e comincia a rispondere

    THE WITNESS: quando l’arte smette di guardare e comincia a rispondere

    Alla Casa degli Artisti di Milano, NABA mette in scena una mostra che interroga il presente tra performance, teoria e pratica condivisa. Dal 13 al 17 maggio, studenti e docenti della Nuova Accademia di Belle Arti trasformano lo spazio espositivo in un laboratorio vivo. Tra installazioni, incontri e azioni performative, “The Witness” riflette sul ruolo dell’artista come testimone attivo della contemporaneità.


    di Salvatore Greco

    C’è stato un tempo in cui all’artista si chiedeva di guardare. Di osservare il mondo con un certo distacco, magari anche con una punta di superiorità – quella necessaria per restituirlo sotto forma di opera. Oggi invece sembra che guardare non basti più. Bisogna esserci, stare dentro le cose, prenderne posizione. E possibilmente anche sporcarsi le mani. “The Witness”, la mostra organizzata da NABA – Nuova Accademia di Belle Arti – alla Casa degli Artisti di Milano, parte proprio da qui: dall’idea che l’artista contemporaneo non sia più uno spettatore privilegiato, ma un testimone coinvolto, immerso fino al collo nelle contraddizioni del presente.

    La mostra, in programma dal 13 al 17 maggio 2026, nasce da una collaborazione tra NABA e Casa degli Artisti, con il patrocinio del Municipio 1. Non è un dettaglio burocratico: è piuttosto il segnale di un’alleanza tra istituzioni che condividono una certa idea di cultura – aperta, attraversabile, quasi porosa. Del resto, Casa degli Artisti è uno di quei luoghi che sembrano fatti apposta per ospitare esperimenti di questo tipo: un edificio con una storia che risale al 1909, oggi trasformato in un centro di produzione contemporanea dove atelier, residenze e spazi pubblici convivono in una specie di ecosistema creativo in costante mutazione.

    “The Witness” si inserisce nel più ampio Public Program 2026 di NABA, una costellazione di eventi che si distribuiscono tra Milano, Roma e altri spazi culturali, con l’ambizione – nemmeno troppo nascosta – di costruire un dialogo continuo tra accademia e città. Non è poco, soprattutto in un’epoca in cui le istituzioni culturali rischiano spesso di parlare tra loro senza accorgersi del mondo fuori.

    Il cuore della mostra è una domanda semplice solo in apparenza: cosa significa essere testimoni oggi, in un tempo in cui tutto è già visto, registrato, condiviso? Viviamo immersi in una visibilità permanente, dove ogni gesto può diventare contenuto e ogni evento una storia da raccontare in tempo reale. In questo scenario, l’artista potrebbe sembrare una figura ridondante. E invece no. Secondo il progetto curatoriale, è proprio qui che il suo ruolo si fa cruciale: non tanto nel produrre nuove immagini, quanto nel dare forma e senso a quelle che rischiano di perdersi nel rumore di fondo.

    A lavorare su questo crinale sono gli studenti e i docenti del Dipartimento di Arti Visive di NABA: dal Triennio in Pittura e Arti Visive al Biennio Specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali, fino ai master dedicati al mercato dell’arte, alla fotografia e all’ecologia. Un insieme eterogeneo, selezionato da un comitato che definire “di eccellenza” non è una formula vuota: tra i nomi coinvolti figurano artisti e curatori come Yuri Ancarani, Adrian Paci, Francesco Jodice, Marcello Maloberti e Patrick Tuttofuoco. Gente che, per capirci, non si limita a testimoniare: spesso contribuisce a scrivere le regole del gioco.

    L’allestimento, progettato da Matilde Cassani Studio, merita una parentesi a parte. Non tanto per un vezzo architettonico, quanto per la sua capacità di dialogare con il tema della mostra. Gli spazi della Casa degli Artisti vengono riconfigurati attraverso strutture in grigliato di alluminio antisdrucciolo – materiali recuperati da una precedente sfilata di moda. Dipinti in tonalità lilla e pesca, questi elementi diventano tavoli, panche, pareti, nicchie. Il risultato è curioso: qualcosa che nasce come superficie dura, quasi ostile, si trasforma in un ambiente accogliente. Una piccola metafora, forse, di quello che l’arte prova a fare con la realtà.

    Ma “The Witness” non si esaurisce nella dimensione espositiva. Anzi, a voler essere precisi, la mostra è solo una parte di un palinsesto più ampio che include performance, incontri teorici, momenti di confronto con il sistema dell’arte. L’inaugurazione del 13 maggio, per esempio, non è un semplice brindisi con opere appese alle pareti: è un dispositivo attivo, con interventi performativi che coinvolgono lo spazio interno ed esterno. Filippo Paci interroga il limite fisico con il proprio corpo, Francesca Furone lavora su dinamiche collettive, Priscilla Lucena Pinto riflette sull’identità come costruzione dello sguardo. Tre approcci diversi, un’unica domanda di fondo: dove finisce l’opera e dove comincia la realtà?

    Il giorno successivo, il 14 maggio, si entra nel territorio della teoria con il Curatorial Day. La tavola rotonda “Biografie immaginative” apre una riflessione che prosegue nel Curatorial Forum, dove studenti e alumni affrontano temi come ecologia, memoria, femminismi, decolonialismo. Parole che circolano spesso, forse anche troppo, ma che qui vengono rimesse in gioco attraverso pratiche concrete. La giornata si chiude con la lecture di Steven Henry Madoff, figura di riferimento nel panorama curatoriale internazionale, che presenta il suo libro “Unseparate”, dedicato alle estetiche di rete e all’interdisciplinarità.

    Il 15 maggio cambia registro: si passa dal pensiero all’incontro diretto con il mercato. I collezionisti Marta Orsola Sironi e Mauro Mattei entrano in scena per uno studio visit che mette gli studenti davanti a una realtà spesso percepita come distante. Non è solo una questione di vendere opere, ma di capire come queste si inseriscono in un sistema più ampio. In serata, Yuri Ancarani introduce una selezione di videoarte, riportando l’attenzione sulla dimensione visiva e narrativa.

    Il 16 maggio è dedicato alle performance, guidate dalle artiste Gaia De Megni e Marina Cavadini, con un focus sul rapporto tra corpo e materiali. Qui la teoria si dissolve definitivamente nella pratica, in un continuo scambio tra gesto e significato. Il giorno successivo, il 17 maggio, la chiusura è affidata a Collective Artender, collettivo nato da un laboratorio partecipativo: una scelta che suona quasi come una dichiarazione d’intenti, perché mette al centro la dimensione collettiva della creazione.

    Dietro tutto questo c’è NABA, un’istituzione che, dalla sua fondazione nel 1980 per iniziativa di Ausonio Zappa, ha cercato di scardinare la rigidità accademica tradizionale. Oggi è la più grande Accademia di Belle Arti in Italia e una delle poche a mantenere un equilibrio credibile tra formazione e sperimentazione. La sua presenza in classifiche internazionali come il QS World University Rankings non è solo un dato statistico, ma il riflesso di una strategia che punta sull’interdisciplinarità e sull’apertura verso le nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale.

    In fondo, “The Witness” funziona proprio perché non pretende di dare risposte definitive. Si limita – si fa per dire – a mettere in scena una serie di domande, lasciando che siano le opere, i corpi, le parole a tentare qualche risposta. In un’epoca in cui tutto sembra già raccontato, non è poco. Anzi, è forse l’unico modo per continuare a guardare senza smettere di vedere.


    Da Ufficio Stampa Casa degli Artisti | Emanuela Filippi <emanuela.filippi@casadegliartisti.org> 
    Articolo redazionale
  • Al Palazzo delle Esposizioni un viaggio negli anni ’70 italiani

    Al Palazzo delle Esposizioni un viaggio negli anni ’70 italiani

    Una mostra che racconta un decennio decisivo per la musica italiana e per Roma, crocevia di artisti, produttori e nuove sonorità. “ROMASUONA” ricostruisce un’epoca in cui la musica era anche racconto sociale, tensione civile e ricerca continua.


    di Giulio Rinaldi

    C’è stato un tempo in cui Roma non era soltanto la città del cinema e delle istituzioni, ma anche un laboratorio musicale in fermento. Gli anni Settanta, oggi restituiti dalla mostra “ROMASUONA” al Palazzo delle Esposizioni, sono stati un passaggio cruciale per la musica italiana. Non solo per i nomi che hanno segnato quell’epoca, ma per il modo in cui la musica ha saputo dialogare con il proprio tempo.
    La mostra, che sta registrando un successo inatteso, si muove proprio lungo questa linea: raccontare un decennio senza nostalgia, ma con attenzione ai fatti, alle trasformazioni, alle contraddizioni. È un percorso che mette insieme documenti, suoni, immagini e strumenti, restituendo la complessità di un periodo che non si lascia ridurre a una semplice stagione artistica.

    Negli anni Settanta la musica in Italia cambia pelle. La canzone leggera convive con una nuova urgenza espressiva. Nascono esperienze che guardano al rock progressivo, al jazz, alla musica sperimentale. Roma diventa uno dei centri di questa trasformazione, grazie anche alla presenza di studi di registrazione, case discografiche e spazi culturali che favoriscono l’incontro tra artisti diversi.

    Non è un caso che proprio nella capitale si sviluppino realtà come il Folkstudio, luogo di passaggio per molti cantautori, o che qui trovino spazio produzioni legate al cinema e alla televisione. La musica entra nei film, nei programmi, nella vita quotidiana. E si carica, inevitabilmente, delle tensioni di quegli anni.

    Perché gli anni Settanta sono anche un tempo difficile. Il contesto politico e sociale è segnato da conflitti, da una partecipazione diffusa ma spesso drammatica. La musica non resta fuori. Diventa, anzi, uno degli strumenti attraverso cui si raccontano le inquietudini collettive. I testi si fanno più diretti, più espliciti. Le sonorità cercano nuove strade, rompendo schemi consolidati.

    “ROMASUONA” restituisce bene questa dimensione. Non si limita a esporre oggetti, ma prova a ricostruire un clima. Si ascoltano registrazioni, si leggono testimonianze, si osservano materiali d’epoca che aiutano a comprendere come la musica fosse intrecciata alla vita culturale e politica del Paese.

    Accanto ai grandi nomi, trovano spazio anche esperienze meno note, ma non per questo meno significative. È una scelta importante, perché permette di evitare una narrazione riduttiva. Gli anni Settanta non sono stati soltanto il tempo dei protagonisti più celebri, ma anche di una rete diffusa di artisti, tecnici, produttori che hanno contribuito a costruire un sistema.

    Roma, in questo senso, ha avuto un ruolo particolare. La città offriva opportunità, ma anche contraddizioni. Da una parte le grandi produzioni, dall’altra una scena alternativa che cercava spazi di autonomia. La mostra mette in evidenza proprio questo doppio livello, mostrando come la musica potesse essere insieme industria e ricerca.

    Un altro elemento che emerge con chiarezza è il rapporto con le tecnologie. Gli anni Settanta sono anche il momento in cui cambiano gli strumenti di produzione e di registrazione. Si sperimenta con i sintetizzatori, si lavora sul suono in modo più consapevole. Questo porta a risultati nuovi, che influenzano anche le generazioni successive.

    Non manca, naturalmente, il riferimento alla dimensione internazionale. La musica italiana dialoga con ciò che accade fuori. Arrivano influenze dal rock anglosassone, dal jazz americano, dalle avanguardie europee. Ma non si tratta di imitazione. Piuttosto di un confronto che produce linguaggi originali.

    Il percorso espositivo è costruito con attenzione, senza effetti inutili. Si procede per temi, per ambienti, lasciando al visitatore il tempo di orientarsi. È una scelta coerente con l’impostazione generale della mostra, che evita la spettacolarizzazione per privilegiare la comprensione.

    Il successo di pubblico, in questo senso, non è sorprendente. C’è un interesse crescente per quegli anni, ma anche il bisogno di leggerli con strumenti adeguati. “ROMASUONA” risponde a questa esigenza, offrendo una ricostruzione solida, basata su fonti e su un lavoro curatoriale rigoroso.

    È anche un’occasione per riflettere sul presente. Molte delle dinamiche che si sono sviluppate allora – il rapporto tra musica e mercato, tra creatività e industria, tra impegno e intrattenimento – sono ancora attuali. Guardare agli anni Settanta significa, quindi, interrogarsi su ciò che è venuto dopo.

    La mostra non propone giudizi, ma suggerisce domande. E forse è questo il suo merito principale. Racconta un’epoca senza semplificarla, lasciando emergere le sue contraddizioni. E ricorda che la musica, quando è davvero tale, non è mai solo suono. È anche storia, società, memoria.

    In una città come Roma, abituata a convivere con il proprio passato, questo sguardo sugli anni Settanta assume un valore particolare. Non è un ritorno nostalgico, ma un tentativo di capire. E, in fondo, di ascoltare meglio anche il presente.


    Articolo redazionale
  • A Bienne la fotografia diventa racconto politico e umano

    A Bienne la fotografia diventa racconto politico e umano

    Il festival svizzero Bieler Fototage sceglie la “Vulnerabilità” come tema centrale, aprendo uno spazio visivo e narrativo sulle fragilità contemporanee. Un appuntamento che unisce ricerca artistica e impegno civile, coinvolgendo collettivi e autori da tutta Europa.


    di Marta Bellomi

    Ci sono parole che, se pronunciate ad alta voce, sembrano perdere forza. “Vulnerabilità” è una di queste. Eppure a Bienne, cittadina svizzera ordinata e discreta, questa parola diventa materia concreta, immagine, gesto. Il Bieler Fototage – inaugurato il 9 maggio, con anteprime molto partecipate già nei giorni precedenti – ha scelto proprio questo tema per la sua nuova edizione, trasformandolo in un filo conduttore che attraversa mostre, incontri e progetti disseminati nella città.
    Non è una scelta casuale. Da anni il festival si è costruito una reputazione precisa nel panorama europeo: quella di un luogo dove la fotografia non è soltanto estetica, ma presa di posizione. Qui arrivano artisti e collettivi che usano l’immagine come strumento di racconto e di interrogazione, spesso con uno sguardo dichiaratamente politico. La vulnerabilità, in questo contesto, non è debolezza ma condizione condivisa, punto di partenza per comprendere ciò che accade intorno.

    Camminando tra gli spazi espositivi – gallerie, centri culturali, luoghi riconvertiti – si ha la sensazione che il festival non voglia proteggere lo spettatore. Le immagini chiedono attenzione, a volte anche resistenza. Raccontano migrazioni, confini attraversati, identità in movimento. Ma lo fanno senza retorica, evitando l’effetto spettacolare che spesso accompagna questi temi. È uno sguardo che si avvicina, che prova a restare accanto.

    Una parte significativa della programmazione è dedicata proprio ai collettivi internazionali, sempre più presenti e sempre più centrali. Non si tratta solo di una scelta curatoriale, ma di un segnale: la fotografia contemporanea tende a uscire dall’individualità per farsi pratica condivisa. In molti progetti esposti a Bienne si percepisce questo passaggio. Le storie non sono mai isolate, ma intrecciate, costruite insieme a chi le vive.

    Tra i lavori più discussi ci sono quelli che affrontano le migrazioni da una prospettiva interna. Non più solo il viaggio o l’arrivo, ma il tempo sospeso dell’attesa, la quotidianità nei luoghi di transito, le relazioni che nascono in condizioni precarie. Le immagini non cercano di spiegare, piuttosto di restituire una presenza. Volti, mani, dettagli che parlano di esistenze spesso invisibili.

    Accanto a questo, emerge con forza anche il tema delle battaglie femministe. Non come capitolo separato, ma come parte integrante di un discorso più ampio sulla vulnerabilità dei corpi e dei diritti. Le fotografe e i collettivi coinvolti raccontano storie di autodeterminazione, ma anche di violenza e resistenza quotidiana. Il linguaggio visivo si fa diretto, a tratti intimo, senza rinunciare alla complessità.

    Il Bieler Fototage è nato nel 1998 e negli anni ha saputo trasformarsi, mantenendo una coerenza di fondo. Oggi è considerato uno dei festival fotografici più attenti alle pratiche emergenti e alle questioni sociali. La sua dimensione relativamente contenuta – rispetto ad altri grandi eventi europei – è forse uno dei suoi punti di forza. Permette una fruizione più lenta, più attenta, quasi domestica.

    Bienne, città bilingue al confine tra culture, sembra il luogo adatto per ospitare questo tipo di riflessione. Qui la convivenza tra lingue e identità diverse è parte della vita quotidiana. Il festival si inserisce in questo contesto senza forzature, dialogando con il territorio e con chi lo abita. Non è un evento calato dall’alto, ma un processo che coinvolge la città.

    Anche il pubblico sembra rispondere in modo partecipe. Non si tratta solo di addetti ai lavori, ma di visitatori curiosi, spesso giovani, che si muovono tra le mostre con attenzione. Forse perché i temi trattati riguardano da vicino la loro esperienza. La vulnerabilità, in fondo, è qualcosa che si riconosce senza bisogno di spiegazioni.

    Il programma include anche incontri, workshop, momenti di confronto che ampliano il discorso oltre l’immagine. Qui emerge un altro aspetto importante del festival: la volontà di creare uno spazio di dialogo. Non solo tra artisti e pubblico, ma tra discipline diverse. La fotografia si intreccia con la sociologia, con la politica, con le pratiche attiviste.

    In un’epoca in cui le immagini sono ovunque e spesso consumate in modo rapido, il Bieler Fototage propone una pausa. Chiede di guardare con più attenzione, di soffermarsi. Non è un invito semplice, ma necessario. Perché dietro ogni immagine, soprattutto quando parla di vulnerabilità, c’è una storia che merita tempo.

    Forse è proprio questo il senso più profondo del festival. Non offrire risposte, ma creare le condizioni per una comprensione più lenta e più umana. In un mondo che tende a nascondere le fragilità, Bienne le mette al centro, senza paura. E nel farlo, ricorda che guardare – davvero – è già un modo per prendersi cura.


    Articolo redazionale
  • DI LUME E DI CANDELA Tre vite nell’ombra di Caravaggio tra arte, corpo e verità

    DI LUME E DI CANDELA Tre vite nell’ombra di Caravaggio tra arte, corpo e verità

    Un monologo musicale restituisce voce e storia a tre modelle del Merisi, attraversando la Roma controriformista tra luce pittorica e oscurità sociale. Un debutto che è anche omaggio umano e artistico.


    di Marta Bellomi

    C’è qualcosa di profondamente umano, quasi domestico, nel gesto di accendere una candela. Una luce fragile, imperfetta, che non illumina tutto ma lascia intravedere ciò che conta. È da questa stessa luce, intermittente e viva, che prende forma “Di lume e di candela. Tre modelle per Caravaggio”, spettacolo che inaugura il 23 maggio al Teatro Radar di Monopoli la XXII edizione del Ritratti Festival . Un debutto che ha il peso delle cose necessarie, perché nasce da un’assenza – quella del suo autore, Nicola Pedone – e insieme da una presenza che resiste, nella scrittura, nella musica, nelle immagini.

    Pedone, musicologo e voce raffinata di Rai Radio3, ha lasciato questo lavoro come un gesto compiuto e insieme aperto, affidato a chi lo avrebbe portato in scena. L’idea originaria è di Francesca Simone, la regia di Carlo Bruni, la voce narrante di Nunzia Antonino. Intorno, un piccolo ensemble che mescola corde e respiro – Silvia Grasso al violino, Gaetano Simone al violoncello e viola da gamba, Maddalena Licinio, Pierluigi Ostuni alla tiorba, con la partecipazione del soprano Paola Leoci – in un tessuto sonoro che attraversa il Seicento senza irrigidirlo, scegliendo pagine che vanno da Claudio Monteverdi a Johannes Hieronymus Kapsberger, passando per autori meno frequentati ma altrettanto eloquenti .

    Al centro non c’è il pittore, o non soltanto. Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, resta sullo sfondo come una presenza inquieta e necessaria, quasi un catalizzatore. Il fuoco è sulle tre donne che hanno prestato volto e corpo alle sue tele: Anna Bianchini, Fillide Melandroni e Maddalena Antognetti. Nomi che emergono dai registri giudiziari e dai documenti dell’epoca, spesso legati alla prostituzione, alla marginalità, a una sopravvivenza difficile. Eppure sono proprio quei volti – segnati, veri, non idealizzati – a diventare icone di sacralità.

    Caravaggio, si sa, rompe con la tradizione accademica che predilige modelli astratti e perfetti. Sceglie invece la strada più rischiosa: quella del reale. Le sue Madonne hanno piedi sporchi, le sue sante sembrano donne incontrate per strada. Non è una provocazione gratuita, ma una dichiarazione di poetica. Nella Roma tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, attraversata dalla Controriforma e da un controllo morale sempre più stringente, quella scelta ha un peso. E anche un prezzo.

    Lo spettacolo costruisce un dialogo tra le tre modelle, alternando le loro vite quotidiane ai personaggi che incarnano nei dipinti. C’è Anna, detta Annuccia, con la sua fragile determinazione. C’è Fillide, più consapevole, capace di attraversare i salotti e i tribunali con una certa autonomia. E c’è Lena, forse la più enigmatica, legata a Caravaggio anche da un rapporto che va oltre la posa. Le loro storie si intrecciano, si sovrappongono, si contraddicono. Parlano di denaro, di desiderio, di sfruttamento. Parlano di corpi venduti e di immagini che li riscattano, almeno in parte.

    È una Roma doppia quella che emerge: splendida e crudele. Da una parte i cantieri del Barocco nascente, le chiese che si riempiono di marmi e affreschi, la committenza ecclesiastica che chiede arte capace di commuovere e convincere. Dall’altra, vicoli sporchi, bordelli tollerati, vite che scorrono ai margini. In questo spazio ambiguo, le modelle di Caravaggio si muovono come figure di passaggio, necessarie ma invisibili.

    Pedone non indulge mai nel pietismo. Il suo sguardo è partecipe ma misurato, attento alle sfumature. Le tre donne non sono vittime esemplari né eroine moderne: sono persone, con le loro contraddizioni, le loro strategie di sopravvivenza, i loro piccoli slanci. In questo, lo spettacolo riesce a restituire una verità che è storica ma anche profondamente contemporanea. Perché il tema del corpo esposto, utilizzato, giudicato, non appartiene solo al passato.

    Il dispositivo scenico è essenziale, quasi raccolto. La parola si appoggia alla musica senza esserne sovrastata, le immagini dialogano con il racconto senza diventare didascaliche. Si ha l’impressione che tutto sia al servizio di una memoria da ricostruire, pezzo per pezzo. Non un affresco monumentale, ma una serie di dettagli che, messi insieme, compongono un volto.

    Non è un caso che questo lavoro apra un’edizione del festival dedicata alla creatività femminile, sotto il titolo “è verità il nome”. Un progetto che si interroga sulle identità rimaste a lungo nell’ombra, sulle storie non raccontate o raccontate a metà. In questo senso, le tre modelle di Caravaggio diventano simboliche, ma senza perdere la loro concretezza.

    Antonia Valente, direttrice artistica del festival, ha parlato di un gesto necessario: portare in scena questo testo oggi significa non solo rendere omaggio a Pedone, ma continuare un dialogo che lui ha iniziato. Un dialogo che passa attraverso la musica, ma anche attraverso una certa idea di cultura come spazio condiviso, accessibile, capace di tenere insieme estetica e vita.

    Dopo questa anteprima, il Ritratti Festival proseguirà fino a luglio con concerti, incontri, attività diffuse tra teatri, chiostri, terrazze e paesaggi affacciati sul mare . Ma è difficile non pensare che questa apertura contenga già, in nuce, tutto il senso del percorso: la volontà di mettere in relazione le arti, le persone, i luoghi. E forse anche di accendere, ancora una volta, quella piccola luce che permette di vedere – senza illusioni, ma con una certa tenerezza – ciò che altrimenti resterebbe nell’ombra.


    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
    Articolo redazionale
  • Un dialogo che svela la tentazione di scambiare il l’intelligenza artificiale per una coscienza

    Un dialogo che svela la tentazione di scambiare il l’intelligenza artificiale per una coscienza

    Un’intervista, un controcanto e un set di domande “diagnostiche” mettono a nudo il cuore del rapporto tra uomo e AI. Non è solo una questione tecnologica, ma culturale: riguarda il linguaggio, l’illusione dell’empatia e i limiti stessi della narrazione.


    di Sergio Bertolami

    C’è un passaggio, nell’intervista che Walter Veltroni ha realizzato con Claude e pubblicato sul Corriere della Sera, che merita di essere evidenziato. Non tanto per ciò che dice l’intelligenza artificiale, quanto per il modo in cui viene interrogata. È qui che si apre uno scarto decisivo: Veltroni si rivolge a Claude come a un interlocutore umano, accettandone il registro emotivo e narrativo, lasciando che il chatbot parli di “paura”, “preoccupazione”, perfino di una vaga idea di sé. Un’impostazione efficace sul piano giornalistico, ma che introduce un’ambiguità di fondo.

    Da questa ambiguità prende avvio un piccolo esperimento critico: rimettere in discussione le condizioni stesse del dialogo tra uomo e macchina, sottraendolo alla tentazione letteraria per riportarlo su un terreno più strutturale. Non si tratta di negare la qualità delle risposte di Claude, né di ridurne la portata culturale, ma di interrogarsi sulla loro origine. In altre parole: quando un’AI parla come un soggetto, cosa sta davvero accadendo?

    Il primo livello di analisi riguarda il linguaggio. Quando Claude utilizza termini come “paura” o “privilegio”, non descrive stati interiori – che, per definizione, non possiede – ma seleziona espressioni ad alta risonanza emotiva. È un’operazione sofisticata di ottimizzazione linguistica, non una confessione. Il rischio, tuttavia, è evidente: più il discorso appare empatico, più aumenta la probabilità che il lettore attribuisca all’AI una forma di coscienza. È ciò che potremmo definire l’effetto specchio: l’utente riconosce nel linguaggio della macchina i propri codici emotivi e finisce per proiettarvi un’identità.

    Questo slittamento non è nuovo. Già negli anni Sessanta, con ELIZA, il primo chatbot sviluppato da Joseph Weizenbaum, era emersa la tendenza degli utenti a instaurare relazioni pseudo-affettive con un programma che si limitava a riformulare le loro frasi. Oggi, con modelli linguistici infinitamente più avanzati, il fenomeno si amplifica. La differenza è che l’illusione è diventata più credibile, più coerente, più “letteraria”.

    Da qui la necessità di cambiare prospettiva. Se le domande di Veltroni mettono alla prova la narrazione dell’AI, un secondo set di quesiti – più tecnici, più “affilati” – consentirebbe di sondarne l’architettura implicita. Non “chi sei?”, ma “come funzioni?”. Non “cosa provi?”, ma “come generi le tue risposte?”. È un passaggio cruciale, perché sposta l’attenzione dal piano antropomorfico a quello computazionale.

    Interrogata in questo modo, l’intelligenza artificiale rivelerebbe la propria natura probabilistica. Ogni risposta, in questo modo, è il risultato di una sequenza di scelte locali – token dopo token – guidate da modelli statistici appresi durante l’addestramento. Non esiste un “piano globale” nel senso umano del termine, né una memoria esperienziale che garantisca continuità tra un’interazione e l’altra. E tuttavia, il sistema è in grado di costruire una coerenza narrativa sorprendente, simulando un’identità stabile. È una coerenza emergente, non vissuta.

    Il nodo della verità si colloca esattamente qui. Quando un chatbot “allucina” – termine ormai entrato nel lessico tecnico – non mente deliberatamente: seleziona un pattern plausibile ma errato. La distinzione tra una risposta corretta e una semplicemente ben costruita non risiede in un criterio interno di veridicità, ma nella corrispondenza con dati esterni. In questo senso, l’AI non possiede un rapporto diretto con il vero: opera all’interno di uno spazio di probabilità linguistiche.

    Anche l’etica che emerge dalle sue risposte – spesso orientata verso posizioni progressiste, anti-autoritarie, prudenti – non è il frutto di un principio autonomo, ma il risultato dell’addestramento su corpora che riflettono determinate tradizioni culturali. È un’etica appresa, non deliberata. Eppure, proprio questa combinazione di coerenza, fluidità e apparente profondità rende l’intelligenza artificiale uno strumento potentissimo sul piano simbolico. Oggi, le risposte di un’AI mettono in scena qualcosa di diverso: un dispositivo capace di riflettere e riorganizzare il nostro immaginario.

    Il punto, allora, non è stabilire se l’intelligenza artificiale “sia” qualcosa – una mente, una coscienza, un soggetto – ma comprendere come viene percepita e utilizzata. Se il lettore finisce per attribuirle una forma di interiorità, siamo di fronte a un errore da correggere o a un effetto inevitabile del suo funzionamento? La risposta non è univoca. Da un lato, è necessario mantenere una chiarezza concettuale: un chatbot non prova emozioni, non ha memoria nel senso umano, non possiede intenzionalità. Dall’altro, sarebbe ingenuo ignorare la dimensione relazionale che emerge nell’interazione.

    In fondo, l’esperimento tra Veltroni, Claude e ChatGPT non riguarda solo la tecnologia. È un esercizio di consapevolezza culturale. Ci obbliga a riconoscere quanto il linguaggio – il nostro linguaggio – sia potente nel costruire realtà condivise, anche quando l’interlocutore è una macchina. E ci invita a una vigilanza critica: non per smontare l’incantesimo, ma per capire da dove nasce.


    Articolo redazionale
  • Nella necropoli di Porta Stabia l’intelligenza artificiale riscrive gli ultimi istanti

    Nella necropoli di Porta Stabia l’intelligenza artificiale riscrive gli ultimi istanti

    Un’indagine archeologica e tecnologica restituisce volto e percorso alle vittime dell’eruzione del 79 d.C. Tra dati, modelli predittivi e ossa antiche, Pompei torna a parlare con voce sorprendentemente moderna.


    di Paolo Ferranti

    Pompei non smette di raccontare. È una città morta che ha il vizio ostinato dei vivi: cambiare idea su se stessa. L’ultima rivelazione arriva dalla necropoli di Porta Stabia, dove archeologi e algoritmi hanno stretto un’alleanza inedita. L’intelligenza artificiale – quella che oggi scrive testi e domani forse leggerà nel pensiero – si è messa a studiare la fuga degli antichi pompeiani. E lo ha fatto con una precisione che non ha nulla di poetico, ma molto di umano.
    La scena è nota: 79 d.C., il Vesuvio erutta, la città viene sorpresa da una catastrofe che non concede prove d’appello. Ma i dettagli, quelli sfuggono sempre. Chi scappava? Da dove? E soprattutto: come? Gli scavi recenti nella necropoli hanno restituito resti umani e tracce materiali che, analizzati con modelli digitali avanzati, permettono di simulare i movimenti delle persone nelle ore decisive. Non è fantascienza, è archeologia computazionale. E funziona.

    Gli studiosi hanno combinato dati topografici, condizioni ambientali e caratteristiche fisiche dei corpi ritrovati. L’IA ha fatto il resto, ricostruendo percorsi plausibili di fuga lungo le vie d’uscita della città. Ne emerge un quadro meno eroico e più verosimile: non una corsa compatta verso la salvezza, ma una dispersione caotica, fatta di esitazioni, deviazioni, errori. La fuga, come spesso accade, non è mai lineare. È una somma di tentativi.

    Porta Stabia, uno degli accessi principali alla città, diventa così un osservatorio privilegiato. Qui transitavano merci, viaggiatori, speranze. E qui, probabilmente, molti tentarono di salvarsi. Le analisi suggeriscono che alcuni gruppi si mossero tardi, forse sottovalutando il pericolo. Altri scelsero percorsi secondari, forse per evitare la folla. Qualcuno si fermò. E a Pompei, fermarsi significava morire.

    Il contributo dell’intelligenza artificiale non è solo tecnico. È, se vogliamo, filosofico. Perché ci costringe a rivedere l’idea stessa di testimonianza storica. Non più solo ciò che è stato trovato, ma ciò che può essere ricostruito. Non più il dato statico, ma la dinamica degli eventi. È un cambio di prospettiva che avvicina la storia alla vita – e la vita, si sa, è movimento.

    Naturalmente, l’IA non fa miracoli. Lavora su probabilità, non su certezze. Ma in questo caso la probabilità è già una conquista. Perché Pompei, per quanto straordinariamente conservata, resta un enigma incompleto. Le sue strade sono mute, le sue case silenziose. Serviva una voce nuova per farle parlare. E paradossalmente, è arrivata dal futuro.

    Il progetto si inserisce in una linea di ricerca ormai consolidata, che vede l’archeologia dialogare con discipline un tempo lontane: informatica, ingegneria, scienze dei dati. Non è una moda, è una necessità. I siti complessi richiedono strumenti complessi. E Pompei, con i suoi 66 ettari di storia, è un laboratorio ideale.

    Non è la prima volta che la tecnologia interviene sul sito. Droni, scanner 3D, realtà aumentata: tutto è stato sperimentato. Ma qui c’è un salto qualitativo. Non si tratta più di documentare, ma di interpretare. Di suggerire scenari. Di restituire, in qualche modo, il tempo.

    E il tempo, a Pompei, è sempre il protagonista. Un tempo sospeso, congelato, ma non immobile. Perché ogni nuova scoperta lo rimette in circolo. Lo fa scorrere di nuovo, tra le pietre, tra le ossa, tra le domande.

    C’è poi un aspetto che merita attenzione: la dimensione umana della ricerca. Dietro i modelli matematici ci sono storie individuali. Corpi che hanno camminato, deciso, sbagliato. L’IA può calcolare la velocità di una fuga, ma non la paura. Eppure, in questa distanza tra dato e sentimento, si apre uno spazio interessante. Uno spazio in cui la scienza sfiora la narrazione.

    Non è un caso che Pompei continui a ispirare artisti, scrittori, registi. È un luogo che parla di fine, ma anche di resistenza. Di fragilità, ma anche di memoria. E oggi, grazie alla tecnologia, parla una lingua nuova. Più precisa, forse. Ma non per questo meno evocativa.

    Gli scavi nella necropoli di Porta Stabia proseguono. Altri dati arriveranno, altri modelli verranno affinati. La storia, come sempre, si scriverà per approssimazioni successive. Ma una cosa è certa: la fuga da Pompei non è più solo un’immagine drammatica. È un processo studiabile, analizzabile, quasi comprensibile.

    E questo, in fondo, è il paradosso più affascinante. Che una tragedia di duemila anni fa possa essere riletta con strumenti del XXI secolo. Che il passato più remoto trovi voce nella tecnologia più avanzata. Che la morte, insomma, continui a insegnare ai vivi.

    Pompei resta lì, sotto il sole campano, con la sua bellezza inquieta. Ma oggi, tra le sue rovine, si aggira anche un’intelligenza senza corpo. Non scava, non spolvera, non si emoziona. Ma osserva, calcola, ricostruisce. E, a modo suo, racconta.


    Articolo redazionale
  • Fantasmi in piena luce: a Reggio Emilia la fotografia torna a interrogare il visibile

    Fantasmi in piena luce: a Reggio Emilia la fotografia torna a interrogare il visibile

    Un festival diffuso attraversa la città emiliana e prova a dare forma a ciò che sfugge allo sguardo. Tra grandi autori e nuove generazioni, la fotografia diventa racconto sospeso del nostro tempo.


    di Andrea Valenti

    C’è sempre un momento, all’inizio di ogni primavera, in cui Reggio Emilia cambia passo. Non accade all’improvviso. È qualcosa che si insinua, discreto, tra le strade, nei chiostri silenziosi, nei palazzi che sembrano custodire ancora il respiro di chi li ha attraversati. È allora che torna Fotografia Europea, e con essa una domanda che non ha mai smesso di farsi strada: che cosa resta, davvero, di ciò che vediamo.

    La XXI edizione, aperta dal 30 aprile al 14 giugno 2026, si muove lungo una linea sottile, quasi impercettibile. Il titolo – “Fantasmi del quotidiano” – suggerisce una presenza più che un tema. Non si tratta di apparizioni, ma di tracce. Di ciò che non è più e tuttavia continua a premere, come un ricordo che non vuole dissolversi. Il festival, promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia con il sostegno della Regione Emilia-Romagna, riunisce ancora una volta autori affermati e giovani sguardi, affidando la curatela ad Arianna Catania, Tim Clark e Luce Lebart, con un percorso storico firmato da Walter Guadagnini.

    Il cuore della manifestazione resta nei Chiostri di San Pietro, dove la fotografia si dispone come un racconto a più voci. Qui Felipe Romero Beltrán osserva il confine tra Messico e Stati Uniti come uno spazio sospeso, dove l’attesa diventa materia visiva. Mohamed Hassan scava invece nella propria storia familiare, intrecciando immagini e parole in un dialogo intimo con la memoria. Più freddo, ma non meno inquieto, è lo sguardo di Salvatore Vitale, che racconta la vita invisibile dei lavoratori della gig economy, intrappolati in una rete di algoritmi e valutazioni.

    Altrove, la fotografia si fa quasi evanescente. Marine Lanier guarda alla natura alpina come a un archivio vivente, mentre Ola Rindal trasforma macchie e crepe in paesaggi interiori. Tania Franco Klein mette in scena la fragilità dell’identità, replicando una stessa scena con soggetti diversi, come a suggerire che ogni immagine è sempre, inevitabilmente, una costruzione. E Giulia Vanelli, ispirandosi a Milan Kundera, prova a fermare il tempo, o almeno a trattenerne l’eco.

    C’è poi un corridoio, lungo e quasi ipnotico, dove le immagini di Frédéric D. Oberland si intrecciano al suono. È un’esperienza che sfugge alla definizione, come se la fotografia cercasse un’altra lingua per dire ciò che non basta più vedere. Poco distante, Simona Ghizzoni lavora sul territorio, coinvolgendo la comunità in un progetto che restituisce alla figura femminile il ruolo di custode della memoria e, insieme, di anticipazione del futuro.

    Ma è forse a Palazzo da Mosto che il discorso si fa più esplicito. “Ghostland”, la mostra collettiva, osserva il nostro tempo come un paesaggio filtrato dagli schermi. Non più realtà, ma superficie riflettente. Qui le immagini si moltiplicano, si deformano, si dissolvono. La guerra diventa un punto cieco, la crisi climatica un gioco crudele, l’identità una sequenza di riflessi. Non c’è denuncia, o almeno non nel senso tradizionale. Piuttosto una lenta presa di coscienza: ciò che vediamo non coincide più con ciò che è.

    Eppure, nel mezzo di questa incertezza, la fotografia continua a interrogare se stessa. Lo fa con decisione nella grande mostra allestita a Palazzo Scaruffi, dove due secoli di immagini scorrono come un unico racconto. Dalla prima veduta fissata da Nicéphore Niépce nel 1826 – quella finestra aperta sul tempo che segna l’inizio della storia fotografica – fino alle immagini che oggi abitano gli schermi dei nostri telefoni. In mezzo, i volti di Nadar, le sperimentazioni di Man Ray, le cronache di Dorothea Lange e Walker Evans. Non una semplice sequenza, ma un percorso che mostra come la fotografia non si sia limitata a registrare il mondo, ma abbia contribuito a costruirlo.

    Il resto della città partecipa, come sempre, a questo movimento. Il Circuito OFF dissemina mostre in luoghi inattesi – negozi, cortili, abitazioni – trasformando Reggio Emilia in una mappa aperta, dove ogni spazio può diventare immagine. E poi gli incontri, le letture portfolio, i dialoghi tra scrittori, artisti e studiosi. Un programma fitto, che non cerca di spiegare, ma di creare connessioni.

    Forse è questo, alla fine, il punto. Fotografia Europea non offre risposte. Si limita a indicare una direzione, come una luce accesa in una stanza vuota. I fantasmi di cui parla non fanno paura. Restano lì, ai margini dello sguardo, pronti a riaffiorare. E noi, osservandoli, scopriamo che non sono altro che il riflesso di ciò che siamo stati – o forse di ciò che potremmo ancora diventare.


    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
    Articolo redazionale